martedì 17 novembre 2009

DIGRESSIONE DA TIFFANY -in preda al delirium tremens-


A Firenze c'è uno dei tre rivenditori Tiffany d'Italia. Non lo sapevo ma ora lo so. E ora che lo so cambia tutto, posso finalmente realizzare la mia versione di "Colazione da Tiffany",in cui Audrey Hepburn è alta un mt.80 e pesa quasi 60 kg, ed ha lineamenti più vicini alla figlia di una badante russa, piuttosto che quelli di un'icona del cinema, bella in modo quasi imbarazzante! In questo remake, Holly non vive sola insieme a Gatto, ma condivide con tre ragazzi un sudicio appartamento studentesco, Non è "in transito", ma "un trans", non canta "Moon River" ma "I will survive", accanto a lei non c'è uno scrittore squattrinato, ma un nevrotico stilista in erba. So che non sembra molto promettente, ma in qualche modo, seppur contorto, devo allacciare la trama del mitico film alla mia vita, molto meno mitica!
E ora, dopo questa rosea premessa, immaginate: Suona la sveglia, mentre io dormo con la mascherina sugli occhi, mi alzo e, dimenticandomi di togliere la mascherina, inciampo su ogni cosa possibile imprecando in sei lingue diverse e, finalmente, arrivo alla sveglia. Faccio una doccia veloce, ma invece che uscirne rigenerata e linda, ne esco che sembro una prostituta di un bordello il giorno dopo una intensa notte di lavoro, col mascara che la sera precedente non avevo insistito a togliere che nel frattempo, aiutato dall'acqua, è colato fino al mento, conferendomi una bellissima cera grigiastra! E' il momento di vestirsi, Audrey è pronta in un attimo, sceglie scarpe e vestiti quasi distrattamente, si acconcia con una nonchalanche e perfezione che lasciano di stucco e si agghinda collo e lobi con una SEMPLICISSIMA parure di diamanti che indossa con la stessa spensieratezza con cui io indosso collane di caramelle zuccherate. Io sono bloccata davanti all'armadio, indecisa tra il mio preziosissimo little black dress H&M, e il mini abito fiorito comprato al negozio dell'usato; opto per il secondo, se non altro il vintage mi dà un'aria chic che, probabilmente, l'altro non mi darebbe, solo per il fatto di essere stato indossato da qualcuno che ora, con tutta probabilità, è defunto! Al collo la collana con la vecchia chiave del mio cassettone, per lo stesso motivo citato sopra, quel che di bohemien non guasta mai Raccolgo i capelli in uno pseudo-chihgnon disordinato, ma l'effetto bon ton è neutralizzato dalla mia incapacità, che mi avvicina pericolosamente alla signorina Rottermeier piuttosto che a Miss. Golightly.Infine, trucco pesantemente gli occhi di nero, infilo stivali e borsa della nonna(proprio della mia!) ed esco di casa. Dimenticavo, piccolo ma non trascurabile particolare: i guanti, per l'occasione ne ho comprati un paio neri fino al gomito,li indosso e mi dirigo verso Tiffany&Co. A metà strada circa, inizia a piovere -ovviamente-, ed io sono senza ombrello -ovviamente-. Per fortuna gli antichi cornicioni di Firenze, sono particolarmente sporgenti, perciò riesco comunque a ripararmi. Dalla pioggia. Non da tutta l'acqua in cui una persona può imbattersi, e per l'appunto, metto un piede in una pozzanghera. Piove da troppo poco perchè fosse acqua piovana e, visto il colore, credo si trattasse dell'acqua con cui hanno lavato i bagni del Mc.Donald's. Prima di proseguire decido di immergere anche l'altro piede nella "pozzanghera", se non altro saranno uguali! I miei stivaletti ora sembrano i cosciali dei vongolari di Chioggia, un rumore viscido esce dai miei piedi ad ogni passo ma non fa niente, mi convinco che lo stile è più un'aura che ti avvolge, che non qualcosa di visibile, di estetico. Sono vicina a Piazza Santa Trinita, quasi alla meta, vedo un piccolo cafè, decido di fermarmi a prendere una colazione da asporto da fare proprio davanti alla vetrina di Tiffany, cappuccino e maritozzo take away; pago ed esco,riprendo la strada ed eccolo li, Tiffany&Co, splendente e luminoso come niente mi è mai apparso in vita mia.
Mi avvicino con passo solenne, come se mi trovassi in prossimità di qualcosa di miracoloso,sacro, sorseggio piano il cappuccino, ma rendendomi conto che ho solo due mani e che per mangiare un maritozzo in piedi davanti alla vetrina mi servono entrambe, decido di finire il cappuccino in una sorsata e a causa dell'estasi mistica, del diabete emozionale procuratomi dalla vista di siffatti diamanti, commetto l'imprudenza di non pensare che probabilmente sarà come bere lava, quindi lo ingollo avidamente,e quando mi accorgo che ha la temperatura adatta alla fusione dell'oro, è troppo tardi, la mia trachea è irrimediabilmente lesionata! Istintivamente lo sputo fuori, cercando subito di trattenermi; un po'di cappuccino finisce sullo stivale sinistro ed io, dopo essermi guardata un po'intorno, decido per l'aex equo: sputo anche sull'altro. A quel punto alzo gli occhi, molto lentamente, sperando che i commessi non mi abbiano visto...sembra di no, perciò agguanto il maritozzo con la panna e, finalmente do il primo morso. Anche se il 70% della sesnibilità della mia bocca se n'è andato pochi minuti fa non importa, sto facendo colazione da Tiffany e finalmente mi sento Audrey. Mentre mangio, guardo ammirata i solitari, i bracciali, le parure di collane e orecchini e poi mi sorge spontaneo un pensiero:" Oh mio Dio, ma è possibile che ci sia davvero gente disposta a spendere 32000.00€ per un bracciale?", ma scaccio subito il pensiero, davanti a Tiffany è come bestemmiare.Vengo ridestata dai miei pensieri da un sordido "poff", penso "Cazzo!!!", ma opto per un più sobrio "Corbezzoli!", la panna del maritozzo è strabordata causa morso inconsulto, e si è schiantata sul mio guanto di raso lucido, così molto signorilmente, lo lecco, e mentre mi ritrovo in bocca il dito della vergogna, noto che una delle commesse mi sta osservando indignata al di là del vetro. Abbozzo un sorriso impacciato ma lei distoglie lo sguardo. Per un attimo sono tentata di andarmene, considerando che vista da fuori, in questo momento sono molto più simile a Kelly Osbourne che a Audrey Hepburn. Ma poi penso :"No, sono arrivata fin qui ed io entrerò!". Finisco il maritozzo ed entro, la commessa di prima mi guarda con un misto di pietà e disgusto, ma io non demordo, sfodero il più sicuro dei miei sorrisi e mi rivolgo proprio a lei! Dopo avermi squadrata dalla testa ai piedi per tre minuti buoni, si degna di rispondermi, ostentando ovviamente quell'aria di sufficienza che solo chi ha -o pensa di avere- un lavoro di prestigio può ostentare; mi chiede come può aiutarmi (il tra-le-righe è "non è un negozio dei pegni nè una pesca di beneficienza, perciò non vedo come io possa aiutarti"), le rispondo sicura " Orecchini", lei mi invita -non tanto- gentilmente ad avvicinarmi ad una teca di vetro grande quanto il tavolo della mia cucina e nel frattempo mi chiede se cerco qualcosa in particolare. I miei occhi sono lucidi e quasi lacrimanti per la commozione, dopo aver rimirato per bene ogni singolo bagliore in quella vetrina, ne indico un paio, semplicissimi, due piccoli cuori recanti la scritta "PLEASE RETURN TO TIFFANY&CO, NEW YORK"; la commessa alza un sopracciglio incredula e apre la vetrina, io intanto mi perdo nei miei pensieri e inizio a fantasticare, immaginando il momento in cui quei due piccolini saranno ai miei lobi , quanto saranno fini, quanto sarò aggraziata... Ritorno alla realtà quando vengo praticamente accecata da uno scintillio indescrivibile, la voce della commessa parla ma io non la sento più, vedo solo quelle due patacche incredibili tutte tempestate di diamanti -di tiffany, si ma pur sempre due patacche!- che la signorina mi ha schiantato sul tavolo. Stavano proprio accanto ai miei cuoricini, perciò credo che la suddetta abbia -intenzionalmente- sbagliato. Quindi le dico "Mi scusi SIGNORA, (grave errore) mi riferivo ai cuori...", e mentre lo dico appoggio un dito sul vetro per indicarli, altro grave errore perchè, quando lo tolgo, mi accorgo che una macchia bianca ha preso il posto della mia falange: è il maritozzo del disonore, la panna malefica che si è annidata nei miei guanti per poi poggiarsi dove non doveva, sulla vetrina di Tiffany!!!! La commessa mi guarda perplessa, così indignata e schifata che mi sembra quasi di sentire ciò che pensa; mi guarda gelida, e fulminea mi dice" Mi dispiace signorina, quelli li abbiamo venduti, verranno proprio questa sera a ritirarli. La prego di ripassare la settimana prossima". Senza fiatare, con un sorriso così finto che sento tirare tutta la faccia, la ringrazio e la saluto a fatica mentre mi allontano, esco in strada e faccio un respiro, mi ritrovo nel mondo reale, senza i miei Tiffany, senza il peso dell'oro a decidere il mio valore, senza il luccichio dei diamanti... Mi sento così triste che decido di rimediare con un maritozzo bis e una cioccolata calda... Camminando verso il cafè di poco prima ripenso a quella commessa e all'improvviso, l'illuminazione, e, scusatemi ma è il caso di dirlo, sono stati i diamanti a illuminarmi! In fondo, che me ne frega? La prossima settimana tornerò e lei sarà costretta a vendermeli, anche se mi presentassi con la panna spalmata su tutta la faccia, anche se la costringessi a mostrarmi ogni singolo gingillo presente in quel negozio sapendo perfettamente che comprerei quelli, anche se per tre volte facessi la stessa identica scena, lei sarebbe costretta ad essere gentile e a vendermeli: sono io che pago il tuo stipendio cara! Felice e consapevole del mio delirio di onnipotenza ingiustificato, mangio il secondo maritozzo con una gioia indicibile, con incommensurabile beatitudine, pensando a quei piccoli Tiffany che tra una settimana irradieranno il mio viso.
Ecco com'è la mia versione di "Colazione da Tiffany"; sicuramente poco chic e per nulla fedele all'originale, ma dovete ammetterlo, molto più divertente!

venerdì 9 ottobre 2009

SONO INCIAMPATA NELLA VERITA' COME SI INCIAMPA IN UN SASSO IN MEZZO ALLA STRADA, MENTRE SI GUARDA IL CIELO

Oggi mi sono ritrovata a pensare alle parole. Di nuovo. Quante parole esistono? Quante sono le parole contemplate dalla lingua italiana, ne avete idea?circa 140.000. 140.000 parole possibili, che si riducono a 134.000 se consideriamo solo la lingua pura. Nonostante questo immenso cesto da cui attingere, non esiste una parola che sia in grado di descrivere ogni stato d'animo, ogni sensazione, ogni mutamento che avviene dentro di noi. E allora? Siamo condannati ad accontentarci di parole che si avvicinino e basta a ciò che sentiamo? Forse, ma d'altro canto bisogna comunque considerare che la capacità di esprimere ciò che sentiamo attraverso le parole è un'abilità che si acquisisce in tenera età e che si affina col passare degli anni, perciò può valere un certo criterio di "crescita" delle parole che conosciamo direttamente proporzionale all'età che abbiamo. Ma rimane comunque un aspetto trasversale da non sottovalutare, ossia che pur conoscendo tutte le parole del mondo, non è assolutamente scontato il fatto di scegliere quelle migliori.
Tutto questo insieme di considerazione mi da ragione di pensare che forse, un giorno, come uno chef che dopo anni di tentativi elabora la ricetta perfetta per una crema chantilly paradisiaca, come una sarta i cui vestiti saranno sempre più perfetti col passare degli anni e l'affinarsi della sua abilità manuale, forse anch'io un giorno riuscirò esattamente a mettere nero su bianco ciò che sento, aggirando i limiti che la lingua mi pone , trasformando gli ostacoli grammaticali in punti di slancio... E allora perchè mi rimane addosso l'idea che, per quanti sforzi possa fare, per quanto la mia conoscenza dell'italiano abbia ancora un margine di miglioramento piuttosto alto, non troverò mai le parole esatte che definiscano quella stretta allo stomaco che avverto quando conosco una persona che non mi convince?Perchè in qualche anfratto della mente, penso sempre che difficilmente potrò descrivere esattamente ciò che sento di fronte alla morte?Come mai l'amore è qualcosa per cui le parole sembrano sempre insignificanti? Forse ci servirebbe la facoltà di coniare nuove parole, cosa che nessuno ci impedisce di fare, ma così non si arriverebbe mai da nessuna parte, qualcuno avrebbe sempre bisogno di una parola in più, e finiremmo per parlare lingue diverse reciprocamente incomprensibili. Forse il segreto sta nell'armonia, nell'equilibrio, forse indipendentemente dal fatto che si scelgano dieci o cento parole per descrivere l'amore, l'importante è che siano quelle giuste. O forse il punto è che non si tratta di mai di descrivere. Forse è proprio il verbo descrivere che mi porta sulla strada sbagliata, forse è sopravvalutato, pretenzioso e inappropriato, perchè, come si fa a descrivere l'amore, la vita, la morte? Già nel descrivere una persona l'individualità, l'inevitabile soggettivismo con cui scegliamo le parole può portare a descrizioni opposte di una stessa persona, figuriamoci quando si tratta di sentimenti. E lo stesso vale per una strada, un cane, una bottiglia di plastica, un paio di ciabatte...La verità è forse che siamo tutti troppo diversi l'uno dall'altro perchè le parole abbiano per tutti il medesimo significato, la verità è che ciò che sento io, forse non lo sente nessun altro al mondo, perchè non c'è niente che provi il contrario, nessuno a quanto ne so è mai stato nei panni di qualcun altro, perciò è solo una supposizione causata dal fatto che tutti apparteniamo al genere umano, a farci credere ciecamente nel fatto che tutti provino le stesse sensazioni ed emozioni, ma se così non fosse? Ci avete mai pensato? Magari nessuno di noi, nessuno dei quasi 7 miliardi di individui che popolano la terra, sente qualcosa nello stesso modo in cui lo sente qualcunaltro,anzi probabilmente è proprio così. Noi abbiamo semplicemente creato delle etichette, delle famiglie di sentimenti con cui identificare ciò che sentiamo,sia per comunicare, sia per strarsene tranquilli e beati nella consapevolezza che solo ciò che ci viene insegnato esiste. E invece no. E se da una parte spaventa il pensiero che nessuno può capirci e darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno tranne noi stessi, d'altro canto mi fa pensare a quanto sia stata generosa la natura con noi, a quanto sia straordinario il fatto che ognuno di noi sia un universo a sè stante, diverso da ogni altro.

sabato 22 agosto 2009

MY WOR(L)D


Ho bisogno di scrivere, questa è una certezza. Ci sono persone, avvenimenti, pensieri inconcludenti o questioni vitali di cui sento il bisogno di parlare.pensieri che meritano un post. Anche se più che di meritocrazia, si parla di ispirazione, di quel flusso di pensieri, considerazioni, idee che dalla mente necessitano di sgrogare in questo piccolo blog, di essere messi nero su bianco, non importa se si tratti di un diario, un muro, uno scontrino, o un non-luogo come il blog.Ciò che resta, ciò che conta è il mio bisogno di scrivere. Poche persone passano di qui, alcuni per sbirciare, farsi due risate o semplicemente dare un'occhiata, qualcuno arriva qui per caso, qualcun'altro ci viene regolarmente, in ogni caso so per certo che c'è una piccola nicchia di lettori silenziosi, che non lasciano traccia del loro passaggio, e ogni tanto penso che sarebbe bello sapere cosa ne pensa uno sconosciuto di un argomento di cui ho parlato, conoscere la sua esperienza, le sue idee. Mi capita di chiedermi "perchè scrivo? Come mai ne sento il bisogno?" Non conosco la risposta esatta; so che è un bisogno, non una voglia, so che dietro c'è un desiderio di esternare, condividere, parlare a me stessa e agli altri, parlare di qualcosa senza il bisogno di obbligare qualcuno ad ascoltarmi, senza dover entrare in argomento... non so, è come se pensassi :"ecco, questo è ciò che penso, ciò di cui mi va di parlare ora; non sei obbligato ad ascoltarmi, ma se ti va di saperlo leggi questo". Non credo a chi dice di scrivere per sè stesso, per lo meno non in un blog e sporattutto non nel senso più stretto dell'espressione; chi scrive per sè stesso scrive in un diario che nasconde sotto il materasso, non scive su un blog e non scrive un libro... e forse chissà, anche chi scrive un diario spera che, un giorno, la propria figlia sognerà, imparerà e si commuoverà leggendo ciò che è stato scritto lustri prima. Scrivere per se stessi , per me,significa sentire quello sfrigolio alle dita per cui non vedi l'ora di mettere le mani su una penna (o sulla tastiera), significa sentire la fame, la sete e il bisogno di scrivere, significa passeggiare in un parco al tramonto, vedere due settantenni seduti su una panchina che si tengono la mano e desiderare di avere carta e penna per raccontare ogni cosa, significa leggere un libro, una frase e, dopo averla riletta una trentina di volte, pensare che è semplicemente perfetta, un'opera d'arte, che non esiste in tutto l'universo esplorato dall'uomo una frase che descriva meglio una certa sensazione, scrivere è liberazione, dedizione, passione, a volte si scrive in preda ad una felicità incredibile, per dire al mondo come ci si sente, per fissare quel momento come nessun'altra forma d'arte o di condivisione potrebbe fare, altre volte scrivere è come vomitare, vomitare il dolore, la rabbia, la frustrazione, è come esorcizzare i propri demoni, è come avere la febbre. Ma tutto ciò, tutta questa foga, questo slancio, questa passione, trova il suo senso più pieno quando lo condividiamo con qualcuno, quando da personale diventa pubblico, fruibile, quando ciò che pensiamo arriva alla gente. Ed io amo tutto questo, amo il fatto che nonostante la sua ricchezza, la lingua sia comunque un limite, che mi permette di ragionare sul senso delle parole e delle cose, che mi costringe a dover cercare le parole che più si avvicinino a ciò che sento, amo il fatto, che, forse, quando qualcuno legge ciò che scrivo, rimane qualcosa dentro di lui, forse lo farà riflettere, commuovere, pentire, pensare, amo l'idea che per qualcuno quello che scrivo possa avere un significato, anche diverso da ciò che veramente intendevo, amo l'idea che qualcuno leggendo pensi che mi capisce, che anche per lui è esattamente così. Forse sono una visionaria, forse il rapporto tra chi scrive e chi legge, non è così immediato e genuino, forse ho questa idea idilliaca solo perchè nel mio peregrinare tra mille libri dei generi più disparati, ho spesso avuto la sensazione di intravedere l'autore dietro le sue stesse parole, di sentire quasi palpabile la passione che cresce in alcuni tratti del libro, la rabbia, la disperazione, l'ironia... E non mi riferisco alle parole, alla loro intelligibilità logica e grammaticale, quanto a ciò che esse lasciano intendere, a ciò che rivelano di chi scrive, e questa capacità di celarsi e allo stesso tempo rivelarsi da dietro le parole è un'arte che non è di tutti, ed è probabile che chi legge ciò che io scrivo non ci veda niente di tutto ciò. Ma se così fosse, anche solo per una frase che ho scritto in tutta la mia vita, anche solo per una persona, sarei felice. Sarei davvero felice.

mercoledì 5 agosto 2009

VACATION


sabato 1 agosto 2009

IT'S NOT A MAGIC BALL


E'arrivata. Io ho smesso di aspettare e, come una delle leggi che governano l'universo vuole, lei è arrivata.

domenica 26 luglio 2009

STILL WAITING...


Deve'esserci una precisa legge universale che governa il mondo, sennò come spieghereste il fatto che, se state aspettando con ansia una lettera, una notizia, una risposta, questa arriverà solo quando smetterete di aspettare?

sabato 18 luglio 2009

FLY ME TO THE MOON


Guardo fuori dalla finestra, il giardino è ammantato di un verde brillante, microscopiche gocce d'acqua guizzano vivaci dall'innaffiatoio per posarsi ovunque, sull'erba, sugli alberi, sui roseti e sui cespugli, come se una mirirade di diamanti si fosse distesa su ogni cosa; l'aria è pregna dell'odore del verde, della magnolia, dell'acacia, del tronco dei pini, delle betulle e della terra umida, è l'odore dell'estate, il profumo notturno della mia estate in questo giardino, da sempre. E a fare da sfondo una distesa nero-blu di stelle infinite, e una luna che ciclicamente rischiara le notti del mondo intero. Ogni anno che passa la luna si allontana impercettibilmente dalla terra. Solo 3,8 cm. Tra trecentomila anni sarà troppo lontana per poterla vedere dalla terra. Come faranno gli amanti senza nessuno che illumini le loro promesse d'amore eterno? Chi sarà testimone dei milioni di baci che ora vengono debolmente scaldati dalla sua luce azzurrina?Possibile pensare che nulla si rifletterà sul mare? A chi altro di ugualmente fascinoso i poeti dedicheranno intere odi? Il volto di chi cercherà la madre insonne, cullando un neonato tra le sue braccia? Per allora non saremo più qui, e nessuno saprà che noi che siamo qui in questo momento, avremmo rimpianto la luna al posto loro, ma non posso fare a meno di pensarci, di chiedermi come faranno senza luna. Chissà, forse costruiranno una luna artificiale uguale alla nostra, la lanceranno nello spazio e la legheranno a terra con una corda per non rimanere mai più senza, o proietteranno nei cieli il suo ologramma, ma non sarà la stessa cosa. E se da una parte mi sento triste al pensiero che non ci sarò per vedere che futuro avrà la nostra terra, l'umanità, il progresso, d'altro canto sono molto più triste se penso a chi non avrà l'opportunità di starsene seduto a naso all'aria a guardare la luna con qualcuno. Noi ce l'abbiamo, non è semplicemente incredibile?