domenica 24 luglio 2011

ABBECEDARIO EMOZIONALE: QUANTO VALE UNA CONCHIGLIA?

L'estate è quasi al suo zenit e anch'io dovrei esserlo a 27 anni. Forse. Ho le mani piene di note, prendo la chitarra e le lascio scivolare via. L'innaffiatore automatico suona la sua musica dal giardino, Entra la sua ed esce la mia, c'è musica ovunque. I miei si aggirano per la cucina ripetendo gesti consueti, visti mille volte, svuotati quasi della loro utilità, farciti con significanze altre. Apparecchiare è un modo per fare ammenda. Chiedere un piatto di pasta invece della bistecca già scongelata, 5 minuti prima della cena, è una dichiarazione di guerra ad armi impari. Servirsi da soli è un accordo di non belligeranza. Snobbare la millefoglie fatta in casa per un surrogato della kinder, è un attacco in pieno giorno. E via dicendo. 
La simbologia dei gesti è così diversa e stratificata per ogni nucleo familiare, che mi verrebbe voglia di improvvisarmi antropologa, sedermi a tavola con degli sconosciuti e prendere appunti. Mi affascinano le dinamiche familiari. E mi spaventano.
Chi siede dove, chi taglia il pane, chi si alza da tavola per primo, chi evita discussioni salvato dalla televisione, come in terza media dalla campanella, chi raccoglie le briciole vicino al proprio piatto tra una portata e l'altra. E via dicendo. Ho sempre pensato che i gesti avessero significati multipli, proprio come le parole. Anzi, forse in misura inversamente proporzionale a quante sono le parole che si usano. 
Quando non si litiga perchè il codice familiare non lo prevede per più di un paio di volte l'anno, possibilmente evitabili, i gesti si caricano di altre valenze, diventando muti ambasciatori di una serie di intenzioni, sentimenti, emozioni, piccole vendette, simbolismi spesso inconsapevoli pure per chi li compie. Di vendette, fortunatamente, ne ho viste poche. Siamo tutti abbastanza pacifici e intelligenti da non usare la quotidianità per ferirci volontariamente. Niente pranzi al vetriolo, colazioni latte&cianuro o cene insalata&lamette. Ci vogliamo bene e, in caso di ostilità, piuttosto che ferirci deliberatamente, ci ignoriamo. Ma usiamo dei sostituti comunicativi, come tutti. Sono troppo coinvolta a livello emotivo per codificarli, ma li percepisco, ogni tanto.
Spesso accade che le parole non escano; se ne stanno li, incastrate in bocca come un pugno di farina, e i gesti che dovrebbero supplire a questa afonia emotiva, non sempre sono decifrabili. Brucia un po', non sapersi leggere nemmeno dopo trent'anni sotto lo stesso tetto. Brucia un po', dover congetturare sul significato di un gesto senza poter fare la prova del nove. Brucia un po' non riuscire a dirsi "ti voglio bene", non riuscire a mandarsi a'ffanculo, non riuscire a chiedere "cosa c'è che non va?". 
Ma poi, come succede sempre, arriva un piccolo, insignificante miracolo a risarcire per le cose non dette e quelle non fatte. Papà che propone una gita che non faremo mai nei luoghi di vacanza della nostra infanzia; la mamma che mi regala una borsa di quand'era giovane e ancora non era così stanca; mio fratello che viene a prendermi alla stazione dei treni e mi porta i biscotti al cioccolato e il succo di frutta. Cose microscopiche, cose da poco, dettagli che nessuno vede nel quadro generale, ma che hanno la stessa forza di un piccolo seme quando viene piantato nella terra fertile.
Forse rimaniamo comunque soli, isolati, ognuno dietro le proprie mura, ognuno dietro la propria insormontabile coltre di atteggiamenti, dinamiche, cose non dette e non fatte. Ma se, di quando in quando, qualcuno lancia una conchiglia al di la del muro di mare che ci separa, chi sta dall'altra parte può raccoglierla e ascoltarci le onde dentro ogni volta che vuole. Certo, è solo una conchiglia, non ha alcun valore, non ci si fa niente la fuori con una conchiglia, ma a seconda di chi te l'ha donata, la conchiglia può essere la cosa più preziosa di questo mondo.
Ne ho collezionate un bel po' durante gli anni. Sto cercando di costruirci una zattera per superare il muro di mare e arrivare fino a dove le parole non arrivano. Magari non saranno mai abbastanza, le conchiglie. Ma non è un buon motivo per non provarci. Quindi, foss'anche completamente inutile, non smetterò di raccoglierle e tenerle strette vicino al cuore, non smetterò di lanciarle al di la dei silenzi, non smetterò di credere che sia possibile.
Ieri notte, di ritorno da una serata inconsueta, vestiti solo delle risate troppo forti e della stanchezza delle 4, mio fratello ed io ci siamo fermati alla centrale del latte e abbiamo preso lo yogurt artigianale a chilometri zero da portare ai miei per colazione. Ora, due conchiglie piccole piccole, se ne stanno dentro l'imponente frigo dei miei. Dureranno un paio di giorni, dopodichè non ne rimarranno che due involucri, ma chi l'ha detto che non si senta il mare anche nei vasetti di yogurt?

6 commenti:

enzo ha detto...

Colpito da un'improvvisa crisi di afonia emozionale mi chiedo se un piccolo commento possa valere come un gesto o una conchiglia. Te lo lascio nel frigo assieme ai due vasetti di yogurt...adesso vado a mare.

carpe diem ha detto...

il mare lo si sente anche in un bicchiere...basta volerlo sentire...

miwako ha detto...

@ Enzo: Ho aperto il frigo a colazione e c'era pure la sua conchiglia. Grazie mille.
@ Carpe Diem: Verissimo. Se lo si vuole, il mare si sente dappertutto.

GS Ebby ha detto...

Mare, conchiglie, gulp! Passa dal frigorifero il clima di vacanze...

miwako ha detto...

eh già, i sassi mi sembravano troppo...invernali! E poi non stanno bene in frigorifero!

Ebby ha detto...

Un sorriso.