venerdì 24 dicembre 2010

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Lunga assenza. Causa studio intenso, un esame in meno, il computer ancora al centro assistenza e un lungo week-end milanese, ho latitato per un po'. Il tempo scorre così velocemente, che quando me ne rendo conto, provo la stessa sensazione di quand'ero piccola e provavo ad afferrare il vento con la manina fuori dal finestrino del'auto. Il tempo. Concetto inafferrabile, relativo e spavetoso, quello del tempo. Ore inghiottite come rotaie da un treno in corsa, attimi che diventano liquidi come caramello, prolungandosi all'infinito, giorni che si inseguono come briciole di pane spazzate via da un soffio... E pensare che il tempo non esiste nemmeno...
Sono stata a casa di un pittore, casa-museo ad essere precisi; era esattamente come l'ha lasciata lui quando è morto: grovigli di fili metallici sospesi in aria, macchie di colore alle porte, quadri e sculture a saturare ogni stanza, trasformando la casa in un insieme di frammenti della sua esistenza impressi su tela, scavati nel legno, forgiati nel ferro. C'erano degli enormi sacchi pieni di fiammiferi usati, altri pieni di pacchetti vuoti di sigarette, il tutto raccolto e suddiviso da lui stesso. Salendo le scale accidentate, ci si poteva quasi sedere sulle pile di quotidiani accatastati ad ogni gradino; per un attimo ho avuto i brividi al pensiero che la sua casa fosse stata profanata e trasformata in un feticcio dell'arte contemporanea. Mentre accarezzavo distrattamente i giornali ingialliti, la guida mi ha detto: "Sai a cosa servivano tutti questi giornali?", io ho scosso la testa e lei ha ripreso:" A misurare il tempo. Lui era convinto che l'orologio, il calendario avessero solo la funzione di segnare un momento che, in teoria, ritorna ciclicamente, senza però riuscire a trasmettere l'idea di quanto tempo effettivamente passi. Per questo motivo, iniziò a raccogliere meticolosamente quotidiani, fiammiferi e pacchetti di sigarette".
Avrebbe voluto toccarlo, il tempo, controllarlo, manipolarlo e realizzando l'assurdità del proposito si è rasssegnato a misurarlo in maniera atipica, in modo da posserere prove tangibili e costanti del suo incessante passaggio. Forse affondando le dita tra quelle migliaia di fiammiferi, avrà pensato a quanti fuochi abbiano rischiarato le sue notti, riscaldato il suo cibo, acceso le sue sigarette, e avrà avuto la sensazione di ricordarsi esattamente ogni singolo giorno grazie a quei cimeli. Credo fosse un uomo intelligente, nonostante odiasse profondamente le donne, credo non riuscisse ad accettare che non importa come si misuri il tempo, non abbiamo modo di controllarlo, di fermare gli attimi, di contare i respiri, di trattenere ogni sensazione, emozione, lacrima o risata e fissarle nella nostra memoria grazie agli oggetti. Guardando quel cumulo di fiammiferi ho provato la medesima sensazione di quando guardo tutte le bustine di zucchero che ho collezionato fin da bambina. Centinaia di piccoli involucri cartacei che, se li agiti, fanno un rumore frizzante e scivoloso come acqua che scorre in lontananza. Molte persone me le hanno portate dai posti del mondo più impensati, riempiendo scatole di latta appartenute a chissà chi, raccolte negli anni, e nonostante ciò toccandole non sento niente. Non sento il tempo passato avvolgermi come una coperta, alitarmi sul collo come una brezza indiscreta, non sento le spalle appesantirsi spinte verso la terra da una forza impercettibile ma costante, non sento la gioia dei momenti trascorsi, l'angoscia di certe notti inermi, sento solo un lieve sorriso che si appoggia sul mio volto pensando alla me bambina che si esalta per le bustine di zucchero che la zia ha portato dalla Svizzera. Qualche bel ricordo che profuma d'infanzia e di zucchero, ma del tempo, neppure l'ombra. Percepire il tempo trascorso sarebbe come tenere tra le mani una sfera fatta d'aria, che cresce costantemente, senza che tu possa vederla, e ad un certo punto, quando hai solo qualche mese di vita, ti sfugge dalle mani senza che neppure ti sia accorto di averla avuta. Credo sia questo il massimo cui ci è concesso credere. Poi, dovremmo semplicemente accettare che il tempo non esiste. Un vecchio di 70 anni ha la stessa età di una giovanissima sequoia, allo stesso modo in cui un neonato di due settimane ha la stessa età di una farfalla in fin di vita. L'imprescindibile relatività del tempo che passa, mi fa solo pensare che il tempo come concetto astratto, generico e applicabile a quasi tutto, non esista; siamo noi a invecchiare e morire, sono i continenti a staccarsi e modificarsi, le piante a germogliare e insecchire per cause legate intinsecamente all'essere stesso, estrinsecamente agli altri esseri e alla natura in generale. Il tempo, come lo intendiamo noi non c'entra proprio un bel niente, anzi, non esiste proprio.
Detto ciò, è comprensibile la necessità di quantificare le albe e i tramonti che si susseguono, di creare grandi categorie che li raggruppino in cicli che abbiano un senso, di simulare una parvenza di controllo che non ci lasci in balia di ciò che siamo:esseri finiti che, semplicemente, come tutto ciò che popola questo pianeta, nasce. invecchia e muore. Ma il tempo è un'altra di quelle invenzioni utili e ingannevoli al tempo stesso; pur riconoscendo che sarebbe pressochè impossibile vivere al giorno d'oggi senza una scansione temporale, mi ritrovo a chiedermi che senso abbia in un mondo in cui parlare della morte  che rappresenta una certezza comune e non creata,è ancora un tabù, in cui le scadenze dominano la nostra vita pubblica e privata ad un ritmo che potrebbe non essere il più adatto ad ognuno di noi, in cui l'ambiguità stessa della definizione porta, a 25 anni, a sentirsi troppo vecchi per vivere con i genitori, troppo giovani per sposarsi, a 40 troppo vecchi per guardare i cartoni animati, troppo giovani per pensare al cedimento della prostatata, a 50 troppo vecchi per un paio di Converse, troppo giovani per prenotarsi il posto al cimitero, a 60 troppo vecchi per andare in discoteca, troppo giovani per usare un deambulatore, a 70 troppo vecchi per portare la spesa fino al terzo piano, troppo giovani per... per? Per cosa si è troppo giovani a 70 anni? Per cosa si è troppo giovani a 80, 90 anni? So che ci è stata data una vita, un tempo finito, che abbiamo una scadenza, come lo yogurt, e che è impossibile non rattristarsi per questo; ma tutto questo riempirsi la vita con una serie di cose adeguate o inadeguate rispetto all'età anagrafica, non è assolutamente inutile e, passati i vent'anni, decisamente deprimente? Non potremmo semplicemente vivere e fare ciò che ci va di fare quando ci va di farlo? Sto esagerando, lo so, tento di portare il concetto all'esaspero solo per rendere chiaro ciò che penso,  non sto certo dicendo che un bambino di 10 anni dovrebbe andare in discoteca con un deambulatore urlando che ha problemi di prostata, dico solo che è triste che si perda tempo a pensare a quanto siano adeguate o meno le nostre azioni in relazione alla nostra età.
Dovrebbe sempre esserci qualcosa di nuovo, qualcosa da scoprire, da fare, da assaporare, da provare, dovrebbe sempre esserci un domani in cui sperare, una risata ancora da fare, una musica ancora da sentire, un angolo di mondo ancora da vedere, persone ancora da conoscere, cose ancora da imparare. E, grazie al cielo, è così. Non si invecchia, si cresce. Sempre, fino al giorno in cui si muore. Non ci sono antiestetiche rughe a dire al posto nostro quanti anni abbiamo, solo le pennellate che la vita ha steso su di noi, i segni di quante volte abbiamo riso, pianto, corso nel vento, dormito sotto il sole, imitato un'amico ad una cena, parlato con qualcuno fino a notte fonda, alzato le sopracciglia per lo stupore, aggrottato la fronte per la rabbia, aperto la bocca per urlare, sorridere e mangiare. Non ci sono teste calve da coprire, dove ora rimane solo pelle nuda, prima sorgeva rigogliososo un tripudio di fili neri lucidi come seta, che per anni abbiamo coperto, lavato, asciugato, tinto, su cui abbiamo indossato parrucche e cappelli, con cui abbiamo sentito infinite gocce d'acqua scorrerci lungo il corpo dopo un bagno al mare, con cui abbiamo giocato nervosamente nei momenti di noia, che abbiamo pettinato e lucidato nelle occasioni speciali, che abbiamo portato nelle condizioni più ridicole, che ci hanno coperti e scaldati, stufati e accaldati. Non ci saranno mani ruvide, fredde e macchiate, solo mani che hanno stretto altre mani, mille volte, mani che hanno lavorato, trasportato, accarezzato, asciugato lacrime, raccolto cose da terra, disegnato, intrecciato, cucinato, lavato i piatti, mani che sono state accarezzate, strette, desiderate, baciate, mani che hanno cullato bambini, sentito la sabbia tra le dita, la neve gelida sulle nocche, la lama sbadata di un coltello da cucina, mani che parlano di ciò che è davvero il tempo, di ciò che lascia un segno su di noi, di ciò che rappresenta l'unica cosa che possa darci un segno tangibile di quanto sia passato da quando abbiamo visto per la prima volta questo mondo: noi stessi.
Ricordatevi di non invecchiare, ma non smettete mai di crescere.

giovedì 2 dicembre 2010

UN POST GAIO: TUTTI FUORI DALL'ARMADIO

Avrei voluto farlo ieri, ma si sa, il tempo a volte è tiranno e mi è stato proprio impossibile scrivere fino ad ora. Mi aggrego ad un'iniziativa trovata su questo blog, che visito con piacere di tanto in tanto. Parlare di omosessualità in una giornata come il primo dicembre è una cosa seria. Parlare di omosessualità nella giornata mondiale contro l'AIDS porterebbe ad insinuarsi in discorsi sulla disattenzione calata progressivamente su questa malattia, confidando erroneamente nella consapevolezza delle nuove generazioni, porterebbe a scontrarsi amaramente contro un muro di omertà, pregiudizi e blande informazioni. E sinceramente, non so come gestire il tutto, nonostante abbia un'idea molto chiara di come la penso a riguardo, di come possa essere dilaniante affrontare una malattia che distrugge il corpo, l'anima e per cui si viene discriminati, di come possa essere frustrante leggere il giudizio delle persone nei loro occhi, di come possa essere avvilente sentire di non essere liberi di parlarne. Ci sarebbero centinaia di discorsi che potrei fare, centinaia di temi da trattare, idee da analizzare, pensieri da vomitare, postille da aggiungere e digressioni da integrare. Ma non farò niente di tutto ciò, perchè ho deciso di fare coming out.
Ho 26 anni, non sono ancora laureata e non so dove mi porterà la vita, o dove io vorrei portare lei. Sono una donna innamorata, una figlia fiera della propria madre, una sorella che non dice abbastanza quanto vuole bene al proprio fratello, una cocca di papà che vorrebbe sapere chi c'è dietro suo padre; non credo nell'amore eterno, se per eterno si intende una relazione convenzionale, biunivoca, monogama che duri fino alla tomba. Credo nell'amore eterno al di là di ogni classificazione. Ho un'idea della vita che ancora non so se sia applicabile ad essa, ho un'idea delle relazioni che taglia ogni catena con il possesso, le etichette, le classificazioni di genere. Non mi piace sentirmi in gabbia e metterci gli altri. Ho dei problemi ad incastrarmi nelle tappe convenzionali della vita, non mi sento la metà di nessuno o un tassello di puzzle da incastrare. Sono, emotivamente parlando, un'egoista part time. Se è qualcosa che sento posso dare la luna, se non lo sento, non sono in grado di dare niente. Perchè non mi si addice, perchè credo sia sbagliato e ingiusto e perchè non riesco ad andare contro me stessa più di tanto. So che non è una cosa di cui vantarsi, che non dev'essere carino sentirselo dire, ma per me non è una motivazione abbastanza forte per fingere di non essere come sono. Sono poco affidabile in termini di puntualità, ma credo che la mia onestà e la sincera dispobilità di cuore bilanci questo mio difetto. Mi piacciono gli uomini. Mi piacciono le donne. Mi piacciono le persone. La bellezza, l'ironia, l'intelligenza,l'attrattiva, la grazia, la sensualità... negli anni mi sono accorta che non hanno sesso,non per me. Vorrei avere dei figli con il mio sorriso, scrivere libri con il mio nome, disegnare abiti con le mie mani, vivere in una casa di legno con un portico e tutta la libertà del mondo. E tutta la libertà del mondo non si trova sul mercato, in qualche libro, in qualche religione, non è qualcosa che si trasmette ereditariamente o che può essere insegnata. Ma si può imparare, questo si. Si può cercare, si può creare e costruire. Ed è questo che voglio. Sentirmi libera di essere chi sono, senza essere giudicata, etichettata come "etero", "lesbica" o "bisessuale", perchè le etichette dovrebbero servire a rendere la comunicazione più veloce ed efficace, non a marchiare a fuoco una persona. Sapete chi è Vivienne Marcheline? E' la FIGLIA di Angelina. Angelina chi? Quella mezza LESBICA che ha fatto "Ragazze interrotte", la MOGLIE di Brad Pitt. Figlia, lesbica, etero, madre, moglie, tutte targhette che si riferiscono ad una stessa cosa: un essere umano. Siamo prima di tutto persone. Il resto, tutte le classifcazioni, le etichette, le valutazioni sono post-it attaccatti in faccia alle persone, che cambiano in base a chi li legge, e tali dovrebbero essere considerati, come parole di comodo che aiutino ad identificare un individuo, ma non dovrebbero diventare l'unica cosa che le descrive, come spesso accade. Perciò con questo post, faccio coming out su chi sono, su cosa voglio e sulle cose in cui credo; perchè quello del coming out dovrebbe essere un concetto ampliato a tutte quelle situazioni di omertà in cui viviamo. Tutti dovremmo fare coming out, uscire dall'armadio, aprire gli occhi, nostri e degli altri, uscire dai pregiudizi, dai moralismi, dal falso perbenismo e dal qualunquismo. Le cose sono scomode fintanto che si sente la necessità di nasconderle. Sfortavevi, sforziamoci di ignorare i pregiudizi degli altri e di non averne noi stessi. La sincerità su chi siamo è l'unica strada per la felicità, che siate etero, gay, bisessuali, genitori, figli, impiegati, banchieri, fruttivendoli, suore, politici, sposati, amanti, dark, emo, bohemienne o punk.  Poco importa se questa onestà riguarda gusti sessuali, una malattia, una passione inconfessabile, una doppia vita, se c'è qualcosa che vorreste dire, fatelo, spogliatevi dalla paura del giudizio e dell'accettazione, non è facile e neppure indolore, ma sarà come se quel macigno che ci portiamo appresso da una vita, si fosse sciolto in una cascata di piume che si lasciano trasportare via dal vento, lasciando solo una cosa: Voi.

Ringrazio Amoon per la bella iniziativa