sabato 18 aprile 2009

NOBODY PUTS PATRICK IN A CORNER


Non sono mai stata una regina del gossip, non so che dieta segua Britney Spears (forse nessuna?), quanti siano gli anni di differenza tra Demi e Ashton, non so se Miley Cyrus voglia arrivare vergine fino alla morte e cose simili. So solo ciò che rimbalza da un giornale all'altro, da un programma tv all'altro, per forza di cose, per la loro onnipresenza in qualsiasi canale informativo, credo che anche mia nonna sappia quanti figli hanno i Brangelina. E tutto questo gossip dal dorato mondo dello star system mi lascia abbastanza indifferente, se non fosse che, in alcuni casi, la notizia mi tocca, e non posso fare a meno di parlarne. E' questo il caso. Patrick Swayze, ballerino strabiliante che fa ondeggiare lo statuario fondoschiena e la "coppa lunga" a ritmo di musica in Dirty Dancing, triste fantasma che non vuole lasciare la sua donna senza averle detto per l'ultima volta che l'ama in Ghost, biondissimo e carismatico surfista che rapina banche con la sua gang travestiti da ex presidenti in Point Break, è in fin di vita. Divorato da un tumore al pancreas, è stato in chemioterapia fino a gennaio quando ha deciso di smettere, dopo che i dottori hanno detto di non poter fare più nulla per lui. Non sono mai stata una sua fan accanita, e non posso certo dire di aver visto tutti i suoi film, ma Dirty Dancing è uno di quei film ultra-generazionali intramontabili, chi non ricorda la sua schiena scolpita e sudata che trascina quel rospo di Baby in una salsa caliente? Chi può dimenticare la mitica frase "nessuno mette baby in un angolo!"? E chi, ancora, non ha sentito l'irresistibile impulso di ballare vedendolo in quella fantastica camminata anni '80 in mezzo al pubblico, con la camicia attillatissima aperta fino all'ombelico nella scena finale?"Now I've had the time of my life" recita la canzone, triste destino? forse, ma noi speriamo non sia vero, noi speriamo che ce la farà il nostro Patrick, che non si arrenderà, ma comunque vada saremo con te, NOBODY PUTS PATRICK IN A CORNER.

http://www.youtube.com/watch?v=7GBy7rBzz_I

martedì 7 aprile 2009

venerdì 3 aprile 2009

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Vi capita ancora di lasciarvi stupire dalla vita? Parlo delle cose più semplici, delle vostre città, le stesse che vedete ogni mattina da vent'anni o forse più, delle cose che vi circondano, delle persone... Le persone poi... ecco, le persone sono qualcosa di straordinario,qualcosa di così irriproducubile,unico e incredibilmente imperfetto che a volte rimango senza fiato per qualche secondo. E mi succede sempre quando incontro quel genere di persone che, per qualche motivo, attirano la mia attenzione, che mi sembrano, come dire... speciali, diversi, non saprei da chi e da cosa, solo diversi, spogliati per qualche istante, da quella patina di uniformità con cui tutti, più o meno, ci vestiamo quotidianamente. Ho incontrato un uomo, qualche anno fa, abbiamo condiviso poco,pochissimo, quasi niente. Tre giorni. Tre giorni nei quali siamo sempre stati in pigiama, pochissime parole, non ricordo nemmeno il suo nome, nè dove vive, ricordo solo che era un omone di quasi due metri, di una gentilezza disarmante e con gli occhi di un azzurro così intenso da sembrare acquamarine. E ricordo il suo pigiama a righe. Sembrava il signor Rossi, proprio quello dei materassi, soltanto un po' allungato. Nel reparto eravamo gli unici a non riuscire a dormire la notte, così alle due o giù di li, mentre me ne stavo a cercare le stelle nascoste dietro un cielo piangente, guardando fuori dalla finestra della sala d'attesa,dove filtrava una luce così debole da farci sembrare completamente blu, lui arrivava alle mie spalle,ciabattando silenziosamente dalla camerata maschile, ci scambiavamo un sorriso e ci sedevamo sulle sedie fredde dell ospedale; qualche parola, ma così inutili che ciò che ricordo di quelle notti sono i silenzi, seduti l'uno a fianco all'altra,in pigiama. E poi ricordo che mi offriva sempre un ghiacciolo. All'anice. Questa dev'essere stata una delle poche parole che gli ho detto:"Anice, grazie". Ciabattava fino all'nfermeria e tornava con due ghiaccioli. E lui, che riusciva a parlare un po più di me, mi ha parlato della sua famiglia, di sua moglie, forse lavorava in campagna, ma non ne sono sicura. Non so niente di lui, non so il suo nome, di dove sia, che fine abbia fatto, siamo stati seduti vicini in silenzio per tre notti, nient'altro. Eppure mi sembra di averlo conosciuto. Eppure ho la sensazione di aver condiviso qualcosa di prezioso con lui. Forse il fatto di trovarci afoni, nell'impossibilità di comunicare nel modo più efficace che ci viene insegnato; forse il fatto di essere stati compagni di "sventura"; forse il fatto di trovarci li, soli, in pigiama, con la sola luce della luna... E'un paradosso solo pensarlo, ma credo che il fatto di non riuscire a comunicare, di trovarci improvvisamente incapaci di ciò che ti insegnano essere indispensabile, ci abbia in qualche modo unito, come altrimenti non poteva essere. Ed ogni tanto ripenso a quelle notti, silenziose, ovattate come quando sei sott'acqua, al suono della pioggia battente, a quella luna che sembrava parlare al posto nostro, alle risa miste al dolore per aver riso delle rispettive ciabatte. E mi chiedo: signore con il pigiama a righe chissà dove sei, come stai...Magari se ti rincontrassi "vestito" e parlante non saprei riconoscerti, forse abbiamo tutti una sensibilità sconosciuta, che aspetta solamente che ce ne stiamo un po'zitti per poter parlare . E mi chiedo, sei felice,signore col pigiama a righe?