lunedì 30 settembre 2013

T'IRACONDO UNA STORIA

Oggi ho avuto una giornata orribile.
E' un aggettivo che non uso mai, nemmeno nella vita reale, specialmente in riferimento alle mie giornate.
Tranne oggi.
E come si racconta una giornata orribile se nulla di evidente è successo?
Niente.
Piccoli slittamenti di percezione, consapevolezze che ti si svelano e ti si aggrappano alle caviglie; non ai neuroni, alle caviglie, così anche quando non ci stai pensando loro riescono comunque a far sentire il loro peso.
Bisogna essere preparati, bisogna sempre essere preparati. Che non vuol dire starsene perennemente sul "chi va là?", in un'apnea continua, con la paura di sbattere le palpebre ed essere aggrediti nell'attimo esatto in cui si decide di farlo.
Significa solo ricordarsi che le persone sono sempre diverse da come le crediamo.
Significa che fare della chiarezza la tua bandiera, non implicherà sempre il trovarla negli altri.

E' che non è tanto cosa è successo.
Non è successo niente infatti.
Sono più che altro le dinamiche dell'accaduto che mi hanno disturbata.
Delusa e ferita, anche; diciamole tutte visto che ci siamo.
Non mi piacciono le orecchie da mercante.
Non mi piace che non mi si parli chiaramente.
Non mi piace l'evasività, soprattutto se non necessaria, soprattutto se viene da una persona con cui c'è e dev'esserci un rapporto di fiducia.
E non mi piace essere presa in giro.

Sono una persona disponibile, non stupida.

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C'era anche rabbia, in quell'implosione di disagio momentaneo.
Rabbia.
Era tanto che non mi succedeva, non è un sentimento comune per me, non di quel calibro per lo meno. Ed è un'altra cosa che non mi piace, provare rabbia. Suppongo (e voglio sperare) che non piaccia a nessuno, ma nel mio caso si tratta di un tipo di emozione con cui sono poco familiare.
Emozione, non sentimento.
In un libro di Gramellini lessi una frase che non sono più riuscita a scollarmi di dosso: "Gli avevo mostrato come distinguere il brusio mutevole delle emozioni dal linguaggio eterno dei sentimenti".

Com'è stupido che a scuola insistano tanto (inutilmente, per altro) nel ripeterti che, da grande, ti servirà ricordarti quali sono le stalattiti e quali le stalagmiti, cos'è la tettonica a zolle, il Pi Greco e la datazione al carbonio 14, e si dimentichino di insegnarti una cosa basilare come questa.
Questa "sottile" differenza potrebbe cambiare le giornate di molte persone, la loro attitudine verso le cose, le loro stesse vite forse.


Se avessi una scatola di latta, ora prenderei quella rabbia, ce la chiuderei dentro e la seppellirei in giardino. Ma, come non esistono armadi abbastanza capienti per i rispettivi bagagli emotivi, non ci sono scatole nè metri di terra che tengano di fronte a qualunque cosa vada affrontata.
Essere una persona che non coglie le occasioni, è un'altra cosa che non voglio essere.
Non comprerò mai una batteria di pentole per ricevere in regalo una cyclette, un tv color e un elettrostimolatore, ma posso cogliere l'occasione per far fruttare questa rabbia.
Imparare a chiedere la stessa chiarezza che do.
Imparare che se qualcosa ti fa arrabbiare sul serio, hai il dovere morale di chiederti "come mai?", più in relazione a te stesso che a chi o cosa abbia scatenato questa rabbia. Ci sono situazioni in cui è facile trovare il bandolo della matassa, quelle in cui sia coinvolta la violenza o una palese discriminazione ai danni di una parte più debole.
Ma per tutte quelle cose quotidiane che finiscono per dare sui nervi, comportamenti, frasi, atteggiamenti, risulta tutt'altro che facile.
Ogni cosa andrebbe presa e guardata anche al rovescio, sempre, anche quando si crede di essere nel giusto.

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Nel caso specifico credo di essere nel giusto. Eppure so che le cose che ci accadono, i comportamenti che gli altri tengono con noi, il modo in cui decidono di agire nei nostri confronti, dicono qualcosa anche su di noi. Come so che molte delle cose che intepretiamo come un chiaro affronto nei nostri confronti, spesso non sono altro che la risultante di scelte personali di altre persone da cui siamo (o pensiamo di essere) toccati accidentalmente.
Quanto egocentrismo c'è nell'arrabbiarsi pensando che qualcuno abbia fatto una determinata cosa con la deliberata intenzione di arrecarci un danno?
Certo è che siamo tutti così vicini e interdipendenti, noi esseri umani. Come bastonici Shangai, ne tocchi uno, li tocchi tutti. E' inevitabile che qualunque cosa faccia o dica qualcuno a noi vicino vada ad impattare, da qualche parte, sulle nostre vite. Per questo è indispensabile non prenderla sul personale, e slegarsi dalla concezione che ognuno ha del mondo e delle cose che accadono in funzione del proprio essere. 
Cosa assolutamente non impossibile di per sè; a me riesce benissimo (modesta). A complicare il tutto però, ci si mette il fatto che siamo esseri pensanti, dotati di etica, coscienza e quant'altro renda un essere umano responsabile per le proprie scelte. Spesso le persone non prendono decisioni allo scopo di infliggerci un dispiacere, è vero; è vero anche che se tali decisioni riguardanti la propria vita inserita in un contesto di socialità (famiglia, lavoro, amici), non vengono prese tenendo in considerazione di avere un "debito" di onestà nei confronti di coloro i quali sarebbero toccati dalle nostre decisioni, a causare il danno non è tanto la scelta in sè, quanto la mancata considerazione dell'altro.
Basterebbe essere chiari, perché la chiarezza è rispetto, onestà, e l'onestà in questa forma è la più alta prova di altruismo ideale, nonostante necessiti dell'egoismo per esprimersi.

Non credo di essermi spiegata; sembra che io suggerisca una sorta di rendicontazione necessaria verso gli altri prima di prendere alcuna decisione. Non sarebbe sensata, né percorribile come via. Intendo solo dire che se il 15 ottobre si sposa tuo cugino Mario, in fretta e furia perché ha ingravidato una ventenne al paesello, e tu sai che quel giorno hai una riunione a cui la tua presenza sarebbe ben più che gradita, invece di metterti in mutua per un paio di giorni il 14 ottobre e volare in terra natìa, perché non prendere due giorni di ferie, anche se il tuo capo non ne sarà felice? Il risultato sarebbe lo stesso, non andrai al lavoro, ti vestirai col vestito che hai messo al matrimonio di Claudio due anni prima, e il 15 ottobre sarai in chiesa, quarta fila sulla destra, tra zio Erminio e la sua gamba di legno e zia Lugia perennemente preceduta dal suo nausenate profumo di almeno un minuto e mezzo. Solo che nel primo caso avresti "barato" usando l'inflazionato colpo della strega, servendoti della cara vecchia previdenza sociale; nel secondo caso avresti espresso un bisogno in quel momento prioritario, assumendoti la responsabilità della tua assenza che, in ognuno dei due casi, sarà comunque reale.
L'integrità è specchio dell'onestà, verso sè stessi prima che verso gli altri.



Sono passati due giorni dal non-accaduto. I tre paragrafi separati dagli asterischi sono stati scritti rispettivamente il giorno stesso, quello dopo e quello dopo ancora. E oggi la rabbia non c'è più. C'è qualche domanda appesa al filo a prendere aria insieme ai calzini spaiati, c'è un po' di amarezza e delusione. Ma c'è anche la volontà di non permettere agli accadimenti di contorno di spostarmi da dove voglio essere, da quella che sono. Prendo atto, prendo nota, aggiusto la strategia, e provo a cambiare atteggiamento. In fondo, non è così che dovremmo vivere le cose che succedono (il riflessivo "ci succedono" in questo momento mi sembra pure lui troppo egocentrico) come stimoli a cambiare, ad allargare le vedute; non sono spesso opportunità per scoprirci altri da quelli che già siamo?

venerdì 6 settembre 2013

COSE CHE NON HO


A volte vorrei non avere gli occhi.

Essere un albero, percepire ciò che sta intorno, prendere le carezze di chi si accoccola ai miei piedi, sentire il solletico dei bambini che ridono giocando tutt'intorno, mangiare e bere dal fondo più scuro e vivo della terra, dare fiori, frutti, foglie, riparo, indistintamente, indiscriminatamente.

Oppure un cane.
Mi piacciono i cani, mi sono sempre piaciuti.
Loro, gli occhi, ce li hanno. Quello che non hanno è la capacità di giudizio, di discernimento.
E a volte farebbe comodo trincerarsi dietro una "cecità" innata, invece che dover fronteggiare la propria inadeguatezza a ciò che non è conforme agli standard.

Oggi ho visto un ragazzo.
Tornando dal lavoro, ho attraversato il parco insieme ad E. e l'ho visto.
I vialetti erano affollati; fa inspiegabilmente caldo per Bruxelles, caldo come nelle notti lunghe a casa dei miei, fuori, a boccheggiare come pesci mentre il cielo si riempie di lentiggini.
Famiglie, bambini, anziani, ragazzini a sciami, come api.
C'era un gruppetto di adolescenti abbastanza nutrito, in piedi attorno ad una panchina.
Ridevano, scherzavano, si mostravano i rispettivi telefoni e si davano buffetti sulle spalle.
Lui era con loro, anche se non stava parlando con nessuno ed era fuori di qualche decina di centimetri dal semicerchio che i suoi amici avevano imbastito.

La metà sinistra del suo viso era regolare; un occhio, mezzo naso, due mezze labbra. L'altra metà era una massa enorme, rotonda ma al tempo stesso senza forma, con escrescenze che, probabilmente erano l'altra metà sensoriale del suo cielo.
Credo di aver sgranato gli occhi. Credo anche sia stato davvero un attimo, fulmineo, in mezzo al buio ancora umido del giorno.
Sono certa, di una certezza granitica, scientifica, quantificabile, che lui abbia visto l'espressione sul mio viso alterarsi.
Anche se era buio, anche se, magari, quella di sgranare gli occhi è stata solo un'impressione, anche se è durato meno di un istante.

Chissà come deve stare quel ragazzino dentro quell'involucro così insolito. Come si sta con il volto deturpato nell'epoca in cui l'agonismo per la perfezione ha surclassato la ragione? Come si sta quando un altro stupido essere umano, uno qualsiasi, non riesce a contenere lo stupore nel vederti, così diverso, inaudito, mai accaduto prima?

Sono io lo stupido essere umano qualunque.
Sono io inadatta ad accogliere la luce abbacinante del mondo nel suo sostanziarsi tanto nella media quanto nell'estremo.
Sono io immeritevole di occhi, impreparata a tutto ciò che non sono io.

Se adesso avessi un desiderio da esprimere, uno solo per il resto della mia vita, io vorrei parlare con lui. E non per pulirmi la coscienza su uno zerbino di forzata "normalità", solamente per dirgli che è la mia ignoranza a sgranare gli occhi, che è l'ignoranza della maggioranza a non saper contemplare l'eccezionalità, ma che in realtà, il mio sentire l'umanità, l'uomo universale che sta sul fondo di ogni persona, è cieco come un albero, cieco come un cane, cieco come uno cui non servono gli occhi per vedere le cose.

Ma un desiderio in tasca non ce l'ho.
Ho addosso una stanzhezza che sento di dovermi levare come fosse un cappotto troppo pesante.
Sono le due e mezza; vado a dormire con la speranza di incontrarlo ancora.

lunedì 2 settembre 2013

LONG TIME COMIN'


Credi in Dio?

Fracassarsi un mignolo contro uno spigolo inciampando sui vestiti lasciati a terra la notte prima fa così domenica mattina.
E pensare a quanto mi manca il mare, ai 38° che c'erano a casa mia, alle zanzare grandi come giaguari, ai pranzi in giardino, all'ombra di quella magnolia che mi ricorda mia nonna.
Guidare lungo, guidare veloce, rompendo la notte con quella scatoletta rossa con le ruote.

Non ti sembra di non essere ancora nato mentre stai con la testa sott'acqua?

I capelli bagnati, neri, al centro della schiena come un tronco al centro della terra, mentre il sole annega alla fine del mare e le barche si avvicinano alla scogliera, cercando un attracco vicino a riva dove cenare in santa pace. Nuotare verso l'orizzonte poco prima che il giorno si sciolga, sola col rumore delle onde e il respiro che si fa denso. I vestiti stropicciati intrisi di salsedine, e la luna appena sveglia, eppure già bellissima.

Hai mai pensato a quanto tempo passiamo a fare e pensare a cose che, alla fine, non hanno poi molta importanza alla fine di una giornata?

Il pesce appena pescato, fritto e poi mangiato con le mani, con una boccia di bianco a fare da mediatore tra il pensiero e le emozioni. La musica in sottofondo, e tutta questa gente che balla insieme, in mezzo ad una piazza, senza vergogna alcuna. Saltare, bere, cantare e cercare di mantenere l'equilibrio, ebbra di mare, di sole, di cose belle che non hanno nome ma stanno lì in fondo alla pancia, in mezzo al vino e al pesce fritto.
Sono così diversa da chi sono stata, e tu sei così diverso da chiunque abbia mai conosciuto.

I bambini sono creature straordinarie, a qualsiasi latitudine. Senza parlare, senza conoscersi, con le bolle di sapone spinte dal vento, e questa piccola ninfa dei Balcani che prova a prenderle mentre ride con il vento addosso e il mare nel sangue. E tutte quelle stelle, Cristo.

Hai visto quante sono le stelle in cielo?

Non mi manca niente. Gli alberi intorno, il cielo sopra e la terra sotto. Cosa può mancare, ad un uomo, quando tutto ciò di cui è fatto è tutt'intorno, di una bellezza così semplice, violenta, intensa?
Vorrei dire niente, vita natural durante, niente.
E invece quando l'uomo si è alzato su due zampe, spinto dalla tensione al miglioramento, al superamento, è stato il momento in cui ha iniziato a porre intermediari tra sè e la natura, a costruire, insieme agli utensili dei primordi, piccoli compromessi, surrogati, artifici, che hanno finito per diventare nuove mani, nuovi piedi, nuovi corpi.
Eppure, sotto la crosta di quei duemila anni di abitudini mutuate, evolute, contaminate dalle circostanze, si sente ancora l'animale che respira insieme all'universo. I piedi scalzi, i corpi nudi, neanche l'ombra di un tetto sopra la testa, ed è fatta, la sensazione migliore possibilmente sperimentabile da un uomo è a un paio di scarpe di distanza, due stracci e qualche metro quadrato di cemento.

Mi piacciono le parole, i libri, tutte le cose che possono contenere; mi piace avvolgere una sciarpa attorno al collo quando fa freddo, cucinare mentre la notte si mangia tutto là fuori, mettere un velo di rossetto rosso prima di uscire di casa. Mi piace parlare delle dinamiche sociali di cui siamo schiavi e fautori, di quello che vorrei fare con questa testa e queste mani, dei posti in cui vorrei andare con questi piedi vestiti di scarpe e calzini; mi piace pensare a quanto sia incredibile che l'uomo sia riuscito ad inventarsi dei grugniti, poi delle parole, poi delle frasi, e infine una lingua che avesse un senso universalmente riconosciuto da parte di un congruo numero di persone; mi piace camminare su due zampe e averne due libere per fare altre cose; mi piace studiare, conoscere, sapere che qualcuno un giorno, si è svegliato ed ha sentito l'esigenza di inventare il cricket, l'orologio e lo spremiagrumi.


Lo sapevi che passiamo l'80% della nostra vita al chiuso?

Andare al mare, in un bosco, ovunque non ci sia nulla di costruito; spogliarsi di ogni cosa e stare in silenzio.
Questo mi voglio ricordare.

giovedì 27 giugno 2013

MANGIARE BERE UOMO DONNA

Piove.
Chissà i miei amici Barboni dove dormono.
Barboni, con la B maiuscola. Ad essere sinceri, ognuna delle lettere di questa parola meriterebbe la maiuscola. Cubitale e al neon, chissà che le persone per la strada riescano a vederli.
Vederli come esseri umani, intendo. Ostacoli alla viabilità, rompicoglioni, accattoni, barboni, appunto; in questo senso le persone li vedono eccome.
Come?
Come feccia, individui di serie C, ubriaconi, ladri talvolta, finiti per la strada perché incapaci di tenere insieme la propria vita.
Ci sono strade qui a Bruxelles in cui ce ne sono diversi. Stanno fuori dagli edifici delle istituzioni europee, dai supermercati, dalla società. Come fiori, crescono agli angoli di strada, cocciuti e incuranti delle intemperie, metereologiche ed emotive, che devono attraversare senza posa.
Spesso sono sporchi, non tutti però, alcuni di loro devono avere almeno un posto in cui lavarsi e dormire. Molte volte non chiedono niente, proprio niente, se ne stanno immobili con lo sguardo impagliato e un bicchierino da caffè in mano, impolverati come soprammobili dimenticati su una mensola nascosta.
C'è stato un tempo in cui, in qualche modo, riuscivo a dormire comunque. Forse perché dove abitavo prima si trattava nella stragrande maggioranza dei casi di zingare, ragazze molto giovani, piene di vita, di energie, con stuoli di bambini a presso, oltre a strascichi ben visibili della loro cultura. Quello, mi dicevo (e tuttora fatico a non pensare che sia così), è uno stile di vita; chiedere l'elemosina strumentalizzando i bambini, le emozioni umane, per andare a toccare laggiù, dove un adulto non può arrivare. Suppongo ci sia molto altro dietro, so di non capire, sono troppo ignorante a riguardo per pronunciarmi, non posso dire di conoscere la loro cultura. Ma li ho sempre visti girare in comitive, ritornare al proprio branco dopo una giornata di "lavoro", e tanto bastava a darmi pace.
I miei amici invece, i miei amici Barboni, non sempre hanno un branco, non sempre hanno qualcuno da cui tornare.
Ad esempio quel signore, quello magro magro, senza denti, che si mette spesso fuori dal Delhaize, lui secondo me qualcuno da cui tornare non ce l'ha. Lui è uno di quelli che non chiede mai niente. L'altro giorno è entrato al supermercato mentre facevo la spesa; si è messo a guardare il piccolo frigo all'ingresso e i tramezzini esposti. Immobile, con gli occhi sbranati dalla fame, umidi per la luce artificiale, si è messo una mano in tasca, ne ha estratto degli spicci ed ha iniziato a contare. Io credo mi si spezzi qualcosa dentro in certi momenti, proprio fisicamente, sento uno "STOCK", una falda che si apre.
Mi avvicino, gli chiedo cosa vuole mangiare, se gli andrebbe del latte, lui annuisce, mi ringrazia ed esce fuori ad aspettarmi.
Mentre mi aggiro per le corsie, in mezzo a tutto quel cibo, quelle persone cariche di cose da fare, da comprare, di pensieri, mi viene la nausea, come se avessi ingoiato una manciata di sabbia.
Ci sono anch'io tra quelle persone.
Un misto tra orrore e amarezza. Lo schifo, mio e di tutta questa società malata, il disgusto nel sapere di vivere in un mondo che ti insegna a provare due e solo due tipologie di emozioni per i senzatetto, una è la compassione, l'altra è la paura. O li eviti o dai loro dei soldi. Come se si morisse solo di fame, e non di tristezza, solitudine, vuoto emotivo, aridità umana, come se a quelle persone mancasse solo il cibo o due euro in tasca.
Quando esco gli porgo una busta con un po' di cose, vorrei chiedergli come sta, dove sta, ma non ci riesco, aprire bocca in questo momento significherebbe piangere. Farfuglio qualcosa che vuol essere una preghiera più che un saluto e corro a casa.

C'è anche Hemingway all'uscita del Delhaize. Lui è un insospettabile. Cappotto blu come la notte, barba bianca, relativamente curata, in carne e ben nutrito. Lui ha gli occhi di un bambino. Non riesco mai a ricordarmi di che colore sono, credo chiari, ogni volta rimango rapita dalla meraviglia che c'è nei suoi e i colori diventano dettagli inutili. Ha lo sguardo vivace, felice oserei dire. Qualche volta ho provato a scambiare qualche parola, ma lui conosce solo merci beaucoup madame, bonne chance, bonne soirée. E' rumeno, quello riesce a dirmi. Il suo nome invece no, non ha capito la domanda ed io non ho più lingue da usare.

Anche oggi ho rivisto il signor Grissino, quello magro magro. Stavo andando a comprare la frutta nel mio quartiere, quando l'ho visto camminare a testa bassa dall'altro lato della strada. Andava in direzione opposta alla mia. Poco vicino c'era un piccolo locale affollato, gente che mangiava il kebab in piedi, ciarlando del più e del meno probabilmente. Avrei voluto fermarlo, portarlo a mangiare e ascoltarlo parlare. Invece me ne sono rimasta immobile, piena di buste, dall'altra parte della strada ad intralciare il passaggio, a guardarlo passare insieme alla sua desolazione intessuta di compostezza.
Lui è entrato in un bar, io sono andata a prendere le mele.

Non riesco più a dormire.


venerdì 21 giugno 2013

LIKE ALL DREAMERS CAN'T FIND ANOTHER WAY

Sul computer ho un album di cover, registrato da mio fratello insieme al suo vecchio gruppo.
All'epoca - si parla di più di dieci anni fa -, la formazione era di tre elementi in acustico. Tre amici, tuttora tali, che avevano messo in piedi questo Ménage à trois, così si chiamavano, e suonavano tutto in acustico. Direi che quella, su tutte, è stata in assoluto la mia band preferita tra quelle in cui mio fratello ha militato.

Ho ascoltato mio fratello suonare da che ho memoria. Letteralmente. Credo avesse otto anni quando ha iniziato con il piano. Poi c'è stato il  basso, poi la chitarra, oltre a decine di altri strumenti occasionali. Credo sia un dono, quello di riuscire a cavare qualcosa di sensato da un qualsiasi strumento o supporto che produca musica dopo un paio d'ore passate ad aggeggiarci.

Facevo ancora le elementari quando, seguendo le note di Smoke on the water, mi avventuravo nel garage di casa dei miei e gironzolavo tra i cavi mentre i "Chamberpots and the intestinal problems" davano il meglio di sè provando e riprovando le stesse canzoni. Ed è assurdo, perché dire che tutto ciò ha fatto parte del mio imprinting credo sia ancora riduttivo; tuttora, quando sento l'intro di Smoke on the water, io lo sento fatto da  loro, mica dai Deep Purple.
Noc-noc-nochin on di hevens dor, canticchiavo senza nemmeno sapere cosa significasse e inventando di sana pianta ogni parola. Pensavo che Axel Rose fosse davvero un gran figo, oso dire che è stato il Simon Le Bon alternativo della mia generazione. O almeno, di quello stuolo di sorelle minori cresciute con fratelli aspiranti musicisti. Ma segretamente, io sognavo di essere Slash. Voglio dire, una massa di riccioli neri impazziti, un cilindro in testa e una chitarra elettrica, come si può non voler essere Slash?

Ricordo anche che avevo una cotta per C., il batterista dei Chamberpots. Nonostante fosse un ragazzo pure lui, aveva già l'aria di qualcuno che ne aveva viste di cotte e di crude nella vita, galera compresa. Ovviamente C. non c'era mai stato in galera, e nemmeno ne aveva viste di cotte e di crude, ma io avevo dieci, forse undici anni, e l'aria da bad boy era più che sufficiente per provocare nella sottoscritta una cotta in piena regola. Il clichè assoluto insito nell'avere un debole per l'amico di tuo fratello maggiore, mi fa sorridere di tenerezza.

Quand'ero un po' più cresciutella, c'è stato un periodo in cui mio fratello suonava anche con mio cugino, A. Più giovane di me di un anno, è senza dubbio un altro membro della famiglia toccato dal fulgore divino della musica. A. ed io abbiamo un feeling innato dalla notte dei tempi, quel tipo di alchimia che, in epoche passate ma nemmeno tanto remote, avrebbe fatto di noi una felice coppia di cugini sposati. Per fortuna i cosiddetti tempi moderni, l'assenza di perversioni da ambo i lati e il fidanzato palestrato di A., hanno sancito la linea di confine nel punto esatto in cui è giusto che stia, facendo di noi due adorabili cugini uniti da un fil rouge inossidabile.
Capitava spesso durante l'estate, che A. rimanesse a casa mia per il week end, week end in cui badavamo bene a coltivare quel germe di vita dissoluta e vagamente bohemienne che sembra essere un'altra tara nel dna della mia famiglia. Stavamo svegli fino a mattina, in giardino a guardare le stelle e parlare del futuro, fumavamo tutte le sue sigarette, tutte le mie, per poi rubarle a mio padre dalla scorta di emergenza; mangiavamo schifezze fino a sentirci male, bevevamo qualche birra, ridevamo con le mani alla bocca perchè era tardi e in paese la notte non muove un muscolo, andavamo a fare lunghe passeggiate calpestando il buio di cui il mondo non avrebbe dovuto sapere, cose così.
Quella notte, io avevo 15 anni, A. ne aveva 14. Il cielo era un fondale scuro crivellato di lentiggini di porcellana, i grilli frinivano tutt'intorno e noi fumavamo seduti su sedie di plastica bianche. Erano le tre quando un furgone scuro si fermò davanti al cancello di casa. Era mio fratello, di ritorno dalla sala prove con il gruppo.
Lo guardai scendere dal retro, aprendo il portellone posteriore sotto la luce immobile del lampione. Magro, alto e bello, con i riccioli scuri di Giannini quando esce dall'acqua in "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto". Guardò nella nostra direzione, sul terrazzo, a una decina di metri da sè. Per via del buio, lui non poteva vederci, sapeva solo che eravamo lì, forse per via delle stelle cadenti accese alla fine delle nostre sigarette.
Fece un cenno con la mano, mentre un sibilo usciva acuto dalle sue labbra, "Pssss... Venite!". In un attimo eravamo nel furgone, con gli altri musicisti, gli strumenti, una bicicletta e una cassa di birre. Sballottati a destra e a sinistra, senza poter vedere la strada, con l'odore di alcool, sigarette e notte d'estate che si era infilato nell'abitacolo, sembrava davvero di essere in viaggio con Sal Paradise. A. ed io ci guardavamo, complici, col latte bevuto poco prima che ballava nello stomaco e il riso di due adolescenti stampato in faccia. Avremmo ricordato quella notte come uno dei momenti topici delle nostre vite.

Tornando all'album di cui parlavo in apertura, lo trovai un giorno per caso dove era rimasto per anni, impigliato tra vecchi libri in nuove edizioni economiche, cataste di fumetti e polvere vecchia almeno di un lustro.
Non so neppure cosa stessi cercando, ma ricordo perfettamente che accesi lo stereo, inserii il cd, e da allora non ho più smesso di ascoltarlo, tramandandolo di cd in computer, di computer in chiavetta, fino ad arrivare all'attuale pc.
Le armonie, le sonorità, i tempi sono più che buoni, l'alchimia tra gli elementi è palpabile ad ogni brano, la scelta delle canzoni è un mix perfetto tra classici e contemporanei, riarrangiati in chiave acustica ma decisamente non scontata. Ma a parte questo, rimane il demo di un gruppo non professionista, con i pregi e i difetti che questo comporta. Perciò, cosa ci sia di speciale in quel disco fatto in casa, non lo so; so solo che non posso fare a meno di ascoltarlo, anche ad oggi, con tutti gli anni che si porta in groppa e le plurime band cui mio fratello ha preso parte nel frattempo.

Una cosa di cui sarò eternamente grata a mio fratello, è che anche nei periodi peggiori del nostro rapporto, ovvero il decennio tra i 6 e i 16 anni, quello in cui ti strapperesti vicendevolmente i capelli dalla testa se solo potessi, anche quando la parola "odio" rivolta verso un tuo familiare non sembrava ancora abbastanza, mi ha sempre lasciato gironzolare in mezzo ai cavi quando lui suonava. Sempre.
 Ora che siamo cresciuti, e la parola "odio" sembra solo un tenero abominio dell'infanzia, suoniamo spesso insieme. Quando sono a casa, uno dei due prende uno strumento, inizia a suonare e l'altro lo segue; uno intona un paio di note e l'altro nel frattempo ha tirato fuori un'armonica da non so dove; uno attacca con una "Baby one more time" buttata lì in acustico e all'altro scappa immediata una doppia voce.
Ci divertiamo un sacco, io e lui.
Non so come farei, senza quello lì che suona da una vita.

martedì 4 giugno 2013

INELUTTABILE

Risalgo la lunga salita che conduce al parco, con il sole addosso nonostante l'inverno senza fine, e la fatica proporzionale al grado del mio ritardo e, dunque, alla velocità del mio passo.
E' sabato, e lo si percepisce in ogni singolo atomo. Niente, nello specifico, ma qualcosa nell'aria, nei visi delle persone che incontro mentre vado al lavoro, giurerei perfino nella percezione stessa di questa strada in salita, denuncia che è il giorno tra il venerdì e la domenica.
Alla sommità della via, quando manca poco e ci si sente più stanchi, rallento leggermente, ansimante, intenta a cercare di mantenere l'equilibrio, l'andatura, le borse sulla spalla e, nel mentre, godermi quel po' di sole giunto senza preavviso.
C'è un signore in attesa davanti ad un portone. Indossa un impermeabile fino al polpaccio, dei pantaloni color corteccia su scarpe di tela scure ed una coppola grigia. Da un citofono, una voce un po'distorta, metallica, si fa strada fino alle mie orecchie. E' una voce di bambina che, in francese, chiede alla persona che sta in attesa di annunciarsi, aggiungendo che ha avuto l'ordine dalla mamma di non aprire agli sconosciuti.
Il signore, leggermente chino, forse per udire con maggior chiarezza cosa la bambina stesse dicendo, la lascia parlare fino alla fine con un sorriso sincero che gli riempie il viso. Sembra un ragazzino. Esita un attimo, si avvicina all'interfono e, in italiano, dice " Sono il nonno".
Sussulto.
Mi si stringe un po' il cuore, anche se il sole splende, gli alberi ondeggiano al vento ed io continuo ad essere in ritardo.

Finalmente sono giunta al parco, la strada si fa piana e posso dirigermi verso l'edicola per comprare Repubblica; il sabato è compito mio. Ripenso a quel nonno, e al mio cuore ritorto come quando devi spremere una maglia bagnata prima di tenderla sul filo. Penso al momento in cui ho avvertito quella piccola crepa sfaldarsi, un bacino di benevolenza che, a tratti, fatica a contenere emozioni in rivolta.
Cammino per qualche metro ancora e vedo una ragazza seduta su una panchina. Di fianco, un passeggino con dentro una bambina che avrà poco più di 2 anni. La mamma ha gli occhi chiusi, il volto rivolto verso l'alto, a baciare il sole; la bambina invece guarda la sua mamma, con un'espressione sul viso che non si ha per nessun altra cosa al mondo, se non per la propria madre.

Mamma, nonno, papà e nonna. Una sillaba che si ripete per due volte, con varianti microscopiche come il raddoppio di una lettera o un accento alla fine. Tanto basta a circoscrivere, in maniera universalmente accettata, i membri di una famiglia. Parole semplici, da ripetere e da ricordare. La tenerezza che mi assale quando penso che probabilmente è stata un scelta inconsapevolmente volta a facilitare l'esplicitazione verbale di questi legami, è indicibile.

E' una giornata bellissima, e penso che sarebbe bello sedersi al sole con un libro e nient'altro. Invece non mi siedo e continuo, giornale in saccoccia, il tragitto verso la libreria. Busso, come al solito mi apre D. e, sorridente, mi abbraccia.
Scendo le scale, poso la borsa e il giubbotto, tiro fuori i computer dalle rispettive tane notturne e nel frattempo mi lavo i denti. Ho quasi finito il dentifricio, e continuo a dimenticarmi di ricomprarlo. Considerando che ne tengo sempre un tubetto in borsa, mi domando come mai io non compri mai i famigerati formati convenienza, con due, tre, cinque dentifrici a pacco.
Rifletto sulla mia mancanza di pragmatismo che investe anche cose come queste, mentre mi guardo allo specchio nel bagno degli uomini.
E' un attimo e mi blocco, con lo spazzolino incastrato in bocca e il sapore di quella schiuma bianca che riesce sempre a farmi lacrimare.
Mi sfiora un pensiero.
Io, i pacchi convenienza, non li compro quasi mai. E non perché tecnicamente vivo sola, lo faccio anche per prodotti la cui edibilità non è a scadenza immediata o breve.
Perché le persone comprano i pacchi convenienza? E perché io no?

Suppongo di sapere di cosa si tratta nel mio caso, ma mi sembra talmente assurdo che ho sempre evitato accuratamente il pensiero.
Si tratta dell'inutilità di avere scorte di dentifricio o scatolami da qui a novembre.
Si tratta di trovare inquietante il pensiero di avere già disponibile ciò che potrebbe servirmi tra qualche mese.
Si tratta, anche, della morte.

Mentre nel caso di chi le scorte le fa eccome credo che, oltre al pragmatismo, ci sia della speranza anche in cose come queste, tacita ma c'è. Nell'avvenire, si, ma più atavicamente e semplicemente, nella certezza che ci serviranno, 6 pacchi da 400gr di fagiolini, che vivremmo abbastanza da consumare quei dentifrici e cambiare lo spazzolino altre 5 volte per dare senso al pacco convenienza.

Invece moriamo tutti.
E i nonni, temo, muoiono anche un po' di più.

lunedì 27 maggio 2013

TUTTI GIU' PER TERRA

L'altra notte ho fatto tardi.
Tardissimo, per la verità.
Albeggiava al mio rientro.
Stando al momento in cui le danze sono finite e i saluti da film in bianco e nero sono stati eseguiti (ovvero frettolosi, sotto la pioggia e davanti ad un taxi), avrei potuto essere a casa per le 3.

E' che poi io mi conosco, lo so come divento in quelle notti in cui mi prude il cuore.
Non dormirei mai.
Leggerei fino a che non mi si annebbia la vista.
Parlerei con le persone fino a che non mi finisce la voce.
Camminerei fino a sentire i tendini che s'infiammano e i piedi che dolgono.
E poi c'è questa pioggia, sant'iddio, questa pioggia perfetta nonostante questo maggio ingiusto che sembra non voler svernare.
E' una pioggia bella, di quelle che ti tengono sveglio, con le orecchie in tiro ad ascoltare ogni goccia che cade, di quelle che rendono le strade languide e nere come capelli orientali, di quelle che andarsene a casa, andarsene a dormire, sembra un sacrilegio.
Allora mi siedo, sopra uno scalino, sotto una tenda, per non bagnarmi e sentire ancora più freddo. Mi siedo e inizio a leggere, con le ginocchia raccolte, il cappotto umido e il berretto cacciato in testa. Leggo per quasi un'ora, fino a che mi si avvicina un ragazzo chiedendomi una sigaretta.
Si siede di fianco a me, e osserviamo lo strascico di questo sabato notte passarci davanti con un drink in mano, con le risate abbracciate di quelli alticci, con un paio di tacchi troppo rumorosi, o con le urla di quelli che corrono per raggiungere un taxi senza bagnarsi troppo.
Passa un po' di tempo prima che iniziamo a parlarci.
Io guardo le persone, i gesti, i visi deturpati di chi ha bevuto troppo, quei due che si baciano all'angolo della strada, quei quattro che camminano incuranti della pioggia, ridendo sguaiatamente nei loro impermeabili aperti.
E penso che vorrei non sentire il freddo, togliermi tutto e camminare sotto la pioggia; penso che mi sento come se potessi parare i fulmini con le mani, infilare un dito nell'asfalto lucido come lo infilerei nell'acqua, correre scalza e sentire quel poco di dolore che rimane piacere fino a che non incontri un sasso,accarezzare il viso delle persone senza essere percepita, passare come il vento, le stagioni, le cose belle e quelle brutte.

Il ragazzo mi parla, inizia a farmi domande, a raccontarmi della sua vita, di come ha trovato sè stesso in mezzo ad un groviglio di cavi elettrici, troppi computer e le note di un pianoforte.
Ha 31 anni, gli occhi come due scintille di mare, azzurri e luminosissimi. La barba incolta, bionda, e un sorriso che parla da solo. Fa il musicoterapeuta. Anzi, è un musicoterapeuta. Lavora con gli anziani malati di alzheimer, i bambini affetti da autismo e/o ritardi mentali. A volte è la musica a funzionare; a volte i movimenti di un corpo in relazione ad un oggetto e ad uno spazio; a volte i rumori; altre volte i silenzi.
Gli chiedo se non gli si spacca il cuore un po' ogni giorno con il lavoro che fa.
Lui risponde che è dura, ma il momento in cui si stabilisce una qualunque connessione con uno dei pazienti è unn momento magico, irripetibile, che vale tutto il dolore che c'è stato prima e ci sarà dopo.
Io sorrido, annuisco, gli occhi lucidi come la strada.

Poi arriva un altro ragazzo; i suoi, di occhi, sono due crateri scuri colmi di preoccupazione. E' intatta la sua crisalide, il suo corpo, ma si vede che da qualche parte è rotto come un calzino consunto. Da un anno è senza lavoro, vive alla giornata. Per fortuna con la disoccupazizone che percepisce riesce a pagarsi un affitto, ma non è molto e a fine mese ci arriva a stento. Ci racconta che la sua vita è un disastro, al momento. Il lavoro, l'amore, le amicizie, niente che vada per il verso giusto. Si sente abbandonato, tradito, e forse lo è.

Parliamo fino alle sei del mattino, su quello scalino scomodo, con la pioggia che scende e noi, tre sconosciuti, seduti l'uno di fianco all'altro.
Ci salutiamo, pronti a prendere tre direzioni diverse, con un abbraccio sincero, che per un attimo non si sente più il freddo nè la pioggia.

Prendo un taxi e scivolo verso casa, fendendo le gocce in caduta libera fuori dall'abitacolo, osservando i cartelloni pubblicitari con ragazze in costume, famiglie sorridenti che parlano al telefono, sacchetti strabordanti di verdura fatta al computer.

Penso a quanto siamo brevi.

Metto una coperta in più per cercare di scacciare quel gelo che si è infiltrato fin nelle ossa.

Penso a quanto siamo brevi.
Fino a che non mi addormento esausta.