martedì 21 giugno 2011

LET'S GET LOST - avvertenza: la lunghezza Tolstojana del post,è, purtroppo, necessaria. Abbiate pazienza. E se non ce l'avete non so che dirvi -

Stavamo sedute l'una a fianco all'altra sull'autobus che ci portava verso il centro, come era già successo molte volte. La nostra fermata era vicina, poco più di cinque minuti e saremmo scese per poi prendere il solito treno. Stavamo in silenzio, pensavamo entrambe ai giorni che si affastellavano così vorticosamente da non lasciare il tempo di rendersi conto che era quasi finita. Alina si voltò verso di me, puntando nei miei quei suoi piccoli occhi curiosi color muschio, e mi disse "Do you wanna get lost with me", io la fissai incerta, e senza che me ne accorgessi, risposi, "Yes". Alina sorrise, come una bambina. Mi prese la mano e rimanemmo così fino al capolinea dell'autobus, a più di mezzora dal centro di Helsinki, in mezzo a boschi di betulle e case in legno molto più vecchie di me. Scendemmo in una piazzetta di cemento, proprio accanto ad un centro commerciale.

Imboccammo un sentiero, l'odore degli alberi s'infilava veloce nelle mie narici, scendeva nei polmoni, saliva al cervello, s'irradiava in tutto il corpo. Le betulle erano li, tutt'intorno, altissime, flessuose, di un pallore lunare, di una bellezza commovente. Toccavo i tronchi lisci, intervallati da macchie di colore grigio-verde, calpestavo la terra umida con un paio di stivaletti inadatti ai fuori pista, ascoltavo suoni che denunciavano piccole vite invisibili, nascoste tra i cespugli e i grovigli di rami. Alina chiamò il mio nome, io cercai il suo sguardo tra le foglie, metri e metri più avanti rispetto a me. Lo trovai. Le corsi incontro sorridendo. Ripresi la sua mano e continuammo a camminare senza dire una parola. Nel fitto del bosco, c'erano centinaia di suoni irriconoscibili per un orecchio inesperto come il mio, ma era bello starsene in silenzio ad ascoltarli, tenendoci per mano, ospiti di quel lato selvaggio che in Finlandia non è mai morto. Dato che l'imbrunire si avvicinava, decidemmo di tornare indietro, non eravamo così esperte e temerarie (e stupide) da affrontare un bosco sconosciuto di notte. Una volta giunte al punto di partenza, decidemmo di incamminarci per altre strade che avessero almeno la parvenza di essere abitate. Case di legno, come quelle di certe zone del centro, solo più grandi, costeggiavano le ampie carreggiate; il verde prepotente dell'estate alle porte si lasciava già intuire nei punti più esposti al sole, quello stesso verde che un mese dopo avrei definito "inesistente in qualunque altro luogo" per quanto era corposo.



Camminammo per un'ora senza incontrare nessuno, parlando del futuro, di come questi mesi ci avessero cambiate, tacendo l'ansia per il tempo che camminava più veloce di noi. Arrivammo ad una fermata dell'autobus deserta, dove scoprimmo che di autobus, non ce n'erano più. Dopo un po'di perplessità e qualche risata al pensiero di noi dormienti sotto quella pensilina dispersa e sconosciuta, proposi di continuare a camminare. In meno di un'ora arrivammo all'ennesima pensilina, questa volta popolata da tre ragazzini. Chiedemmo qualche informazione ad un quattordicenne con la cresta e gli inconfondibili occhi azzurro Baltico, il quale ci rispose che non sarebbe stato facile tornare a casa da li, a quell'ora (erano quasi le undici), quindi ci consigliò di salire sul suo stesso autobus e di scendere ad una stazione di cui non ricordo il nome. Mentre aspettavamo, io mi guardavo intorno distratta, completamente immersa nel paesaggio sconosciuto. Il flusso dei miei pensieri venne interrotto d'improvviso da un urlo "A hareeee!!! Look Fran, a hare!!!". Mi voltai di scatto, nella finta oscurità di maggio, di un blu così chiaro ed evanescente, da far credere che non ci sia tempo per dormire, e proprio li, a pochi metri da me, la vidi, enorme, molto più grande di qualsiasi lepre davanti cui avessi mai frenato con la mia Panda scalcagnata. Alina mi aveva parlato di queste lepri giganti che si aggiravano nei prati circostanti l'asilo in cui lei insegnava, di come i bambini fossero sorpresi, ogni volta, nel vedere un coniglio di quelle dimensioni, ed io ribattevo che, si, c'erano pure in Italia le lepri, ma non erano animali poi così enormi, ma lei era sicura che se ne avessi vista una sarei rimasta di sasso. Aveva ragione. Era la lepre più grande che io avessi mai visto in tutta la mia vita. La ammirai attraversare la strada con pochi agili balzi, la vidi fermarsi mesta in mezzo all'asfalto, raddrizzare la schiena, e guardarmi fisso negli occhi, un attimo prima di sparire nella coltre erbosa poco distante da li. Mi voltai esultante verso Alina, che mi scrutava felice ed emozionata, come se la mia reazione, il mio stupore, fossero esattamente ciò che lei si aspettava da me. Ridemmo insieme, saltellando come lepri, pure noi. I tre ragazzini, ci guardarano dapprima sdubbiati, ma poi evidentemente divertiti e contagiati dalla nostra euforia. Lungo tutto il tragitto dell'autobus, non la smettemmo di ridacchiare rumorosamente, fino a che il ragazzino crestato dagli occhi Baltici, non ci avvertì che, per noi, era il momento di scendere.

Una volta messo piede a terra, ci ritrovammo di nuovo smarrite, senza avere una vaga idea di dove fossimo, nè di dove avremmo dovuto andare. Notammo che a 500 metri da noi, c'era un'insegna della metro, quindi ci dirigemmo in quella direzione. Dopo esserci rese conto che non eravamo poi così distanti da casa e non senza aver consultato la cartina, prendemmo la metro verso Vuosaari, certe che in qualche modo saremmo arrivate presto a Pasila, il quartiere in cui vivevamo. La direzione, ovviamente, era quella sbagliata. Ci eravamo allontanate ancora di più e ci trovavamo ora su un'isoletta non molto distante dal centro di Helsinki, ma comunque poco servita dai trasporti. Appena possibile, scendemmo e aspettammo speranzose una metro che andasse in direzione opposta, ma era già mezzanotte passata e per un attimo pensai saremmo rimaste li per sempre. Per ingannare l'attesa, e pure il nostro stomaco che iniziava ad accorgersi che non vedeva cibo da un bel pezzo, prendemmo qualche schifezza ai distributori automatici. Eravamo sole. Iniziai a cantare una canzone per bambini che mi aveva insegnato Alina, con la voce sussurrata di chi non vuole disturbare:
" Rosso e giallo e rosa e verde, viola e arancio e blu. 
Posso cantare un arcobaleno, cantare un arcobaleno, cantare anche un arcobaleno.
Ascolta con i tuoi occhi, ascolta con le tue orecchie e canta ogni cosa che vedi, 
Ora anche tu puoi cantare un arcobaleno, cantare un arcobaleno, cantare anche un arcobaleno."

La voce squillante e perennemente un'ottava sopra di Alina si unì alla mia. Cantavamo insieme, con gli occhi pieni di tutte le cose condivise in silenzio, con le orecchie sorde di chi non sente altro se non note e melodia e parole, con i piedi girovaghi e nervosi di chi non smetterebbe mai di lasciarsi camminare, con le mani unite di chi sa che quelle dita rimarranno intrecciate anche quando ci saranno oltre 1300 km a separarle.

Quella notte, dopo esserci perse svariate volte, dopo aver sbagliato strada svariate volte, arrivammo all'appartamento di Junailijankuja che erano quasi le due. Sfinite e felici, andammo a dormire solo dopo un lauto spuntino, consapevoli che questa giornata si sarebbe marchiata a fuoco nella nostra memoria. Quello che ancora non sapevamo, era che in quell'ultimo mese, ne sarebbero venute molte altre, di nottate; fatte di camminate interminabili, fiori rubati nei parchi e messi tra i capelli o copiosi tra le mani, di canzoni stonate e storie raccontate, di corse a perdifiato e vento tra i capelli, di bagni nella fontana, albe confuse coi tramonti, lacrime e risate, caffè take-away e giant cookie. E perchè no, magari anche di stelle, quando la notte era abbastanza blu da lasciarle brillare.


Perchè ho raccontato questa storia insignificante e probabilmente noiosa? Non so, so solo che ho un blog anche per questo. E che tre giorni fa, mi sono svegliata con la sensazione inspiegabile di avere un post-it attaccato in fronte. Sopra c'era scritta questa storia. Solo la sera, mi sono resa conto che era passato un anno esatto da quando ero tornata in Italia.

8 commenti:

carpe diem ha detto...

Helsinki ti ha lasciato qualcosa dentro fango, qualcosa che ingenuamente non pensavo fosse così grande

miwako ha detto...

Hai detto bene, mi ha lasciato qualcosa dentro. Ma è normale che le persone intorno a me non sappiano quanto è stato forte ciò che mi ha lasciato, ero sola a vivere quest'esperienza, immagino sia difficile capire cosa può aver significato per me, vedendolo dall'esterno. Ma non preoccuparti per me, fango, io sto bene, non sono in crisi d'astinenza da Finlandia, sentivo solo il bisogno di ricordare dei bei momenti che ho dentro. ne avrei tanti da scrivere e dovrei farlo prima o poi, o rischio chei ricordi sbiadiscano. Ti abbraccio, che con le mie braccia lunghe ci arrivo fin la.

Ebby ha detto...

< Ti ho letto (sì, ho retto - ce l'ho fatta). Era la curiosità, l'occasione di scoprire altri mondi, e non mi riferisco alla Finlandia ma a te e al tuo di mondo. Infatti, ogni storia in più, sentita o letta, è un contributo ulteriore di vita che la vita stessa ci offre.
< Ti ho letto anche di là (il tuo commento su Libero) e riconosciuta grazie al provvidenziale "miwako", aspirapolv...
Hai azzeccato per quanto concerne
Edwin. Skroge invece mi era sconosciuto e ho dovuto rimediare con Wikipedia. Circa le motivazioni alla base della scelta del nick Ebenezer eccetera, ve ne sono molte in concorso, nessuna fra queste preminente. Mi viene da dire che, come succede in queste cose, la componente irrazionale e istintiva sia quella prevalente.
L'opera in questione ("Il Libro di Ebenezer Le Page") offre peraltro una lettura piacevole, non sarà un gran capolavoro, ma il livello è più che dignitoso. E, pur conscio della soggettività di ogni parere, penso che potrebbe comnunque offrirti ore gradevoli.

carpe diem ha detto...

grazie fango ....il tuo abbraccio è arrivato!

monia ha detto...

viaggiare... una delle cose migliori al mondo...ogni viaggio ti lascia qualcosa di speciale dentro... io vorrei non smettere mai!

miwako ha detto...

@ Ebby: allora rimedierò con la lettura di Edwin appena ho tempo, tu se ne hai voglia, vai a conoscere Scrooge, è un classico. Se proprio non hai tempo, puoi sempre rifarti guardandoti "Canto di Natale" in versione Muppets, baluardi degli anni 80, nonchè padrini di tutte le serie di pupazzi in gomma piuma del mondo. Adoro i Muppets! Comunque, è vero quello che dici, "ogni storia in più, sentita o letta, è un contributo ulteriore di vita che la vita stessa ci offre", l'importante è saperlo cogliere.

@ Monia: Hai proprio ragione; potessi, non farei altro. E non solo per il lato artistico/architetonico/culturale (che comunque amo molto, quanto per cogliere "la sensazione" che ogni città ti lascia, il modo di vivere di chi ci abita, i loro volti. E' un'esperienza bellissima

Anonimo ha detto...

Ancora una volta quello che scrivi è bellissimo.
Sofia

miwako ha detto...

Grazie Sofia, un abbraccio