sabato 25 settembre 2010

LA SCARPA SUL COMO'

Sono tornata a casa per qualche giorno. Casa-casa, quella originaria, con mamma, papà e fratello. Si sta bene a casa: odori familiari, abuso del dialetto, caffeina effusa tra le mura ad ogni ora del giorno e della notte, montagne di libri e post-it ovunque. Mi piace. E' disordinata, piena di roba, utile, inutile, curiosa. Non necessariamente in quest'ordine. Non è una casa melensa, di quelle piene di angioletti, oggetti Thun vari ed eventuali (proprio non li sopporto), chincaglierie d'argento o fossili da matrimoni del secolo scorso di parenti di sesto grado. Niente di tutto ciò. O meglio, tutto ciò è relegato in qualche vetrinetta sapientemente nascosta in un anfratto semioscuro. Tanta roba. Accatastata, addossata, affrontata. Niente è al suo posto. Ecco, non riguarda la quantità di oggetti inutili, piuttosto fuori posto. Mi guardo intorno. Un tazzone da caffè pieno di pennarelli se ne sta beato sul pavimento, insieme ad una borraccia e ad una pila di libri: Alzo gli occhi di un metro e, accampati su una poltrona, vedo degli adesivi infantili, di quelli da attaccare alle pareti, un giubbotto che non metto e che provo a buttare da anni ma, non si sa come, me lo ritrovo sempre in giro, un ventaglio gigante, due regali del Natale scorso ancora da consegnare e delle videocassette. Sposto lo sguardo. Panoramica.  Tempere, stampini per muffin, ancora libri, una scarpa da sposa, una bandiera della Finlandia, uno scatolone, una vecchia lampada, due salvadanai, un uomo di cartone, una chitarra e un bastone della pioggia. Il tutto in salotto. Credo non piaccia a nessuno a parte me. Il fatto è che mi sento bene nel caos. Non è una questione di pigrizia, quella subentra dopo, è una sensazione di benessere mentale che scaturisce, nella mia testa, solo dove c'è un certo disordine. Non lo so come mai, a volte mi chiedo se il disordine esteriore ne rifletta uno interiore, se non sia lo specchio di una confusione intrinseca. Ho letto diversi alìrticoli al riguardo, e quasi tutti dicevano che il disordine è sintomo di una disorganizzazione mentale, che il disordine non aiuta a chiarirsi le idee, a pensare lucidamente. In una certa misura ci credo, è una riflessione abbastanza logica. Ma nella pratica, mi sento molto più a mio agio nel disordine che nell'ordine. In tutto ciò, sono consapevole delle diverse accezioni insite nella parola; disordine come menefreghismo, sciatteria, agitazione, lite, noncuranza e trasandatezza. Tutti concetti negativi. Ma sono convinta ci sia stato un errore di catalogazione. Attribuire alla vivacità di un ambiente non organizzato tutta la negatività della parola diosrdine è una condanna bella e buona. Si dovrebbe coniare una nuova parola, ad esempio divordine (diverso+ordine), perchè non posso pensare che la parola usata per definire guerre, tumullti, disastri, squilibri fisici e mentali sia la stessa che si usa per definire la casualità creativa di certi ambienti. Che avesse ragione Jung quando diceva  "In ogni caos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto"?

lunedì 20 settembre 2010

L'ALCHIMISTA

"È facile capire come nel mondo esista sempre qualcuno che attende sempre qualcun altro, che ci si trovi in un deserto o in una grande città. E quando questi due esseri s'incontrano e i loro sguardi s'incrociano tutto il passato e tutto il futuro non hanno più alcuna importanza. Esistono solo quel momento e quella straordinaria certezza che tutte le cose, sotto il sole, sono state scritte dalla stessa mano, la mano che risveglia l'Amore e che ha creato un'anima gemella per chiunque lavori, si riposi e cerchi i proprio tesori sotto il sole, perché se tutto ciò non esistesse non avrebbero più alcun senso i sogni dell'umanità."
                                                                                              Paulo Coelho

giovedì 16 settembre 2010

SCOMPARIRE

Non so nemmeno come sia successo, probabilmente per caso, come la maggior parte delle cose significative in cui "inciampiamo"; cercare un documento dell'università e trovare un vecchio diario appartenuto alla propria madre, cercare le fototessera per il curriculum e ritrovarsi catapultati indietro di 15 anni, tra vecchie foto e odore di ricordi, quando ci si chiamava al telefono di casa e (orrore-orrore) un giubbotto in jeans del charro era qualcosa di cui andare fieri.
Allo stesso modo, cercando NonSoCosa su internet, mi sono imbattuta in un blog di Mia, un'amica di Ana. La loro è una storia triste, cruda, ingiusta, è una storia di sofferenza, disagio, distorsione della realtà, dolore così profondo e lancinante da lasciare cicatrici ovunque. Una storia che ha un inizio certo ma una fine ignota, una storia in cui le protagoniste sono sopraffatte da ciò che di ingestibile c'è dentro di loro, annientate ed esaltate allo stesso tempo da cio che più le fa sentire vive, che è la stessa cosa che più le avvicina alla morte, risucchiate in un buco nero che consuma, dentro e fuori, fino a lasciare solo una cosa: un cumulo di ossa.
C'è una sorta di estasi compiaciuta nel loro dolore, e la maggior parte di loro è consapevole di ciò; una spaventevole lucidità traspare da ciò che scrivono, un consapevole delirio le accomuna e le avvicina, e la vicinanza con chi è simile, si sa, fa sentire bene, accettati, capiti. Ho così tanti pensieri in testa, che non so nemmeno cosa scrivere. Per le due ore passate sono stata immersa fino al collo in un liquido nero, denso, simile a sabbie mobili, ho pianto con loro, ho contato calorie, vomitato con la testa nel cesso, accarezzato quelle ossa sporgenti sentendo quel sottile delirio di onnipotenza che tanto avvicina alla morte, ho sentito i loro passi muoversi incerti e fluttuanti in un mondo irreale, ho sentito le loro esili dita sfogarsi sulla tastiera, per sentire forse un po'di calore, trovare forse un buon consiglio su come perdere quei tre chili che le separano dall'agoniata prefezione, o forse, solo per sentire qualcosa. In una specie di anestesia locale, un autismo emotivo, che inibisce e inebetisce alcuni tratti della persona e ne esalta altri ad un livello inumano, in cui il valore delle persone si esprime in grammi, in cui la bilancia è colei che ha le risposte, in cui lo specchio è l'occhio dell'anima, in cui ciò che vedi non è mai all'altezza di ciò che vorresti vedere. 
E non posso fare a meno di chiedermi come si sentano queste persone, cosa sognino, a cosa pensino quando aprono gli occhi all'alba di un nuovo giorno. Non posso fare a meno di pensare utopisticamente che vorrei fare qualcosa per loro, che vorrei abbracciarle, che vorrei che per una volta, per un giorno soltanto, potessero non avere nessun problema, che per una volta nelle loro vite distrutte sapessero cosa si prova  a sentirsi bene nella propria pelle, a non essere schiave di quel mostro che si è insinuato in loro e che loro stesse nutrono di aria, vorrei che per una volta 300 non fosse il numero di calorie ingerite, ma le volte  in cui hanno riso di cuore, vorrei che si guardassero allo specchio per mettersi l'eye-liner e pensare "oggi mi piaccio", vorrei che potessero mangiare dieci biscotti sedute sul divano, davanti a un bel film e non sedute sul pavimento del bagno, davanti al water, vorrei che due dita invece di essere infilate in gola, fossero separate a formare il simbolo della pace. Pace con se stesse, pace col mondo, pace con la realtà, con la bellezza della vita, pace con l'idea di come il proprio corpo dovrebbe essere, col bisogno di controllare tutto, pace con la sofferenza, il dolore, le lotte, pace con le aspettative, con le fragilità e i difetti, pace con le delusioni, le ossessioni, le paure... 
Forse sto vaneggiando, parlo di qualcosa che non conosco e dovrei stare zitta. Non era questo ciò che volevo scrivere, ciò di cui volevo parlare. Avrei voluto parlarvi dell'orrore che ho captato dietro le loro parole, di tutto ciò che si nasconde dietro la frase " Questo è un blog Pro-Ana", o "Sarò fedele ad Ana per sempre", parole che fanno paura, parole che feriscono, parole che sembrano urla, parole che SONO urla, di sofferenza, sangue, vittorie invertite, allucinazioni percettive che divorano anche l'anima. Avrei voluto provare a descrivere quel brivido mortale che ha risalito la mia schiena mentre leggevo "I DIECI COMANDAMENTI DI ANA", la cattiveria e il qualunquismo di persone che commentano con ferocia e si fanno giudici della società dell'apparire, senza nemmeno provare a capire ciò che sta dietro la magrezza ostentata; avrei voluto raccontarvi della palese e inquietante soddisfazione che ho intuito nel sentirsi la morte alitare sul collo, nell'infliggersi sofferenze indicibili, della triste condanna a non saperne fare a meno... Invece le emozioni hanno avuto la meglio, e mi sono ritrovata per l'ennesima volta a scrivere un post sconclusionato in cui mi spoglio in maniera random, mi metto a nudo e dico ciò che penso, come se stessi parlando a me stessa.  Vorrei essere capace, una volta tanto, di scrivere qualcosa imparzialmente, senza fare capolino da dietro le parole, senza metterci così tanta emotività. Ma non ne sono capace. E, forse, oltre ad essere una cosa che non mi appartiene, l'incapacità di rimanere inerme e imparziale davanti a certe cose, non è sempre una cosa negativa.

domenica 12 settembre 2010

SE M' INFASTIDISCI, TI MACELLO!!!

Avete presente quando siete in coda al semaforo, circondati da un fracasso assordante, e proprio davanti a voi un camion a triplo rimorchio ha deciso di dare sfogo alla propria ugola inquinante? Ecco, il rumore che sento è lo stesso. Solo che io non mi trovo nella via più intasata del centro alle 6 del pomeriggio, ma nel mio letto; e non sono le 6 del pomeriggio ma le 4 di notte; ultimo ma non meno importante, a produrre tal suono non è un camion a rimorchio (dormire in compagnia di un camion a rimorchio acceso sarebbe un po'troppo strano anche per me), bensì un russatore seriale. Come è noto a chi ha la (sempre immeritata) sfortuna di dividere il letto o una stanza con un russatore seriale, di fronte al suono primordiale e inumano di tale specie, si apre una raggiera di opzioni che spaziano dal fantastico, al surreale, alle volontà omicide. In ordine sequenziale sono:
A) Ora smette. Un essere umano non può produrre rumori così abominevoli!
B) Magari può, magari non smette, ma di certo non può aumentare... Forse se fingo sia il mugghio del mare mi addormento...
C) Perchè la terra non si apre sotto di me e mi inghiotte? Perchè non mi cadono le orecchie?
D) Ok, preso atto del fatto che qualcosa si è impossessato di lui, forse è il caso di colpirlo dolcemente... perchè non c'è mai una mazza da baseball quando serve?! Dove sono tutti gli oggetti contundenti di questa casa???
E) Il cuscino potrebbe "distrattamente" scivolargli sulla faccia...Cosa si intende esattamente per "legittima difesa"? Potrò avvalermi della  "giusta causa" o del "giustificato motivo" in un processo per omicidio?

Dopo un'ora di ragionamenti di questa portata, a forza di pensare ai possibili metodi per farlo smettere che non includessero l'omicidio, impegnata a ridere in silenzio come una pazza mentre valuto seriamente la possibilità di improvvisarmi una Mc Giver al femminile in pigiama e costruire una carrucola per trasportarlo fuori dal balcone, mi sono resa conto che non stavo più ascoltando se lui stesse russando o meno. Tornata alla realtà ho realizzato che si era girato su un fianco e dormiva silenzioso come un bambino, ed io ho ringraziato il cielo di essere una psicopatica con una fervida immaginazione.

venerdì 10 settembre 2010

PADRE, FIGLIO E SPIRITO CRITICO


Mio padre mi ha fatto un presente. Oddio, che frase altisonante, errata corrige: Mio papà mi ha fatto un regalo. Un vocabolario di inglese per immagini; si chiama Compact Visual, editore QA INTERNATIONAL, ed è incredibile. E' illustrato e suddiviso per argomenti il che lo rende particolarmente efficace; ma il punto, è che papà mi ha fatto un regalo che, effettivamente, mi piace. L'ultima volta che mio padre mi ha regalato qualcosa senza nessun motivo particolare,era un paio di orecchini dal gusto discutibile che ho messo due volte. La volta precedente è stata quella della mucca con grembiule che in realtà era un ippopotamo vestito da meccanico (nel caso in cui ve lo stiate chiedendo, all'epoca avevo "solo" 23 anni). La sola cosa che sento è una gran tenerezza. Perchè è stato un buon padre, perchè devo a lui il mio essere un po'distratta e sempre tra le nuvole, perchè nella notte del suo 14esimo compleanno stette incollato alla tv a guardare l'uomo camminare sulla luna, perchè è una persona con una cultura spaventosa nonostante le sue possibilità l'abbiano fermato alla terza media, perchè conosco il suo modo di non-parlare, quella sua chiacchiera standard e so che è l'unico modo in cui lui riesca comunicare con me. Ma i miei sentimenti nei suoi confronti sono, da sempre contrastanti, i miei ricordi d'infanzia sono bifidi, le memorie del padre che mi costruì una scala di legno per arrampicarmi anche sugli alberi più alti, si mischiano a quelle della stessa persona che ho sempre visto disattento, disinteressato, assente... E non nascondo che mi sono ritrovata spesso a pensare a chi ci sia dietro di lui. Letteralmente. Chi è la persona che sta dietro mio padre? Tolta l'etichetta, smessi i panni del papà bonaccione che mi chiede con aria divetita "Ma, Helsinki ti manca?", strappato di dosso il ruolo di genitore, chi c'è? La verità è che non ne ho idea. Intuisco, penso, mi faccio domande che cadono nel vuoto, nascondo l'urgenza di conoscerlo in una quotidianità fatta di dinamiche ben precise che, con lui, ho paura di sfidare perchè sedimentate in profondità, come le radici di quegli alberi su cui solevo arrampicarmi. A volte penso che, in realtà, io so benissimo chi è, cosa gli piace e cosa odia. Altre volte, penso che non lo conosco affatto, come lui non conosce me. Altre volte, penso che vorrei solo tornare bambina, sedermi sulle sue ginocchia e chiedergli che cos'è la felicità. E mentre mi perdo in elucubrazioni notturne, pensieri e monologhi, il tempo scorre imperterrito, aggiungendo ore, mesi, anni alle nostre vite, e le mie domande continuano a cadere nel vuoto. La differenza è che ogni giorno fanno sempre più rumore.

domenica 5 settembre 2010

GLI ALTRI SIAMO NOI




Ognuno di noi, nei recessi dell'inconscio, crede di essere indistruttibile. E' un dato di fatto. Cose come malattie incurabili, uno tsunami che annienta la casa e la vita, la povertà, sono cose che capitano agli altri, non a noi. Ma a volte gli altri diventiamo noi. E allora è tutta un'altra storia. Le discriminazioni, la fame, le malattie, fino a che non ci toccano da vicino sembrano cose incredibili, realtà lontane anni luce, così distanti da essere inimmaginabili. E se ci fermassimo un attimo a pensare? E se provassimo ad immaginare i volti di ogni singola persona dietro alle 230.000 vittime dell'epocale tsunami che ha colpito il sud-est asiatico nel 2004? E se provassimo ad ipotizzare cosa possano aver provato le 100-140 milioni di donne che hanno subito l'infibulazione? O le 250.000 persone che ogni giorno muoiono di fame? Se solo ci sforzassimo di vedere le persone dietro le cifre, la spaventosa sofferenza dietro le percentuali, forse saremmo tutti più sensibili a ciò che avviene al di là del nostro naso. Siamo coinvolti solo in ciò che ci riguarda; siamo diffidenti al punto che se vediamo qualcuno steso in mezzo alla strada per un attimo ci balena nella testa che forse non dovremmo fermarci, nel caso in cui si rivelasse un malintenzionato pronto a derubarci; siamo ottusi e miopi, incapaci di vedere che i barboni sono persone e non una specie di sotto-categoria di delinquenti pronti a tutto pur di avere qualche spicciolo; siamo presuntuosi, pensando di essere migliori di altri solo perchè abbiamo avuto la fortuna di nascere in una paese (sotto?)sviluppato; siamo ignoranti, capaci solo di giudicare senza neppure prenderci il disturbo di conoscere. E a questo punto mi chiedo: che ne è stato dell'altruismo? Raro, quasi estinto, al pari di un unicorno forse. Il mondo è fatto di persone, non di numeri, razze, generi, migliori o peggiori. Semplicemente persone. E nonostante sia ben consapevole che non siamo noi singolarmente i burattinai degli equilibri mondiali, sono fermamente convinta che se ognuno di noi facesse un piccolo gesto, il mondo sarebbe un posto migliore.
Per questo vi chiedo di dare un'occhiata a "Stand Up", un'iniziativa partita già nel 2009 e ribadita in occasione del summit delle Nazioni Unite sugli obiettivi del millennio che si svolgerà a New York dal 20 al 22 settembre. Il manifesto, vuole ricordare gli impegni presi 10 anni fa dalle Nazioni Unite il cui scopo è quello di sconfiggere le piaghe che affliggono l'umanità entro il 2015.
La campagna lanciata in questa circostanza vuole mobilitare quante più persone possibile attraverso un semplice gesto: fate sentire il battito del vostro cuore. Dopodichè scrivete, fotografate, parlatene agli amici, registrate un video, dipingete, qualsiasi cosa possa simboleggiare la volontà di cambiare le cose e lanciatelo nel web .Non dimenticatevi inoltre di segnalare il vostro Stand Up a standup@millenniumcampaign.it , servirà a sapere quanti siamo.
Vi starete chiedendo se davvero credo che una foto con una mano sul cuore, una canzone, un dipinto possano in qualche modo cambiare le cose ... Forse non le cambieranno immediatamente, forse non lo faranno per niente, ma è davvero un buon motivo per non provarci? Se ognuno di noi facesse seguire a ciò una reale presa di coscienza e responsabilità, se ognuno di noi nel proprio piccolo, si prendesse la briga di spendere qualche minuto del proprio tempo per fare qualcosa per gli altri, allora si che potremmo fare la differenza. Perchè il punto è proprio questo; anche una sola goccia nell'oceano fa la differenza, come diceva Einstein " Se un'idea non sembra inizialmente assurda, allora è senza speranza". E questa è, paradossalmente, abbastanza assurda da essere realizzabile. Perciò Stand Up, alzatevi in piedi, e se avete un cuore, fatelo sentire.

venerdì 3 settembre 2010

PENS(O-R)ANDO(M)


Ho voglia di scrivere. Non ho un soggetto ma le dita fremono dalla voglia di giocherellare con la tastiera, se ci siete battete un colpo. Le mie personali previsioni per oggi prevedono temporali in giornata, visite inaspettate, qualche caffè di troppo e un post sconclusionato. Penso ai bambini delle elementari, che invece di fare le ricerche scolastiche in biblioteca prendono il palmare e "copincollano" da internet; penso che i malati di AIDS al mondo sono più di 33milioni e in Italia non si fornisce ai giovani un'informazione adeguata, penso che sogno l'America per vedere i preservativi distribuiti nelle scuole; penso che non ho ancora letto "Chiedi alla polvere" ma che è davvero un bel titolo; penso che i miei muffin abbiano un potenziale di miglioramento particolarmente alto, visto che per ora la loro unica potenza è quella di arma impropria a causa della curiosa "marmoreità" che li contraddistinuge; penso che mi piacerebbe rivedere alcune persone che non vedo da secoli; penso che mi piacciono le tazze grandi, in cui ci sta un ettolitro di caffè, dove mettere dentro il naso per sentirne il profumo; penso che il 17 maggio è la giornata mondiale contro l'omofobia e pochi lo sanno; penso che vorrei un paio di stivali da pioggia; penso che è ora di ritinteggiare, niente verde acido però; penso che la cioccolata è così buona che non può che essere demoniaca; penso che vorrei ristudiarmi la mitologia greca e la filosofia; penso che i pregiudizi siano una delle poche cose che davvero odio a questo mondo; penso che non mi piacciono gli elenchi ingredienti criptici; penso che le cose che amo e so fare sono fondamentalmente abbastanza inutili; penso che mi affascinano le gabbie per uccelli con lo sportellino aperto; penso che tutto ciò per cui vale la pena vivere sia molto più semplice e raggiungibile di ciò che ci affanniamo ad inseguire; penso che sono naive; penso che a volte mi sembra di sentire tutto il dolore del mondo; penso che vorrei piangere; penso che sono fortunata; penso che dovrei mangiare sano; penso che sia questione di punti di vista; penso che ci sia una distinzione universale tra bene e male, a prescindere da tutto, forse non da tutti; penso che dovrei andare a dormire.