giovedì 30 giugno 2011

LA SIGNORINA GRANDE CUORE E IL RAGAZZO CON GLI OCCHIALI

Login, e-mail e password. Invio. Una notifica. David M. ha pubblicato qualcosa sulla tua bacheca. Sorrido d'istinto, prima ancora di aver letto una parola. Segue una conversazione, che porta in sè, nello spazio di poche righe, il motivo principale per cui la parentesi Finlandese ha avuto, nella mia vita, lo stesso peso specifico del platino. La metto qui, sul blog, al sicuro da Facebook che se la mangerebbe  nel giro di qualche giorno, con la velocità e l'ingordigia tipica del 2.0. E scusate se sono ripetitiva.

David: - Specialmente per te, signorina Grande Cuore: " se io fossi ancora in Finlandia ci sarebbe ancora luce nel cielo. Mi mancano i giorni interminabili e le lunghe chiacchierate in quel posto dove il cielo non diventa mai più scuro di una debole tonalità di blu". spero che vada tutto al meglio, signorina Grande Cuore.

Io: - E' un modo per farmi piangere? Beh, funziona! Solo due giorni fa, era l'anniversario del mio ritorno in Italia dopo Helsinki, ed ho pensato a voi, mi è tornato in mente il tuo "goodbye party", che è stato una sorta di saluto finale per tutti noi ... e mi sono detta " Quando ti manca qualcuno, significa che sei stato abbastanza fortunato da incontrare qualcuno di cui valesse la pena di sentire la mancanza, significa che hai trovato un vero amico, giusto?". Giusto perchè tu lo sappia, mi manchi, ragazzo con gli occhiali. Comunque sia, io sto bene, Mister M., ho una bussola interiore che qualche volta si nasconde, ma non smette mai di funzionare. Spero vada tutto per il meglio anche per te. ♥

David: - Questo è un modo per dire che mi manchi tu, che mi manca la Finlandia, tutta la Pasila Crew, la vita erasmus, la neve, la sauna e il termometro a - 20. Ma sono grato per quei tempi.
Ho amato ciò che hai detto "Quando ti manca qualcuno, significa che sei stato abbastanza fortunato da incontrare qualcuno di cui valesse la pena di sentire la mancanza, significa che hai trovato un vero amico, giusto?". E' vero, significa che in qualche modo, quella persona ha un posto nel tuo cuore. Ed è una sensazione bellissima, sentire di aver conosciuto persone con un cuore così grande. Mi rende triste vedere persone che hanno un cuore piccolo e chiuso, non immaginano cosa si stanno perdendo, ma credo non lo sapranno mai cosa sia la vita.
Vivere al 200%, sentire al 300%, ecco come dovrebbe essere. 
Alla fine, sento solo la gratitudine per essere circondato da persone con un grande cuore e da persone con gli occhiali. Posso dire di essere un ragazzo fortunato solo per questo. 
Avremo sempre una bussola interiore, qualcuno lo chiama cuore. Sarà sempre li, a battere rumorosamente o silenziosamente, ma è proprio li. La mia sarà con me, marchiata sul mio polso sinistro perchè è li che senti il cuore che pulsa. Troveremo sempre una via, una guida, e quando la bussola si nasconderà un po'troppo, gli altri saranno sempre qui per aiutarti a trovare la strada.
Sono felice di sentirti, signorina Grande Cuore.

domenica 26 giugno 2011

PSICOPATOLOGIA DEGLI OGGETTI QUOTIDIANI

Sorseggio da una vecchia tazza il routinario orzo caldo di cui avrete letto spesso se passate di qui. Quando rientro a casa dopo una serata passata fuori, in compagnia, ho sempre voglia di qualcosa di caldo. Evito giusto nelle nottate afose e affannose di piena estate, ma per ora, che la notte è ancora notte e la calura è ancora quella timida e altalenante dei primi di giugno, la consueudine mi tiene compagnia in queste tazze che appartengono più a questa casa che a me. Questa in particolare è grande e triste, quasi fa tenerezza nella sua irrimediabile bruttezza. E' giallo tenue, dipinta a pennellate casuali, pallide e disomogenee; un gruppo di fiori mal stilizzati decora una chiazza bianca lasciata appositamente a sinistra e a destra del manico ad ansa; una lunga cicatrice la solca verticalmente dal bordo fino al centro, conferendole quell'aria da sopravvissuta alla "Guerra dei Roses" che, in maniera incomprensibile pure a me che sto per scriverlo, è quasi piacevole. In realtà, credo che la misura in cui è piacevole, sia la misura in cui solo a casa propria, una tazza rotta, sbeccata, incollata, può risultare piacevole. Nell'ordine della familiarità delle cose, ecco. Penso che l'unico motivo per cui riesco a mantenere il grado necessario di distacco per affermare che è oggettivamente brutta,  sia il fatto che non mi appartiene. Se fosse realmente mia, se ce l'avessi portata io in questa casa, invece di trovarla qui, già sfigurata, le cose sarebbero diverse.

Credo che ognuno di noi, abbia oggetti brutti, rotti, malfunzionanti, da cui però non si vuole separare. E non mi riferisco al baule divorato dai tarli, dono della trapassata bisnonna, troppo facile. Mi riferisco a cose casuali, arrivate nelle nostre mani chissà per quali vie traverse, cui ci siamo affezionati chissà per quali motivazioni perverse; sto parlando di quel porta-spazzolini obsoleto, graffiato ovunque e che sul fondo ci cresce pure la muffa se non lo lavi una volta ogni due giorni; di quella pentola oscena il cui rivestimento esterno è stato completamente annerito dal fuoco; di quel barattolo del caffè di rara bruttezza che non ricordiamo nemmeno in preda a quale raptus sia stato acquistato. Oggetti che nessuno ci ha regalato, che non ci legano a qualcuno in particolare, che non sono belli e la cui funzionalità diminuisce col passare dei giorni, oggetti insignificanti, verrebbe da dire. E invece no. Noi, noi umani, noi esseri superiori, attribuiamo significato a tutto. 

La suocera ci regala (incredibilmente e) finalmente qualcosa di utile: un set di tazze da the, semplici, carine, comode e indistruttibili, che stanno alla giusta distanza tra il servizio in porcellana coi cherubini ereditato dalla trisvola (tenuto sotto apposita teca in vetro antiproiettile e sorvegliato da un boa constrictor), e quegli obrobri  sbeccati nel giro di una settimana, comprati di fretta dai cinesi il giorno prima che arrivassero gli amici dalla Basilicata per vedere la nuova casa, e noi cosa facciamo? Esultiamo per le nuove tazze ma quelle vecchie non le buttiamo, nossignore. LE METTIAMO DA PARTE, che non si sa mai. E' altamente probabile che non vedranno mai più una goccia di the, o di qualunque altro liquido, quelle tazze; eppure le teniamo la, in quella credenza in cui abbiamo ammassato una quantità e varietà di cose che negli anni abbiamo usato, che ora sono inservibili per qualsivoglia motivo, ma che fanno silenziosalemte (e il più delle volte inconsapevolmente, per loro e per noi; per loro è pure normale, per noi anche no) il loro dovere : contano il tempo. Il tempo che passa ma che non abbiamo mai lasciato andare completamente, il tempo che non riusciamo a trattenere e facciamo finta di poter misurare, il tempo che fu, che ora non è più, ma che quei cocci, in qualche modo, ci danno l'illusione di poter richiamare, quasi palpabile, quasi vicino, quasi reale. 

A pensarci bene, è affascinante, triste, romantico, decadente, realizzare come ci attacchiamo inevitabilmente agli oggetti per simulare una continuità, per aggrapparci disperatamente ai giorni che ci sono filati inevitabili tra le caviglie come l'acqua di un torrente di montagna, per fingere di possedere una connessione materiale con quelli che eravamo anni fa, quando dovevamo stare attenti a dove appoggiavamo la bocca per evitare di tagliarci, con quelle tazze malconce.
A pensarci bene, è troppo tardi anche per me e questa tazza brutta e triste. Innanzi tutto perchè ho un debole per le tazze in generale; in secondo luogo perchè lei vede la mia bocca come io vedo la sua cicatrice da cinque anni buoni ormai, e questo le da diritto ad entrare a pieno titolo nella sfera dei miei oggetti quotidiani. Mi dispiacerà lasciarla quando me ne andrò di qui.
Il romanticismo violento che mi assale in certe notti mi fa lo stesso effetto della febbre alta; mi da i brividi, le vertigini e mi porta a delirare. Seriamente. Come sono stupida.

martedì 21 giugno 2011

LET'S GET LOST - avvertenza: la lunghezza Tolstojana del post,è, purtroppo, necessaria. Abbiate pazienza. E se non ce l'avete non so che dirvi -

Stavamo sedute l'una a fianco all'altra sull'autobus che ci portava verso il centro, come era già successo molte volte. La nostra fermata era vicina, poco più di cinque minuti e saremmo scese per poi prendere il solito treno. Stavamo in silenzio, pensavamo entrambe ai giorni che si affastellavano così vorticosamente da non lasciare il tempo di rendersi conto che era quasi finita. Alina si voltò verso di me, puntando nei miei quei suoi piccoli occhi curiosi color muschio, e mi disse "Do you wanna get lost with me", io la fissai incerta, e senza che me ne accorgessi, risposi, "Yes". Alina sorrise, come una bambina. Mi prese la mano e rimanemmo così fino al capolinea dell'autobus, a più di mezzora dal centro di Helsinki, in mezzo a boschi di betulle e case in legno molto più vecchie di me. Scendemmo in una piazzetta di cemento, proprio accanto ad un centro commerciale.

Imboccammo un sentiero, l'odore degli alberi s'infilava veloce nelle mie narici, scendeva nei polmoni, saliva al cervello, s'irradiava in tutto il corpo. Le betulle erano li, tutt'intorno, altissime, flessuose, di un pallore lunare, di una bellezza commovente. Toccavo i tronchi lisci, intervallati da macchie di colore grigio-verde, calpestavo la terra umida con un paio di stivaletti inadatti ai fuori pista, ascoltavo suoni che denunciavano piccole vite invisibili, nascoste tra i cespugli e i grovigli di rami. Alina chiamò il mio nome, io cercai il suo sguardo tra le foglie, metri e metri più avanti rispetto a me. Lo trovai. Le corsi incontro sorridendo. Ripresi la sua mano e continuammo a camminare senza dire una parola. Nel fitto del bosco, c'erano centinaia di suoni irriconoscibili per un orecchio inesperto come il mio, ma era bello starsene in silenzio ad ascoltarli, tenendoci per mano, ospiti di quel lato selvaggio che in Finlandia non è mai morto. Dato che l'imbrunire si avvicinava, decidemmo di tornare indietro, non eravamo così esperte e temerarie (e stupide) da affrontare un bosco sconosciuto di notte. Una volta giunte al punto di partenza, decidemmo di incamminarci per altre strade che avessero almeno la parvenza di essere abitate. Case di legno, come quelle di certe zone del centro, solo più grandi, costeggiavano le ampie carreggiate; il verde prepotente dell'estate alle porte si lasciava già intuire nei punti più esposti al sole, quello stesso verde che un mese dopo avrei definito "inesistente in qualunque altro luogo" per quanto era corposo.



Camminammo per un'ora senza incontrare nessuno, parlando del futuro, di come questi mesi ci avessero cambiate, tacendo l'ansia per il tempo che camminava più veloce di noi. Arrivammo ad una fermata dell'autobus deserta, dove scoprimmo che di autobus, non ce n'erano più. Dopo un po'di perplessità e qualche risata al pensiero di noi dormienti sotto quella pensilina dispersa e sconosciuta, proposi di continuare a camminare. In meno di un'ora arrivammo all'ennesima pensilina, questa volta popolata da tre ragazzini. Chiedemmo qualche informazione ad un quattordicenne con la cresta e gli inconfondibili occhi azzurro Baltico, il quale ci rispose che non sarebbe stato facile tornare a casa da li, a quell'ora (erano quasi le undici), quindi ci consigliò di salire sul suo stesso autobus e di scendere ad una stazione di cui non ricordo il nome. Mentre aspettavamo, io mi guardavo intorno distratta, completamente immersa nel paesaggio sconosciuto. Il flusso dei miei pensieri venne interrotto d'improvviso da un urlo "A hareeee!!! Look Fran, a hare!!!". Mi voltai di scatto, nella finta oscurità di maggio, di un blu così chiaro ed evanescente, da far credere che non ci sia tempo per dormire, e proprio li, a pochi metri da me, la vidi, enorme, molto più grande di qualsiasi lepre davanti cui avessi mai frenato con la mia Panda scalcagnata. Alina mi aveva parlato di queste lepri giganti che si aggiravano nei prati circostanti l'asilo in cui lei insegnava, di come i bambini fossero sorpresi, ogni volta, nel vedere un coniglio di quelle dimensioni, ed io ribattevo che, si, c'erano pure in Italia le lepri, ma non erano animali poi così enormi, ma lei era sicura che se ne avessi vista una sarei rimasta di sasso. Aveva ragione. Era la lepre più grande che io avessi mai visto in tutta la mia vita. La ammirai attraversare la strada con pochi agili balzi, la vidi fermarsi mesta in mezzo all'asfalto, raddrizzare la schiena, e guardarmi fisso negli occhi, un attimo prima di sparire nella coltre erbosa poco distante da li. Mi voltai esultante verso Alina, che mi scrutava felice ed emozionata, come se la mia reazione, il mio stupore, fossero esattamente ciò che lei si aspettava da me. Ridemmo insieme, saltellando come lepri, pure noi. I tre ragazzini, ci guardarano dapprima sdubbiati, ma poi evidentemente divertiti e contagiati dalla nostra euforia. Lungo tutto il tragitto dell'autobus, non la smettemmo di ridacchiare rumorosamente, fino a che il ragazzino crestato dagli occhi Baltici, non ci avvertì che, per noi, era il momento di scendere.

Una volta messo piede a terra, ci ritrovammo di nuovo smarrite, senza avere una vaga idea di dove fossimo, nè di dove avremmo dovuto andare. Notammo che a 500 metri da noi, c'era un'insegna della metro, quindi ci dirigemmo in quella direzione. Dopo esserci rese conto che non eravamo poi così distanti da casa e non senza aver consultato la cartina, prendemmo la metro verso Vuosaari, certe che in qualche modo saremmo arrivate presto a Pasila, il quartiere in cui vivevamo. La direzione, ovviamente, era quella sbagliata. Ci eravamo allontanate ancora di più e ci trovavamo ora su un'isoletta non molto distante dal centro di Helsinki, ma comunque poco servita dai trasporti. Appena possibile, scendemmo e aspettammo speranzose una metro che andasse in direzione opposta, ma era già mezzanotte passata e per un attimo pensai saremmo rimaste li per sempre. Per ingannare l'attesa, e pure il nostro stomaco che iniziava ad accorgersi che non vedeva cibo da un bel pezzo, prendemmo qualche schifezza ai distributori automatici. Eravamo sole. Iniziai a cantare una canzone per bambini che mi aveva insegnato Alina, con la voce sussurrata di chi non vuole disturbare:
" Rosso e giallo e rosa e verde, viola e arancio e blu. 
Posso cantare un arcobaleno, cantare un arcobaleno, cantare anche un arcobaleno.
Ascolta con i tuoi occhi, ascolta con le tue orecchie e canta ogni cosa che vedi, 
Ora anche tu puoi cantare un arcobaleno, cantare un arcobaleno, cantare anche un arcobaleno."

La voce squillante e perennemente un'ottava sopra di Alina si unì alla mia. Cantavamo insieme, con gli occhi pieni di tutte le cose condivise in silenzio, con le orecchie sorde di chi non sente altro se non note e melodia e parole, con i piedi girovaghi e nervosi di chi non smetterebbe mai di lasciarsi camminare, con le mani unite di chi sa che quelle dita rimarranno intrecciate anche quando ci saranno oltre 1300 km a separarle.

Quella notte, dopo esserci perse svariate volte, dopo aver sbagliato strada svariate volte, arrivammo all'appartamento di Junailijankuja che erano quasi le due. Sfinite e felici, andammo a dormire solo dopo un lauto spuntino, consapevoli che questa giornata si sarebbe marchiata a fuoco nella nostra memoria. Quello che ancora non sapevamo, era che in quell'ultimo mese, ne sarebbero venute molte altre, di nottate; fatte di camminate interminabili, fiori rubati nei parchi e messi tra i capelli o copiosi tra le mani, di canzoni stonate e storie raccontate, di corse a perdifiato e vento tra i capelli, di bagni nella fontana, albe confuse coi tramonti, lacrime e risate, caffè take-away e giant cookie. E perchè no, magari anche di stelle, quando la notte era abbastanza blu da lasciarle brillare.


Perchè ho raccontato questa storia insignificante e probabilmente noiosa? Non so, so solo che ho un blog anche per questo. E che tre giorni fa, mi sono svegliata con la sensazione inspiegabile di avere un post-it attaccato in fronte. Sopra c'era scritta questa storia. Solo la sera, mi sono resa conto che era passato un anno esatto da quando ero tornata in Italia.

mercoledì 15 giugno 2011

LA STAZIONE, IL TRAMONTO E LA SINFONIA DELLA NEBBIA

Ho sempre amato le stazioni. Non importa quanto fatiscenti, sperdute e malfrequentate, le stazioni hanno un fascino inestinguibile ai miei occhi.
Attendere un treno al tramonto, mi da una sensazione quasi inebriante, come se in quel momento, da quel luogo, potessi andare ovunque. Anche all'improvviso, senza avvisare, senza arrivare, senza tornare. 
Il sole è enorme, d'estate a quest'ora.
Lo vedo scendere infuocato e irrimediabile dietro un ponte ferroso, saturare i colori, l'aria, le persone.
I binari sembrano fruste incandescenti che scviolano chissà dove, incrociandosi, disgiungendosi, confondendosi; le case sembrano andare a fuoco lentamente, pur senza scomporsi minimamente; i miei capelli si accendono di un rossore leonino che non mi appartiene ma mi dona, mentre i volti di mille persone si stagliano scuri e pensosi contro la luce sanguigna e morente delle 9.
C'è qualcosa nell'attesa, nel tramonto, nelle stazioni, che mette gli individui nella disposizione d'animo per riflettere.
Una sorta di alchimia degli elementi, che induce le persone, inspiegabilmente e unanimemente, a guardare sotto la superficie.
Lo percepisco dagli sguardi grondanti di parole non dette, che non si incrociano se non per qualche istante fuggevole, senza nemmeno vedersi.
I loro pensieri producono una specie di melodia che si appoggia al cemento arido, alle valigie, ai distributori automatici di caffè, ai vestiti, come fa la nebbia in certi giorni d'inverno sulla pianura.
Una musica, inaudita, indefinita, effimera e palpabile al tempo stesso, intrisa di malinconia, di speranza, di frustrazione e desiderio, ritmata da tutte le loro sconfitte, da tutte le loro vittorie.
E' struggente stare ad ascoltarla.
Chissà se sono l'unica a sentire la sinfonia muta e assordante dei loro pensieri.

giovedì 9 giugno 2011

MULTIPLA

Il cielo è pigro, fuori dalla finestra. Nuvole tristi e in moto perpetuo, si addensano sopra i tetti, come i rigagnoli di fumo della mia sigaretta fanno sopra la mia testa. Sento freddo, Ho i calzini rossi, quelli con le renne. E si, pure la coperta di pile azzurra. Ho freddo, quel freddo che buca la pelle, duole alle dita, corrode i pensieri.
Ho finito le cartine, vorrei non fosse così tardi e poter fare la torta di mele, ed oggi ho dato un esame. Ecco, con la banale insignificanza di una vita qualunque, cosa mi è passato per la testa negli ultimi tre secondi.
Ho visto Il Filosofo stasera. O meglio, lui ha visto me, mentre saltavo come una bambina assieme a V. Ci siamo camminati addosso e ci siamo abbracciati, sorridendo. Il Filosofo è un conoscitore, un vagabondo, la sua lucida onniscienza a volte mi lascia attonita. Il Filosofo, mi stupisce anche per la sua capacità di comprendere ciò di cui sto parlando anche quando dalla mia bocca rossa escono suoni criptici e, apparentemente, senza alcun senso. Mi ha preso la mano sinistra, l'ha voltata con le sue dita da pianista e mi ha guardato il palmo. 
"Non è tra le tue preoccupazioni quella di definire la tua identità".
Poi ha vaneggiato circa il suo neonato interesse per la lettura della mano (cosa in cui dubito fortemente, cosa in cui, ero certa, anche lui dubitasse fortemente) e, infine, ci siamo salutati. 
Ma certo che ci credo che parte della nostra storia sia scritta nelle nostre mani. Quello di cui dubito, è che ci sia qualcuno al mondo in grado di decifrare mani che non siano le proprie. 
Finalmente, ho trovato "La signora delle camelie" al negozio dell'usato. Bietti editore, 1964. Lo leggevo oggi in coda alla posta. Arrivata a pagina 42, c'era un biglietto del treno, datato 1 luglio 1990. Massa - Firenze S.M.N., 7.600£. Chissà chi ha letto "La signora delle camelie" sulla tratta Massa-Firenze, quel giorno di 21 anni fa. I libri non dovrebbero mai essere venduti senza una traccia di chi li ha letti, di chi li ha sfogliati, di chi ci ha pianto sopra. Anche loro, muti e inconsapevoli, chissà quante ne hanno viste di mani, di borse, di persone.
Ho letto D'Annunzio, per l'esame. Tre libri, due manuali, e ancora non era abbastanza a dipanare la sua poliedrica esistenza. Mi è rimasta addosso una tristezza inesprimibile, un'angoscia sorda e serpentina, un non-pensiero ancora indecifrabile. Avrei bisogno di piangere, come ha fatto il cielo in questi giorni. Ma rimando alla prima occasione utile, ora dormo, comincio ad essere spossata. E poi, domani, voglio fare la torta di mele.

venerdì 3 giugno 2011

SINE QUA NON

Era la fine di maggio, in questo stesso periodo, di dieci anni fa. Ricordo poco di quei giorni. Il profumo dolciastro dei tigli saturava l'aria già calda di un'estate appena esplosa. Avevo 17 anni, il ricordo di cosa indossassi quel giorno è sfumato come un soffione al vento. Il rumore leggero e delicato dei piccoli fiori bianchi, esanimi sotto i miei piedi, mentre percorrevo quel viale alberato, mi dava la sensazione di camminare sui pop corn. Strideva con l'intera giornata, a ripensarci ora. Con gli abiti scuri, con le lacrime, con il silenzio. Era la fine di maggio, in questo stesso periodo di dieci anni fa, quando mio nonno se ne andò all'altro mondo. Era una gran persona, mio nonno. Gli occhi azzurri come quando il cielo è sveglio da poco; la fronte ampia, rugosa, pensierosa. Le vene nodose e pulsanti di un blu appena accennato ad acquerello, che trapelavano dalla pelle chiarissima; le palpebre, così sottili da sembrare di carta di riso. E poi quella sua postura, sempre composta, elegante, rispettosa. Le sue mani intrecciate mentre parlava, poliedriche mentre mangiava, impazienti mentre scartabellava. La sua voce profonda, rauca e invecchiata. La sua risata, che sembrava provenire da un vecchio grammofono.

Tutte queste cose sono nitide nella mia mente, frammenti che cerco di mettere insieme, con scarso successo, per ricostruire ciò che mi rimane di lui. Non sono molti, infatti, i ricordi rimasti intatti. Un po' perchè per oltre la metà di quei 17 anni , non ero consapevole del loro valore, del poco tempo che avrei potuto trascorrere con lui; un po' perchè ero un'adolescente concentrata a scoprire le meraviglie del mondo, del corpo, le pene della pubertà, dell'amore, del mondo che non ti capisce (o almeno, così si crede). La disattenzione, l'illusoria convinzione che lui ci sarebbe stato per molti anni a venire, la sua mente granitica che, a dispetto di un corpo leggermente affaticato, sembrava dovesse rimanere imperitura a pensare, ragionare, ricordare fino alla fine del mondo, mi hanno portata a non dare il giusto peso alle cose lo componevano, che gli ruotavano attorno, che facevano di lui un animo incredibilmente puro. 

Ora, che di anni ne ho 27, penso a quanto meno univoci sarebbero stati i suoi discorsi verso di me se solo avessi avuto il tempo di crescere; penso a come avrebbe potuto svelarmi il mistero che lega i numeri alla vita, la matematica alla filosofia; penso a come i suoi racconti sulla guerra, avrebbero spaccato il mio cuore a metà, potendo comprenderli pienamente; penso alle sue frasi in latino, che tuttora non ricordo, che tuttora non saprei tradurre; penso a tutte le cose che sapeva, della vita, delle persone, a tutte quelle conoscenze divenute polvere insieme a lui. E penso anche che mi dispiace che lui non abbia potuto vedere la donna che sono diventata. Non che ci sia qualcosa in me di cui andare particolarmente fieri, mi dispiace solo che se ne sia andato vedendo solo l'acerbità, il potenziale inconsapevole e inespresso, avendo visto una porzione di me che mi relegava, inevitabilmente, in una sfera fanciullesca. Se potessi avere un solo giorno ancora, uno solo, gli chiederei di parlarmi della sua gioventù, dei suoi pensieri più profondi, di ciò che, secondo lui, è indispensabile che io sappia nella vita. E lo lascerei parlare fino a che si può. Ascolterei la sua voce liquida come il mugghio del mare, guardando il suo profilo fiero volgersi verso l'infinito. E gli direi che gli voglio bene. Non gliel'ho detto abbastanza. Forse non è mai abbastanza.
Qualche anno prima di morire, si era imbarcato in un'impresa titanica: ricostruire l'albero genealogico di famiglia. Aveva iniziato da noi nipoti, risalendo a non so quali avi, attribuendo ad ognuno un numero che corrispondeva ad una scheda identificativa, aggirandosi per archivi anagrafici dei vari comuni alla ricerca di chi prima di noi aveva indossato, anche parzialmente, il cognome che non porto ma è nel mio sangue, a chi aveva lasciato nel nostro DNA le orme del proprio passaggio, a chi non conoscevamo neppure per nomina. Il risultato, incompiuto, è appeso nel corridoio, a casa di mia nonna. Una serie di cerchietti bianchi contenenti un numero è incorniciata di un legno semplice e sottile, su fondo color crema;ogni numero racchiude un nome, una storia, un brandello di sangue che lega ogni numero agli altri in maniera silenziosa e ineluttabile.
Era una gran persona, mio nonno.