sabato 31 dicembre 2011

ERBA VOGLIO

So cosa state pensando.
Facili giochetti con le ambivalenze di significati.
No, non quella.
Ho solo deciso di stilare una lista di futilità che mi piacerebbe avere, in tempi brevi o meno. Anche in un'altra vita va bene, ecco.

*Casa di legno con portico. Per questa, la lista d'attesa può andare dai dieci ai trent'anni. Sono una persona paziente.
*Orto di erbe aromatiche. La cosa, è innegabilmente connessa alla precedente. Senza una casa, quindi un giardino (seppur misero), o un terrazzo (che ovviamente manca in questa bettola per studenti dove se stai fermo per più di dieci minuti nello stesso punto ti cresce la muffa addosso per quanto è alto il tasso di umidità), converrete con me che è un'ardua impresa cavarci fuori il posto per un giardino di aromi. Voglio la menta, l'erba cipollina, il basilico, la salvia e il rosmarino. E il timo. E l'origano, che quello fresco è tutta un'altra storia.
*Pattini d'argento. Possibilmente anche una micropista. Questo però non mi sento di scriverlo in grassetto, anche se il fatto di voler addirittura possedere dei pattini da ghiaccio si legittima solo in virtù di un uso/possesso smodato di una pista. E, si, li voglio d'argento. Questa lista si chiama Erba Voglio, mica Erba Vorrei Se Non Fossi Povera/Precaria/StudentessaPerenne/FuturaDisoccupata.
*Armamentario da pasticcera mancata. Si sa, i dolci ed io, abbiamo un'affinità elettiva invidiabile. I muffin, il cheesecake, il tiramisù, la torta di carote, i biscotti, i miei esperimenti ... Potrei dimezzare i tempi se solo non: montassi gli albumi a mano, tritassi le carote a mano, tagliassi il cioccolato con un'accetta, mescolassi ogni cosa a braccio.
"Comprateli", direte voi. Certo. Ma cucinando prettamente di notte, ognuno di questi utensili non dovrebbe emettere alcun suono. E se mi posso permettere uno sbattitore elettrico comune (cosa che, sorprendentemente, c'è pure in questa casa), non me ne posso permettere uno col silenziatore, ammesso che esista. Qualora non fosse così, mi stupisco che nessuno ci abbia ancora pensato.
*Vitalizio in ciabatte. Possibilmente, nell'ordine delle migliaia. Le perdo, tutte, indistintamente. O, peggio, ne perdo una. Avete idea di che sensazione orribile si provi a mettere un piede giù dal letto alle 8, in pieno inverno, e sentire il marmo che ti crioterapizza un arto? Ecco, io odio. E voglio ciabatte ovunque, possibilmente dello stesso spessore, così, magari, evito di assomigliare ad Igor mentre cammino. Se non avete idea di ciò di cui sto parlando, tanto meglio per voi; significa che non perdete le ciabatte. O che avete una buona mira. O che dormite coi calzini. O che avete un tappeto. O che la smetto qui.
*Coffee machine. Di quelle americane. Da brava finta Italiana quale sono, adoro il caffè americano. "Appena ho qualche soldo da buttare me la compro". Me lo dico da tre anni, ma ancora non ho visto carta straccia nel mio portafoglio. Rimedierò entro l'anno. Tò, c'infilo pure un proposito.
*Vitalizio in fagiolini. Nettare degli Dei. E' la storia d'amore più duratura della mia vita, quella tra me e i fagiolini. Quando mi accorgo che in dispensa non ce ne sono più, m'incazzo come una iena. Anche qui, nell'ordine delle migliaia.
*Sensore rileva ostacoli da passeggio. Sarebbe un sogno. Poter camminare e leggere in santa pace, senza rischiare di travolgere bambini, scippare involontariamente vecchiette con la pensione nella pochette, spaccarmi i peroni contro un pilone di cemento limita-traffico. Invece, manca poco divento strabica a forza di provare a leggere, sopravvivere e non uccidere contemporaneamente. Finora, il metodo più efficace cui sono giunta (dopo svariati quanto fallimentari tentativi), è quello di tenere il libro all'altezza del collo. La visione periferica mi permette e di accorgermi se qualcuno mi si para davanti, e di avere una vaga (ho detto VAGA) idea di dove metto i piedi. L'ultima volta mi sono schiantata rovinosamente contro una bici in cavalletto che, ovviamente, era esattamente nella traiettoria del mio libro, unico (rett)angolo morto di questo sofisticatissimo sistema. Magie della prospettiva.
*Insegnante di latino e pilates. Non insieme. Cioè, l'insegnante è lo stesso, le discipline sono due. Non vorrei mi scambiaste per una di quelle progressiste del fitness convinta che ogni cosa possa essere integrata nel workout quotidiano.
"Corso di salsa, bachata e canti gregoriani. Finalmente anche in Italia, il corso che ha aiutato celebrities come Jennifer Lopez e Orietta Berti a ritrovare la forma dopo il parto! Polverizzate i chili di troppo a suon di GLORIA e AGNUS DEI! I vostri amici, non vi riconosceranno più!!!"
Cose così insomma.
No.
Voglio un insegnante serio. Alto, moro, coltissimo. Quando non mi serve, lo tengo in uno sgabuzzino, in stand-by, tipo SuperVicky. La mattina, dalle 10 alle 12, lezione di latino; la sera, dalle 19 alle 20, pilates.
E' vero che l'essenziale è invisibile agli occhi, ma è pur vero che il corpo è il tempio dell'anima. Quindi, curare entrambi col pilates e col latino mi sembra cosa buona e giusta. Amen.

Per ora mi fermo qui. Potrei continuare, eh, sia chiaro; ma vi risparmio.
Direi che non potevo scegliere argomento migliore per l'ultimo post del 2011.
E voi, qual è la vostra Erba Voglio?

giovedì 29 dicembre 2011

VUOTI PIENI

Parcheggio al solito posto, davanti al cancelletto, per metà addossata ai cespugli di lavanda.
S. è nel garage, col gatto che le scalda le caviglie e una pila di panni tra le mani.
Quando mi vede, nonostante il buio, riconosco il bagliore nei suoi occhi.
Ci abbracciamo, lì, tra la lavanda e i panni, col panforte in mano e il gatto tra i piedi. So di cosa profumano i suoi capelli biondi, ma cerco di non respirare. Non so bene che effetto mi possa fare sentire quell'odore.

"Torna quando saprai cosa vuoi fare della tua vita. Vienimi a trovare e raccontami di te"
Queste furono le sue parole, quasi un anno fa.
Mentre la seguo lungo il vialetto ciottolato che conduce alle scale, mi chiedo se sia già passato un anno dall'ultima volta in cui sono stata qui.
S. apre la porta e mi invita ad entrare.
Travolta dall'odore di quella casa, per un attimo perdo il contatto con la realtà. S. accende una candela e mi chiede se voglio qualcosa da bere. Rifiuto, sono così piena che anche un misero the sembra un maritozzo alla panna al mio stomaco. Rollo una sigaretta, invece, mentre iniziamo a parlare di cosa è cambiato nell'ultimo anno. Le racconto dell'università, del lavoro, della scrittura, di quella-cosa-di-cui-ancora-non-parlo-per-scaramanzia, di Stè, di tutte le cose che mi sono successe.
Lei ascolta, sorride, fa domande.
Sono un po' nervosa.
Me ne accorgo dalle dita che si arrampicano su per il collo, alla ricerca di un ciuffo sfuggito al bastone con cui ho raccolto i capelli. Lo trovo, nel momento in cui sentiamo un tonfo farsi strada dalle scale a chiocciola che portano alla taverna.
"P., ci sei? Vieni a vedere chi c'è ..."
"Chi c'è?"
"Sali, sali, vieni a vedere."
Mi alzo in piedi, ascolto quei i passi pesanti farsi strada ritmati per le scale, mentre con gli occhi fisso l'apertura nel pavimento da cui uscirà.
Quando lo vedo, il suo viso mi colpisce come una secchiata d'acqua gelida a dicembre.
Non me l'aspettavo, di solito solo S. mi fa quest'effetto, ma con lei non è una novità.
Lo guardo sorridermi, e lo abbraccio. Una voragine larga un decennio mi si apre dentro. Non so cosa darei per poter piangere. Mi trattengo.
Ogni volta che lo vedo penso sempre che è davvero altissimo.
E' invecchiato di colpo. Ed è un po' stanco, meno sereno dell'ultima volta che sono stata qui.
S. invece ha la solita consapevolezza pacata, avvolta da quella sua arrendevole tristezza che finisce, esausta, per diventare serena accettazione, sono certa intuisca la fatica con cui freno le lacrime.
P. ritorna in taverna, S. ed io in cucina.
Parliamo ancora un po' prima di salutarci, col buio fuori dalla finestra aperta di un soffio ad origliare chiacchiere vaghe che si sostanziano in relazione a chi manca all'appello.
Lei è ovunque. Nei discorsi, nel sorriso di S., nei silenzi, in quelle mura che ci hanno viste ragazzine, in quelle scale di legno che si arrotolano su fino alla sua camera, scricchiolanti come un tempo nonostante lei i piedi lì non ce li appoggi più. E' incredibile la forza con cui queste cose mi si avviluppano addosso, l'immensità del vuoto lasciato da qualcuno di così piccolo, giovane, come era lei. Ed è paradossale che una persona che non c'è più riesca a fare tutto questo rumore, a lasciare in giro cose che da oltre dieci anni sanno ancora raccontare come se non fosse passato nemmeno un giorno.
E' un vuoto pieno, quello che ha lasciato, straripante di lei.
Mi ha insegnato un sacco di cose. Quando era qui, e pure dopo.
Ho la sensazione che a Natale, tutto questo, faccia ancora più male. 
Sarà il cuore rimasto aperto, come accade spesso in questo periodo dell'anno. 
O forse è proprio lei, che senza saperlo ha disseminato piccole gemme luminose affinché noi potessimo trovarle nel corso delle nostre vite.
E' un regalo bellissimo. 
Vorrei potergliela urlare questa gratitudine.
So che non si può. 
Perciò la semino nelle vite degli altri, con la speranza che le persone colgano anche solo la metà di ciò che lei ha dato a me.
Grazie T.
Te lo scrivo qui, che anche se non ci passi magari mi senti.


mercoledì 28 dicembre 2011

RICORDA QUESTO DICEMBRE, CHE L'AMORE PESA PIU' DELL'ORO - Josephine Dodge Daskam Bacon -

Sperso tra i bagliori delle luci ad intermittenza, tra il cibo impastato con la premura e la consuetudine, il Natale ha appena svoltato l'angolo.
Avrei voluto durasse un po' di più. Per poter assaporare, dire una parola in più, ascoltare un'altra storia che non conosco.
E invece, mentre il torpore della digestione si profondeva tra le membra, mentre il cervello dava segni di avaria e il corpo di abbiocco imminente, Natale è scivolato via inevitabile.
Ne resta il famigerato pugno di mosche, e forse, fatta eccezione per quei due chili che già sento stanziati sul culo, non ne rimane prova tangibile.
Però ho ascoltato.
Con le antenne flessuose e sensibili.
Ho osservato.
Con un paio di occhi nuovi.

La nonna Luciana, che sa ben oltre ciò che lascia intendere; i miei genitori, che mi hanno sempre sostenuta ma che ho trovato impercettibilmente inorgogliti dalla fine dei miei esami; mio fratello che deve fare i conti con stravolgimenti inaspettati e irreversibili; ognuno di loro è cambiato pur rimanendo sè stesso.

E poi il profilo della zia R. che se la guardi ci assomigliamo un sacco ma se la guardi meglio non capisci proprio dove; le gote della zia D. terre emerse in quel volto accarezzato dal tempo e dalla vita; gli aneddoti sul Nonno A. di cui, purtroppo, conosco molto poco. Anche loro devono essere cambiati, ma siamo così distanti che mi rendo conto essere troppe le sfumature che non sono in grado di cogliere.

Mi rimane addosso una sorta di lieve tristezza, la tristezza del possibile non concretizzato, solo accennato, forse evitato, di ciò che avrebbe potuto ma non è accaduto.
Non che ci fosse qualcosa in particolare che avrebbe dovuto, solo una sensazione difficile da individuare, da qualche parte dentro alla pancia ricolma di cibo.
Però ne sono accadute altre di cose.
Ho fatto l'albero con mio fratello, ad esempio.

L'ultima volta che è successo, credo entrambi dovessimo slanciarci in punta di piedi per arrivare alla cima; ora, che l'albero è rimasto lo stesso mentre noi siamo cresciuti, la punta non ci arrivava neppure alle spalle. Ore 23.30. Siamo in ritardo. A. ed io alle prese con l'albero, la mamma intenta ad impacchettare gli ultimi regali, il papà infrascato da qualche parte a fumare pensieri che non dirà mai. In sottofondo, canzoni riascoltate mille volte, le risate, .l'odore del caffè. Eccolo il Natale in casa nO.S.tra.
E poi le confessioni, le mie ad A. che ancora una volta si è rivelata essere la gran persona che penso lei sia; gli abbracci di mia nonna, lo zio P. che mi ha regalato un barattolo da 2.6 kg di fagiolini, la S.orella che diventa grande sotto i miei occhi, ormai pronta per spiegare le ali, le amiche di sempre con cui la qualità del tempo passato assieme offusca quello che ci ha viste lontane.

Cosa rimane di questo Natale?
Qualche regalo, brandelli di carta lucida che brillano come stelle, torroni, marron glacés e torte fatte in casa.
E poi c'è tutto il resto.
Quello non tangibile ma, comunque, incredibilmente reale.
Ho raccolto i sorrisi di tutti, mi ci sono riempita le tasche.
Ho preso tutte le parole che mi sono state dette e le ho messe in barattoli sotto vuoto.
Persino quel bracciale di luna là fuori, in qualche modo, me lo sono legata al polso.
E' passato, andato, finito.
La sua scia, però, è ancora qui, dove riempie e scalda. Anche se non si vede.
Buon Natale.

video

giovedì 22 dicembre 2011

IL MONDO IN UNA TAZZA


Un pacco di Alpenliebe intero.
Finito in meno di dieci minuti.
E prima le arachidi salate.
E prima ancora la crema di cioccolato.
Proprio come quand'ero piccola.
Lo sono sempre stata, ingorda.
L'unica differenza è che, da piccola, la crema al cioccolato non la sapevo fare. Ora si, accidenti a me.

Adesso, per l'angolo del salutista, bevo un orzo caldo gigante, con i termosifoni accesi ad asciugare i maglioni e una pentola di riso e piselli sul fuoco. Ci ho messo curry, prezzemolo e paprika. Uno dei miei intrugli sperimentali. Ad onor di cronaca, è il pranzo di domani. Sono un tombino ma non al punto da mangiarmelo alle tre di notte (falsa).
Oltretutto, in un'inaspettata condizione di ristrettezze economiche, mi trovo a dovermi ingegnare con quello che c'è in casa. Le mie finanze piangono miseramente, con quelle quattro lire rimaste, devo comprare gli ultimi tutti i regali di Natale. Fossero mille, le lire, me ne andrei in America.
Non che solitamente navighi nell'oro, intendiamoci, ma 50€ in meno a tre giorni da Natale fanno una differenza abissale.

Ho comprato una tazza.
Io adoro le tazze. Le adoro sul serio. Non ne compro molte, ho gusti difficili. E non è neanche detto che le compri.
L'ultima con cui sono entrata in fissa, era una delle tazze del bar di fronte alla libreria in cui lavoro.
E' un bar per GenteBene e turisti altolocati, di quelli coi lampadari di cristallo e i camerieri vestiti da pinguini. D'estate, quando il tempo tra uno scontrino e l'altro non era abbastanza per concedersi un pasto, cenavo lì, con un cappuccino e due risate con i baristi che, ormai, mi conoscevano.
Il dialogo surreale è stato più o meno il seguente:
"Senti ma ... cosa succederebbe se, in un attimo di distrazione, questa tazza cadesse accidentalmente dentro la mia borsa?"
"Col cappuccino o senza?"
"Senza cappuccino. Col piattino. Ti sto chiedendo il permesso di rubarla, in realtà"
"Guarda, fosse per me te ne darei pure un servizio intero; ma considerando che sono di Richard Ginori e che le vendono a 35€ sul sito, non sono proprio nella condizione di poterlo fare"
"Richard chi?"
"Ma tu, da quant'è che vivi a Firenze?"
"Sei anni"
"E non conosci Richard Ginori? Signorina, la tua cultura in materia di porcellane lascia alquanto a desiderare"
"Si, ma anche in materia di granchi delle Mangrovie se è per questo; nel senso che non è un peccato così condannabile non sapere chi è Richard Ginori, soprattutto se consideri che non sono nata qui e che non sono in attesa di sposalizio con dote in via di acquisizione"
"Vero. Rimane il fatto che Richard Ginori è un'istituzione e tu non lo conosci"
"Vero. Ora la posso rubare?"
"No" 
Il giorno seguente, uscita dopo l'ennesima giornata infernale, svoltai all'angolo che si affaccia sul battistero e salutai i miei amici pinguini. A. mi fermò, si guardò in giro e mi disse: "Tieni, mettila in borsa; il capo è in ufficio, non se ne accorgerà nemmeno".
Iniziai a saltare con la tazza in mano ringraziandoli mille volte, mentre i pinguini mi dicevano di avere la decenza di nasconderla prima di esultare, giusto per dare alla cosa una parvenza di innocenza.
Sorrisi, impacchettai e portai a casa.
Tempo dopo, i pinguini me ne diedero pure un'altra, "perché la prima era senza piattino, e una Richard Ginori senza piattino, un se po' vedè".
Così, ora ho le mie due Richard Ginori da mettere in dote, insieme al divano verde della mia bisnonna, le tazzine da caffè a fiori anni '70 (sempre della bisnonna) e un vecchio comò dell'altra bisnonna.
Niente da dire, proprio una donna da sposare.

Ma torniamo alla scintilla che ha scatenato la mia digressione: la tazza.
L'ho vista durante una toccata e fuga in cerca di regali.
La renna bianca che ci sta sopra mi ha chiamato dalla lontana Finlandia Cina, e non ho saputo resistere.
C'è tutto quello che deve esserci: è capiente, comoda, maneggevole e, soprattutto, è natalizia.

Non so cosa mi piaccia delle tazze. Forse il fatto che mi fanno sentire immediatamente a casa, ovunque io sia; o forse il fatto che dentro ci sta tutto il caffè che voglio. 
Certo, è anche un discorso estetico, ma io credo abbia più a che fare con quella sensazione di accoglienza immotivata che avverto ogni volta che ne stringo una bollente tra le mani.
Capita di torvarsi a casa di qualcuno per un the o un caffè extra-large; capita che questo qualcuno mi faccia scegliere la tazza, o che mi racconti da dove viene quella in cui ha appena versato l'oro nero, e, non lo so, non riesco a non rimanere affascinata dalla microstoria che contiene.
A casa dei miei, ne ho una "presa" in Finlandia. 
Quando firmai il contratto, prima di partire, era esplicitmanete suggerito di portare delle stoviglie perché l'HOAS non si faceva carico di fornirle. Arrivata là, poggiate le valigie a terra, con il caffè più imbevibile della terra sul fuoco, scelsi una tazza da quelle disponibili nella credenza, portate e lasciate da chi ci ha vissuto prima di me, e scelsi lei. Fu la prima tazza in cui bevvi un caffè in quel luogo che mi è così caro. Fu quella che mi vide appena sveglia quasi ogni mattina; quella che cadde rompendosi, miracolosamente, solo il manico; quella che portai a casa dopo sei mesi di tête-à-tête
Tuttora, ogni volta che me la ritrovo tra le mani, stracolma di caffè fumante, non posso fare a meno di ripensare a quei tempi felici.
Questa è solo una piccola parte di tutte le storie di cui sono fatte le mie tazze, infinitesimale rispetto a tutte quelle che avrò in casa quando sarò vecchia e rugosa e i miei anni si conteranno in tazze venute da chissà dove, o in cerchi, come per gli alberi.
Nel frattempo, tenete a mente, semmai dovessi passare da voi per un caffè, che il modo più efficace per farmi sentire la benvenuta è offrirmelo in una delle vostre tazze e raccontarmi la sua storia. Se sarà quella sbeccata che usavate la mattina dopo una sbornia nella vostra casa da studenti, tanto meglio, ne avrà di storie da raccontare.

mercoledì 14 dicembre 2011

SE CE L'HA FATTA LA LUCIA, POSSO FARCELA PURE IO

Non dovrei, lo so.
In fondo, mancano poche ore e saranno 48.
Di veglia.
Potrei andare a dormire, ecco.
Ora sono quasi 39.
Sveglia da 39 ore.
Ed è martedì.
Caffè, red bull, the, caffè, caffè, the, caffè.
Tu-tum-Tu-tum-Tu-tum.
Pompa come se ne avessi due.
Ho momenti di ansia paralizzante.
Altri di produttività adrenalinica.
Il tutto intervallato da frangenti di catalessi assoluta. 
Parole acchiocciolate escono inciampando nelle mie labbra.
Il cervello non la smette di girare.
E il Filosofo a ricordarmi di respirare.
Inspira.
Espira.
Poggia la testa e chiudi gli occhi.
Anche solo per cinque minuti.

"Ehi, tu ... Ma l'Additio Erculea te la ricordi"
"Razionalmente ti direi di si. Il mio cervello però, è entrato in sciopero un quarto d'ora fa. Credo stia al telefono col suo sindacalista al momento."
"..."
"No, non me la ricordo l'Additio Erculea"

Si ricomincia.
Si attende.
I criceti, sfiniti, ricominciano a correre, a congiungere le informazioni come in una carta natale di Paolo Fox, dove tutto avrà un'unità di senso che, ancora, mi sfugge.
Le ore rotolano via lente come macigni.
Prima tre, poi sette, poi nove.
E poi tocca a me.
Mi siedo, IlSignorG. scorre le 600 immagini e si ferma su una a caso.
Ma io quello lo conosco, penso.
Indovina chi ha la faccia così?
E' Giorgione.
Giorgione e il tempo che, ineluttabilmente, consuma ogni cosa. Spiattello tutto, collegamenti ipertestuali inclusi.
E poi il Verrocchio, Poussin, il Veronese, coso lì, il Canaletto, quell'altro, Chardin, Michelangelo...
Non ricordo qualche nome. Azzecco l'interpretazione di ogni opera.
Mi appioppa un 23.
Un dignitosissimo 23.
Dopo un dignitosissimo ultimo esame.
Mi sarei data un 26, se devo proprio essere onesta. Ma sono conscia di aver fatto un bell'esame, perciò non mi rimane nemmeno l'amaro in bocca. Sono contenta. E basta.
Accetto.
Firmo.
Esco.
Abbraccio una sconosciuta in attesa di dare l'esame.
E me ne vado, fluttuando a venti centimetri da terra.

E' "solo" un esame, lo so. Ma è l'ultimo. Ostico al punto giusto per piazzarsi come tale nella tua personal chart degli esami da dare. Ed è stato preparato in 13 giorni, in mezzo a balordi turni lavorativi, uno stage che si mangia parte delle mie giornate senza preavviso, e sempre troppo poche ore di sonno. Il tutto dopo un blocco della circolazione che durava già da un po'.
Perciò, si, mi sento come Gene Wilder in Frankenstein Junior.

Ora sono sveglia da 40 ore.
Ora ho dato 40 esami.
Ora vado a dormire.
Con una leggerezza addosso che non credevo nemmeno possibile.
Grazie D. per la tirata d'orecchie.

NOTA: La Lucia del titolo è mia nonna, mica la santa. Che comunque è una santa pure mia nonna. E oggi è anche Santa Lucia.
Ha 79 anni e si è appena fatta il cellulare.
Io ne ho 27 ed ho appena finito gli esami.
Si può fare, nonna.




lunedì 12 dicembre 2011

ARRIVA ARRIVA QUELLO CHE DEVE ARRIVARE, NON TI PREOCCUPARE

Non dovrei, lo so.
In fondo, mancano poche ore a martedì.
Tenere duro.
La vocina si fa sempre più flebile.
Mi sa che questa cosa delle dita incrociate non sta funzionando.
Era tanto che non mi sentivo così.
Male, intendo.
Al momento, mi servirebbe un eremo solitario.
Il mio sorriso non ha scintillato poi molto oggi.
E con questa faccia da stoccafisso mi prenderei a schiaffi da sola.
'Cazzo guardi, idiota?
Quello che guardi tu, stronza.
E sfanculerei tutto.
Io non sfanculerei mai tutto.
Oggi si.
E scrivo come una quindicenne, mancano solo un po'di K a caso.
Poi, vorrei sapere come mai oggi mi sembra tutto così insulso.
Succede il giorno prima di qualcosa?
Vorrei piangere. Ecco cosa vorrei.
O Sant'Iddio ci mancava solo questa; ora pure il pianto isterico fermo in gola.
Vedi? Quando pensi che la dignità sia già fottuta e che peggio di così non ti puoi sentire, ecco che arriva la stoccata finale, il pianto inutile.
Che poi, non è ancora arrivato, ma lo sento, lì da qualche parte tra gli occhi e il cuore.
Non vedo il fondo, di questa tazza piena di caffè nero.
Non vedo il fondo di tante altre cose.
Devo bermelo tutto per vedere il fondo.
Devo?
E se non ce la faccio?
Il caffè tiepido non mi piace.
Ora faccio i capricci.
Faccio i capricci fino a che non arriva ...
Non arriva chi?
Cosa?
Cosa cazzo deve arrivare?
Non l'hai ancora capito che non c'è nessuno che deve arrivare? Ti devi salvare da sola dai fondi del caffè e pure da tutto il resto.
Si che lo so.
E allora che cazzo aspetti?
Niente, in realtà.
Non mi aspetto niente, come sempre.


Faccio un respiro.
Due.
Tre.

Mi sfanculo da sola.
Che in realtà sono io l'unica che sfanculerei oggi.
Gli occhi umidi, le dita gelide che reggono l'ennesima sigaretta, fisso il mio riflesso. Inettitudine. Paura. Incoerenza. Cento cose orribili tutte insieme.
Forse mi basterebbe una parola.
Perché non la chiedi?
Silenzio.
Perché non la smetti di non aspettarti niente? Paura eh?
Silenzio.
Perché non dici niente? Lo so che vuoi urlare. E allora urla, porca puttana, piangi, disperati, fai qualcosa, ma non stare lì immobile come se non ti stesse succedendo niente.
Silenzio.
Silenzio.
Ancora silenzio.
Suona il telefono.
Ci penso un po', tentenno, poi rispondo.
Mi serve una tregua da questo silenzio assordante.

domenica 11 dicembre 2011

ATTENTI A QUEI TRE

C'è un albero di Natale di fronte al Duomo. 
L'hanno acceso l'8 dicembre alle sei. Io ero al lavoro, lì di fronte, senza poterlo vedere.
Non è grande come me lo aspettavo, ma è bello, con le luci azzurrine e i gigli rossi.
Venerdì sera, ore 00.20. Mi metto lì, faccio un paio di telefonate, aspetto.
Gente random. Finisce che faccio un paio di foto con degli sconosciuti. 
Non avevo considerato che una ragazza sola, con una gonna e un paio di parigine, ferma sotto un albero di Natale enorme potesse essere materiale da abbordaggio.
Poi, finalmente, arriva il mio regalo. Lo scarto e ci trovo due stranieri venuti da lassù, a sinistra. 
Ci si guarda sorridendo, si cammina per i vicoletti fiorentini, in mezzo alla calca del week end, si parla, ci si racconta, si ride e si finisce a bere.
Vino bianco, per l'esattezza.
Io un po'troppo; QueiDue, che sono uomini duri, sembra abbiano bevuto due spremute.
Così, tra una bevuta, tremila parole, altrettante risate e un po'di pioggia, abbiamo fatto le 4.
Ovviamente, non ci siamo fatti mancare nemmeno il croissant da passeggio, preso in un fornetto di scorbutici trovato letteralmente a naso.
E' stato bello.
Dare un volto e una voce a qualcuno che prima non ne aveva mi fa sempre uno strano effetto.
Soprattutto se questo qualcuno, seppure a distanza e in maniera pacata, a volte indiretta, ti ha dato qualcosa.
Ora, quando leggerò ciò che scrive, saprò che volto ha, il suono della sua voce, qual è il suo sguardo.
Davvero bello.
Paganini non ripete.
Io, se ce ne sarà occasione, più che volentieri.

Ora devo scappare, il dovere mi chiama. Mi scuso se latito e non rispondo ai commenti. Non è un elogio all'egoismo, è che non ho tempo. Da martedì, si spera, le cose cambieranno. Incrociate le dita per me. Anche quelle dei piedi.

Un abbraccio a voi e un grazie di cuore a P., a M. E pure a Marina.




domenica 4 dicembre 2011

"RACCONTAMI UNA STORIA SPECIALE"

Qualcuno mi ha regalato un libro.
Uno sconosciuto, per l'esattezza.
Un cliente, per l'esattezza.
Dopo avermi pagato, mi ha restituito il libro dicendo: " Questo è per te".
Non so esattamente il motivo. So solo che in una pigra domenica mattina, con la libreria aperta da poco e qualche sparuto temerario a darmi il buongiorno con le pieghe del cuscino ancora stampate in volto e la pelle arrossata dal freddo, il SignorCliente mi ha raccontato la sua vita. Ed io ho ascoltato.
Gli anni in istituto dopo essere rimasto orfano, i collegi d'Italia per cui ha peregrinato, i lavori che ha fatto, le donne che ha amato; la prima, cui ha scritto una lettera il San Valentino scorso ricordandole dei tempi andati in cui si scambiavano i bigliettini tra i banchi di scuola, quando ancora i piedi non toccavano terra; l'ultima, morta dieci anni fa; quelle venute dopo, vagabonde e informi come fantasmi, nella sua casa e nella sua vita.
In tutto questo, il SignorCliente, avrà 55 anni.
Con la coppola abbassata sulla fronte, mi guardava da dietro uno spesso paio di occhiali, con due occhi che, nonostante tutto, ridevano.
Anche le sue labbra ridevano.
Parlava tanto. In mezzo a tutti quei discorsi, ogni tanto, gli scivolava un accento che tradiva le sue origini pugliesi.
Parlava tanto, un fiume in piena. Come se non avesse potuto farlo per anni. Sembrava rivolgersi a sè stesso, più che ad un interlocutore preciso.
Parlava tanto. Le lanciava nell'aria, veloci, ritmate, pregne, quelle parole. Ne aveva un bisogno viscerale.
E lo sapeva. Mi disse: "Il mio professore mi diceva sempre 'L. , la devi smettere di raccontare la storia della tua vita a chiunque, parli troppo, aggredisci le persone'. E lo so che ha ragione, ma non ci posso fare niente".
Poi il marasma della domenica ha iniziato a riversarsi in libreria, la giornata a prendere corpo dal nulla, da un momento all'altro, come succede sempre; così il SignorCliente ha pagato, mi ha regalato il libro e se n'è andato.
Non so esattamente il motivo.
Forse ascoltare in silenzio un perfetto estraneo che ti consegna la propria vita come si farebbe solo con una persona che, in realtà, non si conosce, mi ha messo nella condizione di sembrargli una persona da ringraziare, in qualche modo.
Non lo so.
So solo che, davvero, non me l'aspettavo.
Grazie, SignorCliente. Non dovevi.

* Il titolo del post è il titolo del libro che ho ricevuto. Ne scriverò appena l'avrò letto. Del libro e, magari, di nuovo, del SignorCliente.

domenica 27 novembre 2011

400 BUCCE DI CAROTA PRIMA DI ANDARE A DORMIRE

Tenendo conto che è il 28esimo giorno del mese (almeno stando alle mie ovaie), cosa può fare una come me, "condannata" ad un sabato casalingo causa sveglia all'alba?
La risposta è lapalissiana, ma preferisco raccontarvi com'è andata. 
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Mi aggiro sinistra per i 4 piani di ghiaccio, osservando circospetta quel pacco di carote che se ne sta acquattato nell'ultimo ripiano del frigorifero (non voglio mica che se ne accorgano), senza sapere ancora che farne; fino a quando non ho un'illuminazione, questa è la serata adatta per sfidare la sorte: preparo la torta di carote!
Mi piacciono un sacco le carote. Ma ( non senza dolore) devo ammettere che l'unica volta che ho provato a metterle in una torta, il risultato è stato decisamente opinabile.
Le ho pedinate per due giorni, nel frigo, su internet, dai fruttivendoli agli angoli di strada, ho tentato di capire se preferiscono le mandorle o il cioccolato, ho preso nota della loro reazione alla parola "cannella", "cocco", così, per intuire se avrebbero accettato di buon grado un connubio insolito o meno. Ma sembra inutile, non riesco a venirne a capo.
Mentre bevo una tazza enorme di caffè, estenuata da lunghe ricerche nel tentativo di approdare alla ricetta perfetta, mi accorgo che dai lati del friogrifero sta uscendo del fumo bianco; è denso e molto simile a nebbia.
Incredula, tengo gli occhi incollati a quel coso, la portiera si spalanca con un gran boato e ne esce una carota gigante.
Sissignori, avete capito bene, una carota gigante.
Indossa una camicia di flanella e tra le mani (si, ce le ha e sono umanoidi, un'impressione!) tiene un arco fatto di zucchero indurito con cui mi lancia freccette bianche che scopro essere mele.
Dopo avermi fissata a lungo, con la mestizia di cui solo le carote giganti sono capaci, inizia a parlare in un'improbabile falsetto:

"E' l'imperatrice degli orti a parlare, perciò taci e ascolta.
Non esiste la ricetta perfetta
Qualcuno la deve inventare.
E tu, mia gigantessa umana con la sindrome mestruale e un'evidente psicosi in stato avanzato, sei la prescelta.
Hai le carote, hai le mele, hai la flanella. Fà ciò che devi"

Non prima di aver riflettuto sul perché una carota gigante abbia la voce di uno dei cugini di campagna (che per altro, poco si addice all'imponenza e austerità di un'imperatrice degli orti), mi interrogo sulla simbologia del termine "flanella".
Avrà voluto dire cannella? Ma si, non glielo chiedo, sono certa che si tratta di cannella.

"Umana, tieni bene a mente che se la torta non sarà come IO comanda, verrai cotta in una pentola di cavolo nero, poi impanata, fritta e data in pasto agli innominabili"
"E chi sarebbero?"
"I VEGANISSIMI"
"Senta ma, questi Veganissimi mangiano carne? No perché, allora, c'è una piccola inesattezza tra ciò che mangiano e il termine con cui si definiscono"
"INSOLENTE! I Veganissimi sono creature vegetali di dimensioni spropositate, nate nelle foreste più nere, nei boschi più oscuri, dove mai uomo riuscì a posare piede. Vivo. Infatti essi si nutrono solo di CARNE UMANA. Sei verdura per loro. Un ottimo esemplare di finocchia gigante, come chiamano le spilungone slavate come te."
"In questo caso, avrei un paio di domande... Così, giusto per assicurarmi di non diventare il tacchino di soia dei VEGANERRIMI. Ad esempio, la flanel..." 
"LA FINISCHI LEI; MERDACCIA! SI CHIAMANO VEGANISSIMI"
"Noooo, ha visto Fantozzi? Ma allora ce l'avete anche voi la Mediaset!!! Senta ma ora col digitale come fate?"
"FINOCCHIA, SE NON LA SMETTI SARAI TU LA BASE DELLA RICETTA PERFETTA! MA GUARDA TE SE LA PRESCELTA DOVEVA ESSERE UN'IMBECILLE CHE IGNORA PURE L'ESISTENZA DEI VEGANISSIMI!!!"
"Bene, allora io andrei ... tante care cose, eh?"
"Tsè..."
" 'Rivederla"
Dopo essermi genuflessa per evitare di sostenere lo sguardo dell'Imperatora, mi metto all'opera, solo previa saldatura del frigo con del mastice a presa rapida.  Si sa mai.
Ma ahimè, è cosa nota, la sorte non arride a chi è nel mirino dei VEGANISSIMI; infatti mi accorgo che ho scordato di prendere le carote. Così sbrandello a mattarellate il frigorifero, le prelevo con la forza dall'ultimo ripiano e inizio a sbucciarle. Aveste sentito come urlavano!
Qualche carota, una mela e una dose abbondante di cannella dopo, una poltiglia incerta cuoce nel forno mentre io mi guardo "I 400 colpi" (bello, bello davvero. Scena finale 10 e lode). Mentre il film volge al termine, vedo del fumo salire da dietro il tavolo. Non è bianco e non c'è alcun boato. Alzo la testa dubbiosa, e vedo l'Imperatrice degli orti che fuma una sigaretta sul mio divano.

"Lei da dov'è sbucata?"
"Taci, finocchia, e fammi assaggiare quella torta"
Cannibale, penso, mentre agguanto le presine per evitare di scottarmi.
"Ecco qua"
Mentre l'imperatrice ha la gentilezza di spegnermi la sigaretta sulla pantofola, io taglio un paio di fette e gliene porgo una su un piattino.
"Allora?"
"Beh, devo ammetterlo, è celestiale. Rimani un'imbecille, ma la ricetta è encomiabile ... Ha ha ha ha ha"
"Cosa ride???"
"Rido perché hai creduto a tutta quella storia dei Veganissimi!"
"Lei mi ha preso in giro? Non ci posso credere, sono stata presa in giro da una carota gigante!"
"Ma per l'amor del cielo, finocchiona, in quale universo parallelo una storia del genere sembra anche lontanamente credibile? Ha ha ha ha ha ... I Veganissimi!!!"
"Senta, lei al momento è l'ultima pers..carot...essere, essere, che può parlare di credibilità! E' una carota in camicia di flanella e sta fumando seduta sul mio divano mentre pasteggia amabilmente con una torta ripiena di suoi simili deceduti!!! Per l'amor del cielo lo dico io! Ora se ne vada da casa mia!"
"Ha ha ha ha, me ne vado, me ne vado! ... I veganissimi, HAHAHAHAHHAAAAA!!!"
"Guardi che prendo il pelapatate! FUORI! Anzi, dentro, torni in frigorifero!"

E fu così che l'Imperatrice degli orti (ammesso che sia davvero l'imperatrice), mi spinse a creare una ricetta come IO comanda. L'ho ribattezzata, PENSA'A SALUTE, perché c'è la frutta, la verdura, e perché per "salute" intendo anche quella mentale, che al momento, non posso farmi fregio di possedere viste le circostanze che hanno fatto galoppare il mio "fantasioso" subconscio fino a qui. In compenso, ora lo posso dire, faccio una torta di carote da trasecolare! ^_^

sabato 26 novembre 2011

FOGLIE

Mi da del lei, nonostante io sia quasi "piccola" a confronto.
Indossa un giubbotto trapuntato, scuro, e una sciarpa color crema.
Ha i capelli corti, sale e pepe. Le stanno bene.
Non ho idea di cos'abbia comprato, mi hanno distratta i suoi occhi.
Intensi, profondi, pieni. Grigi come i gatti, blu come il mare quando è quasi notte. E poi sono discreti. Forse nemmeno si notano se l'osservatore non è attento. Non fanno rumore, ma sussurrano cento cose insieme. Centouno, forse, con quella forma a fogliolina di betulla che non avevo mai incontrato prima.
Senza nemmeno avere il tempo di rifletterci, con una fila di persone dietro di lei e il silenzio surreale provocato dalla radio inceppata, esito nel riporre lo scontrino in busta, alzo il viso e le dico:

"Signora, lo sa che ha degli occhi bellissimi?"

Lei mi guarda. Attonita.
Penso che, forse, avrei fatto meglio a tacere. 
Lei mi guarda.
Mi guarda dentro, coi suoi occhi divenuti leggermente più lucidi.
Mi guarda, e dice con aria incredula:

"Io? Nessuno, in 64 anni di vita, me l'aveva mai detto."

Trattiene il fiato per la coda di un secondo, e poi sorride:

"Mai ... La ringrazio."

Le allungo la busta con il libro, e la signora con gli occhi belli se ne va. 
Sorride.
Sorrido anch'io.

Chiunque, almeno una volta nella vita, dovrebbe sentirsi dire di avere dei begli occhi.

sabato 19 novembre 2011

IL TACCHINO, LE ORECCHIE DI DIO E LO ZIO ANTONIO: consuetudini inconsuete

Giovedì prossimo è il giorno del ringraziamento.
Nonostante sia una festa cattolica ed io sia irrimediabilmente agnostica, mi ritrovo a riflettere sul senso di questo giorno.
Mi documento
In origine, dice Jimmy Wales, nasce come segno di riconoscimento per la fine del raccolto. I padri pellegrini, provati dalle persecuzioni religiose che subivano continuamente, decisero di migrare dall'Inghilterra all'America. Erano assolutamente ignari del fatto che la metà di loro sarebbe andata incontro a morte certa per via della profonda differenza territoriale che avrebbero dovuto fronteggiare. Furono i nativi americani ad insegnare loro come coltivare la terra, quali animali allevare, come sopravvivere in un habitat così astruso rispetto a quello conosciuto fino a quel momento. In seguito al successo di questo primo raccolto, i padri pellegrini decisero di istituire il Thanksgiving Day per ringraziare Dio di averli assistiti con tanta abbondanza. Da quella prima festa, cui i Nativi Americani furono invitati, a quella di cinquant'anni dopo, il senso era già stato stravolto.
Già l'anno successivo al primo, in realtà, le cose avevano preso una piega infelice.

"Ringraziamo il Signore per il cibo, certo, ma soprattutto per essere riusciti nella colonnizzazione, per aver domato gli "indigeni", per aver stabilito quelle 13 colonie che saranno le fondamenta dei gloriosi Stati Uniti d'America"

Questo il senso, in parole spicciole. 
C'è aria di ipocrisia. Oltre che di appropriazione indebita, crimini contro l'umanità, e cento altre cose non esattamente piacevoli. E poi c'è tutta una critica - per altro ben strutturata - sull'inattendibilità dei fatti narrati, sulle varie omissioni e le eventuali distorsioni della realtà.

Ciò non ha impedito che, in America, il Thanksgiving Day diventasse una festa ritenuta unanimemente importante, osservata e sentita dai ceti più alti a quelli più infimi della popolazione. A pochi giorni dalle celebrazioni, si svolge alla Casa Bianca la cerimonia presidenziale che, con un mini indulto, sancisce la grazia di due tacchini, salvandoli dalle patate (e dai fornelli, soprattutto da quelli).
Leggo inoltre che, dal 2003, i cittadini americani possono votare i nomi dei due tacchini che verranno graziati, direttamente sul sito della Casa Bianca. Dal 2005, invece, il trasporto di suddetti gallinacei da Washington al ranch in cui vivranno, avviene con un volo di prima classe della United Airlines.
Gli Americani non smettono mai di stupirmi.

Dopo questo estenuante ma necessario prologo, passo alla vera ragione che mi porta qui: il RINGRAZIARE.
Mi chiedo per cosa siano grate, tutte quelle persone.
Sentiranno davvero il significato di ciò che dicono?
Sarà una sorta di pro forma o, veramente, c'è la volontà di ringraziare Dio per ciò che si ha?

Non so come mai, ma credo di avere le risposte a queste domande.
Risulterò supponente, forse, ma in fin dei conti, pure gli Americani sono esseri umani come noi (hahahaha STO SCHERZANDO OVVIAMENTE), saranno talmente abituati a questa festa da averne perso il senso, inglobati dalla tradizione che si sfoca nel tempo e diventa mera abitudine, affogata in dosi moleste di consumismo e salsa ai mirtilli. 
Noi abbiamo fatto la stessa cosa con il Natale.
Per il Thanksgiving il senso dovrebbe essere, appunto, il ringraziare. Mica Dio, che quello, ho sentito dire, non c'ha manco le orecchie. Ringraziare la vita, le persone, dire grazie per le cose belle, per quelle meno belle che ci hanno spinto a crescere, per il culo al caldo, per aver avuto qualcuno che ci ha abbracciato, che ci ha insegnato a leggere, per il gatto che, anche se non ti porta il brodo caldo quando sei malato, c'è sempre quando torni a casa; per quelli che ci hanno cambiato la vita, per le volte che abbiamo riso e per quelle che abbiamo pianto. Persino ringraziare la cassiera della libreria (riferimenti a fatti e/o persone realmente esistenti sono puramente casuali), potrebbe essere un proposito per alcune persone.

E poi ci siamo noi, con l'albero, il torrone e la nonna che, un giorno all'anno, si consente un'alzatina di gomito; noi, lo sappiamo ancora qual è il senso del Natale? Al di là del consumismo, di Babbo Natale che veste rosso perchè beve coca-cola, dell'i-phone della Fisher Price per bambini di età inferiore a 5 anni, di tutta quella coltre di cose, luci, canzonette e fiocchetti di cui ogni angolo viene ammantato, lo sappiamo ancora cosa stiamo festeggiando? 
Nemmeno mia nonna celebra realmente la nascita di Gesù (che anche lui, per altro, ancora lo devo capire come abbia fatto a nascere da una vergine. Spirito Santo qui in Toscana è una gran bella piazza, ma per me finisce li); non che sappia cosa sta festeggiando, ma se il perchè storico-religioso s'è perso da un pezzo mentre la tradizione resiste, forse sarebbe il caso di porsi due domande ( dico 2, ma sarebbero 860. Due sarebbero comunque un buon inizio), di andare a cercare il motivo per cui la cosa resiste al logorio dei secoli, alla presa di coscienza della menzogna ( anche qui siamo in 2 mentre ne servirebbero 860), perchè si continua a festeggiare qualcosa che ha perso di senso.

Perché se in misura contenuta, influisce una certa continuità passiva di qualcosa che tendenzialmente non si rivela deleteria, la pigrizia cronica del fare qualcosa solo in virtù del fatto che si è sempre fatta, bisogna pur riconoscere che la società cambia impercettibilmente ogni giorno. Cambia lei perchè cambiamo noi, cambiano i significati delle cose che facciamo, cambiano le parole e i loro sinonimi. Come i vocabolari vengono aggiornati,  noi dovremmo ridefinire la simbologia di ciò che continuiamo a fare. Il senso del Natale si è perso perchè si continua a cercarlo nel passato, a dargli quell'uno e unico valore (sarebbe il caso di dire trino, ma anche no) che ha avuto quando stava li per santificare la nascita del portavoce di Dio in terra (una fatica scrivere queste ultime parole, non ne avete idea!).
Ad oggi, 2011, che senso ha tutto questo? Assolutamente nessuno. O almeno per la maggior parte dei presenti a tavola, il senso è un cotechino, due risate e una serie di aneddoti un po'stantii. Prendendo atto dell'assurdità del proposito di abolire di punto in bianco una festa che viene celebrata dalla notte dei tempi e che, in realtà, non nuoce a nessuno, dovrebbe arrivare un momento in cui le persone si chiedono cosa vogliono che sia, questo 25 dicembre.

Io, da un po' di anni a questa parte, ho deciso che per me dev'essere una delle rarissime occasioni in cui riesco a passare del buon tempo con la famiglia riunita.
Vivo a Firenze, i miei in un angolo del Veneto, mia cugina a Milano, i miei zii in un altro angolo di Veneto. Siamo 9, in tutto. Niente pranzi con due file da 70 persone. Nessuno che si odia, nessuno che si deve vedere forzatamente. La famiglia, per me, sono quegli 8 con cui passo il Natale. Il resto, parentame generale. Alcuni li vedo volentieri, altri no, alcuni li amo, altri no. A qualcuno sono molto legata. Ad altri no.
La cosa che mi lascia basita, è che il sottotesto della cosa, generalmente è qualcosa di simile a : "Natale? Di nuovo? Che palle. Tocca fare i regali, vedere quell'acida della zia Luisa, e magari avrò pure la sfiga di sedere vicino a zio Antonio che gli puzza in fiato e dice sempre le stesse cose".
Non è "di nuovo", è solo "NUOVO". Le persone con cui pranzeremo questo 25 dicembre, non saranno le stesse dell'anno scorso o di cinque anni orsono. 
Pensateci bene; voi, un anno fa, eravate gli stessi? Non è cambiato niente nella vostra vita? E se è così, credete davvero non ci sia nulla che avete imparato, che è mutato dentro di voi? Qualora fosse così, non è solo quel giorno ad essere inutile nella vostra vita. 
Siamo così abituati a queste persone (che probabilmente non vediamo mai, è solo una questione di affetto,  imprinting e consapevolezza di consanguineità) , crediamo di conoscerle così bene, da non essere nemmeno capaci di postulare che possano essere cambiati, semplicemente, come abbiamo fatto noi, come fanno tutti. Perciò, ce ne stiamo seduti li, a fingere di essere gli stessi di sempre (sempre quando poi?), incapaci di chiedere cos'è cambiato nella vita di chi abbiamo di fronte, ciechi al tempo che passa fatta eccezione per qualche rotolino di ciccia o qualche filo canuto in più, sordi a tutto ciò che non sia la ripetizione di ciò che è sempre stato detto a questi pranzi.
Le persone cambiano, e noi non ce ne accorgiamo, non facciamo il minimo sforzo per capirle, trincerati dietro la granitica convinzione di conoscerli da sempre, ci scordiamo che ciò che conosciamo è l'idea che ci siamo costruiti di loro e che non aggiorniamo da un bel po'. Ecco cos'è che puzza di stantio a questi pranzi, non la consueta acidità della zia Luisa, non I soliti 3 aneddoti dello zio Antonio, ma le nostre stesse idee riguardo gli altri.

Il senso del Natale dovrebbe essere riscoprire chi amiamo, occuparci di loro e del nostro rapporto con loro quando ce n'è la possibilità, fare un passo in più quando qualcun altro non sa nemmeno di essere vittima di certe dinamiche, tenere a mente che una sessantina di giorni, sono la briciola di una vita, ed è mediamente il tempo che passiamo assieme a tutte le persone che amiamo riunite insieme.

Perchè laddove c'è questa piccola accortezza, questo impercepibile cambio di prospettiva che consente di vedere lo sconosciuto in mezzo al conosciuto, non c'è spazio per l'ipocrisia, il consumismo, le tristi banalità. Non importa che sia una arrosto consumato sulla tovaglia della trisavola o un panino al Mc Donald's in tangenziale, non importa se i regali sono graditi o meno, la cosa fondamentale, l'unica che può fare la differenza è ricordarsi di chiedere a chi ci sta a fianco "Come stai?" sperando e preparandosi ad una risposta non circostanziale, cercando di capire chi è diventata la persona che abbiamo nascosto dietro l'idea. La differenza è di sostanza piuttosto che di forma. E le persone coinvolte, sono le stesse che abbiamo visto 3 volte l'anno da quando siamo venuti al mondo, pur senza esserlo mai state completamente. Ecco perchè è così difficile. Ma, non a caso, ho detto difficile. Non impossibile.

martedì 15 novembre 2011

TROFEO E MARIETTA

Entro raramente col mio account paperblog. Quando capita, presa da una curiosità insulsa, do un'occhiata alle statistiche che mi dicono quante volte è stato letto un mio post. Non si può dire che la cosa mi sia di qualche utilità; nemmeno che mi galvanizzi o mi smonti. Me ne frega il giusto, ecco. Sarei solo curiosa di sapere chi mi legge. Cosa che, ovviamente, non posso conoscere affidandomi ai dati. Curiosità insulsa, appunto, oltre che insoddisfatta.
Bene.
Il più letto, a quanto pare, è questo. Si, proprio questo che, probabilmente, nessuno ricorda.
1356 volte, per l'esattezza.
Il resto dei miei post, tanto per darvi un'idea, si aggira su una media di 100equalcosa, con picchi minimi di 30, massimi di 350.
1356 volte sono tantissime, per un bugigattolo solitario come questo.
Mi chiedo come mai. 
Forse il titolo, fuorviante (fuorviante?) , ha condotto qui pure qualche innamorato in cerca di un sms preconfezionato da 60 caratteri da mandare alla persona amata (a chi è giunto qui in questo modo, complimenti vivissimi per il romanticismo e la fantasia) . Forse qualcuno cercava tutt'altro. E forse qualcun altro, cercava proprio questo. Con mia somma sorpresa e indignazione, scopro che un* Tale, ha pensato bene di "dargli un'aggiustatina" e riproporlo nel proprio blog. Senza forse. Ci sono appena inciampata sopra.
Ora, io mi domando, che senso ha? Come ti viene? Si, ce l'ho proprio con te, ladr* di parole. Con tutte quelle che ci sono, non potevi costruirci qualcosa di tuo? 
Mica perchè la cosa abbia chissà quale valore inestimabile ai miei occhi ma, sinceramente, perchè?
Non è fiscalità la mia, non voglio un paio di virgolette, un link, un nome. No. E' solo che mi dico, come fai a prendere qualcosa che non hai scritto tu, cambiare due parole qua e là, e spacciarlo per tale? A che pro? Qualcuno ti leggerà, qualcuno penserà che è così che ti senti, al di là della potestà dello scritto, proprio per una questione di integrità, coerenza, e nonsense assoluto nel copiare post altrui.

Non so.

Nel frattempo mi è venuta un'idea geniale. Sto scrivendo questo racconto, i protagonisti sono due sedicenni che si amano alla follia, ma non possono stare insieme; a quanto pare le rispettive famiglie sono proprietarie dei due unici distributori di benzina di una sperduta contea del Texas, e si odiano a morte sin dalla notte dei tempi. E' altamente probabile che non vi sarà alcun lieto fine. Infatti, sto meditando di farli ammazzare insieme chiusi in una Fiat Duna dell'89, soffocati dai gas di scarico.
Che ve ne pare?
Pensavo di intitolarlo "Trofeo e Marietta - L'amore ai (due) tempi del petrolio"
Geniale, no?

domenica 13 novembre 2011

- untitled -

Piove
In ogni dove
Dentro pure
A volte
E fuori
Dai muri
Dalle porte
Come la morte
Decide lei
E tu non ci sei
Un passo in eccesso
Un alito in difetto
Il vestito stretto
Bacia il collo
Accarezza i polsi
Avvolge i piedi
E tu non vedi
Forse senti
Stringi i denti
Di cosa ti lamenti?

Dita che non si piegano
Labbra che non spiegano
Dove sei finito
Se sei finito
O sei ricominciato
In un fiato
Da un'altra parte
Forse su Marte
La chiamano sorte
Invece di morte

Inafferrabile la cosa
Non lascia posa
La mente non riposa
Lavora doverosa
Oggi è qui
Domani è lì
E piove
Piovono tutte
Le domande
Le stelle
Le spade
Damocle sorride
Non so bene a chi
E neppure se sia così

Perdo il senso
Del tempo
Non ci penso
E' un lampo
In un campo
Inciampo
Senza scampo
Odore di mirra
C'è stata la guerra
Tutti a terra
Troppi sotto
Piovono lacrime
Parole
Statue
Poi niente
Tutti in piedi

Reduci della vita
Non finita
Stringimi la mano
Vai piano
Lo senti il venticello?
Ci aspettano al cancello
E lasciali aspettare
Qui c'è ancora da fare
Da guardare
Da camminare
Tra queste cose pure
Troppo belle per essere vere
E tutta la vita
Mai vissuta
L'eternità
Mai esistita
Usa le lame
Taglia il legame
Riallaccia le trame
Mai
L'eternità
Maternità
Tutta insieme
La vita
La morte
Quello che sparisce
Quello che nasce
E il senso ora c'è


Mai
L'eternità
Sta tutto lì
In grembo all'impossibile
All'assurdo plausibile
Alla bellezza insostenibile
Di ciò che non si dice
Che cela la radice
Oltre la superficie
Muori dalla vita
Nasci dalla morte
La verità
Tra frasi contorte
Ritorte
Uscite storte
Potevo tacere
Andare a dormire
Senza parlare
Ma non ho saputo
Non ho voluto
Mi ha colpito
Tutto e niente
L'eternità mancata
La morte spalancata
E di fronte tutta la vita

mercoledì 9 novembre 2011

Q DI CUORE

"Ci sono notti che non accadono mai"
- Alda Merini -

Stanotte è una di queste. Non per l'attesa delusa di ciò che avrei voluto veder accadere. Nessuna attesa, nessuna delusione. E' un po' più a fondo di così. Infilo le dita nella terra umida e scavo ad un ritmo più o meno uguale al giorno prima. Poi trovo qualcosa. Una radice. Non so neppure io come, ma la trovo. Nodosa, intrisa di vita brulicante seppur immobile, la stringo tra le dita mentre cammino per strade conosciute, tra volti sconosciuti. 
Dura poco.
Poi incontro qualcuno che conosco. Mi parla, mi racconta, mi cerca come se ne avesse il diritto. Provo a resistere, a starmene immersa nella terra gravida, con la mia radice in mano, ma alla fine non ci riesco, travolta dal suo non capire (giustamente) il mio stato d'animo, mi rassegno e mi lascio strappare fuori. La radice si ritira, ancora più a fondo di dove stava prima. Ho perso le coordinate. Ma sono una signora, io. Ormai sono tra gli umani, con questa persona di fronte che evidentemente vuole parlare proprio con me. Lascio entrare aria nei polmoni e le offro un caffè. Parliamo. Lingue diverse. Io, che mastico l'esperanto dell'anima, so cosa vuole, so di cosa parla. Lei no. Non ne ha la minima idea. E' una brava persona, ogni tanto colgo nei suoi occhi il barlume della comprensione. Ma è solo un frangente. Poi ritorna ottusa, ripiegata sulle sue necessità, sul suo salutare egocentrismo, come è giusto che sia. Una lunghissima, interminabile ora mi passa accanto arrancante, mostrandomi fugaci immagini subliminali di ciò che avrei visto se non mi fossi lasciata tirare fuori dallo stato amniotico in cui nuotavo. Saluto questa persona che ha capito così poco di me, e me ne vado per la mia strada, cercando nuovamente di ficcare le dita nel terreno. C'è asfalto, al suo posto. Duro, arido, doloroso. Ho perso il momento. L'ho lasciato andare, e lui è scivolato via, spinto dal vento e dal tempo.
Non so quando capiterà di nuovo. Domani? Tra un anno? Mai?
E' stato uno di quei momenti intensi, in cui senti ogni cosa in modo totale. Ero vicina, tremendamente vicina a qualcosa. Come se il mio corpo fosse improvvisamente divenuto un ricettacolo di piccole antenne che captano ogni movimento, ogni sguardo, ogni suono, ogni pensiero.
Sono stata dappertutto e da nessuna parte. Per venti minuti. I miei occhi sono rimasti impigliati a quelli di tutte le persone che ho incontrato, hanno ascoltato ciò che avevano da dire, distinguendo la loro voce, avvertendone talora la torbidità, talaltra la semplicità.
Le labbra di centinaia di persone mi hanno sussurrato cose che non avrei potuto sentire in un altro momento.
Mani di vecchia, pantaloni sgualciti, sguardi vacui che sorridevano ad un telefono, cappotti che ondeggiavano su fianchi troppo smilzi, dita intrecciate, occhi viscidi che urlavano ciò che ci avrebbero fatto col mio corpo, occhi tristi, diffidenti, occhi che ridevano, come quando sei piccolo e il mondo ti entra in una tasca. Qualcuno mi ha sorpresa a camminare dove pensavo di non essere veduta, allora mi ha lanciato un'occhiata torva, a scanso di equivoci; qualcun altro aveva l'aria perplessa e dubbiosa di chi si chiede se non abbia della rucola tra i denti; la maggior parte non se n'è accorta. Di me, che li ho sfiorati per un millesimo di secondo ed ho sentito tutto.
E' stato bello, doloroso, acuto, avvolgente, destabilizzante, stupefacente. Le persone mi oscillavano intorno come falene attratte da una luce. O magari, ero io la falena e loro tante piccole luci. E' probabile che questo sia solo ciò mi è parso, per la durata di questa passeggiata surreale tra pensieri itineranti che non erano i miei. 

Chissà cosa sarebbe successo, mi chiedo, se non fossi uscita di li. Niente, probabilmente. Ma forse le cose migliori non accadono, sono e basta. Chissà cosa sarebbe stato, allora, se fossi rimasta immersa in tutte quelle cose, fuori da me stessa, dentro gli altri.
Quante altre volte mi capiterà di rendermi conto delle notti che non accadono?
Quanti sono i giorni che abortisco inconsapevolmente?
Quante cose ci perdiamo, quotidianamente, ascoltando solo con le orecchie?
Quante parole "importanti" esistono con la Q? 
Tante quante ne servono ad una lettera bizzarra come questa. Anche qualcuna meno. Forse anche cuore meriterebbe una Q.


domenica 6 novembre 2011

NOCCIOLINE

Qualche giorno fa, qualcuno mi ha detto che non saprebbe dire cos'è l'amore.
Io, ho sempre pensato di saperlo.
Poi ci ho riflettuto.

Ci ho riflettuto.

I pensieri sono sgorgati uno dopo l'altro, come acqua da un tubo rotto. Nel mezzo, c'era qualcosa che stonava. Come una macchia di sangue su un tappeto bianco. Senza che riuscissi ad individuare cosa fosse, d'improvviso, più niente. L'idraulico, penso, deve aver riparato il guasto.


Ma non mi do pace. Perciò ci ritorno, lo tormento, lo cerco. Voglio vederla ancora una volta, quella gocciolina di ribellione in mezzo ad una convinzione. Provo a scrivere. Apro questa schermata una decina di volte, rileggendo il silenzio dopo la prima frase.
Anche ora, le mie dita si inceppano, ingolfate dai troppi pensieri. Il mio cervello si sente come lo stomaco il giorno di Natale.
Che cos'è che non mi torna?


Io so quando amo. Lo sento. Dalla testa ai piedi. Il cuore che si gonfia al ritmo del respiro di qualcuno, gli occhi che oscurano il resto per vederne solo altri due, i piedi che non si chiedono dove stanno andando se accanto c'è quella persona. E poi la libertà. Mi respira l'anima quando amo. Ogni fibra di me, ogni minuscolo, insignificante atomo del mio corpo, mi dice che siamo fatti d'aria, d'acqua e d'amore; e che niente di ciò che abbiamo inventato per definirlo, può in realtà contenerlo. Tantomeno spiegarlo.


Questa persona, mi ha detto anche che è in grado di dire cosa ama fare, ciò che ama e che può descrivere concretamente. Ma le persone, sono così piene e stratificate, che proprio non saprebbe dire se e quando ama.
Io credo che l'amore sia tutt'altro che immune da contraddizioni.
Discrimina. Non si ama chiunque.
E' democratico. Tutti amano.
E' arbitrario. Si ama a prescindere dal fatto che il destinatario sia o meno "degno", sia o no la persona "giusta" , indipendentemente dai difetti.
E' subordinato. Si ama un insieme di caratteristiche che, nonostante sia arduo da circoscrivere (probabilmente perchè diverso di volta in volta), è quello che determina la nascita dell'amore, il suo manifestarsi. Forse, in una certa misura, sono i difetti stessi a contribuire all'amore.

E allora, penso che forse non lo so dire nemmeno io che cos'è l'amore.
Tutto e niente.
Pieno e vuoto.
Felicità e dolore.
Due mani che mancano; due mani di troppo.
Le parole che sollevano, quelle che trafiggono.
La presenza e l'assenza.

Quello che non mi torna, di tutta questa faccenda, quella nocciolina in fondo alla tasca che le mie dita indagano curiose da giorni nel tentativo di darle un nome, è il fatto che io so di amare, di avere amato, ma non so dire il perchè, non so dire, ogni volta, come mi sono sentita, cosa fosse, pur riconoscendo la sua figura stagliarsi contro ognuna delle lune in cui è venuto a frantumarmi il cuore di felicità, a colmare crepe preesistenti, a ingigantire il mio mondo solo in virtù dell'esistenza di un altro essere umano. So dire qual era il suo colore quando una persona mi ha detto di andare per la mia strada, trovare ciò di cui avevo bisogno e poi tornare; ricordo il gemito iracondo e doloroso di quando ho ferito e sono stata perdonata; riconosco la vibrazione eterna di chi non è più "noi", ma è sempre qui; mi porto dentro dall'alba al tramonto di ogni giorno di questa vita la grandezza di qualcosa e qualcuno che è e sarà, non importa cosa, non mporta dove.

Lo so che c'è, l'Amore. L'ho sentito arrivare in punta di piedi, quand'ero piccolissima, stanziarsi dentro di me, crearsi un universo con ciò che avevo dentro, plasmarsi su ciò di cui sono fatta, ciò di cui sono fatti coloro che amo, l'ho sentito abbandonarmi, tornare, cambiare pelle, rinascere ogni volta con una muta differente.
So anche che io non smetto di amare.
Cambiano le maree, le stagioni, le persone e i sentimenti. Ma chi ho amato, amerò. A distanza, senza parlarsi, senza sfiorarsi, senza soffrire, semplicemente con quella capacità quasi ultra-umana di arrivare ad una persona stando esattamente immobili, di fendere il tempo e le cose che stanno nel mezzo, per sussurrare a qualcuno che forse nemmeno sente che speri che sia felice, col cuore colmo di tutto ciò che non fa rumore, che tracima stille invisibili di dettagli trascurabili, gocciolanti e cadenti al solo scopo di ricordarti il senso di ciò che è stato.

Il motivo, nonostante ciò, continua a sfuggirmi. 
Causa ed effetto non funzionano per l'Amore.
Allora, forse, nemmeno io so dire dell'amore, pur sentendolo agitarmisi dentro.



Ci ho riflettuto. Quella persona, quella che mi ha detto che non saprebbe dire cos'è l'amore e semmai abbia amato, è una persona saggia.
E' una persona saggia e ancora non lo sa.
Ha amato e ancora non lo sa.




sabato 29 ottobre 2011

TESORO, MI SI E' SMAGNETIZZATO IL CERVELLO

PREMESSA: Dovete sapere, che nella libreria in cui lavoro ci viene un sacco di gente. E' un megastore, con libri, musica, dvd, caffetteria, sala lettura e wireless. Il calendario degli eventi è sempre fitto, e trovandosi in zona Duomo, l'affluenza a determinati orari è impressionante. In queste circostanze, a volte, può capitare di stipulare una trentina di fidelity card in poche ore, in mezzo a centinaia di scontrini; perciò, una cassiera simpaticamente scassacazzo come me, non può far altro se non usare il sense of humour per rompere la ripetitività delle frasi che, altrimenti, si susseguirebbero uguali a sè stesse per giorni e giorni. Così, con la mia proverbiale ironia, chiedo un armistizio quando la cassa s'inceppa; propongo uno scambio di prigionieri per restituire la carta di credito al legittimo proprietario in cambio dello scontrino firmato; "corrompo" i clienti con due segnalibri gratuiti in più (offerta imperdibile a mio avviso) quando sto per finire i pezzi da 5€ .
E a volte, faccio cilecca. Il mio senso dell'umorismo va in panne e finisco per fare battute criptiche che hanno senso solo se sei me o stai in un ospedale psichiatrico.

Ecco, oggi era uno di quei giorni.

Il Noto Scrittore (di seguito N.S.) , arriva alla cassa dopo aver tenuto una conferenza in libreria. "Fagli il 15% di sconto su qualsiasi acquisto", ordini del boss. "E chiedigli pure se vuole fare la nostra tessera". Sapendo che vive a Torino e che è venuto qui solo per il tour promozionale del libro, glielo chiedo a testa bassa, giusto in qualità di ultima ruota del carro. 

io:    "Per caso vuole fare la nostra tessera?"
n.s."Eh ... Non vivo qui, vengo da Torino, sarebbe un tantino scomodo venire fino a qui a comprare i libri!"
io:    "Un po'troppo distante, capisco"
n.s.sorride "Eh già."
io:    "Peccato, avrei voluto investirla"
n.s.: attonito" ..."
io:   "Nel senso di investitura, cerimonia di investitura ... Sa,  col potere conferitomi dalla libreria XXX di Firenze, non fisicamente... Anche perchè, non essendo automunita dovrei farlo a piedi."
Lui sorride vagamente imbarazzato, paga, e se ne va.

Ora,  io mi domando e dico, ma come diavolo mi è venuta??? Com'è possibile che io abbia la maestria necessaria ad usare il senso dell'umorismo completamente a sproposito?
"Avrei voluto investirla".
 Gli ho detto "Avrei voluto investirla"
Ancora non me ne capacito. 
E mentre aspetto che lo scontirno esca dal pos, c'è un attimo in cui penso: " Ora esplodo. Esplodo, gli rido in faccia dopo avergli detto AVREI VOLUTO INVESTIRLA, e poi inizio a scavarmi una buca".
Invece, mi sono limitata a continuare a stipulare fidelity card e battere scontrini, senza dire una parola in più del necessario.
Una brava cassiera, sa quando è tempo di tacere. E il momento in cui minacci involontariamente di morte un Noto Scrittore, è decisamente un buon momento per smettere di parlare.

martedì 25 ottobre 2011

TUTTO COME SEMPRE, NIENTE COME PRIMA

Giro la chiave nella serratura ed entro in casa. Buio assoluto, silenzio pure. Accendo la luce. Sorrido d'istinto, abbracciata da tutte quelle cose che conosco così bene. Senza neppure togliermi il cappotto, mi siedo sul divano verde e inizio a rovistare in mezzo a ciò che sono tornata a prendere. Tecnologia e libretti d'istruzioni. Concentrata, leggo, sfoglio,configuro, fumo. Dopo un paio d'ore, qualcosa di indefinito mi spinge ad alzare lo sguardo, e mi accorgo che le cose hanno cambiato posto. Non un libro, due cuscini, un candelabro. No. Lo stesso divano della mia bisnonna, lo stesso su cui siedo, non è dove stava l'ultima volta che sono stata qui. La poltrona verde giace ora in mezzo alla stanza, assurta a pensatoio solitario, a ridosso della lampada. La poltrona marrone si è sdoppiata, come per mitosi, piuttosto che per magia. Ora sono due, a concludere quella curva ad "U" formata dal divano blu e dal divano verde. E ci sono due tavolini al centro. In conflitto, apolidi, che sembrano fuori posto un po'ovunque, in questa stanza troppo affollata di oggetti inanimati. Sorrido di nuovo. Da più di un anno a questa parte, ogni volta è la stessa storia. Sto via per un po' , torno a trovare i miei, e la disposizione della sala è immancabilmente cambiata. Puntualmente, non c'è stata volta in cui non sia accaduto. E' una sensazione buffa, tornare ogni volta in una casa diversa nonostante sia la stessa.
Questa volta, anche più delle altre, le cose sono diverse. Ed io, non me ne sono accorta. Ho seduto qui per due ore buone, senza notare niente. Abbiamo pure la caldaia rotta, e ci fa un freddo cane in questa casa, ora che l'inverno ci ha sorpreso con i calcagni scoperti. Non so esattamente cosa spinga i miei a cambiare di continuo. Di certo, so che ci sono troppi mobili in questa stanza. Tre poltrone, due divani, tre tavolini, due tavoli importanti, un cassettone, un altro mobile a cassetti e la libreria. E poi i quadri, i libri sparsi, i computer, le anticaglie in peltro, le chitarre. Per un po' , devo ammettere, è stato destabilizzante ritrovarmi di continuo a dover riabituare l'occhio. Poi, la paradossale consuetudine che anche un cambiamento continuo può portare con sè, ha preso il sopravvento. Ora la situazione è rovesciata. Se torno a casa e le cose cambiano, non ci faccio neppure caso; mentre se rimangono uguali a sè stesse, mi accorgo immediatamente che c'è qualcosa di inusuale.

Scruto attentamente questo insolito paesaggio noto, e rifletto sulle persone che abitano questa casa, perennemente in transito, anche mentre sembrano immobili; magari è una perdita di caos. Il marasma che si agita dentro ognuno di noi, sfonda gli argini e sfoga in un banale remake degli spazi abitativi. L'inquietudine, la pacatezza, il bisogno di cambiare pur mantenendo un fil rouge che congiunga il domani a ciò che era ieri, come uno stuolo di leggi autoctone vergate su post-it appiccicati in cucina, su cui si legge in una lingua comprensibile solo a noi, che tutto è un continuum, che possiamo stare tranquilli, cambiare rimanendo sempre gli stessi, in equilibrio tra il filo del bucato e quello della corrente elettrica.
Piccole dosi, mi dico.
Smetto di scrivere, apro la finestra e lascio entrare il gelo umido di queste lande nebbiose, piovose che mi porto nel DNA. Fumo. Di nuovo. La carta si estingue, lenta, inesorabile, bruciata dall'aria, dal mio respiro. Stavolta è lei a darmi la misura del tempo che mi scorre addosso e si porta via un po' di me. Giace qui, il senso di questa incursione notturna tra queste mura piene di cose messe a caso, nell'ultima sigaretta di Zeno, nel cumulo di cenere brizzolata che ha dato retta a Newton e si è ammassata sul davanzale, a venti centimetri in linea retta dalle mie dita, nel prima e dopo che è, universalmente, un divenire.
Continuum.
Lo ripeto, come un mantra, chiudo la finestra e vado a dormire.

giovedì 20 ottobre 2011

BLU

E' tutto blu. La schiuma si muove lenta sopra di me. Lembi di pelle affiorano come arcipelaghi sparuti, in questa piccola vasca travestita da oceano. L'asciugamano appeso, la luce filtrata, la tenda blu, pure quella. Delfini anche qui. Inquietanti, tutti uguali, come i bambini del Villaggio Dei Dannati. Versione pokemon, però, aerografati di colori fluorescenti.
Mentre osservo le nuvole di sapone che giocano usando le mie ginocchia come nascondigli, fumo una sigaretta. Infinita. Interminabile. Nè la prima, nè l'ultima. Solo la migliore.
Alla mia pelle sembra di avere la febbre.
Il tappo della vasca è andato perduto. Infatti, il bagno non lo facevo da un po'. E' pur vero che, non foss'altro per una sorta di accanimento terapeutico, puntualmente improvviso totem di pesi in equilibrio per impedire all'acqua di lasciarmi scoperta. E puntualmente spuntano terre emerse. E fa freddo. E l'acqua scorre via.
Riapro il miscelatore; incolore, inizia a piovere dappertutto, le nuvole si sgonfiano, si stendono su di me, si rincorrono vorticose, disegnando cose mai viste sulla superficie tremula. Un gatto. Una pistola. Un paio di occhiali. C'è pure l'urlo di Munch. Sarebbe da fotografare, per un attimo è veramente identico. Una donna di Klimt percorre svelta la mia coscia sinistra, scivolando verso la sorgente, dove si trasformerà in altro.
Mi godo lo spettacolo di questa anacronistica versione liquida del test di Rorschach.
Sullo sfondo, il mio corpo deformato dall'acqua, il blu, la mia pelle che sembra ancora più bianca.
Penso che non appena l'acqua cesserà di scendere, tutto tornerà allo status quo ante, ed io avrò freddo. Il totem spunta tra le mie caviglie, fatto di plastica imbottita, ignorante, inservibile.
D'altra parte, il diametro della base sarà di 5 cm, quello del foro di 3,5, e nonostante l'effetto ventosa, devo prendere atto del fatto che un cerchio più grande non può colmarne uno più piccolo. Come un quadrato non può farlo con un triangolo.
Funzionano così pure gli esseri umani.
Eppure si ostinano,anche loro, in un cocciuto accanimento terapeutico (a ognuno il suo)  i cui esiti, sono spesso poco proficui.
Sette miliardi di forme geometriche, nessuna uguale all'altra, come i fiocchi di neve.
Allungo i piedi, afferro il totem e lo smonto. Una spugna forse andrà meglio.
Esisteranno anche le persone spugnose?
Mi chiedo come facciano a restringersi e dilatarsi, a seconda di quale sia l'incastro da colmare.
La spugna funziona, per la vasca.
Per gli umani, non lo so. Credo di no.

In questo stato quasi amniotico, il tempo, smette di esistere. Stille gelide, mi pungono le spalle dal cielo. Una camicia a quadri se ne sta sospesa quasi un metro sopra di me. Cadono ritmate. Ci provano loro a scandire un tempo che non è più quello mortale e non è nemmeno il mio. Un'eternità fugace tra una goccia e l'altra. Alzo gli occhi, cercando quella camicia che non mi appartiene, e penso che non c'è niente che mi appartiene, in realtà. Al massimo sono io ad appartenere a qualcosa. Forse, neppure questo.
E' una bella sensazione.
Non è smarrimento.
E' ritrovarsi. Così, come dovremmo essere.
Non si perde niente perchè niente ci appartiene.
Questa consapevolezza precaria durerà giusto il tempo indefinito di questo bagno.
Domani, quando qualcuno se ne andrà dalla mia vita, quando un'opportunità mi verra soffiata via sotto il naso, quando mi ritroverò in quei boschi sconosciuti in cui altre volte ho brancolato senza sapere dove fossi, sentirò di aver perso qualcosa. E se si può perdere solo ciò che ci è appartenuto, significa che c'è qualcosa che ci appartiene, oppure semplicemente, che ci illudiamo che qualcosa ci appartenga, sentendoci nel pieno diritto di soffrire per la perdita.
Eppure, si può perdere anche qualcosa che non ci appartiene, ma cui apparteniamo, e soffrirne ugualmente.
Anche queste parole che, come una ginnasta con i suoi attrezzi, sembrano un prolungamento di ciò che sono, in realtà, non mi appartengono. Smettono di farlo nel momento esatto in cui mi scivolano via dalle dita.
George Bataille diceva "Non posso considerare libero un essere che dentro di sé non nutra il desiderio di sciogliere i legami del linguaggio".
Spaventevole la verità condensata in una frase.
Paradossale che, una volta raggiunta la libertà che permette di affrancarsi dal peso delle parole, ci si ritrovi prigionieri dell'incomunicabilità.
Rumori di altre vite fuori di qui, mi riportano alla realtà. Nessuno dorme, questa volta, nella casa di via G. Non sento le lancette, ma so che il tempo ha ripreso a scorrere da dove si era incastrato.
Dovrei uscire, cedere il passo per il bagno che occupo già da troppo tempo, ma decido che posso esitare ancora un po', starmene qui a mollo, assieme a tutte queste cose che mi escono dalla testa e diventano reali, per un attimo, con sembianze quasi umane. Non ci si sta più, in questa vasca ormai affollata. Eppure c'è spazio per tutti. Le parole, disseminate come lentiggini sul pelo dell'acqua; le persone e le loro geometrie reali o presunte; il silenzio umido di questa stanza, che ascolta tutto quello che non dico. L'unica per cui sembra non esserci spazio a sufficienza, è la libertà. Ma non credo sia una questione di mere dimensioni; strizzarla in questo piccolo posto, sarebbe come tentare di imbottigliare tutta l'aria che c'è. E poi, la libertà, se ci sta, significa che già non è più.

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martedì 18 ottobre 2011

PROVACI ANCORA S...TRONZO

AVVERTENZA: Quello che segue, sarà un post scurrile, volutamente senza censure e assolutamente non scremato.

Stanotte, in preda all'insonnia più nera, sono finita nel mio personalissimo ARCHIVIO 'NFAMI E SIMILARI, in cui custodisco gelosamente una serie di figure retoriche di masculi (ma non per forza tali) da cui ho subito abbordaggi più o meno invasivi; così, ho deciso di allestire una permanente per omaggiare suddetti loschi figuri. In occasione del vernissage, indosso un pigiama con gli orsi e un buco nei pantaloni, una sciarpa trovata in casa e una coperta di pile con due delfini molto più simili a due ornitorinchi obesi piuttosto che a due Narvali del Mediterraneo.
Ma bando alle ciance, che si aprano le danze.

L'ORMONAUTA AL GALOPPO
Estate. Festa in piscina. Con alcune amiche, ci facciamo strada tra la folla per raggiungere il miraggio (l'isoletta etilica); sgomitando passiamo tra un gruppo di adolescenti che ululano ubriachi assieme ai loro ormoni, e uno di loro dice ad un suo amico: "A quella col rossetto rosso glielo sbatterei in bocca". Silenzio stampa da parte mia e del mio rossetto.

L'INTENDITORE DELICATO, DELICATO COME UN PIUMINO ARGENTATO
Inverno. Discoteca. Blocco della circolazione. D'improvviso, sento una mano passarmi attraverso (letteralmente, attraverso), tipo Ghost, solo "leggermente più giù" di dove era toccato a Demi. Incazzata come una iena, mi volto di scatto e lo vedo. Sta in un angolo e sorride, impasticcato e beato. E indossa un piumino argentato. Tremendo, di quelle cose così oscene che quando le vedi vorresti che ti cascassero gli occhi. Lui non mi vede neanche arrivare, io non sento nemmeno più la musica, vedo solo fotogrammi. Due mani, le mie. Un collo, il suo. Sei mani, le mie amiche. Placata come un rugbysta di 130 chili (splendida regina), cerco di farmi sbollire la rabbia.
Finisce con un suo amico che si genuflette scusandosi per il suo comportamento. Io, sono ancora iraconda e decido che è meglio che me ne vada.

IL NOSTALGICO
Non ricordo dove, forse il bar di un lido. Io, al banco, aspetto un Mojto. Lui (non il Mojto ahimè) arriva, si affianca, mi guarda e proferisce la seguente frase "Cosa fai per il resto della tua vita?". Io, "Riderò di te". Non gliel'ho detto, ovviamente, era quasi "tenero" in quell'approccio maldestro.

IL VISCIDO QUALUNQUISTA
Borgo Albizi, di ritorno dal lavoro. I TRE TRE spuntano all'orizzonte, li vedo già con quell'aria da femmene uommene vann'a cacc'. Il più tamarro, il più lampadato, col numero di sopracciglia direttamente proporzionale ai suoi neuroni, mi viene incontro sorridendo:
"Ciao, quanto tempo!"
Falso, penso io, lo so già dove vuoi andare a parare, e se lo fai giuro che ti stacco la lingua a morsi e poi ti svuoto una saliera in bocca "Ciao."
"Sbaglio o ci siamo già conosciuti?"
LOSAPEVO-LOSAPEVO-LOSAPEVO. "Ti prego, ti scongiuro, no. In questo momento sono la tua migliore amica, dopodichè torneremo ad ignorarci, ma ora ascoltami, questa è la frase peggiore che tu possa dire per abbordare qualcuna. Fidati di me. Non farlo mai più"
"Ma noooo, ma ci siamo conosciuti alla festa di dani..pao...drea!!!"
"Se è così non ti dice niente il fatto che non mi ricordi di te? Vuoi un aiutino?"
" Ma te lo giuro"
"A- ha. Bene, si è fatto tardi. Ciao"

LO SCIOVINISTA AGGRESSIVO, MICA TANTO PASSIVO
Primo anno di università, la mia coinquilina ed io siamo in un locale qualunque. Lui, il caso umano, si avvicina incespicando tra una folla immaginaria e mi siede accanto, ebbro come un proletario dopo una rivolta andata a buon fine. L'amico Fritz, fenomenale ma meno scandaloso a confronto (la relatività è determinante qui), siede accanto alla mia amica. 
Due chiacchiere circostanziali, DaDoveVieniCheFaiQuantiAnniHaiCazziTuoiMai? Dopodichè, il caso umano, ha la brillante idea di mordermi. Si, esattamente. Proprio li, sulla mia diafana spallina nuda. "Aggiungiamo un po'di mistero alla serata", farfuglia con quel tappeto alcoolico che si ritrova al posto della lingua. Io, acida come una secchiata di muriatico, "Perchè non aggiungi ulteriore mistero e sparisci?". Lui s'imbufalisce come un muflone ferito nell'orgoglio, si alza di scatto e inizia a dimenarsi. Non so quale fosse l'effetto che avrebbe voluto ottenere, ma sfortunatamente, il fato ha omaggiato il caso umano con un'altezza di ben 1,52 mt, il volto di un troll e due piedi troppo grandi per la sua dimensione; quindi la cosa risulta alquanto bizzarra.
L'amico Fritz cerca di sdrammatizzare e calmarlo, ma lui, il caso umano, non lo ascolta nemmeno,  e inizia a lanciare una serie di insulti vari ed eventuali tra cui ne spicca uno, bellissimo, frutto di millenni di pregiudizi, rabbia momentanea marinata in pura supponenza fiorentina "VAFFANCULO TE E TUTTO IL VENETO". E li, io esplodo. Rido convulsa fino a che non riscopro che (sorpresa-sorpresa) anch'io ho gli addominali, fino a che non mi vengono le lacrime agli occhi e, finalmente, non lo vedo più. Poi, di botto, mi faccio seria, prendo l'amico Fritz per la collottola e gli intimo di caricare a spalla quel cazzone avariato del suo amico e portarlo in un luogo sicuro, dove io non lo possa trovare mai.
Suggerimento che, l'amico Fritz, prende fortunatamente alle lettera.

Ce ne sono stati altri, in questi anni, come ad esempio il CUBANO TUTTO TANO, ma per ora ve li risparmio e me ne torno a lavare i piatti nella vasca da bagno. Non fate domande, è una storia lunga come me.