venerdì 24 dicembre 2010

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Lunga assenza. Causa studio intenso, un esame in meno, il computer ancora al centro assistenza e un lungo week-end milanese, ho latitato per un po'. Il tempo scorre così velocemente, che quando me ne rendo conto, provo la stessa sensazione di quand'ero piccola e provavo ad afferrare il vento con la manina fuori dal finestrino del'auto. Il tempo. Concetto inafferrabile, relativo e spavetoso, quello del tempo. Ore inghiottite come rotaie da un treno in corsa, attimi che diventano liquidi come caramello, prolungandosi all'infinito, giorni che si inseguono come briciole di pane spazzate via da un soffio... E pensare che il tempo non esiste nemmeno...
Sono stata a casa di un pittore, casa-museo ad essere precisi; era esattamente come l'ha lasciata lui quando è morto: grovigli di fili metallici sospesi in aria, macchie di colore alle porte, quadri e sculture a saturare ogni stanza, trasformando la casa in un insieme di frammenti della sua esistenza impressi su tela, scavati nel legno, forgiati nel ferro. C'erano degli enormi sacchi pieni di fiammiferi usati, altri pieni di pacchetti vuoti di sigarette, il tutto raccolto e suddiviso da lui stesso. Salendo le scale accidentate, ci si poteva quasi sedere sulle pile di quotidiani accatastati ad ogni gradino; per un attimo ho avuto i brividi al pensiero che la sua casa fosse stata profanata e trasformata in un feticcio dell'arte contemporanea. Mentre accarezzavo distrattamente i giornali ingialliti, la guida mi ha detto: "Sai a cosa servivano tutti questi giornali?", io ho scosso la testa e lei ha ripreso:" A misurare il tempo. Lui era convinto che l'orologio, il calendario avessero solo la funzione di segnare un momento che, in teoria, ritorna ciclicamente, senza però riuscire a trasmettere l'idea di quanto tempo effettivamente passi. Per questo motivo, iniziò a raccogliere meticolosamente quotidiani, fiammiferi e pacchetti di sigarette".
Avrebbe voluto toccarlo, il tempo, controllarlo, manipolarlo e realizzando l'assurdità del proposito si è rasssegnato a misurarlo in maniera atipica, in modo da posserere prove tangibili e costanti del suo incessante passaggio. Forse affondando le dita tra quelle migliaia di fiammiferi, avrà pensato a quanti fuochi abbiano rischiarato le sue notti, riscaldato il suo cibo, acceso le sue sigarette, e avrà avuto la sensazione di ricordarsi esattamente ogni singolo giorno grazie a quei cimeli. Credo fosse un uomo intelligente, nonostante odiasse profondamente le donne, credo non riuscisse ad accettare che non importa come si misuri il tempo, non abbiamo modo di controllarlo, di fermare gli attimi, di contare i respiri, di trattenere ogni sensazione, emozione, lacrima o risata e fissarle nella nostra memoria grazie agli oggetti. Guardando quel cumulo di fiammiferi ho provato la medesima sensazione di quando guardo tutte le bustine di zucchero che ho collezionato fin da bambina. Centinaia di piccoli involucri cartacei che, se li agiti, fanno un rumore frizzante e scivoloso come acqua che scorre in lontananza. Molte persone me le hanno portate dai posti del mondo più impensati, riempiendo scatole di latta appartenute a chissà chi, raccolte negli anni, e nonostante ciò toccandole non sento niente. Non sento il tempo passato avvolgermi come una coperta, alitarmi sul collo come una brezza indiscreta, non sento le spalle appesantirsi spinte verso la terra da una forza impercettibile ma costante, non sento la gioia dei momenti trascorsi, l'angoscia di certe notti inermi, sento solo un lieve sorriso che si appoggia sul mio volto pensando alla me bambina che si esalta per le bustine di zucchero che la zia ha portato dalla Svizzera. Qualche bel ricordo che profuma d'infanzia e di zucchero, ma del tempo, neppure l'ombra. Percepire il tempo trascorso sarebbe come tenere tra le mani una sfera fatta d'aria, che cresce costantemente, senza che tu possa vederla, e ad un certo punto, quando hai solo qualche mese di vita, ti sfugge dalle mani senza che neppure ti sia accorto di averla avuta. Credo sia questo il massimo cui ci è concesso credere. Poi, dovremmo semplicemente accettare che il tempo non esiste. Un vecchio di 70 anni ha la stessa età di una giovanissima sequoia, allo stesso modo in cui un neonato di due settimane ha la stessa età di una farfalla in fin di vita. L'imprescindibile relatività del tempo che passa, mi fa solo pensare che il tempo come concetto astratto, generico e applicabile a quasi tutto, non esista; siamo noi a invecchiare e morire, sono i continenti a staccarsi e modificarsi, le piante a germogliare e insecchire per cause legate intinsecamente all'essere stesso, estrinsecamente agli altri esseri e alla natura in generale. Il tempo, come lo intendiamo noi non c'entra proprio un bel niente, anzi, non esiste proprio.
Detto ciò, è comprensibile la necessità di quantificare le albe e i tramonti che si susseguono, di creare grandi categorie che li raggruppino in cicli che abbiano un senso, di simulare una parvenza di controllo che non ci lasci in balia di ciò che siamo:esseri finiti che, semplicemente, come tutto ciò che popola questo pianeta, nasce. invecchia e muore. Ma il tempo è un'altra di quelle invenzioni utili e ingannevoli al tempo stesso; pur riconoscendo che sarebbe pressochè impossibile vivere al giorno d'oggi senza una scansione temporale, mi ritrovo a chiedermi che senso abbia in un mondo in cui parlare della morte  che rappresenta una certezza comune e non creata,è ancora un tabù, in cui le scadenze dominano la nostra vita pubblica e privata ad un ritmo che potrebbe non essere il più adatto ad ognuno di noi, in cui l'ambiguità stessa della definizione porta, a 25 anni, a sentirsi troppo vecchi per vivere con i genitori, troppo giovani per sposarsi, a 40 troppo vecchi per guardare i cartoni animati, troppo giovani per pensare al cedimento della prostatata, a 50 troppo vecchi per un paio di Converse, troppo giovani per prenotarsi il posto al cimitero, a 60 troppo vecchi per andare in discoteca, troppo giovani per usare un deambulatore, a 70 troppo vecchi per portare la spesa fino al terzo piano, troppo giovani per... per? Per cosa si è troppo giovani a 70 anni? Per cosa si è troppo giovani a 80, 90 anni? So che ci è stata data una vita, un tempo finito, che abbiamo una scadenza, come lo yogurt, e che è impossibile non rattristarsi per questo; ma tutto questo riempirsi la vita con una serie di cose adeguate o inadeguate rispetto all'età anagrafica, non è assolutamente inutile e, passati i vent'anni, decisamente deprimente? Non potremmo semplicemente vivere e fare ciò che ci va di fare quando ci va di farlo? Sto esagerando, lo so, tento di portare il concetto all'esaspero solo per rendere chiaro ciò che penso,  non sto certo dicendo che un bambino di 10 anni dovrebbe andare in discoteca con un deambulatore urlando che ha problemi di prostata, dico solo che è triste che si perda tempo a pensare a quanto siano adeguate o meno le nostre azioni in relazione alla nostra età.
Dovrebbe sempre esserci qualcosa di nuovo, qualcosa da scoprire, da fare, da assaporare, da provare, dovrebbe sempre esserci un domani in cui sperare, una risata ancora da fare, una musica ancora da sentire, un angolo di mondo ancora da vedere, persone ancora da conoscere, cose ancora da imparare. E, grazie al cielo, è così. Non si invecchia, si cresce. Sempre, fino al giorno in cui si muore. Non ci sono antiestetiche rughe a dire al posto nostro quanti anni abbiamo, solo le pennellate che la vita ha steso su di noi, i segni di quante volte abbiamo riso, pianto, corso nel vento, dormito sotto il sole, imitato un'amico ad una cena, parlato con qualcuno fino a notte fonda, alzato le sopracciglia per lo stupore, aggrottato la fronte per la rabbia, aperto la bocca per urlare, sorridere e mangiare. Non ci sono teste calve da coprire, dove ora rimane solo pelle nuda, prima sorgeva rigogliososo un tripudio di fili neri lucidi come seta, che per anni abbiamo coperto, lavato, asciugato, tinto, su cui abbiamo indossato parrucche e cappelli, con cui abbiamo sentito infinite gocce d'acqua scorrerci lungo il corpo dopo un bagno al mare, con cui abbiamo giocato nervosamente nei momenti di noia, che abbiamo pettinato e lucidato nelle occasioni speciali, che abbiamo portato nelle condizioni più ridicole, che ci hanno coperti e scaldati, stufati e accaldati. Non ci saranno mani ruvide, fredde e macchiate, solo mani che hanno stretto altre mani, mille volte, mani che hanno lavorato, trasportato, accarezzato, asciugato lacrime, raccolto cose da terra, disegnato, intrecciato, cucinato, lavato i piatti, mani che sono state accarezzate, strette, desiderate, baciate, mani che hanno cullato bambini, sentito la sabbia tra le dita, la neve gelida sulle nocche, la lama sbadata di un coltello da cucina, mani che parlano di ciò che è davvero il tempo, di ciò che lascia un segno su di noi, di ciò che rappresenta l'unica cosa che possa darci un segno tangibile di quanto sia passato da quando abbiamo visto per la prima volta questo mondo: noi stessi.
Ricordatevi di non invecchiare, ma non smettete mai di crescere.

giovedì 2 dicembre 2010

UN POST GAIO: TUTTI FUORI DALL'ARMADIO

Avrei voluto farlo ieri, ma si sa, il tempo a volte è tiranno e mi è stato proprio impossibile scrivere fino ad ora. Mi aggrego ad un'iniziativa trovata su questo blog, che visito con piacere di tanto in tanto. Parlare di omosessualità in una giornata come il primo dicembre è una cosa seria. Parlare di omosessualità nella giornata mondiale contro l'AIDS porterebbe ad insinuarsi in discorsi sulla disattenzione calata progressivamente su questa malattia, confidando erroneamente nella consapevolezza delle nuove generazioni, porterebbe a scontrarsi amaramente contro un muro di omertà, pregiudizi e blande informazioni. E sinceramente, non so come gestire il tutto, nonostante abbia un'idea molto chiara di come la penso a riguardo, di come possa essere dilaniante affrontare una malattia che distrugge il corpo, l'anima e per cui si viene discriminati, di come possa essere frustrante leggere il giudizio delle persone nei loro occhi, di come possa essere avvilente sentire di non essere liberi di parlarne. Ci sarebbero centinaia di discorsi che potrei fare, centinaia di temi da trattare, idee da analizzare, pensieri da vomitare, postille da aggiungere e digressioni da integrare. Ma non farò niente di tutto ciò, perchè ho deciso di fare coming out.
Ho 26 anni, non sono ancora laureata e non so dove mi porterà la vita, o dove io vorrei portare lei. Sono una donna innamorata, una figlia fiera della propria madre, una sorella che non dice abbastanza quanto vuole bene al proprio fratello, una cocca di papà che vorrebbe sapere chi c'è dietro suo padre; non credo nell'amore eterno, se per eterno si intende una relazione convenzionale, biunivoca, monogama che duri fino alla tomba. Credo nell'amore eterno al di là di ogni classificazione. Ho un'idea della vita che ancora non so se sia applicabile ad essa, ho un'idea delle relazioni che taglia ogni catena con il possesso, le etichette, le classificazioni di genere. Non mi piace sentirmi in gabbia e metterci gli altri. Ho dei problemi ad incastrarmi nelle tappe convenzionali della vita, non mi sento la metà di nessuno o un tassello di puzzle da incastrare. Sono, emotivamente parlando, un'egoista part time. Se è qualcosa che sento posso dare la luna, se non lo sento, non sono in grado di dare niente. Perchè non mi si addice, perchè credo sia sbagliato e ingiusto e perchè non riesco ad andare contro me stessa più di tanto. So che non è una cosa di cui vantarsi, che non dev'essere carino sentirselo dire, ma per me non è una motivazione abbastanza forte per fingere di non essere come sono. Sono poco affidabile in termini di puntualità, ma credo che la mia onestà e la sincera dispobilità di cuore bilanci questo mio difetto. Mi piacciono gli uomini. Mi piacciono le donne. Mi piacciono le persone. La bellezza, l'ironia, l'intelligenza,l'attrattiva, la grazia, la sensualità... negli anni mi sono accorta che non hanno sesso,non per me. Vorrei avere dei figli con il mio sorriso, scrivere libri con il mio nome, disegnare abiti con le mie mani, vivere in una casa di legno con un portico e tutta la libertà del mondo. E tutta la libertà del mondo non si trova sul mercato, in qualche libro, in qualche religione, non è qualcosa che si trasmette ereditariamente o che può essere insegnata. Ma si può imparare, questo si. Si può cercare, si può creare e costruire. Ed è questo che voglio. Sentirmi libera di essere chi sono, senza essere giudicata, etichettata come "etero", "lesbica" o "bisessuale", perchè le etichette dovrebbero servire a rendere la comunicazione più veloce ed efficace, non a marchiare a fuoco una persona. Sapete chi è Vivienne Marcheline? E' la FIGLIA di Angelina. Angelina chi? Quella mezza LESBICA che ha fatto "Ragazze interrotte", la MOGLIE di Brad Pitt. Figlia, lesbica, etero, madre, moglie, tutte targhette che si riferiscono ad una stessa cosa: un essere umano. Siamo prima di tutto persone. Il resto, tutte le classifcazioni, le etichette, le valutazioni sono post-it attaccatti in faccia alle persone, che cambiano in base a chi li legge, e tali dovrebbero essere considerati, come parole di comodo che aiutino ad identificare un individuo, ma non dovrebbero diventare l'unica cosa che le descrive, come spesso accade. Perciò con questo post, faccio coming out su chi sono, su cosa voglio e sulle cose in cui credo; perchè quello del coming out dovrebbe essere un concetto ampliato a tutte quelle situazioni di omertà in cui viviamo. Tutti dovremmo fare coming out, uscire dall'armadio, aprire gli occhi, nostri e degli altri, uscire dai pregiudizi, dai moralismi, dal falso perbenismo e dal qualunquismo. Le cose sono scomode fintanto che si sente la necessità di nasconderle. Sfortavevi, sforziamoci di ignorare i pregiudizi degli altri e di non averne noi stessi. La sincerità su chi siamo è l'unica strada per la felicità, che siate etero, gay, bisessuali, genitori, figli, impiegati, banchieri, fruttivendoli, suore, politici, sposati, amanti, dark, emo, bohemienne o punk.  Poco importa se questa onestà riguarda gusti sessuali, una malattia, una passione inconfessabile, una doppia vita, se c'è qualcosa che vorreste dire, fatelo, spogliatevi dalla paura del giudizio e dell'accettazione, non è facile e neppure indolore, ma sarà come se quel macigno che ci portiamo appresso da una vita, si fosse sciolto in una cascata di piume che si lasciano trasportare via dal vento, lasciando solo una cosa: Voi.

Ringrazio Amoon per la bella iniziativa

mercoledì 24 novembre 2010

BALSAMO PER L'ANIMA

Ho comprato gli stivali di gomma. Sono verdi, verdi come l'erba bagnata di sera. Sono morbidi, opachi e resistenti. Ho saltato nelle pozzanghere come non facevo da anni, (e con ciò intendo volontariamente) ed avevo scordato fosse una sensazione così piacevole, così liberatoria. Non riesco a ricordarmi quando ho smesso di farlo, quand'è stata l'ultima volta in cui mi sono sentita ancora abbastanza piccola per farlo, in cui vedendo una pozzanghera ho pensato "ora ci salto dentro". So per certo che ho smesso solo perchè non avevo gli stivali (cosa di cui mi sarei beatamente fregata fino all'età di 10 anni almeno), ma se mi fossi ricordata cosa si prova, mi sarei decisa anni fa a comprarne un paio che non fossero un 34. Mentre camminavo, per strada, sentivo le gambe un po'ingessate, come se la capacità di snodare le caviglie fosse improvvisamente e notevolmente diminuita, ma non era una brutta sensazione, era solo la sensazione da stivali di gomma. Credo che se barbie potesse camminare, sentirebbe la stessa cosa.
Avrei molte cose di cui scrivere, ma per ora le lascio marinare, come si fa con le ostriche e le alici, decantare come si fa con il vino, riposare come si fa con gli occhi stanchi. Vorrei trovare il tempo per rinchiudermi in una stanza e scrivere. Per ore, incessantemente, finchè la mente vede, finchè le dita scivolano, finchè non rimane più inchiostro. Ora non posso. Altro necessita di essere fatto. Ma ho comprato un taccuino. E' blu notte, rigido, di dimensioni sufficienti per annotare qualche pensiero e abbastanza piccolo per entrare in una tasca. Ha le pagine bianche, come piacciono a me, pagine spesse e color della neve che aspettano solo di essere sporcate. Parole, frasi, pensieri, volti, schizzi, prospettive. Lascerò libere le dita, curiosa di vedere quale strada sceglieranno, se la parola o il (di)segno, e cercherò di costruirmi un tempo dove sentirmi sola. E scrivere.
Nel frattempo, non mancherò di saltare nelle pozzanghere. Fatelo anche voi se vi capita, non importa se non avete gli stivali. E ditemi: non è bellissimo?

venerdì 12 novembre 2010

SI STA COME D'AUTNNO SUGLI ABERI LE FOGLIE

E' una giornata bellissima, di quelle luminose e variopinte, con cui l'autunno si fa perdonare tutta la pioggia scrosciata ininterrottamente per giorni e giorni, di quelle che ti fanno venir voglia di avere un portico, solo per poterti sedere su un divanetto di vimini con una coperta e ammirare il tutto sorseggiando un caffè americano, di quelle in cui pensi che il colore dell'oro non possa  che ispirarsi al  giallo delle foglie di betulla, di quelle in cui vorresti avere 5 anni e poter saltare su tutte quelle foglie, sentendone il crepitio sotto i piedi senza che qualcuno pensi che sei troppo grande per farlo. Osservo la magnolia, di un verde acceso, sempiterno, imperturbabile, noto che è cresciuta molto e non ci avevo fatto caso, specialmente in larghezza, è talmente magnifica, rigogliosa che posso solo credere che per lei l'avvicendarsi degli anni, delle stagioni, delle tempeste e delle fioriture, sia qualcosa da cui viene solo sfiorata; ora è appesantita da grosse e morbide pigne da cui spuntano piccole palline vermiglie, parsimoniosa di fiori fino all'estate,sempreverde e sempreviva, c'è in lei una possente dignità , una specie di muto, grandioso orgoglio, forse alimentato da un eccesso di linfa o,chi lo sa, magari da un ego smisurato, che la rende possente in qualsiasi stagione. Le foglie non cadranno ma rimarranno spesse e lisce come fossero di stoffa, non sarà come per gli altri alberi che popolano il mio giardino, non sarà un'orgasmica, variopinta agonia in cui le foglie si indeboliscono, si tingono dei colori dell'uva, delle zucche e dell'oro per poi cadere esauste e trasparenti sulla terra umida che le inghiottirà nell'arco di un paio di mesi, ma manterrà la maggior parte delle sue foglie incredibilmente verdi. Alcune, sparute, cadranno, senza però perdere la caratteristica monocroma, trasmutando, improvvisamente, dal verde compatto e senza sfumature a un caldo color castagna, si poseranno a terra senza sforzo, senza alcun calvario, non si lasceranno tormentare dal vento e dalla pioggia, girando su se stesse indecise per centinaia di volte prima di lasciarsi morire, semplicemente si staccheranno, quando lei, col suo ego linfatico, deciderà che la stagione afosa e smeralda, per loro è finita. E quando lei si stancherà, sarà come un taglio netto, le foglie precipiteranno al suolo, come panna montata caduta accidentamente sul pavimento, densa e silenziosa. C'è qualcosa di tristemente poetico in questa naturale e ineluttabile selettività.
Per qualche motivo la magnolia mi ricorda mia nonna, in una versione giovane, che ho solo intravisto, con l'ossatura robusta, tre figli, una bottega, una casa e un marito, quella instancabile, che non conosce riposo, che possiede il vigore e l'intelligenza del fare delle donne di un tempo. Non ci avevo mai pensato, ma non poteva essere altrimenti, mia nonna è come una magnolia, bella di una bellezza concreta, senza tempo, di un'intelligenza e astuzia inconsapevoli, di una forza interiore plasmata dalle intemperie della vita, di una saggezza assorbita inconsciamente, con la sbrigatività e al contempo pazienza necessaria per gestire una vita affollata e non sempre facile. Non so se gliel'ho mai detto e non so se coglierebbe il paragone, credo che una donna d'altri tempi non avesse il tempo per fermarsi ad elaborare considerazioni sugli alberi, analogie tra questi e le persone; non so nemmeno se qualcuno, la fuori, abbia idea di cosa sto parlando quando dico che mia nonna e tutte le donne come lei, sono come magnolie che imperiture popolano i nostri giardini e le nostre vite, perciò forse mi limiterò a dirle che l'ammiro davvero tanto.

foto: le magnolia di Battery Park. Charleston, South Carolina

sabato 23 ottobre 2010

VENTO DEL NORD


E' arrivato il primo freddo. Non quello serio, da cappotto da montanaro e berretto imbottito di pelo di pecora, ma abbastanza da dormire con piumino e calzini di lana intrecciata ai ferri. Il sole, quando c'è, tramonta prima, le giornate plumbee si sono intensificate e a volte, la sera, c'è quella fredda brezza autunnale che punzecchia il viso e solletica le narici. Forse è proprio quel venticello del nord, quel soffio Scandinavao mitigato dai chilometri percorsi, ma comunque integro nella sua componente polare, che tira fuori dalle mie viscere quella voglia di andare, di muovermi, di migrare. Ho sempre sospettato di essere vagamente nomade, ma da quando sono tornata dalla Finlandia, mi sono accorta che ogni qualvolta vedo una persona dai tratti inconsueti per essere italiana, quando sento quel vento freddo e cristallino che mi punge le guance e mi scompiglia dolcemente i capelli, quando annuso nell'aria l'odore di spezie inusuali o capto le voci di due persone che parlano una lingua sconosciuta, mi pervade una voglia intensa di andare, mettere un cappotto pesante, un paio di guanti, infilare tutto in una borsa e andare. Andare verso Nord, dove i ghiacci diventano la tua strada, dove le notti sono lunghe e le stelle sembrano ancor più luminose, dove le persone si sono adattate alla Natura e non viceversa, dove basta camminare un po' per lasciarsi alle spalle le luci della città e immergersi in un bosco che incanta, annusare l'aria intrisa di vita silenziosa, respirare l'odore di conifere, pigne e betulle e lasciarsi camminare fintanto che i piedi lo fanno. E' notte fonda, la fuori, il vento bussa alla finestra, metto una sciarpa e lo lascio entrare; me ne sto in silenzio ad ascoltare le sue storie, i suoi racconti a immaginare vite che non sono le mie, e sogno di fare come Vianne e Anouk in Chocolat, mettere una mantella rossa e andare, con il vento del nord.

martedì 12 ottobre 2010

I HAVE A DREAM


Quand'ero piccola credevo a tante cose. Credevo a Babbo Natale, al topolino dei denti e alle stelle cadenti che realizzano i desideri, credevo la mia strada sarebbe apparsa di un bianco luminoso come in una radiografia, credevo che la libertà di scelta non potesse trasformarsi in una gabbia fatta di troppe opzioni, credevo sarebbe bastato rimanere in contatto con me stessa, credevo nel futuro, nelle possibilità,  Ma a tutto questo credere, non è mai seguito un impegno costante, ai sogni non è mai seguito un piano per obiettivi e a forza di camminare con la testa per aria, sono inciampata in un macigno di aspirazioni accumulate. E sono caduta. Prevedibile. Mi è sempre mancata la concretezza, ho sempre creduto alle eccezioni, alle utopie, alle fiabe. Il mio più grande pregio e il mio più grande difetto. Ed è stupido, ironico, paradossale il fatto che non creda ai miracoli, il fatto che sia estremamente consapevole della non-casualità del successo, il fatto che creda fermamente che ognuno è artefice del proprio destino. Ed io che predico tanto di quanto sia importante ascoltare le proprie aspirazioni, non negarsi ciò che ci si sente di fare, io che so che per costruire qualcosa, qualche obiettivo te lo devi dare, io che so che le persone che ottengono ciò che vogliono non sono fortunate ma determinate, sono solo un quadro astratto pieno di colori mescolati a casaccio. Dov'è il libretto di istruzioni? Dov'è la pillolina magica che infonda forza di volontà e autostima in giusta dose? Dov'è quella fiducia smisurata che avevo un tempo? Ho scoperto che non mi deludo perchè non mi aspetto niente da me stessa, non mi aspetto di arrivare da qualche parte, non mi aspetto soldi, una posizione di prestigio, l'approvazione degli altri, non mi aspetto di essere sistemata tra i 30-35 anni, di avere una carriera brillante e una vita scintillante; vivo giorno per giorno, credo nell'importanza degli altri, delle persone che amo, delle persone che rendono bella la mia vita, credo nell'imprescindibilità dei principi di libertà e rispetto e nel ruolo cruciale dell'amore nella mia vita, in ogni sua forma. Per questo le uniche cose che mi aspetto da me stessa sono rispettare i valori in cui credo, coltivare l'Amore che mi circonda, non forzarmi di essere chi non sono per compiacere qualcuno, non fare qualcosa solo perchè si dovrebbe fare, non investire le persone di aspettative ma accettarle per ciò che sono, essere una persona felice che fa ciò che si sente quando lo sente, sennò 'fanculo. Sbaglio, forse? Direi di no, direi che le cose per me importanti, quelle che fanno la differenza nella vita di una persona, ci sono tutte. Ma d'altra parte, se non ci fosse qualcosa che non torna non sarei qui a parlarne. E forse tutto ciò, nella realtà, si traduce in una mancanza di obiettivi concreti, in una vita vissuta seguendo le mie emozioni senza pensare al lato più pratico delle cose, nell'incapacità di metterci l'anima in un progetto, con l'idea vagamente naive che le cose importanti nella vita sono altre. E ne sono profondamente convinta. Ma allora cos'è questo senso di insoddisfazione? Questa mancanza di certezze, di determinazione, di capacità di concretizzare un sogno e renderlo realizzabile? Forse mi sono persa qualcosa, forse non c'ero a quella lezione e se c'ero dormivo, forse sono l'ennesima figlia della generazione "Y", cresciuta senza dover lottare per niente visto che qualcuno, lustri prima, l'aveva fatto per me, nell'atrofia mentale delle mille e una opzioni che mi ha resa, a 26 anni, una persona che ancora non sa cosa vuole fare da grande. Quand'ero piccola credevo in me stessa e nella capacità di ascoltarmi, credevo sarei potuta diventare una scrittrice, una contorsionista, una ballerina classica, una sarta, una ballerina di tip tap, una cantante e una fumettista. Ora non lo so. Forse, in fondo in fondo, in un cassetto di cui ho perso la chiave, ci credo ancora che "i sogni son deisderi", ma mi chiedo, che ne è stato di quella bambina?

martedì 5 ottobre 2010

JUST LOVE

C'erano fiori ovunque. Fiori bianchi e perfetti che al tatto avevano la consistenza della seta. Un sole sorprendentemente possente illuminava quella mattina di inizio ottobre, scaldando i corpi, scaldando i cuori. Nuvole di tulle immaccolato, metri e metri di seta purissima, fili di perle, fruscio di abiti mai indossati prima, profumi di cento persone mescolati a creare l'irriproducibile fragranza di un giorno felice, un giorno in cui ci si concede di sognare un po'di più, in cui ogni cosa sembra possibile, anche una promessa d'amore eterno. L'ho vista nel giardino di casa sua, a ricevere abbracci e congratulazioni sentite da amici e parenti, era radiosa e serena, nessuna agitazione, solo un sorriso di vera gioia a dipinto in faccia; i capelli raccolti sulla nuca, con qualche ciuffo che scendeva disattento ad incorniciarle il volto, le spalle scoperte, il collo disadorno e un velo bianco che scendeva su di lei come zucchero filato su un bastoncino. E li, forse per la prima volta, ci ho viste come mai prima. Donne. Siamo cresciute l'una accanto all'altra dai tempi dell'asilo, insieme ne abbiamo passate tante, così tante che quasi ogni ricordo che ho è legato ad almeno una di loro. Non ho ancora metabolizzato il tutto, se penso a noi, immediatamente ci rivedo sedicenni sedute per terra in piazza a ridere e chiacchierare, mentre i miei occhi mi rimandano un'immagine diversa, cresciuta. Lei era bella come non mai, e non era il vestito di finissimo cady color burro, o il trucco impeccabile, era bella di una bellezza che scaturisce solo da dentro, di quelle che per un attimo tolgono il fiato, di quelle insindacabili. E poi c'era lui, così emozionato da sembrare un bambino al primo giorno di scuola, con l'ansia e, allo stesso tempo, la voglia irrefrenabile di cominciare, di vederla scendere dalla macchina e aspettarla in cima a quei tre scalini, inizio simbolico di una scalinata ben più lunga. Sgabelli di velluto rosso, bouquet tra le mani, noi a fare da damigelle, elettricità nell'aria, paura, fiducia, rumore di tacchi, sospiri trattenuti, gozzo alla gola, l'Ave Maria di Schubert, promesse, applausi, risate, lacrime, fotografie, buon cibo, buona compagnia e felicità profusa nell'aria. Porterò con me questo piccolo giorno straordinario, ricordando il momento in cui mi sono resa conto che non siamo più delle bambine; ricordando l'esatta sensazione di stupore che ho sentito nel constatare che crescere, diventare adulti, non è niente male; cercando di imprimere dentro di me con quanta più forza possbile la rara sensazione che ho provato nel sorprendermi a pensare che, tutto sommato, promettersi amore eterno non sia qualcosa di completamente folle. Persino ai miei occhi.

sabato 25 settembre 2010

LA SCARPA SUL COMO'

Sono tornata a casa per qualche giorno. Casa-casa, quella originaria, con mamma, papà e fratello. Si sta bene a casa: odori familiari, abuso del dialetto, caffeina effusa tra le mura ad ogni ora del giorno e della notte, montagne di libri e post-it ovunque. Mi piace. E' disordinata, piena di roba, utile, inutile, curiosa. Non necessariamente in quest'ordine. Non è una casa melensa, di quelle piene di angioletti, oggetti Thun vari ed eventuali (proprio non li sopporto), chincaglierie d'argento o fossili da matrimoni del secolo scorso di parenti di sesto grado. Niente di tutto ciò. O meglio, tutto ciò è relegato in qualche vetrinetta sapientemente nascosta in un anfratto semioscuro. Tanta roba. Accatastata, addossata, affrontata. Niente è al suo posto. Ecco, non riguarda la quantità di oggetti inutili, piuttosto fuori posto. Mi guardo intorno. Un tazzone da caffè pieno di pennarelli se ne sta beato sul pavimento, insieme ad una borraccia e ad una pila di libri: Alzo gli occhi di un metro e, accampati su una poltrona, vedo degli adesivi infantili, di quelli da attaccare alle pareti, un giubbotto che non metto e che provo a buttare da anni ma, non si sa come, me lo ritrovo sempre in giro, un ventaglio gigante, due regali del Natale scorso ancora da consegnare e delle videocassette. Sposto lo sguardo. Panoramica.  Tempere, stampini per muffin, ancora libri, una scarpa da sposa, una bandiera della Finlandia, uno scatolone, una vecchia lampada, due salvadanai, un uomo di cartone, una chitarra e un bastone della pioggia. Il tutto in salotto. Credo non piaccia a nessuno a parte me. Il fatto è che mi sento bene nel caos. Non è una questione di pigrizia, quella subentra dopo, è una sensazione di benessere mentale che scaturisce, nella mia testa, solo dove c'è un certo disordine. Non lo so come mai, a volte mi chiedo se il disordine esteriore ne rifletta uno interiore, se non sia lo specchio di una confusione intrinseca. Ho letto diversi alìrticoli al riguardo, e quasi tutti dicevano che il disordine è sintomo di una disorganizzazione mentale, che il disordine non aiuta a chiarirsi le idee, a pensare lucidamente. In una certa misura ci credo, è una riflessione abbastanza logica. Ma nella pratica, mi sento molto più a mio agio nel disordine che nell'ordine. In tutto ciò, sono consapevole delle diverse accezioni insite nella parola; disordine come menefreghismo, sciatteria, agitazione, lite, noncuranza e trasandatezza. Tutti concetti negativi. Ma sono convinta ci sia stato un errore di catalogazione. Attribuire alla vivacità di un ambiente non organizzato tutta la negatività della parola diosrdine è una condanna bella e buona. Si dovrebbe coniare una nuova parola, ad esempio divordine (diverso+ordine), perchè non posso pensare che la parola usata per definire guerre, tumullti, disastri, squilibri fisici e mentali sia la stessa che si usa per definire la casualità creativa di certi ambienti. Che avesse ragione Jung quando diceva  "In ogni caos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto"?

lunedì 20 settembre 2010

L'ALCHIMISTA

"È facile capire come nel mondo esista sempre qualcuno che attende sempre qualcun altro, che ci si trovi in un deserto o in una grande città. E quando questi due esseri s'incontrano e i loro sguardi s'incrociano tutto il passato e tutto il futuro non hanno più alcuna importanza. Esistono solo quel momento e quella straordinaria certezza che tutte le cose, sotto il sole, sono state scritte dalla stessa mano, la mano che risveglia l'Amore e che ha creato un'anima gemella per chiunque lavori, si riposi e cerchi i proprio tesori sotto il sole, perché se tutto ciò non esistesse non avrebbero più alcun senso i sogni dell'umanità."
                                                                                              Paulo Coelho

giovedì 16 settembre 2010

SCOMPARIRE

Non so nemmeno come sia successo, probabilmente per caso, come la maggior parte delle cose significative in cui "inciampiamo"; cercare un documento dell'università e trovare un vecchio diario appartenuto alla propria madre, cercare le fototessera per il curriculum e ritrovarsi catapultati indietro di 15 anni, tra vecchie foto e odore di ricordi, quando ci si chiamava al telefono di casa e (orrore-orrore) un giubbotto in jeans del charro era qualcosa di cui andare fieri.
Allo stesso modo, cercando NonSoCosa su internet, mi sono imbattuta in un blog di Mia, un'amica di Ana. La loro è una storia triste, cruda, ingiusta, è una storia di sofferenza, disagio, distorsione della realtà, dolore così profondo e lancinante da lasciare cicatrici ovunque. Una storia che ha un inizio certo ma una fine ignota, una storia in cui le protagoniste sono sopraffatte da ciò che di ingestibile c'è dentro di loro, annientate ed esaltate allo stesso tempo da cio che più le fa sentire vive, che è la stessa cosa che più le avvicina alla morte, risucchiate in un buco nero che consuma, dentro e fuori, fino a lasciare solo una cosa: un cumulo di ossa.
C'è una sorta di estasi compiaciuta nel loro dolore, e la maggior parte di loro è consapevole di ciò; una spaventevole lucidità traspare da ciò che scrivono, un consapevole delirio le accomuna e le avvicina, e la vicinanza con chi è simile, si sa, fa sentire bene, accettati, capiti. Ho così tanti pensieri in testa, che non so nemmeno cosa scrivere. Per le due ore passate sono stata immersa fino al collo in un liquido nero, denso, simile a sabbie mobili, ho pianto con loro, ho contato calorie, vomitato con la testa nel cesso, accarezzato quelle ossa sporgenti sentendo quel sottile delirio di onnipotenza che tanto avvicina alla morte, ho sentito i loro passi muoversi incerti e fluttuanti in un mondo irreale, ho sentito le loro esili dita sfogarsi sulla tastiera, per sentire forse un po'di calore, trovare forse un buon consiglio su come perdere quei tre chili che le separano dall'agoniata prefezione, o forse, solo per sentire qualcosa. In una specie di anestesia locale, un autismo emotivo, che inibisce e inebetisce alcuni tratti della persona e ne esalta altri ad un livello inumano, in cui il valore delle persone si esprime in grammi, in cui la bilancia è colei che ha le risposte, in cui lo specchio è l'occhio dell'anima, in cui ciò che vedi non è mai all'altezza di ciò che vorresti vedere. 
E non posso fare a meno di chiedermi come si sentano queste persone, cosa sognino, a cosa pensino quando aprono gli occhi all'alba di un nuovo giorno. Non posso fare a meno di pensare utopisticamente che vorrei fare qualcosa per loro, che vorrei abbracciarle, che vorrei che per una volta, per un giorno soltanto, potessero non avere nessun problema, che per una volta nelle loro vite distrutte sapessero cosa si prova  a sentirsi bene nella propria pelle, a non essere schiave di quel mostro che si è insinuato in loro e che loro stesse nutrono di aria, vorrei che per una volta 300 non fosse il numero di calorie ingerite, ma le volte  in cui hanno riso di cuore, vorrei che si guardassero allo specchio per mettersi l'eye-liner e pensare "oggi mi piaccio", vorrei che potessero mangiare dieci biscotti sedute sul divano, davanti a un bel film e non sedute sul pavimento del bagno, davanti al water, vorrei che due dita invece di essere infilate in gola, fossero separate a formare il simbolo della pace. Pace con se stesse, pace col mondo, pace con la realtà, con la bellezza della vita, pace con l'idea di come il proprio corpo dovrebbe essere, col bisogno di controllare tutto, pace con la sofferenza, il dolore, le lotte, pace con le aspettative, con le fragilità e i difetti, pace con le delusioni, le ossessioni, le paure... 
Forse sto vaneggiando, parlo di qualcosa che non conosco e dovrei stare zitta. Non era questo ciò che volevo scrivere, ciò di cui volevo parlare. Avrei voluto parlarvi dell'orrore che ho captato dietro le loro parole, di tutto ciò che si nasconde dietro la frase " Questo è un blog Pro-Ana", o "Sarò fedele ad Ana per sempre", parole che fanno paura, parole che feriscono, parole che sembrano urla, parole che SONO urla, di sofferenza, sangue, vittorie invertite, allucinazioni percettive che divorano anche l'anima. Avrei voluto provare a descrivere quel brivido mortale che ha risalito la mia schiena mentre leggevo "I DIECI COMANDAMENTI DI ANA", la cattiveria e il qualunquismo di persone che commentano con ferocia e si fanno giudici della società dell'apparire, senza nemmeno provare a capire ciò che sta dietro la magrezza ostentata; avrei voluto raccontarvi della palese e inquietante soddisfazione che ho intuito nel sentirsi la morte alitare sul collo, nell'infliggersi sofferenze indicibili, della triste condanna a non saperne fare a meno... Invece le emozioni hanno avuto la meglio, e mi sono ritrovata per l'ennesima volta a scrivere un post sconclusionato in cui mi spoglio in maniera random, mi metto a nudo e dico ciò che penso, come se stessi parlando a me stessa.  Vorrei essere capace, una volta tanto, di scrivere qualcosa imparzialmente, senza fare capolino da dietro le parole, senza metterci così tanta emotività. Ma non ne sono capace. E, forse, oltre ad essere una cosa che non mi appartiene, l'incapacità di rimanere inerme e imparziale davanti a certe cose, non è sempre una cosa negativa.

domenica 12 settembre 2010

SE M' INFASTIDISCI, TI MACELLO!!!

Avete presente quando siete in coda al semaforo, circondati da un fracasso assordante, e proprio davanti a voi un camion a triplo rimorchio ha deciso di dare sfogo alla propria ugola inquinante? Ecco, il rumore che sento è lo stesso. Solo che io non mi trovo nella via più intasata del centro alle 6 del pomeriggio, ma nel mio letto; e non sono le 6 del pomeriggio ma le 4 di notte; ultimo ma non meno importante, a produrre tal suono non è un camion a rimorchio (dormire in compagnia di un camion a rimorchio acceso sarebbe un po'troppo strano anche per me), bensì un russatore seriale. Come è noto a chi ha la (sempre immeritata) sfortuna di dividere il letto o una stanza con un russatore seriale, di fronte al suono primordiale e inumano di tale specie, si apre una raggiera di opzioni che spaziano dal fantastico, al surreale, alle volontà omicide. In ordine sequenziale sono:
A) Ora smette. Un essere umano non può produrre rumori così abominevoli!
B) Magari può, magari non smette, ma di certo non può aumentare... Forse se fingo sia il mugghio del mare mi addormento...
C) Perchè la terra non si apre sotto di me e mi inghiotte? Perchè non mi cadono le orecchie?
D) Ok, preso atto del fatto che qualcosa si è impossessato di lui, forse è il caso di colpirlo dolcemente... perchè non c'è mai una mazza da baseball quando serve?! Dove sono tutti gli oggetti contundenti di questa casa???
E) Il cuscino potrebbe "distrattamente" scivolargli sulla faccia...Cosa si intende esattamente per "legittima difesa"? Potrò avvalermi della  "giusta causa" o del "giustificato motivo" in un processo per omicidio?

Dopo un'ora di ragionamenti di questa portata, a forza di pensare ai possibili metodi per farlo smettere che non includessero l'omicidio, impegnata a ridere in silenzio come una pazza mentre valuto seriamente la possibilità di improvvisarmi una Mc Giver al femminile in pigiama e costruire una carrucola per trasportarlo fuori dal balcone, mi sono resa conto che non stavo più ascoltando se lui stesse russando o meno. Tornata alla realtà ho realizzato che si era girato su un fianco e dormiva silenzioso come un bambino, ed io ho ringraziato il cielo di essere una psicopatica con una fervida immaginazione.

venerdì 10 settembre 2010

PADRE, FIGLIO E SPIRITO CRITICO


Mio padre mi ha fatto un presente. Oddio, che frase altisonante, errata corrige: Mio papà mi ha fatto un regalo. Un vocabolario di inglese per immagini; si chiama Compact Visual, editore QA INTERNATIONAL, ed è incredibile. E' illustrato e suddiviso per argomenti il che lo rende particolarmente efficace; ma il punto, è che papà mi ha fatto un regalo che, effettivamente, mi piace. L'ultima volta che mio padre mi ha regalato qualcosa senza nessun motivo particolare,era un paio di orecchini dal gusto discutibile che ho messo due volte. La volta precedente è stata quella della mucca con grembiule che in realtà era un ippopotamo vestito da meccanico (nel caso in cui ve lo stiate chiedendo, all'epoca avevo "solo" 23 anni). La sola cosa che sento è una gran tenerezza. Perchè è stato un buon padre, perchè devo a lui il mio essere un po'distratta e sempre tra le nuvole, perchè nella notte del suo 14esimo compleanno stette incollato alla tv a guardare l'uomo camminare sulla luna, perchè è una persona con una cultura spaventosa nonostante le sue possibilità l'abbiano fermato alla terza media, perchè conosco il suo modo di non-parlare, quella sua chiacchiera standard e so che è l'unico modo in cui lui riesca comunicare con me. Ma i miei sentimenti nei suoi confronti sono, da sempre contrastanti, i miei ricordi d'infanzia sono bifidi, le memorie del padre che mi costruì una scala di legno per arrampicarmi anche sugli alberi più alti, si mischiano a quelle della stessa persona che ho sempre visto disattento, disinteressato, assente... E non nascondo che mi sono ritrovata spesso a pensare a chi ci sia dietro di lui. Letteralmente. Chi è la persona che sta dietro mio padre? Tolta l'etichetta, smessi i panni del papà bonaccione che mi chiede con aria divetita "Ma, Helsinki ti manca?", strappato di dosso il ruolo di genitore, chi c'è? La verità è che non ne ho idea. Intuisco, penso, mi faccio domande che cadono nel vuoto, nascondo l'urgenza di conoscerlo in una quotidianità fatta di dinamiche ben precise che, con lui, ho paura di sfidare perchè sedimentate in profondità, come le radici di quegli alberi su cui solevo arrampicarmi. A volte penso che, in realtà, io so benissimo chi è, cosa gli piace e cosa odia. Altre volte, penso che non lo conosco affatto, come lui non conosce me. Altre volte, penso che vorrei solo tornare bambina, sedermi sulle sue ginocchia e chiedergli che cos'è la felicità. E mentre mi perdo in elucubrazioni notturne, pensieri e monologhi, il tempo scorre imperterrito, aggiungendo ore, mesi, anni alle nostre vite, e le mie domande continuano a cadere nel vuoto. La differenza è che ogni giorno fanno sempre più rumore.

domenica 5 settembre 2010

GLI ALTRI SIAMO NOI




Ognuno di noi, nei recessi dell'inconscio, crede di essere indistruttibile. E' un dato di fatto. Cose come malattie incurabili, uno tsunami che annienta la casa e la vita, la povertà, sono cose che capitano agli altri, non a noi. Ma a volte gli altri diventiamo noi. E allora è tutta un'altra storia. Le discriminazioni, la fame, le malattie, fino a che non ci toccano da vicino sembrano cose incredibili, realtà lontane anni luce, così distanti da essere inimmaginabili. E se ci fermassimo un attimo a pensare? E se provassimo ad immaginare i volti di ogni singola persona dietro alle 230.000 vittime dell'epocale tsunami che ha colpito il sud-est asiatico nel 2004? E se provassimo ad ipotizzare cosa possano aver provato le 100-140 milioni di donne che hanno subito l'infibulazione? O le 250.000 persone che ogni giorno muoiono di fame? Se solo ci sforzassimo di vedere le persone dietro le cifre, la spaventosa sofferenza dietro le percentuali, forse saremmo tutti più sensibili a ciò che avviene al di là del nostro naso. Siamo coinvolti solo in ciò che ci riguarda; siamo diffidenti al punto che se vediamo qualcuno steso in mezzo alla strada per un attimo ci balena nella testa che forse non dovremmo fermarci, nel caso in cui si rivelasse un malintenzionato pronto a derubarci; siamo ottusi e miopi, incapaci di vedere che i barboni sono persone e non una specie di sotto-categoria di delinquenti pronti a tutto pur di avere qualche spicciolo; siamo presuntuosi, pensando di essere migliori di altri solo perchè abbiamo avuto la fortuna di nascere in una paese (sotto?)sviluppato; siamo ignoranti, capaci solo di giudicare senza neppure prenderci il disturbo di conoscere. E a questo punto mi chiedo: che ne è stato dell'altruismo? Raro, quasi estinto, al pari di un unicorno forse. Il mondo è fatto di persone, non di numeri, razze, generi, migliori o peggiori. Semplicemente persone. E nonostante sia ben consapevole che non siamo noi singolarmente i burattinai degli equilibri mondiali, sono fermamente convinta che se ognuno di noi facesse un piccolo gesto, il mondo sarebbe un posto migliore.
Per questo vi chiedo di dare un'occhiata a "Stand Up", un'iniziativa partita già nel 2009 e ribadita in occasione del summit delle Nazioni Unite sugli obiettivi del millennio che si svolgerà a New York dal 20 al 22 settembre. Il manifesto, vuole ricordare gli impegni presi 10 anni fa dalle Nazioni Unite il cui scopo è quello di sconfiggere le piaghe che affliggono l'umanità entro il 2015.
La campagna lanciata in questa circostanza vuole mobilitare quante più persone possibile attraverso un semplice gesto: fate sentire il battito del vostro cuore. Dopodichè scrivete, fotografate, parlatene agli amici, registrate un video, dipingete, qualsiasi cosa possa simboleggiare la volontà di cambiare le cose e lanciatelo nel web .Non dimenticatevi inoltre di segnalare il vostro Stand Up a standup@millenniumcampaign.it , servirà a sapere quanti siamo.
Vi starete chiedendo se davvero credo che una foto con una mano sul cuore, una canzone, un dipinto possano in qualche modo cambiare le cose ... Forse non le cambieranno immediatamente, forse non lo faranno per niente, ma è davvero un buon motivo per non provarci? Se ognuno di noi facesse seguire a ciò una reale presa di coscienza e responsabilità, se ognuno di noi nel proprio piccolo, si prendesse la briga di spendere qualche minuto del proprio tempo per fare qualcosa per gli altri, allora si che potremmo fare la differenza. Perchè il punto è proprio questo; anche una sola goccia nell'oceano fa la differenza, come diceva Einstein " Se un'idea non sembra inizialmente assurda, allora è senza speranza". E questa è, paradossalmente, abbastanza assurda da essere realizzabile. Perciò Stand Up, alzatevi in piedi, e se avete un cuore, fatelo sentire.

venerdì 3 settembre 2010

PENS(O-R)ANDO(M)


Ho voglia di scrivere. Non ho un soggetto ma le dita fremono dalla voglia di giocherellare con la tastiera, se ci siete battete un colpo. Le mie personali previsioni per oggi prevedono temporali in giornata, visite inaspettate, qualche caffè di troppo e un post sconclusionato. Penso ai bambini delle elementari, che invece di fare le ricerche scolastiche in biblioteca prendono il palmare e "copincollano" da internet; penso che i malati di AIDS al mondo sono più di 33milioni e in Italia non si fornisce ai giovani un'informazione adeguata, penso che sogno l'America per vedere i preservativi distribuiti nelle scuole; penso che non ho ancora letto "Chiedi alla polvere" ma che è davvero un bel titolo; penso che i miei muffin abbiano un potenziale di miglioramento particolarmente alto, visto che per ora la loro unica potenza è quella di arma impropria a causa della curiosa "marmoreità" che li contraddistinuge; penso che mi piacerebbe rivedere alcune persone che non vedo da secoli; penso che mi piacciono le tazze grandi, in cui ci sta un ettolitro di caffè, dove mettere dentro il naso per sentirne il profumo; penso che il 17 maggio è la giornata mondiale contro l'omofobia e pochi lo sanno; penso che vorrei un paio di stivali da pioggia; penso che è ora di ritinteggiare, niente verde acido però; penso che la cioccolata è così buona che non può che essere demoniaca; penso che vorrei ristudiarmi la mitologia greca e la filosofia; penso che i pregiudizi siano una delle poche cose che davvero odio a questo mondo; penso che non mi piacciono gli elenchi ingredienti criptici; penso che le cose che amo e so fare sono fondamentalmente abbastanza inutili; penso che mi affascinano le gabbie per uccelli con lo sportellino aperto; penso che tutto ciò per cui vale la pena vivere sia molto più semplice e raggiungibile di ciò che ci affanniamo ad inseguire; penso che sono naive; penso che a volte mi sembra di sentire tutto il dolore del mondo; penso che vorrei piangere; penso che sono fortunata; penso che dovrei mangiare sano; penso che sia questione di punti di vista; penso che ci sia una distinzione universale tra bene e male, a prescindere da tutto, forse non da tutti; penso che dovrei andare a dormire.

lunedì 30 agosto 2010

AUTUMN

Francoforte sul Meno, 2008

L'estate se n'è andata. Forse tornerà, giusto il tempo di cambiare i vestiti nell'armadio, farci credere che è davvero finita, e magari tornerà facendosi beffe di noi. O forse no, e stavolta sarà l'autunno ad arrivare in anticipo. Con l'incedere maestoso e teatrale che spesso lo contraddistingue, una tempesta l'ha portato fin qui decisamente prima del previsto. E devo ammettere che la sorpresa mi è stata gradita. Sentire l'aria pungente sul volto mentre cammino per le strade del mio paese, tirare fuori quel vecchio golf che da anni accompagna ogni cambio di stagione, lasciarsi sorprendere dalla voglia improvvisa di starsene a casa, a fare un dolce, due chiacchiere con le amiche, mentre il profumo di vaniglia e cioccolato pervade la cucina. Perciò, contrariamente al popolo dei vacanzieri, a chi ha prenotato le vacanze ora "perchè costano meno e si sta tranquilli", a chi se ne starebbe volentieri altre due settimane all'ombra di un ombrellone a sorseggiare mojitos, io sono entusiasta di questo autunno un po'prematuro: vento tra i capelli, sciarpe colorate, foglie secche che scricchiolano sotto stivali di gomma, pop-corn e maratona Sex and the City, colori settembrini, marmellate di fichi, passeggiate nei parchi con la punta del naso infreddolita ... Questa per me è una situazione anomala, mai in 26 anni di vita mi sono ritrovata felice della fine dell'estate, ma suppongo si tratti della scia lasciata da quello che mi piace chiamare "Mal di Finlandia", e suppongo anche che l'estate per me non sia mai realmente iniziata. Forse il prossimo anno mi ritroverò con un bisogno viscerale di calore, sole, sabbia tra le dita e odore di salsedine; ma fino ad allora, credo mi godrò il freddo, che tanto mi manca della città Bianca del Nord.

sabato 28 agosto 2010

DREAMER'S HEART

Qual era il vostro sogno da bambini? Quello che vi teneva svegli la notte, nei vostri letti, a fantasticare su come sarebbe stato bello se si fosse avverato, ne avevate uno uno? Ne sono certa. Il mio primo sogno in assoluto, è stato fare l'acrobata, più esattamente la contorsionista. Guardavo il circo in tv, e sognavo come sarebbe stato bello percorrere una fune in equilibrio sulle mani, per poi piegarmi in 4 e rinchiudermi in una scatola trasparente, con il corpo al contrario e i piedi accanto al viso; sognavo quei costumini viola pieni di paillettes, affascinata dai gesti aggraziati delle circensi asiatiche, ammaliata da quei piccoli corpi che sembravano vetro fuso, luccicante e malleabile. Così indossavo il body di qualche cugina più grande (col malcelato intento di assumere portamento, grazia e movenze di Cindy Crawford durante le sue lezioni di aerobica in videocassetta), e mi contorcevo sul divano, simulando una grande performance. Gambe e braccia erano già incredibilmente lunghe, e con la tipica elasticità che rende i bambini a prova di rimbalzo e quasi indistruttibili, me ne stavo li, con una gamba dietro la testa, ammirata da un pubblico concitato , convinta non applaudissero solo in quanto esseri invertebrati, ad immaginare una vita tra funi tese da un paese all'altro, carovane un po' fatiscenti e piene di lampade, Moira Orfei che ci chiamava per il te delle 5 , cerchi di fuoco a creare il perimetro della doccia (rigorosamente sotto le stelle) e trapezisti che mi portavano la colazione a letto con un triplo salto carpiato e una rosa in bocca. E sapete qual è la cosa buffa? Che ci ho creduto davvero. Fino a che non è subentrata la genialata successiva, davvero pensavo avrei fatto la contorsionista. Tuttora, ogni tanto, mi capita di ritrovarmi con la gamba dietro la testa, oppure attorcigliata in posizioni improbabili nel vano tentativo di entrare nel cestello della lavatrice ad immaginare vite che non sono la mia ... sarà che una piccola parte di noi, rimane bloccata li, a quando hai 5 anni e tutto, ma proprio tutto, ti sembra possibile.

Qual era il vostro sogno?

sabato 21 agosto 2010

CHI TOCCA IL GIALLO MUORE... E CHI TOCCA IL VERDE ACIDO?

Chi mi conosce lo sa, la sobrietà non è mai stata il mio forte. E' un dato di fatto, non sono una persona discreta. E non mi riferisco alla capacità di non farsi gli affari altrui, in quello sono anche troppo brava, troppo distratta e poco interessata per accorgermi che all'ultimo festino in spiaggia S. non stava con P. ma - udite udite -, con F.; mi riferisco alla capacità di passare inosservata in mezzo ad una folla, la sottile arte di non farsi notare. E la cosa che mi affascina è che, nella maggior parte dei casi, questi muti esserini sociali senza labbra ma con grandi orecchie, captano ogni cosa senza farsi notare, come avessero antenne invisibili che spuntano alte dalla sommità della testa. Io ho le qualità opposte: faccio rumore quando mi muovo, tanto per cominciare; un ridicolo fracasso, una specie di rumoroso "frrrrrrrr" seguito da uno pseudo-potpottio da furetto gigante. E non capto un bel niente. Le mie antenne, se mai le ho avute, suppongo siano state tagliate per sbaglio insieme alle tonsille, qualche anno fa. Se al tutto si aggiunge 1.80 di altezza con braccia estendibili fino a perdita d'occhio, si capisce in fretta che la sobrietà non abita questo corpo. Purtroppo non posso farci niente. Tutto questo pippone sulla sobrietà, ad altro non serve se non ad arrivare, con la grazia che mi si confà, a parlarvi del mio ultimo acquisto. Trattasi di lunghissima giacca di lana verde acido, con polsini ampi e particolarmente voluminosi, e collo altrettanto voluminoso, a tal punto da impedirmi quasi la visuale ai lati. Ho fatto la ronda a questa giacca per 3 anni. Il primo anno costava troppo; il secondo anno costava sempre troppo ed avevano esaurito il colore che volevo (viola); quest'anno, finalmente, è mia. Il verde acido non è mai stato nelle mie grazie, probabilmente non rientra nemmeno nella mia concezione di "colore"; ma per qualche ragione che ancora mi sfugge, per qualche arcano motivo, c'è una sorta di alchimia degli elementi che la rende semplicemente fantastica. Avete presente quando si dice di qualcosa che è "ottimo sulla carta, ma fallevole nella pratica"? Qui ci troviamo di fronte all'esatto opposto: Terrificante in teoria, ma eccellente nella pratica.
Per questo, mi farò forte della mia vivace vena naive (se così vogliamo chiamare il coraggio di portare in giro il mio metro e ottanta avvolto in una palandrana color vomito), e sfoggerò con orgoglio la mia giacca verde acido. Erano anni che non ero così felice nel fare un acquisto, sarà che è qualcosa per cui ho aspettato tanto, sarà che l'ho pagato davvero poco, o sarà a causa di quel suo inconfondibile colore, fatto sta che la adoro! Detto ciò smetto di ammorbarvi con le mie elucubrazioni su quanto dista la sobrietà dal verde acido e, maglia-sacco dai colori fluo e mascherina alla mano, me ne vado a dormire. Sobria, anche in tenuta notturna!

venerdì 13 agosto 2010

PENSIERO DELLA BUONANOTTE




Qualcuno ha detto che la notte è la parte migliore del giorno. Ma che cos'è la notte? La gestazione di un nuovo giorno, o l'ultimo respiro di un giorno già morto? Impossibile rispondere; il giorno, la notte, sono come l'infinito. Dormire, pensare, fare l'amore, piangere, parlare, sognare, qualsiasi cosa sia per ognuno di voi, la notte ha in sè qualcosa di speciale. Provate a pensare alle stelle, qualunque cosa voi stiate facendo, avete la certezza che alzando gli occhi al cielo, aprendo una finestra, uscendo da un posto qualunque, le troverete li, splendenti come diamanti, a prescindere da ogni cosa. Non è semplicemente straordinario? E allora buonanotte a chi non c'è più, a chi sta lavorando, a chi sta facendo l'amore, a chi sta parlando sotto una coperta di stelle, a chi sta litigando, a chi dorme, a chi soffre d'insonnia, a chi rimane sveglio per il pianto di un bambino, a chi è tromentato dai rimorsi, a chi pensa che domani è un altro giorno, a chi fuma l'ultima sigaretta sul terrazzo, a chi aspetta il rientro di qualcuno, a chi si addormenta leggendo un libro, a chi non dorme mai senza calzini, buonanotte e basta. Qualunque cosa significhi per ognuno di voi.

lunedì 9 agosto 2010

TANTO PER LA CRONACA...

Mi rallaccio ad un post precedente, per essere esatti questo . "Non si picchiano quelli con gli occhiali", questo il succo. Per sfatare l'erronea e poco documentata credenza che sia frutto della mia mente, posto qui qualcosa in cui sono incappata proprio ieri; una tavola di Schulz, grande poeta della vignetta, maestro della sintesi, genio dalla comicità paradossale. E se lo diceva pure Schulz, scusatemi ma significa che una platea intera era in grado di coglierne il senso. Che poi io sfrutti questo proverbio a mio vantaggio, è un'altra storia.

martedì 3 agosto 2010

THE THIRD EYE



Apritelo. Apriamolo. ce l'abbiamo tutti.
(Foto scattata in un bagno ad Helsinki, maggio 2010)

domenica 1 agosto 2010

✿*゚‘゚・✿.。.:* HAIKU *.:。✿ ・゚’゚*✿

Piume Di Vita
Danzano Oltre L'ombra
Suona Il Vento.

giovedì 29 luglio 2010

FORSE QUALCOSA RESTA


Sorseggio un orzo caldo, ascolto musica prima sconosciuta e respiro l'aria intrisa di pioggia e di una vaga tristezza. La finestra spalancata, lascio entrare qualcosa di nuovo, o forse aspetto che qualcosa esca. Ho visto il suo viso ed è stato come vedere ciò che resta di LEI. So che non si tratta di LEI ma di sua madre, come sono sempre stata consapevole della somiglianza impressionante tra di loro, ma era una cosa a cui mi ero abituata col passare degli anni, una cosa quasi piacevole nella misura in cui mi ha sempre fatto sentire quella connessione con qualcuno che non c'è più. Ma oggi, quella smorfia, quel sorriso buffo che era solo SUO, per un istante, una frazione di secondo, breve e improvviso come una stella cadente, ha attraversato il suo volto, ed è stato come uno squarcio nella pancia. E lei è diventata LEI. E la madre è diventata la figlia. Siamo tutti figli delle nostre madri. E a volte, quando la vita è particolarmente ingiusta, ciò che resta di noi non sono i nostri figli, ma le nostre madri, custodi silenziose di una dolorosa eredità antecedente e postuma alla nostra esistenza. A volte avanti non si può andare, perchè la vita ti ferma prima. E allora non resta che guardare indietro, ciò da cui siamo stati generati è ancora li, anche quando noi non siamo più, quindi in qualche modo siamo ancora, anche quando non siamo più. O forse è solo questione di punti di vista, il mio nel caso, di chi nonostante il cinismo reiterato e convinto nei confronti di ciò che riguarda la morte e la supposta vita dopo la morte, si concede ogni tanto l'imperdonabile lusso di pensare, nelle profondità abissali dell'anima, negli anfratti più nascosti e inesplorati dell'ES, che forse qualcosa resta. Sempre.

martedì 27 luglio 2010

WHAT ABOUT LOVE?


" 525.600 minuti, 525.600 momenti tanto cari. 525.600 minuti, come si misura,? Come si misura un anno? In luce diurna, in tramonti, in mezzanotti, in tazze di caffè. In pollici, in miglia, in risate, in litigate. In 525.600 minuti, come si misura un anno di vita? Chne ne dite dell'amore?". E' così stupido, il tempo passa e noi ci accontentiamo di misurarlo in anni, giorni, ore, minuti, e non ci accorgiamo nemmeno di quante unità di misura potremmo scegliere, di quanto la nostra vita sarebbe migliore se solo ci fermassimo a pensare a quante volte abbiamo riso in un anno, a quanto abbiamo amato, pianto, dato, ricevuto, a quanto siamo cresciuti, a quante volte ci siamo sentiti felici, a quante volte avremmo dovuto sentirci grati per questa vita, a quante volte avremmo dovuto realizzare di essere fortunati per l'amore, gli amici, la famiglia, la bellezza che c'è nel mondo e per avere occhi per vederla. E lo so che è difficile, non farsi inghiottire dal canonico modo di misurare il tempo, so che è più facile pensare " mancano ancora sei settimane e poi finalmente sarò in vacanza", invece di " perchè aspettare sei settimane per dare un senso alle giornate che non sia il lavoro?", so che il più delle volte nascondiamo la testa in una quotidianità routinaria che ha ben poco di straordinario, ma credetemi quando dico che lo straodrinario c'è, basta saperlo vedere, basta cercare nei posti giusti, cioè dove non ci verrebbe mai in mente di guardare. E non perchè troppo strani ma perchè troppo ovvi. Guradi nel cassetto dei calzini alla ricerca dei tuoi preferiti, quelli a righe rosse e blu, ma non ci sono; così inizi a rovistare tra i vestiti, per finire a controllare anche il congelatore. Rassegnato ai calzini tinta unita, torni a guardare nel cassetto dei calzini, così, giusto perchè non si sa mai siano riapparsi dal nulla in cui erano stati inghiottiti. E ci sono, proprio li, nascosti tra un paio di calze bucate che non ti decidi a buttare e e un paio di mutandoni da tanto-dormo-da-sola. Non avevi guardato bene proprio nel posto più ovvio. La vita è la stessa cosa. Lo straordinario non va cercato nei grandi gesti, nelgli eventi, ma nelle piccole cose quotidiane. Lo straordinario è nell'ordinario. Basta avere occhi per guardare. Cercate di ricordarvelo tra un impegno e l'altro. Lo farò anch'io.

martedì 20 luglio 2010

I ♥ HEL(L)SINKI

Un mese. Un mese fa sono tornata dalla Finlandia. Ed è diventato reale. Se prima mi sembrava impossibile essere a casa, ora non mi sembra vero di aver vissuto ad Helsinki per sei mesi. Realtà- immaginazione, verità-finzione, tangibile-chimerico. Qualcuno mi spiega come trovare la via di mezzo?

mercoledì 21 aprile 2010

NON SI PICCHIANO QUELLI CON GLI OCCHIALI


Non so perchè, è uno di quei clichè che ti entrano in testa fin quando sei bambina, senza un motivo preciso, solo per sentito dire. Cose che tutti sanno ma nessuno sa perchè, come "le donne non si toccano nemmeno con un fiore", o " una mela al giorno toglie il medico di torno", ma questa, che per ovvi motivi mi si addice più di altre, forse non è proprio così universale come credevo. Una mia cara amica mi deride ogni volta che le dico che "non si picchiano quelli con gli occhiali", dicendo che è una cosa che mi sono inventata io solo a mio uso e consumo. In realtà, sono certa voi lo sapete, non si tratta di qualcosa che dico io, si tratta di una verità assoluta, come il fatto che non si mescola l'aspirina con la coca cola, nessuno può dire il contrario e tutti lo sanno. E invece qualcuno osa.

venerdì 9 aprile 2010

FROM RUSSIA WITH LOVE

Di ritorno dalla Russia, cerco di concentrarmi sulla famigerata tesi che scalpita d'impazienza, aspettando di essere scritta... ma come si fa, quando c'è così tanta bellezza nel mondo? Chiamatemi naïve, ma non riesco a smettere di pensare alle strade di San Pietroburgo, alla sua immensità, alle poetiche rive del Neva, alla commovente bellezza della cattedrale del sangue versato, alla maestosità del palazzo di Caterina, alle meraviglie dell'Hermitage, all'immensità del Palazzo d'Inverno, alla cattedrale di Sant'Isacco, ai mosaici così imponenti da mettere i brividi.
E poi le chiese ortodosse con i cimiteri annessi, la cucina russa, le matrioske, l'ombra del comunismo palpabile come una patina di polvere a ricoprire vecchi soprammobili, la povertà, le persone che si inginocchiano e pregano fuori dalla chiesa al tramonto, la sontuodità degli antichi palazzi, la gente che fuma nei locali, la bellezza di una lingua incomprensibile. Tre giorni non sono abbastanza per vedere tutta la città, ne puoi solo intravedere la bellezza, assaggiare velocemente i sapori, annusare l'aria che odora di storia e di polvere e poi tornare alla vita di sempre, con quel retrogusto amaro che caratterizza ogni ritorno, specialmente da un luogo in cui non sai quando e se tornerai, portando con te le sensazioni, i colori, i pensieri di un posto lontano. La casa di Dostoevskij, Gogol, Nabokov, Pushkin e Tolstoj, le strade in cui Anna Karenina ha passeggiato pensando a Vronsky, le orme degli Zar, il luogo dell'assassinio di Rasputin.... Si respira storia, sofferenza, letteratura, arte, povertà e magneficenza, e così si conclude il mio viaggio a San Pietroburgo, una toccata e fuga nella città dai 600 ponti, che mi fa desiderare ardentemente di tornarci, magari con la mamma.





lunedì 22 marzo 2010

POST-ILLA SEMISERIA DI COMPLEANNO:DALLA LAPPONIA CON STUPORE


Immancabile un post di compleanno dalla fredda terra del Baltico! Se quei pochi fedeli lettori che mi sono rimasti si stessero chiedendo che fine ho fatto, non si preoccupino, sono viva, grassa e vegeta, e non ho nessuna intenzione di abbandonare il blog! Diciamo solo che negli ultimi mesi sono stata veramente travolta dalla vita finlandese, e non mi rimane tempo per niente! Tornata da poco dalla Lapponia, è stata un'esperienza spettacolare: metri e metri di neve, foreste incontaminate, abeti, pini, betulle, laghi ghiacciati su cui camminare, sciare o fare il bagno dopo una sauna incandescente, renne, volanti e non, husky, slitte, e infine LEI, la signora delle notti, l'Aurora Boreale, che rimette tutto nella giusta prospettiva, che viene per chi sa aspettare, per ricordarci quanto la natura sia immanente e perfetta. Sono stata per due ore nel mezzo di un lago ghiacciato, abbracciata alle persone che ho trovato lungo questa strada, con il naso all'aria ad ammirare La Signora delle Notti dimenarsi sinuosa nella volta celeste, dispersa in mezzo al nulla, quasi al circolo polare artico, ascoltando in un silenzio intriso di vita, la natura selvaggia attorno a noi. Senza parole, senza respiro, senza più lacrime da versare che possano in qualche modo descrivere quello che questi occhi hanno avuto la fortuna di vedere, Verde, bianco, rosa, arancio, azzurro... fasci di luce attraversavano il cielo come riflettori puntati su un fondo nero, milioni di stelle mi fissavano instancabili come io fissavo loro, mentre un secondo sole spuntava tra le betulle, illuminando di rosa la fredda notte Lappone, e nel mezzo timidamente si faceva strada un bianco luminoso che si apriva a raggiera diventando sempre più intenso, come un ventaglio fatto di luce, che la natura ha spiegato davanti ai miei occhi. E davanti a questo, per un attimo, smetti di cercare un senso nelle cose, smetti di tentare di ordinare il caos, di chiederti da dove veniamo e dove andiamo, di chiederti perchè; è tutto li, davanti ai tuoi occhi, tutto acquista un senso, come mai prima, non c'è altra ragione per vivere, non è da cercare altrove, da inventare, costruire, guadagnare, è tutto scritto, in ogni singola foglia, goccia d'acqua, granello di sabbia, è solo che è scritto in una lingua che probabilmente abbiamo dimenticato. Siamo così fortunati e nemmeno ce ne rendiamo conto, spendiamo le nostre vite a cercare qualcosa che non esiste, a creare, costruire, inventare qualcosa che dia un perchè ai nostri giorni, e siamo così occupati a farlo che non ci passa neanche per la testa che, forse, il senso ultimo di tutto questo è proprio intorno a noi, non c'è niente da cercare, non è niente che noi possiamo costruire con le nostre mani, è qualcosa di cui facciamo parte. Basta solo avere occhi per guardare; guardare oltre i grattacieli e ritrovare le stelle, guardare oltre le strade e ritrovare la terra, guardare oltre i vestiti e ritrovare le persone. Così semplice e così impossibile.

sabato 23 gennaio 2010

WHAT AM I SUPPOSED TO SAY???


Primo post dalla Fredda terra del Baltico... avrei miliardi di cose da dire, miliardi...ma non so da dove iniziare. E' tutto così nuovo e diverso qui, dalle persone alle abitudini ai luoghi, non sembra la realtà, piuttosto un mondo egocentrico in cui ci sono io e la vita in Filnandia; e questa sensazione è amplificata dal fatto che non vedo un tg da tre settimane e non ho realmente il tempo di informarmi, perciò non so niente di ciò che sta accadedo nel mondo. Devo iniziare ad organizzare meglio il tempo qui, le giornate scorrono veloci, tutto inizia troppo presto per me, mi sento sempre "indietro". Non so, devo cercare le parole, non vengono da sè come un tempo, perciò mi scuso, tutto questo pensare e parlare in inglese mi ha fritto il cervello! Partiamo da un breve ma intenso resumè delle ultime tre settimane: Volo Venezia- Stoccolma, l'arrivo non è stato dei migliori, le peggiori sventure hanno afflitto me e il brother, la fotocamera è partita dopo sole tre foto a causa del freddo, mi è venuta la cistite e sono dovuta andare in un centro medico, ho scordato a casa praticamente tutto ciò che non dovevo assolutamente dimenticare a casa... Il primo impatto è stato shockante, -17, vento e neve, senza dimenticare gli 87kg di valigie al seguito! Stoccolma è bellissima, ho visto pochissimo a causa delle mille sventure e dei pochi giorni a disposizione, ma conto di tornarci, davvero bella. Volo Stoccolma - Helsinki: arrivo verso le 5, buio pesto, -15 e vento incredibile; uno dei miei tutor, Pyry, ci aspettava all'aereoporto, esco dal gate e vedo un ragazzo biondo non molto alto che regge un caffè in una mano e una busta col mio nome nell'altra, è stato divertente, qulacuno che mi aspetta all'aeroporto col mio nome scritto su un foglio ^_^ ! I primi giorni sono stati di assestamento, primo tour guidato all'università, travel card per i trasporti pubblici, immancabile tour dell'ikea per comprare coperte e simili, prime passeggiate a bocca aperta nel centro di Helsinki, primi festini erasmus e uscite di gruppo. Ho conosciuto tantissime persone, veramente tante, da tutto il mondo, è davvero eccitante! Vivo in un edificio di proprietà dell'HOAS, una società che affitta appartamenti a studenti, a 5 minuti dal centro, in un quartiere chiamato Pasila, ci sono due stabili l'uno vicino all'altro, 8 piani, solo studenti erasmus, non è molto realistica come idea di vita quotidiana! C'è sempre qualcuno che organizza un festino, un party, un meeting, qualsiasi cosa vi venga in mente qui avviene almeno una volta a settimana!!! In ascensore ho conosciuto un sacco di gente, è un ottimo posto per fare amicizia! Per il resto inizio ad essere piena di questa vita erasmus, non fraintendetemi, mi piace, è interessante, stimolante e divertente, ma sono ansiosa di conoscere la vera Finlandia, i Finlandesi, le loro abitudini e, perchè no, anche la lingua! E' difficile da spiegare, ma quando ti trovi in un locale con tutti gli studenti erasmus di Helsinki, non sembra reale, trovarsi in uno dei cuori pulsanti della Finlandia e dei finlandesi nemmeno l'ombra, ho bisogno di una bagno nella vera vita Finnica! Per ora è abbastanza, qui sono "già" le 10, i festini sono iniziati da almeno due ore ed è tempo di uscire. Mi scuso ancora per il post sconclusionato, ma sto perdendo ogni cognizione logico-grammaticale dell'italiano a forza di stare qui, il mio inglese migliora in maniera direttamente proporzionale al peggioramento del mio italiano! spero di aggiornare presto il blog!
a frozen goodbye to everyone!!!