sabato 30 luglio 2011

Good As You

Il padre del mio ex diceva sempre "meglio un figlio morto che finocchio". Lo diceva ridendo, un po'per farmi arrabbiare, un po' perchè in fondo ci credeva. Non al fatto che fosse realmente meglio un morto che un omosessuale, ma che l'omosessualità di un figlio rappresentasse una tragedia, quasi una malattia incurabile, una cosa per cui vergognarsi, di cui disperarsi, una cosa che non si augura nemmeno ai peggiori nemici, era questo che credeva. Dal basso dei miei 18 anni, dal picco più alto che il mio idealismo avesse mai conosciuto, ero certa che persone del genere fossero una specie quasi estinta, sopravvissuta solo negli anfratti più angusti di qualche provincia meccanica. Non solo il disgusto, quanto il dolore, quasi fisico, che provavo nel sentire tanta ingiustizia, piccolezza mentale, ottusità di vedute e cattiveria ignorante, veniva ampiamente ripagato da questa  convinzione, ovvero che le persone così piccole di mente fossero una piccolissima minoranza, riducibile a suon di "lezioni educative" all'apertura mentale.
Così, nel corso delle numerose cene intercorse nei 5 anni passati con J., ho parlato fino a rodermi le corde vocali, ho urlato, litigato quasi, infiammandomi ad ogni provocazione del padre di J., battendomi per qualcosa che credevo ( e credo) non riguardi "gli omosessuali" come categoria, ma l'umanità intera, ovvero la libertà di ogni individuo. Sembrerò retorica, utopista e forse banale, ma questo era davvero ciò in cui credevo, è davvero ciò in cui credo tuttora. Ad essere cambiata, crescendo, parlando con le persone, trasferendomi in città più grandi, è solo la mia visione di come alcune persone, troppe a dirla tutta, vedono l'omosessualità. A forza di schiaffi in pieno viso, ho dovuto ricredermi; non penso più che gli ottusi siano una piccolissima minoranza, e nemmeno che siano redimibili. La realtà, ancora una volta, era ben lontana da come la vedevo a 18 anni.

Il pregiudizio è così subdolo e sagace che si tramanda di generazione in generazione, quasi per osmosi. A volte urlato ai quattro venti, come nel caso di J. e suo padre da cui ha ereditato l'abilità manuale, qualche soldo e una nutrita schiera di preconcetti balordi, stupidi e retrogradi; altre volte silenzioso, inconsapevole, come certi batteri che rimangono latenti anche per anni, prima di evolversi in un cancro senza speranza.
A farla da padrone, in tutto ciò, una dose considerevole di ignoranza cieca e irrecuperabile, ignoranza contro cui la cultura spesso non può niente, ignoranza che porta ancora, oggi, nel 2011, a parlare di TOLLERANZA nei confronti dell'omosessualità. Come se l'omosessalità fosse un ospite inatteso e indesiderato, come se meschinamente qualcuno dicesse di tollerare, previa distanza, l'esistenza dei lebbrosi. Tolleranza non è una bella parola, non in questa accezione almeno; tolleranza è una gentile concessione, non una presa di coscienza dell'inutilità della discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale. Quindi, parlando a livello generico, di società, le scelte possibili sono due al momento: OMERTA' o TOLLERANZA. Ma che bel mondo civile. E, in tutto ciò, si trova pure il coraggio di ritenersi un paese sviluppato.
Quello che accade, quello che la società pensa, quello che è consentito o meno, si riflette ed è condizionato dalla televisione, in un biunivoco scambio di informazioni distorte che in realtà vanno in una sola direzione. I gay, a parte rare eccezioni, esistono solo come figura retorica del parrucchiere-checca-acida, tanto per dirne una; le lesbiche, invece, non sono neppure degne di menzione, nemmeno in veste di stereotipo riduttivo, ghettizzante e veicolo di false credenze sull'omosessualità.

Ieri in tv ho visto un episodio di OC, telefilm di e per adolescenti, incentrato sulle vite di un gruppetto di ricchi figli di papà dotati di cuore, cervello e un fondo fiduciario. Era la puntata in cui Marissa e Alex si scambiano finalmente il primo bacio. Censurato, ovviamente, in un momento in cui si poteva dedurre le due fossero in procinto di baciarsi, ma poteva anche essere che, no, "hai una ciglia sulla guancia, aspetta che te la levo". E allora mi chiedo, qual è il messaggio che passa dalla censura? Tra donne non si fa? Tra donne si fa ma bisogna nascondersi? La censura ha comunque salvato la trama dall'essere stravolta, le due stanno insieme e nessuno, fortunatamente, ha provato ad imbastirci intorno una poco credibile storia di "amicizia particolare" che potesse giustificare certi atteggiamenti affettuosi. Ma questo non fa onore a nessuno, non riesco a dire "oh che bravi quelli di italia uno", non se poi censurano un bacio tra le due. Mentre scrivo tutto questo, la varie meteorine sono LIBERE, quando non incoraggiate, di sculettare a pieno schermo a tutte le ore; Borghezio è LIBERO  di dire che, in fondo, gli ideali che hanno spinto Brievik ad ammazzare un centinaio di persone a sangue freddo, erano condivisibili; il papa è LIBERO di scoraggiare l'uso del preservativo e di affermare che l'educazione sessuale in molti casi può deviare le pecorelle dalla retta via (quella della chiesa, della castità, dell'ipocrisia senza fine, dell'ignoranza sovrana, quella che vorrebbe castrare la presa di coscienza riguardo certi argomenti perchè la crescita culturale è controproducente quando c'è il rischio che il gregge si ribelli al pastore), e il nostro emerito pezzo di premier è LIBERO  di dire cose come "Meglio appassionato di belle ragazze che gay", in risposta al caso Ruby.
E' curioso indagare quali vie prendano la permissività e il proibizionismo in un Paese, antropologicamente curioso. La dice lunga sulle persone di cui è fatto questo Paese, sul livello di Intelligenza e Cultura, su ciò che si vuole favorire e ciò che si vuole frenare, su quanto valga ciò che viene insegnato, su quanto si discostino i valori dichiarati da quelli su cui tale società si basa realmente.

Stè, parlando di omosessualità, una volta mi disse " Dire Mio è figlio omosessuale, dovrebbe essere come dire Mio figlio ha i capelli neri, niente di più e niente di meno del prendere atto di una caratteristica di una persona". Io credo sia una cosa bellissima, quella che ha detto.
Se non avessi l'indipendenza di pensiero che da sempre perseguo, probabilmente non sarei qui a fare questi discorsi, ma visto che ce l'ho, visto che qualcuno si è preso la briga di insegnarmi in tenera età a non lasciarmi influenzare, ne approfitto per ringraziare i miei genitori. Non sono certo le persone più open-minded che conosco, e questi discorsi non li ho mai sentiti uscire dalle loro bocche, ma se c'è una cosa in cui hanno fatto centro, in cui hanno fatto cento, è stata la volonta di non trasmettermi i loro pregiudizi, le loro paure, laddove ci fossero state. Se domani tornassi a casa e dicessi " Mi sono fidanzata, lei è Giulia", rimarrebbero basiti, interdetti e probabilmente ci metterebbero un bel po' a digerire la cosa; ma io so che il terreno, con loro sarebbe fertile, so che non metterebbero i loro pregiudizi davanti alla mia felicità, so che sono consapevoli dei limiti mentali in cui la loro generazione è cresciuta, e che alla fine, nessuno di loro penserebbe nemmeno per un secondo, meglio un figlio morto/ladro/drogato/qualsiasi-altra-cosa-purchè-negativa che omosessuale. Sarebbero imbarazzati, sorpresi, ma mai delusi o dispiaciuti. E questo, mi sembra un motivo più che sufficiente per ringraziarli, i miei vecchi.
A tutti quelli che proprio non ce la fanno a non considerarla una disgrazia, auguro di essere circondati da persone coi capelli neri, di avere un figlio coi capelli neri, di svegliarsi a 35 anni e scoprire che il proprio fratello bello e misteriosamente scapolo, ha in realtà i capelli neri. Così, magari, quando loro diventeranno gli altri, quando i figli degli altri diventeranno i loro, capiranno che siamo tutti persone, esseri umani, indiscriminatamente uguali, innegabilmente diversi, e che non c'è niente di così diverso ad amare qualcuno che è uguale a sè.

venerdì 29 luglio 2011

NOTTURNO: COSE CHE NON FANNO RUMORE

Ale è passata per un caffè notturno. I nostri, caffè notturni. Quelli amari e forti, che sanno di schiettezza e parole rimaste per troppo tempo ingolfate nell'ultimo tiro di sigaretta, come ho già scritto da qualche parte. Ale tira fuori tutto, da me e da lei. I silenzi, tra me e lei, sono densi e carichi come le nubi che hanno infestato il cielo nei giorni scorsi; risolutivi come la pioggia che è venuta dopo; taumaturgici come l'aria pulita delle ultime ore. Le sue parole sono le mie, le mie parole sono le sue. Fa tenerezza pensare che ci conosciamo da quando avevamo sei anni, pensare che siamo cresciute insieme, lontane ma vicine, sempre diverse, pure da noi stesse, mai uguali, eppure così simili. E' limitante e riduttivo dire che "lei sa come mi sento". Lei ha sempre visto oltre, forse perchè spesso ci siamo sentite esattamente allo stesso modo, come sta accadendo adesso.
Ale fa parte di quella minoranza di esseri umani che legge tra le righe, che vede cosa si nasconde tra le pieghe, dell'esistenza e delle persone.
Abbiamo parlato per ore di un futuro arrivato troppo presto, congetturando su chi avremmo voluto essere per vivere al meglio questo domani che è già franato nell'oggi, fantasticando su come avremmo potuto correre più forte per impedire al domani di corroderci i calcagni. 

Ineludibile la vita, come il tempo che scorre, il consumarsi delle cose, il trasformarsi degli elementi. Non penso di aver perso il treno, penso solo di aver preferito camminare. Anche Ale cammina con me. La meta forse è differente, ma il viaggio è lo stesso. E va bene anche così, la strada più veloce che da A conduce a B, non è necessariamente la migliore. Correre a perdifiato verso un orizzonte di cose che diano senso alla vita, fermarsi a 40 anni per sposarsi, fare dei figli, accendere un mutuo, in un vortice di emozioni assaggiate appena, di persone conosciute a malapena, di luoghi subiti anzichè vissuti ... non so se fa per me. Anzi si, lo so, non fa per me. Non mi piace correre così veloce da non vedere i volti delle persone cui passo accanto, non mi piace svoltare l'angolo senza aver capito se quello così alto e mesto fosse un acero o un liquidambar, non mi piace avere solo una fuggevole impressione del lungo viaggio che, auspicabilmente, mi porterà da qualche parte. 

Voglio assaporare, capire, riflettere, prendendomi il tempo per passeggiare in questo mondo che corre, concedendomi il lusso di fermarmi in mezzo alla folla per alzare gli occhi al cielo e ritrovare l'infinità di stelle cui ho affidato i miei sogni di bambina, volgendomi dove le persone non bramano per arrivare, dove le persone dimenticano di guardare, dove le persone sono troppo pigre per cercare. Sono le sfumature che mi fanno sentire viva, quelle meno ovvie e palesi. La caparbia ostinazione delle onde che si frangono sulla battigia per poi ritrarsi; lo sguardo di una persona che sfugge ad un complimento; un ragazzo sul treno che legge così rapito e commosso che per un attimo vorrei esserci anch'io dentro la sua testa; le foglie degli alberi di notte, di quel verde denso e riposante simile a null'altro in natura; la musica silenziosa della neve quando cade; i nèi sui volti delle persone, sparsi come tanti punti interrogativi nelle loro vite; i riflessi nei finestrini dei treni; la prima frase di un romanzo; le finestre del condominio di fronte al mio, che d'estate offrono ai voyeur dello spirito come me, interessanti retrospettive sulle vite di chi ci abita; la luce azzurrina, un momento prima che sorga il sole, l'umidità viva dei boschi; le conversazioni degli altri; le parole che si inseguono instancabili nella mia mente, ad ogni cosa che vedo, sento, percepisco; la violenza con cui, talvolta, mi lascio travolgere dagli stati d'animo; la parte oscura che ognuno di noi nasconde dietro il trucco, cela dentro i vestiti, addobba con una qualifica o un mestiere; tutte quelle cose che non fanno rumore nelle nostre orecchie, ma possono urlare come la terra che trema dentro di noi. Queste sono le cose che mi colpiscono. 

E lo fanno con una tale forza, che spesso, dopo una rapida occhiata ai presenti troppo occupati con loro distrazioni, mi chiedo se sia possibile che nessun altro oltre a me, veda, senta, percepisca tutto quello che non fa rumore. So di non essere l'unica, non voglio il primato, non serve l'esclusiva per certe cose, è solo che quando mi guardo intorno vedo troppo spesso gente che corre ovunque, stressata, indaffarata, oberata di cose da fare, a cui pensare, gente che non si prende il tempo per niente più di ciò di cui ha deciso di riempirsi la vita; gente ben vestita, che scende da macchine con autista, ciarlando amabilmente dentro un cellulare, con lo sguardo spento e il sorriso teso dal botox e dalla commedia; gente che trascina esasperata bambini che chiedono l'impossibile solo perchè quello che vogliono, al momento, è impossibile, vogliono attenzione non distrazione; gente che non sorride, non dice per favore, nè grazie, ma sbuffa e bofonchia mezze frasi in cagnesco a chiunque gli si pari davanti.
Il mutuo non si paga in sorrisi, servono soldi e c'è la crisi. A chi lo dici, lo so, infatti un mutuo non ce l'ho, ho solo sorrisi, qualche lacrima e uno tsunami di pensieri in queste tasche. E va bene così.
Cammino piano. Osservo. Piango. Più spesso rido. E prendo nota. Scrivo, disegno, costruisco ponti immaginari che riuniscano quei tasselli sperduti che hanno scordato di essere un frammento di qualcosa di più grande.
Voi andate avanti, io rimango qui ancora un po', e quando sarà tempo, arriverò.

domenica 24 luglio 2011

ABBECEDARIO EMOZIONALE: QUANTO VALE UNA CONCHIGLIA?

L'estate è quasi al suo zenit e anch'io dovrei esserlo a 27 anni. Forse. Ho le mani piene di note, prendo la chitarra e le lascio scivolare via. L'innaffiatore automatico suona la sua musica dal giardino, Entra la sua ed esce la mia, c'è musica ovunque. I miei si aggirano per la cucina ripetendo gesti consueti, visti mille volte, svuotati quasi della loro utilità, farciti con significanze altre. Apparecchiare è un modo per fare ammenda. Chiedere un piatto di pasta invece della bistecca già scongelata, 5 minuti prima della cena, è una dichiarazione di guerra ad armi impari. Servirsi da soli è un accordo di non belligeranza. Snobbare la millefoglie fatta in casa per un surrogato della kinder, è un attacco in pieno giorno. E via dicendo. 
La simbologia dei gesti è così diversa e stratificata per ogni nucleo familiare, che mi verrebbe voglia di improvvisarmi antropologa, sedermi a tavola con degli sconosciuti e prendere appunti. Mi affascinano le dinamiche familiari. E mi spaventano.
Chi siede dove, chi taglia il pane, chi si alza da tavola per primo, chi evita discussioni salvato dalla televisione, come in terza media dalla campanella, chi raccoglie le briciole vicino al proprio piatto tra una portata e l'altra. E via dicendo. Ho sempre pensato che i gesti avessero significati multipli, proprio come le parole. Anzi, forse in misura inversamente proporzionale a quante sono le parole che si usano. 
Quando non si litiga perchè il codice familiare non lo prevede per più di un paio di volte l'anno, possibilmente evitabili, i gesti si caricano di altre valenze, diventando muti ambasciatori di una serie di intenzioni, sentimenti, emozioni, piccole vendette, simbolismi spesso inconsapevoli pure per chi li compie. Di vendette, fortunatamente, ne ho viste poche. Siamo tutti abbastanza pacifici e intelligenti da non usare la quotidianità per ferirci volontariamente. Niente pranzi al vetriolo, colazioni latte&cianuro o cene insalata&lamette. Ci vogliamo bene e, in caso di ostilità, piuttosto che ferirci deliberatamente, ci ignoriamo. Ma usiamo dei sostituti comunicativi, come tutti. Sono troppo coinvolta a livello emotivo per codificarli, ma li percepisco, ogni tanto.
Spesso accade che le parole non escano; se ne stanno li, incastrate in bocca come un pugno di farina, e i gesti che dovrebbero supplire a questa afonia emotiva, non sempre sono decifrabili. Brucia un po', non sapersi leggere nemmeno dopo trent'anni sotto lo stesso tetto. Brucia un po', dover congetturare sul significato di un gesto senza poter fare la prova del nove. Brucia un po' non riuscire a dirsi "ti voglio bene", non riuscire a mandarsi a'ffanculo, non riuscire a chiedere "cosa c'è che non va?". 
Ma poi, come succede sempre, arriva un piccolo, insignificante miracolo a risarcire per le cose non dette e quelle non fatte. Papà che propone una gita che non faremo mai nei luoghi di vacanza della nostra infanzia; la mamma che mi regala una borsa di quand'era giovane e ancora non era così stanca; mio fratello che viene a prendermi alla stazione dei treni e mi porta i biscotti al cioccolato e il succo di frutta. Cose microscopiche, cose da poco, dettagli che nessuno vede nel quadro generale, ma che hanno la stessa forza di un piccolo seme quando viene piantato nella terra fertile.
Forse rimaniamo comunque soli, isolati, ognuno dietro le proprie mura, ognuno dietro la propria insormontabile coltre di atteggiamenti, dinamiche, cose non dette e non fatte. Ma se, di quando in quando, qualcuno lancia una conchiglia al di la del muro di mare che ci separa, chi sta dall'altra parte può raccoglierla e ascoltarci le onde dentro ogni volta che vuole. Certo, è solo una conchiglia, non ha alcun valore, non ci si fa niente la fuori con una conchiglia, ma a seconda di chi te l'ha donata, la conchiglia può essere la cosa più preziosa di questo mondo.
Ne ho collezionate un bel po' durante gli anni. Sto cercando di costruirci una zattera per superare il muro di mare e arrivare fino a dove le parole non arrivano. Magari non saranno mai abbastanza, le conchiglie. Ma non è un buon motivo per non provarci. Quindi, foss'anche completamente inutile, non smetterò di raccoglierle e tenerle strette vicino al cuore, non smetterò di lanciarle al di la dei silenzi, non smetterò di credere che sia possibile.
Ieri notte, di ritorno da una serata inconsueta, vestiti solo delle risate troppo forti e della stanchezza delle 4, mio fratello ed io ci siamo fermati alla centrale del latte e abbiamo preso lo yogurt artigianale a chilometri zero da portare ai miei per colazione. Ora, due conchiglie piccole piccole, se ne stanno dentro l'imponente frigo dei miei. Dureranno un paio di giorni, dopodichè non ne rimarranno che due involucri, ma chi l'ha detto che non si senta il mare anche nei vasetti di yogurt?

mercoledì 20 luglio 2011

DENTRO GLI OCCHI, UN MILIONE DI STELLE


Alina aveva gli occhi più piccoli ed espressivi che io avessi mai visto. Il colore era lo stesso del muschio, la mutevolezza era la medesima di una corrente oceanica, l'intensità era quella di un milione di stelle. Bucavano come spilli, a volte. Quella tristezza che usciva invisibile da loro e ti si aggrappava addosso, trasmetteva immediatamente l'idea di una vita non facile. 
Quando rideva, col cuore e con l'animo, i suoi occhi scomparivano quasi, ingoiati dalla gioia. Di loro rimaneva un luccichio folgorante che dava l'esatta misura di quanta fosse la sua felicità in quel momento.
Quando diventava malinconica, la percezione che avevo dei suoi occhi era quella di un lago a testa in giù, enorme, immobile come uno specchio, pronto a frantumarsi e a lasciar piovere tutto quel dolore. 
Credo che la densità del suo sguardo sia la cosa che più rimane impressa nella memoria di chi l'ha conosciuta. O almeno nella mia. Non era qualcosa che avesse a che fare con la tonalità delle sue iridi, nè con la forma delle palpebre che ricordava i semi di girasole, piuttosto con la sua essenza più intima che non usciva dalle parole, nè dai gesti, ma, appunto, da quelle due finestre aperte su un universo tanto piccolo quanto complesso. 
Alina era una persona difficile. Schiva, diffidente, brutalmente onesta, poco incline all'apertura; i suoi gusti in fatto di persone avevano il sapore amaro ma consapevole dei giudizi prematuri e inappellabili, spesso negativi. Viscerale nello scegliere le persone "no", non mancava mai di calcolare e dosare la distanza tra sè e gli altri.
Io ero l'eccezione. Forse perchè, all'opposto di lei, parlavo molto e non nascondevo le mie emozioni. In maniera contorta, credo anche ammirasse la mia capacità di scovare il buono delle persone, pur non invidiandomi minimamente. 
La osservavo curiosa e un po'intimorita mentre mi studiava da lontano, silenziosa e sospettosa come una gatta, la settimana in cui arrivai nell'appartamento di Junailijankuja. Non era ostilità, quella nei suoi occhi, era probabilmente la confusione di trovarsi di fronte ad una persona cui si sentiva istintivamente di dire "si", senza alcuna motivazione valida a sostegno di questa cieca accettazione. Credo sia stata la prima volta in cui la sua pancia ha detto "si" ,prima ancora che lei potesse farsi un'idea chiara di chi avesse davanti, prima ancora che lei trovasse un motivo qualunque per dire "no".
La mia esuberanza, la sua pacatezza, la mia risata facile, la sua cupezza prevalente, il mio equilibrismo, la sua bulimia emotiva ... Per qualche motivo che ancora mi sfugge, l'incastro dei rispettivi vuoti, dei pregi, delle brutture lasciate scoperte, delle bellezze vere come ferite aperte, ha creato un'immediata alchimia dell'anima, che non condanna nemmeno i difetti peggiori, che ama senza riserve.

Tempo fa mi ha telefonato. Piangeva. E aveva bevuto.

"Dove sei? Sono appena uscita da una festa. Fa freddo qui. Ho solo pensato che ora vorrei disperatamente tornare a casa e trovarti li. 
Ricordi quando dormivamo insieme? Ecco, ora dormire insieme rimetterebbe tutto a posto"

Lei sta bene. A tratti, ma sta bene. L'unica cosa che mi preoccupa è che ora servono le parole a colmare la distanza. Prima, le bocche erano chiuse, bastavano due paia di occhi a dire tutto quello che non ha voce.
Basteranno le parole?

domenica 17 luglio 2011

LA VERITA', NIENT'ALTRO CHE LA VERITA'. TU LA SAI?

Maggio 2000, seconda superiore, ora di Scienze Sociali. Le finestre sono aperte, gli alberi del cortile trasudano linfa da ogni poro, l'aria è frizzante, il cielo è una distesa senza fine, sporcata solo dal verde delle foglie che vi si stagliano contro. Osservo rapita la disarmante, complessa semplicità con cui la natura è, inconsapevolmente se stessa. Vengo distratta dalla Prof P. che parla di Piaget, ma presto qualcosa attrae di nuovo il mio sguardo, la fuori. E' un signore in bici, indossa un cappello e un completo di flanella decisamente troppo pesante per la stagione. E'un abito a quadri, simile a quelli che portava mio nonno. Per pochi istanti lo guardo pedalare all'ombra degli alberi, prima di vederlo sparire nel nulla. Mi volto verso A., la mia compagna di banco, osservo il resto della classe; niente. Nessuno sguardo di condivisione, nessuna faccia sorpresa, nessuno sembra aver visto alcunchè. La cosa, non avrebbe nulla di anacronistico, nell'evento in sè, come nel disinteresse delle mie compagne, se non fosse per un dettaglio: la mia classe si trova al secondo piano di un edificio di fine Ottocento.
Credo sia stata l'ultima allucinazione che ho avuto, oltre che una delle poche in vita mia. Sono consapevole dell'incorruttibilità delle leggi della fisica, dell'impossibilità effettiva che un fatto del genere si verifichi. Nonostante ciò, i dettagli di quella breve visione, erano così nitidi da indurmi a credere che, da qualche parte, un evento del genere non solo fosse possibile, ma anche ordinario. I capelli sottili e canuti che spuntavano da sotto il cappello, debolmente mossi dal vento; le pieghe corpose che si formavano sotto le ginocchia mentre il signore pedalava; la consistenza pesante e polverosa del vestito che indossava, tutto in quei pochi attimi era così reale, da non lasciarmi poi così sorpresa.

Erano anni che non ripensavo a questo episodio, e mentre ripercorro a ritroso quei brevi istanti, nella mia testa prendono vita una serie di quesiti, congetture, ipotesi e pensieri che cerco di riassumere in una sola domanda: dov'è il confine tra reale e irreale? Il dualismo che mi caratterizza, si esplica prepotentemente anche in questi momenti; da un lato, il possibilismo che è uno dei miei pilastri, mi induce a pensare che, alla fin fine, noi esseri umani, non sappiamo un bel niente. Ci siamo fatti un'idea più o meno vaga di ciò che accade nel mondo, abbiamo inventato leggi a sostegno o negazione di ciò in cui crediamo, e il fatto di poter confutare questo o quel fatto usando l'intelligenza, ci da l'illusione, estremamente reale, di poter tracciare una linea spessa quanto un'autostrada a sei corsie, tra ciò che è possibile, e ciò che non lo è, tra cosa è reale, e cosa non lo è. Dall'altro lato, c'è il mio animo empirista, il San Tommaso che non crede se non ci mette il naso, l'essere figlia, nel corpo e nella mente, dell'evoluzionismo darwiniano, per cui a nulla serve il credere in cose che non siano scientificamente dimostrabili.
La sintesi tra questi due poli magnetici che hanno, in me, una forza quasi eguale, si traduce nel credere all'empirismo, alla scienza, a ciò che ha senso nella misura in cui sottosta ad una precisa logica, pur lasciando aperta la via del possibilismo più assoluto.
Può sembrare una contraddizione in termini, e forse lo è, ma credo che la verità, intesa come realtà assoluta, oggettiva ed inconfutabile (ammesso che esista), non si trovi nè nella devozione cieca nei confronti della scienza, nè nel possibilismo divino che consentirebbe agli asini di volare, se solo Dio lo volesse; piuttosto in un punto mediano imprecisato tra le due cose. A scanso di equivoci, ci tengo a sottolineare il mio irrimediabile agnosticismo; parlo di Dio e asini che volano per esemplificare e facilitare l'estremismo che mi permette di chiarire la mia posizione.
La posizione intermedia di cui sopra, si manifesta nel credere in ciò che la scienza ha scoperto fino ad ora, senza però arrogarsi la pretesa (supponente ed illusoria) di potere, in virtù di ciò, conoscere, indagare e categorizzare tutto il mondo sensibile ed intelligibile.
Riallacciando il discorso alle allucinazioni, posso dire che, anche se non è facile per me, a parole, dare a questo evento una collocazione precisa, anche se è difficile staccarmi dal razionale a tal punto da non considerarlo solo una mera produzione del mio cervello, il beneficio del dubbio che da sempre mi spinge a domandarmi il perchè delle cose, mi porta a lasciare aperto un varco in cui è possibile ammettere la non conoscenza di qualcosa, pur senza delegare al divino. Agnosticismo, appunto.

Non voglio annoiare più di quanto abbia già fatto, ma sento il bisogno di metterci nel mezzo due cifre, così, giusto per dare una datazione temporale universale che permetta di comprendere il mio punto di vista.
La terra ha, anno più anno meno, 4,5 miliardi di anni. L'Homo Sapiens, ne ha "solo" 500.000. Le scoperte fatte nei secoli, il bagaglio di conoscenze, crescita cerebrale, culturale e intellettuale accumulate ha dello sbalorditivo, visto dai nostri microscopici occhi, ma credo che troppo spesso ci si dimentichi di quanto siamo "giovani", di quanto di inconoscibile c'è che, seppure la scienza può supporre sulla base delle precedenti scoperte, non è in grado di dimostrare. Il divino, lasciamolo stare, con le sue pretese di conoscenza e spiegazione senza alcuna dimostrazione, non è decisamente vicino alla mia idea di verità. Ciò che mi preme è l'impossibilità riguardo diversi fenomeni, di schierarsi. Ciò che mi preme, è l'ammissione di milioni di possibilità, pur non tradendo la scienza.

Pazzi, allucinati, psicopatici, visionari. Chi stabilisce il confine tra noi e loro? Cosa succede quando noi, anche solo per un attimo, diventiamo loro? Il fatto che la maggior parte delle persone non veda ciò che vedono loro, rende le loro visioni forse meno reali? Esiste una percentuale conoscibile di possibilità che ciò che vedono sia, in qualche altra dimensione, una realtà? Con quale diritto releghiamo queste persone nella categoria dei "disturbati mentali"?
Col diritto della maggioranza, l'illusione della sanità mentale, la presunzione di sapere cosa è possibile e cosa non lo è, a livello assoluto.
L'aver avuto un paio di allucinazioni, seppure spaventevolmente reali, non mi da un'idea nemmeno vaga di cosa si possa provare nel vedere quotidianamente cose che il resto del mondo non vede; d'altra parte l'apertura all'eventuale esistenza di cose che per ora non siamo in grado di spiegare, mi induce a credere che non sia sempre possibile tracciare una linea di confine.
Forse qualcuno di loro non riesce a distinguere le allucinazioni da ciò che è tangilibile e viene imbottito di psicofarmaci con lo scopo di tenerlo ancorato alla realtà (ma quale poi?); forse ve ne sono altrettanti che sono consapevoli della solitudine in cui vivono questi momenti paralleli e inesistenti, e pur senza riuscire a spiegarseli in maniera logica, accettano di buon grado di vedere cose che, per la maggior parte delle persone, non esistono. In ognuno dei casi, non abbiamo sufficienti informazioni per condannare queste persone. Perchè l'insanità mentale, le pilloline del buonumore, le cure medico-psichiatriche, se da un lato rappresentano una risorsa, dall'altra si traducono in una sentenza, per lo più inappellabile, di inadeguatezza nei confronti del mondo.

Paulo Coelho è stato in manicomio per tre volte, rinchiuso in quei luoghi inumani dalla famiglia che non riusciva ad accettare la sua diversità, a vedervi una possibile ricchezza; qui subisce elettroshock e cure farmacologiche devastanti. La cura alla sua pazzia iraconda si trova nell'espressione della sua interiorità che, per anni, gli è stata negata. Sfuggire alla cura ad ogni costo, è stata la sua cura; scrivere è stata la sua cura, poter essere se stesso è stata la sua salvezza.


Stessa sorte per Alda Merini, internata per un decennio, sottoposta ad elettroshock e punizioni corporali che, si supponeva, dovessero curare una mente che, si supponeva, essere malata.

E molti altri hanno avuto lo stesso destino, persone senza nome, senza volto, per noi "sani", qua fuori; persone invisibili, ritenute inadeguate. Non dubito dell'esistenza di deliri mentali che debbano essere curati in qualche modo, di psicopatologie gravi che conducono a conseguenze, nella vita reale, altrettanto gravi; dubito solo della capacità umana di giudicare le persone; dubito dei criteri con cui talvolta si stabilisce che una persona è squinternata; dubito dell'infallibilità della medicina, non in sè, quanto nelle mani di chi la pratica; dubito infine della giustificazione che accompagna scelte di questo tipo.
Alda Merini diceva "Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita."
L'utopistica convinzione di  saper distinguere tra bene e male, fa acqua da tutte le parti, quando si ha a che fare con quasi sette miliardi di esseri umani, e allora dov'è la giustizia universale? Che diritto abbiamo noi di decidere che se qualcuno vede qualcosa che altre cento persone non vedono, questo qualcuno è pazzo? Religione, scienza, ha davvero importanza a questo punto? Esiste davvero qualcosa cui sarebbbe universalmente giusto affidarsi? Come si può dormire la notte sapendo che la maggior parte della sofferenza umana è indotta da altri esseri umani? A cosa serve, in questi momenti, tutto ciò che sappiamo o crediamo di sapere?
Chiunque sia, dov'è il tuo Dio adesso?

martedì 12 luglio 2011

FUNAMBOLISMI

Osservo la polverina bianca danzare nell'acqua, scendere verso il fondo del bicchiere come una nevicata estemporanea. Sembra neve davvero, nonostante i 35 gradi ostinati. Mescolo e bevo tutto in una sorsata, sperando che, da brava bomba chimica, riesca a curare questa gola ormai troppo gonfia e malata. E' stato un week end strano. Ho trovato il tempo di riflettere anche in mezzo al fragore del compleanno del secolo, al più lungo brunch cui sia mai stato dato questo nome e agli americani ospiti a casa mia.

Dev'esserci un ingranaggio che s'inceppa, tra il pensiero e l'azione. Qualcosa che fa si che i due ambiti non siano mai completamente sovrapponibili, o che sembrino, talvolta, ascrivibili a due persone diverse. E invece sono sempre io. Il mio bipolarismo si esplica nella difficoltà di coniugare mentale e fattivo.
E' come uscire per ricomprare il latte e il caffè e rientrare a casa con un pacco di biscotti, un chilo di mele, una crema al baobab e il caffè. C'è qualcosa che torna come dovrebbe. C'è qualcosa di assolutamente superfluo. E c'è qualcosa che manca. Ed è sempre così. Perciò, fintanto che succede un paio di volte, si può archiviare il tutto sotto "disattenzioni ed eventuali"; ma quando diventa la norma, l'autogiustificazione si prosciuga, e in lontananza, si sente il rumore che fanno le dita in attrito con uno specchio da arrampicata.

Rendersi conto della quotidiana e ingombrante presenza di queste sfocature tra pensiero e azione, mi ha portata a chiedermi cosa ci sia di normale e giusto in tutto ciò. E con normale e giusto, non intendo nè l'essere al sicuro nella media, in mezzo alla maggioranza, nè l'essere moralmente inattaccabile dal buon senso comune. Intendo l'essere fedeli a se stessi, a ciò che si ritiene essere giusto, a ciò in cui si crede, intendo l'agire in conseguenza ai propri pensieri con l'integrità di chi non si lascia fuorviare dagli eventi, sedurre dalle circostanze.

Il fatto che, notte dopo notte, quando mi stendo spossata in quel letto così familiare, senta di aver qualcosa da rimproverare a me stessa, la dice lunga sullo stato precario e funambolico in cui versa il mio equilibrio interiore. Mi sono ritrovata a riflettere su ciò che lega la costanza alla legittimità di una determinata cosa. Qualcosa che accade di frequente, non è necessariamente una cosa giusta. Un ladro che, ogni giorno, scippi una vecchietta, non fa nè una cosa giusta, nè una cosa buona, tantomento equilibrata. Allo stesso modo, io che ogni giorno sembro riuscire ad escogitare nuovi espedienti per tradirmi, non posso comunque dire di fare qualcosa di normale, di equilibrato.

Checchè ne dicano gli esperti, la consapevolezza della salute cagionevole del mio equilibrio, non porta conseguentemente alla soluzione del problema. Conoscere il problema, in questo caso, non è essere a metà della sua risoluzione, è aver visto appena la punta dell'iceberg e rimanere inermi a fissarla con lucido terrore, con la certezza che quel coso abnorme di ghiaccio, sarà profondo più o meno quanto la tua anima e che il punto non è aggirarlo, ma riuscire a scioglierlo prima di schiantartici contro. Per farlo, avresti bisogno di aiuto, peccato che tu sia l'unico li dentro, dentro a quell'irripetibile coagulo di membra e pensieri, in grado di sciogliere tutto quel ghiaccio.
Magari non sarà oggi, magari non sarà domani, ma ho fiducia nella possibilità di ridurre in polvere tutta quell'acqua gelata e stratificata. E, chi lo sa, forse troverò anche il modo per farla diventare neve che scende inattesa a guarire tutto, proprio come la polverina bianca ha fatto nel bicchier d'acqua.

giovedì 7 luglio 2011

L'UOMO CON I BAFFI


Fin dalla prima volta che lo vidi, sentii uno strano senso di calore,come se lo conoscessi da tempo immemore. Quegli occhi di un azzurro quasi trasparente, quei baffi e quella camminata sbilenca e vagamente dinoccolata , lo sguardo triste ma sereno allo stesso tempo, mi hanno dato immediatamente un senso di familiarità. Nonostante siano passati anni dalla prima volta che l'ho visto, nonostante solo due anni fa il caso abbia voluto che per la prima volta sentissi la sua voce, mi ritrovo, inspiegabilmente, a provare un'infinita tenerezza per lui, una sorta di compassione. E' molto alto, sulla cinquantina, indossa vestiti fuori moda, ha il volto segnato di chi non ha avuto vita facile, le sue camicie consunte sono perennemente abbottonate fino all'ultimo bottone,i suoi figli sono identici a lui, solo senza baffi (per ora); l'ho visto tendere loro la mano per attraversare la strada, l'ho visto stringere una busta fra le mani come se fosse la cosa più preziosa al mondo, l'ho visto camminare disorientato sussurrando soliloqui incomprensibili come davanti ad uno specchio. Dev'essere una persona particolare, quel tipo di persona che, comunemente, si potrebbe definire leggermente disturbata. Senza capirne il motivo, semplicemente guardandolo ho sempre avuto la sensazione di avvertire la sua profonda umiltà. E la cosa assurda è che per anni me lo sono ritrovata nei posti più svariati a fare i lavori più disparati, ad un certo punto ero quasi convinta che fosse solo nella mia testa.

E poi, un giorno qualunque, ci siamo parlati e, credetemi, non sono una che crede nel destino, ma LUI, L'UOMO CON I BAFFI, era sicuramente nel mio destino.
Lo svolgimento dei fatti è stato, ovviamente, abbastanza casuale: giorno libero, mi alzo con calma ed esco di casa, sotto un tiepido ma vivo sole di fine febbraio, compro dei funghi freschi e preparo il pranzo per me, V. e Ste; dopo pranzo esco di nuovo, senza una meta precisa, volevo solo starmene all'aria aperta e godermi il giorno libero con un giretto in solitaria. Dopo essermi concessa due cestini alla nutella e un paninotto con gocce di cioccolato in un forno sotto casa (si, ero in fase pre-mestruale e, tra le altre cose, festeggiavo il giorno libero inguritando qualcosa come 3000 calorie), decido di recarmi nel mio negozio di libri usati di fiducia; la lista dei libri che voglio leggere cresce a dismisura, perciò onde evitare di vendermi un rene, o mia nonna, mi rifornisco volentieri in questi negozietti che traboccano di libri impilati fino al soffitto, dove "Alla ricerca del tempo perduto" è frastagliata in libri di edizioni differenti, dove l'odore non è quello di fresco di stampa, ma di inchiostro vecchio di qualche lustro o decennio, dove accanto alle "Confessioni"  di Sant'Agostino, puoi trovare "Main Kampf". 
 
Entro nel negozio e, per qualche istante, non ci vedo, completamente rapita da quel profumo di libri, di muffa e di vita silenziosamente vergata su carta che c'è sempre in questi luoghi; una voce mi dice 'buongiorno', metto a fuoco; è un uomo panciuto, se ne sta seduto dietro un bancone costituito interamente da libri, legge un quotidiano e, dopo avermi salutato, abbassa la testa e riprende a leggere, i miei occhi iniziano a spaziare smarriti e disorientati come sempre dall'ingente quantità di libri, per fermarsi pochi istanti dopo, di fronte ad una figura. E' lui. L'UOMO CON I BAFFI. L'UOMO CON I BAFFI fa il commesso in una piccola libreria di libri usati. Non ci avevo mai pensato ma non poteva essere altrimenti. Mi fa ancora più tenerezza.Mi saluta con gentilezza, mi offre il suo aiuto, mi da del lei. Preferisco dare prima un 'occhiata da sola, prendo tra le mani libri che non ho mai sentito e ne leggo qualche riga; voltandomi mi accorgo che lui è dietro di me, in silenzio, pronto ad aiutarmi come un'efficientissima SuperVicky baffuta. Decido di affidarmi a lui. Mentre cerchiamo Coehlo, mi chiede di dove sono, probabilmente incuriosito dall'accento, e quando rispondo, mi snocciola quattro perle storico-geografiche sul mio paese, così come se stesse dicendo cose che chiunque sa, con una padronanza culturale e linguistica che la mia mandibola fa un sonoro tonfo schiantandosi a terra per la sorpresa, ed io non posso evitare di guardarlo ammirata per la sua conoscenza della mia terra natìa che è di gran lunga superiore alla mia (vergogna). Cerca Coehlo per dieci minuti, sicuro che fino a poco tempo fa ci fosse qualcosa 'Mi dispiace signorina, probabilemente è stato venduto'; 'Non importa, proviamo con "Morte di un commesso viaggiatore"; lo cerca per cinque minuti, instancabile, ed io penso che se non lo fermo, fluttuerà silenzioso per tutto il negozio all'infinito, perciò estraggo dalla borsa il mio quadernetto-agenda, lui mi guarda incuriosito, forse ansioso di aiutarmi, 'Le anime morte?'  'Gogol', quello ce l'ho', si avvicina, io sorrido e prendo il libro dalle sue mani 'Almeno una richiesta su tre sono riuscito a soddisfarla. Sono contento'. Pago il libro, mi offro per un eventuale inventario di quel posto meraviglioso, visto che non è mai stato fatto, ed esco sorridendo. Ho conosciuto L'UOMO CON I BAFFI. E non poteva che sorprendermi.

Nella foto: Billy Childish

martedì 5 luglio 2011

CIELASFALTO



Altra stazione.
Altre persone.
Nessuna palla infuocata che si adagia dietro i palazzi, rendendo quell'ammasso di ferraglia del dopo-guerra dello stesso colore di un coagulo di sangue.
Stavolta il cielo è scuro, plumbeo, sull'orlo del pianto. L'aria si è fatta densa, fredda, ha portato con se tutto il calore, tutto il dolore, tutto l'umore di questi giorni che stanno per essere lavati via.
Mi siedo sul cemento ancora caldo, sento il torpore salirmi svelto dalle gambe.
Sciolgo i capelli, lunghi come non lo sono stati mai, lascio che il vento ci giochi come meglio crede.
Osservo una coppia seduta di fronte a me. Hanno sessant'anni, ed hanno litigato; lei è ostile, fissa il cielo che sembra il proseguimento dell'asfalto; lui la guarda con occhi pieni d'amore, di tristezza e di domande.
Lei non muove un muscolo, trincerata dietro un paio di occhiali scuri, non sposta lo sguardo dal cielasfalto. Una folata di vento si prende dei fogli che lui tiene distrattamente in mano, e li recapita a lei. Si guardano, lui sorride, lei no; ma la durezza della sua espressione sembra sia stata levigata dal vento, come addolcita.
Quando lei sta per volgere gli occhi altrove, lui le passa un braccio dietro la schiena, e la stringe a se. Non so dire se ciò la renda esattamente felice, al momento, ma lei non si divincola, non oppone resistenza, non si irrigidisce. Così, se ne sta immobile, come prima, a fissare il cielasfalto, come prima, solo tra le braccia di lui. Noto due fedi. Sarà questa l'essenza del matrimonio? Il compromesso? La pace non fatta ma indotta, suggerita dalle circostanze? 
Un lampo luminoso come un fuoco d'artificio, mi distrae da questi pensieri.
Alzo gli occhi.
Il cielo sembra un'opera al nero. Senza fine, lui e pure le nuvole che si addensano e si liquefanno come stille d'inchiostro in un bicchier d'acqua, correndo verso un punto di fuga inesistente. La prima goccia d'acqua mi bagna la guancia, come la lacrima di qualcuno che, dall'alto, mi piange addosso.
Poi le gocce diventano dieci, cento, mille, e nel frattempo arriva il treno; l'odore del ferro si mescola all'aria umida e piovosa, all'odore dei freni, creando l'inconfondibile fragranza delle partenze tristi.
Salgo su quel treno, senza capire se sia venuto dall'asfalto o dal cielo. Un ultimo sguardo prima di lasciarmi inghiottire dalla macchina ferrosa.
Alzo gli occhi.
Contemplo l'opera al nero che muta sembianze nel tempo in cui le mie palpebre si uniscono in un sorriso cieco, e poi scompaio, anonima, in mezzo alla folla dell'una e quaranta.