venerdì 3 giugno 2011

SINE QUA NON

Era la fine di maggio, in questo stesso periodo, di dieci anni fa. Ricordo poco di quei giorni. Il profumo dolciastro dei tigli saturava l'aria già calda di un'estate appena esplosa. Avevo 17 anni, il ricordo di cosa indossassi quel giorno è sfumato come un soffione al vento. Il rumore leggero e delicato dei piccoli fiori bianchi, esanimi sotto i miei piedi, mentre percorrevo quel viale alberato, mi dava la sensazione di camminare sui pop corn. Strideva con l'intera giornata, a ripensarci ora. Con gli abiti scuri, con le lacrime, con il silenzio. Era la fine di maggio, in questo stesso periodo di dieci anni fa, quando mio nonno se ne andò all'altro mondo. Era una gran persona, mio nonno. Gli occhi azzurri come quando il cielo è sveglio da poco; la fronte ampia, rugosa, pensierosa. Le vene nodose e pulsanti di un blu appena accennato ad acquerello, che trapelavano dalla pelle chiarissima; le palpebre, così sottili da sembrare di carta di riso. E poi quella sua postura, sempre composta, elegante, rispettosa. Le sue mani intrecciate mentre parlava, poliedriche mentre mangiava, impazienti mentre scartabellava. La sua voce profonda, rauca e invecchiata. La sua risata, che sembrava provenire da un vecchio grammofono.

Tutte queste cose sono nitide nella mia mente, frammenti che cerco di mettere insieme, con scarso successo, per ricostruire ciò che mi rimane di lui. Non sono molti, infatti, i ricordi rimasti intatti. Un po' perchè per oltre la metà di quei 17 anni , non ero consapevole del loro valore, del poco tempo che avrei potuto trascorrere con lui; un po' perchè ero un'adolescente concentrata a scoprire le meraviglie del mondo, del corpo, le pene della pubertà, dell'amore, del mondo che non ti capisce (o almeno, così si crede). La disattenzione, l'illusoria convinzione che lui ci sarebbe stato per molti anni a venire, la sua mente granitica che, a dispetto di un corpo leggermente affaticato, sembrava dovesse rimanere imperitura a pensare, ragionare, ricordare fino alla fine del mondo, mi hanno portata a non dare il giusto peso alle cose lo componevano, che gli ruotavano attorno, che facevano di lui un animo incredibilmente puro. 

Ora, che di anni ne ho 27, penso a quanto meno univoci sarebbero stati i suoi discorsi verso di me se solo avessi avuto il tempo di crescere; penso a come avrebbe potuto svelarmi il mistero che lega i numeri alla vita, la matematica alla filosofia; penso a come i suoi racconti sulla guerra, avrebbero spaccato il mio cuore a metà, potendo comprenderli pienamente; penso alle sue frasi in latino, che tuttora non ricordo, che tuttora non saprei tradurre; penso a tutte le cose che sapeva, della vita, delle persone, a tutte quelle conoscenze divenute polvere insieme a lui. E penso anche che mi dispiace che lui non abbia potuto vedere la donna che sono diventata. Non che ci sia qualcosa in me di cui andare particolarmente fieri, mi dispiace solo che se ne sia andato vedendo solo l'acerbità, il potenziale inconsapevole e inespresso, avendo visto una porzione di me che mi relegava, inevitabilmente, in una sfera fanciullesca. Se potessi avere un solo giorno ancora, uno solo, gli chiederei di parlarmi della sua gioventù, dei suoi pensieri più profondi, di ciò che, secondo lui, è indispensabile che io sappia nella vita. E lo lascerei parlare fino a che si può. Ascolterei la sua voce liquida come il mugghio del mare, guardando il suo profilo fiero volgersi verso l'infinito. E gli direi che gli voglio bene. Non gliel'ho detto abbastanza. Forse non è mai abbastanza.
Qualche anno prima di morire, si era imbarcato in un'impresa titanica: ricostruire l'albero genealogico di famiglia. Aveva iniziato da noi nipoti, risalendo a non so quali avi, attribuendo ad ognuno un numero che corrispondeva ad una scheda identificativa, aggirandosi per archivi anagrafici dei vari comuni alla ricerca di chi prima di noi aveva indossato, anche parzialmente, il cognome che non porto ma è nel mio sangue, a chi aveva lasciato nel nostro DNA le orme del proprio passaggio, a chi non conoscevamo neppure per nomina. Il risultato, incompiuto, è appeso nel corridoio, a casa di mia nonna. Una serie di cerchietti bianchi contenenti un numero è incorniciata di un legno semplice e sottile, su fondo color crema;ogni numero racchiude un nome, una storia, un brandello di sangue che lega ogni numero agli altri in maniera silenziosa e ineluttabile.
Era una gran persona, mio nonno.

6 commenti:

guidosperandio1 ha detto...

Esperrenza analoga e sentimenti che provo per mio padre. Molti anni dopo la sua dipartita.

miwako ha detto...

Mi spiace per tuo padre. Non so immaginare come ci si senta quando si tratta di un genitore. A volte penso sarebbe meglio non rendersi conto di tante cose, limitarsi a sentire il dolore per la perdita, ma senza comprenderlo. Ma non lo so fare. Seziono i momenti, affetto le ore a strisce sottili sottili e analizzo tutto; cosa avrei potuto fare/dire se fossi stata un po' più assennata; cosa mi ha impedito di rendermi conto del tempo prezioso che non torna più; cosa vedrebbe in me se fosse ancora qui. Fa anche più male così.

monia ha detto...

ho perso mio nonno pochi anni fa e ti capisco pienamente. Mi vengono le lacrime agli occhi a pensare al mio/tuo nonno, ma credimi, secondo me sbagli:
è vero, eri giovane e tante cose non le capivi o non le apprezzavi, ma sono sicura che i nostri nonni vedevano molto più lontano di noi, ci conoscevano meglio di quello che crediamo, e non ci consideravano "acerbe" come dici tu. Credimi, se era saggio come dici (e lo era, come tutti i nonni) ti avrà amata e capita meglio di come pensi! E la magia è proprio qui: tu piccola e ingenua nipotina, lui grande e intelligente nonno! Per sempre...

miwako ha detto...

E'bello pensare che sia così, come dici tu, pensare che forse lui ha visto in me quello che io ancora non sapevo di avere.Le tue parole scaldano il cuore, grzie Monia.

carpe diem ha detto...

ecco fango questi sono i ricordi che fanno male, male quando escono allo scoperto ,in un momento sbagliato...ricordalo per il nonno che era e semmai lassù qualcosa c'è ...lui vede la donna che sei diventata e che diverrai ....
me lo ricordo tuo nonno,alto,magro, capelli bianchi....è sempre + doloroso per noi che siamo qua, a vivere di ricordi che a volte ci pungono il cuore...

miwako ha detto...

Purtroppo non si possono controllare, i ricordi. non si può tirarli fuori quando pare a noi. A volte basta un odore, una lentiggine, la stanghetta di un occhiale, e la mente torna indietro di anni e anni, con la violenza arbitraria che la contraddistingue. Non so se credo a un "lassù", se credo che lui mi veda da chissà dove, immagino di no, ma sarebbe bello se fosse così. Quello che posso fare, è tenermi stretta quei ricordi che mi legano a lui, tenerli vivi, tenerlo vivo. E ricordarmi che, nonostante tutto, ho la fortuna di averlo conosciuto.