domenica 17 luglio 2011

LA VERITA', NIENT'ALTRO CHE LA VERITA'. TU LA SAI?

Maggio 2000, seconda superiore, ora di Scienze Sociali. Le finestre sono aperte, gli alberi del cortile trasudano linfa da ogni poro, l'aria è frizzante, il cielo è una distesa senza fine, sporcata solo dal verde delle foglie che vi si stagliano contro. Osservo rapita la disarmante, complessa semplicità con cui la natura è, inconsapevolmente se stessa. Vengo distratta dalla Prof P. che parla di Piaget, ma presto qualcosa attrae di nuovo il mio sguardo, la fuori. E' un signore in bici, indossa un cappello e un completo di flanella decisamente troppo pesante per la stagione. E'un abito a quadri, simile a quelli che portava mio nonno. Per pochi istanti lo guardo pedalare all'ombra degli alberi, prima di vederlo sparire nel nulla. Mi volto verso A., la mia compagna di banco, osservo il resto della classe; niente. Nessuno sguardo di condivisione, nessuna faccia sorpresa, nessuno sembra aver visto alcunchè. La cosa, non avrebbe nulla di anacronistico, nell'evento in sè, come nel disinteresse delle mie compagne, se non fosse per un dettaglio: la mia classe si trova al secondo piano di un edificio di fine Ottocento.
Credo sia stata l'ultima allucinazione che ho avuto, oltre che una delle poche in vita mia. Sono consapevole dell'incorruttibilità delle leggi della fisica, dell'impossibilità effettiva che un fatto del genere si verifichi. Nonostante ciò, i dettagli di quella breve visione, erano così nitidi da indurmi a credere che, da qualche parte, un evento del genere non solo fosse possibile, ma anche ordinario. I capelli sottili e canuti che spuntavano da sotto il cappello, debolmente mossi dal vento; le pieghe corpose che si formavano sotto le ginocchia mentre il signore pedalava; la consistenza pesante e polverosa del vestito che indossava, tutto in quei pochi attimi era così reale, da non lasciarmi poi così sorpresa.

Erano anni che non ripensavo a questo episodio, e mentre ripercorro a ritroso quei brevi istanti, nella mia testa prendono vita una serie di quesiti, congetture, ipotesi e pensieri che cerco di riassumere in una sola domanda: dov'è il confine tra reale e irreale? Il dualismo che mi caratterizza, si esplica prepotentemente anche in questi momenti; da un lato, il possibilismo che è uno dei miei pilastri, mi induce a pensare che, alla fin fine, noi esseri umani, non sappiamo un bel niente. Ci siamo fatti un'idea più o meno vaga di ciò che accade nel mondo, abbiamo inventato leggi a sostegno o negazione di ciò in cui crediamo, e il fatto di poter confutare questo o quel fatto usando l'intelligenza, ci da l'illusione, estremamente reale, di poter tracciare una linea spessa quanto un'autostrada a sei corsie, tra ciò che è possibile, e ciò che non lo è, tra cosa è reale, e cosa non lo è. Dall'altro lato, c'è il mio animo empirista, il San Tommaso che non crede se non ci mette il naso, l'essere figlia, nel corpo e nella mente, dell'evoluzionismo darwiniano, per cui a nulla serve il credere in cose che non siano scientificamente dimostrabili.
La sintesi tra questi due poli magnetici che hanno, in me, una forza quasi eguale, si traduce nel credere all'empirismo, alla scienza, a ciò che ha senso nella misura in cui sottosta ad una precisa logica, pur lasciando aperta la via del possibilismo più assoluto.
Può sembrare una contraddizione in termini, e forse lo è, ma credo che la verità, intesa come realtà assoluta, oggettiva ed inconfutabile (ammesso che esista), non si trovi nè nella devozione cieca nei confronti della scienza, nè nel possibilismo divino che consentirebbe agli asini di volare, se solo Dio lo volesse; piuttosto in un punto mediano imprecisato tra le due cose. A scanso di equivoci, ci tengo a sottolineare il mio irrimediabile agnosticismo; parlo di Dio e asini che volano per esemplificare e facilitare l'estremismo che mi permette di chiarire la mia posizione.
La posizione intermedia di cui sopra, si manifesta nel credere in ciò che la scienza ha scoperto fino ad ora, senza però arrogarsi la pretesa (supponente ed illusoria) di potere, in virtù di ciò, conoscere, indagare e categorizzare tutto il mondo sensibile ed intelligibile.
Riallacciando il discorso alle allucinazioni, posso dire che, anche se non è facile per me, a parole, dare a questo evento una collocazione precisa, anche se è difficile staccarmi dal razionale a tal punto da non considerarlo solo una mera produzione del mio cervello, il beneficio del dubbio che da sempre mi spinge a domandarmi il perchè delle cose, mi porta a lasciare aperto un varco in cui è possibile ammettere la non conoscenza di qualcosa, pur senza delegare al divino. Agnosticismo, appunto.

Non voglio annoiare più di quanto abbia già fatto, ma sento il bisogno di metterci nel mezzo due cifre, così, giusto per dare una datazione temporale universale che permetta di comprendere il mio punto di vista.
La terra ha, anno più anno meno, 4,5 miliardi di anni. L'Homo Sapiens, ne ha "solo" 500.000. Le scoperte fatte nei secoli, il bagaglio di conoscenze, crescita cerebrale, culturale e intellettuale accumulate ha dello sbalorditivo, visto dai nostri microscopici occhi, ma credo che troppo spesso ci si dimentichi di quanto siamo "giovani", di quanto di inconoscibile c'è che, seppure la scienza può supporre sulla base delle precedenti scoperte, non è in grado di dimostrare. Il divino, lasciamolo stare, con le sue pretese di conoscenza e spiegazione senza alcuna dimostrazione, non è decisamente vicino alla mia idea di verità. Ciò che mi preme è l'impossibilità riguardo diversi fenomeni, di schierarsi. Ciò che mi preme, è l'ammissione di milioni di possibilità, pur non tradendo la scienza.

Pazzi, allucinati, psicopatici, visionari. Chi stabilisce il confine tra noi e loro? Cosa succede quando noi, anche solo per un attimo, diventiamo loro? Il fatto che la maggior parte delle persone non veda ciò che vedono loro, rende le loro visioni forse meno reali? Esiste una percentuale conoscibile di possibilità che ciò che vedono sia, in qualche altra dimensione, una realtà? Con quale diritto releghiamo queste persone nella categoria dei "disturbati mentali"?
Col diritto della maggioranza, l'illusione della sanità mentale, la presunzione di sapere cosa è possibile e cosa non lo è, a livello assoluto.
L'aver avuto un paio di allucinazioni, seppure spaventevolmente reali, non mi da un'idea nemmeno vaga di cosa si possa provare nel vedere quotidianamente cose che il resto del mondo non vede; d'altra parte l'apertura all'eventuale esistenza di cose che per ora non siamo in grado di spiegare, mi induce a credere che non sia sempre possibile tracciare una linea di confine.
Forse qualcuno di loro non riesce a distinguere le allucinazioni da ciò che è tangilibile e viene imbottito di psicofarmaci con lo scopo di tenerlo ancorato alla realtà (ma quale poi?); forse ve ne sono altrettanti che sono consapevoli della solitudine in cui vivono questi momenti paralleli e inesistenti, e pur senza riuscire a spiegarseli in maniera logica, accettano di buon grado di vedere cose che, per la maggior parte delle persone, non esistono. In ognuno dei casi, non abbiamo sufficienti informazioni per condannare queste persone. Perchè l'insanità mentale, le pilloline del buonumore, le cure medico-psichiatriche, se da un lato rappresentano una risorsa, dall'altra si traducono in una sentenza, per lo più inappellabile, di inadeguatezza nei confronti del mondo.

Paulo Coelho è stato in manicomio per tre volte, rinchiuso in quei luoghi inumani dalla famiglia che non riusciva ad accettare la sua diversità, a vedervi una possibile ricchezza; qui subisce elettroshock e cure farmacologiche devastanti. La cura alla sua pazzia iraconda si trova nell'espressione della sua interiorità che, per anni, gli è stata negata. Sfuggire alla cura ad ogni costo, è stata la sua cura; scrivere è stata la sua cura, poter essere se stesso è stata la sua salvezza.


Stessa sorte per Alda Merini, internata per un decennio, sottoposta ad elettroshock e punizioni corporali che, si supponeva, dovessero curare una mente che, si supponeva, essere malata.

E molti altri hanno avuto lo stesso destino, persone senza nome, senza volto, per noi "sani", qua fuori; persone invisibili, ritenute inadeguate. Non dubito dell'esistenza di deliri mentali che debbano essere curati in qualche modo, di psicopatologie gravi che conducono a conseguenze, nella vita reale, altrettanto gravi; dubito solo della capacità umana di giudicare le persone; dubito dei criteri con cui talvolta si stabilisce che una persona è squinternata; dubito dell'infallibilità della medicina, non in sè, quanto nelle mani di chi la pratica; dubito infine della giustificazione che accompagna scelte di questo tipo.
Alda Merini diceva "Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita."
L'utopistica convinzione di  saper distinguere tra bene e male, fa acqua da tutte le parti, quando si ha a che fare con quasi sette miliardi di esseri umani, e allora dov'è la giustizia universale? Che diritto abbiamo noi di decidere che se qualcuno vede qualcosa che altre cento persone non vedono, questo qualcuno è pazzo? Religione, scienza, ha davvero importanza a questo punto? Esiste davvero qualcosa cui sarebbbe universalmente giusto affidarsi? Come si può dormire la notte sapendo che la maggior parte della sofferenza umana è indotta da altri esseri umani? A cosa serve, in questi momenti, tutto ciò che sappiamo o crediamo di sapere?
Chiunque sia, dov'è il tuo Dio adesso?

11 commenti:

Guido Sperandio (Ebby) ha detto...

Coerentemente con quanto tu asserisci, non aggiungo nè tolgo: è il tuo pensiero.
Giusto per dilungarmi almeno un poco, mi viene da dire di condividere e ritrovare spezzoni che quotidianamente mi metto insieme.
Sintesi delle sintesi: siamo condannati a vivere un bel mistero.

miwako ha detto...

In realtà, non sono stata così chiara come avrei voluto. Ci sono cose che avrei voluto dire e non ho detto. Forse è anche la natura del blog stesso, inteso come piattaforma, ad essere terreno inadatto ad elucubrazioni così lunghe e cavillose.
Comunque, com'è andata la vacanza? Hai trovato un po' d'aria nuova?

Guido Sperandio (Ebby) ha detto...

< Il blog è senz'altro castrante. Facilita la banalità come si può constatare, del resto, leggendo in giro. Anche Wordpress, dove è possibile il respiro "a pagina" e non solo a post, non soddisfa perchè le attese del lettore sono comunque su brevi e veloci respiri.

< Uno scritto come il tuo, anche se su carta in sede idonea, esige ponderazioni e riscritture e ristrutturazioni. Proprio per evitare quanto tu asserisci: il rimpianto di non avere detto tutto. Il che non è giusto, è una limitazione per te e chi ti legge, e in definitiva probabilmente nuoce alla chiarezza di esposizione del tuo pensiero.
Non chiamarle elucubrazioni lunghe e cavillose, a priori. Pensa che potrebbero invece essere interessanti, coinvolgimenti e brillanti. (Certo, è una bella sfida: però pensa che dipende solo da te)
< La vacanza è andata OK, sono ancora vivo e senza raffreddori. C'erano possibilità ampie in ambedue i sensi.
L'aria nuova l'ho trovata, eccome. A parte la cima su alta delle montagne per il momento ancora intatta, per il resto sotto ho trovato il peggior casino che i peggiori bordelli di un porto di mare sono senz'altro più tranquilli e almeno degna materia di curiosità e intrattenimento.
Il ritorno qui a Milano è stato liberatorio. Ho trovato una città grigia di nuvole, fresca e tranquilla. Quello che avrei dovuto trovare in montagna l'ho trovato qui a casa mia. Spassoso, vero?
(Ti leggo e ti scrivo con piacere)ri.

miwako ha detto...

Hai pienamente ragione. Purtroppo, la natura del blog è, come dire, "Tricky"? non mi viene in mente un corrispettivo in italiano, al momento... diciamo ingannevole, ecco. Quando scrivo racconti sono capace di lasciar marinare le frasi, di scegliere le virgole; sulla carta ci riesco, a dar tempo, a far prendere respiro alle parole, a rispettare i loro tempi, ad armonizzare i miei pensieri con loro; Pure sul foglio elettronico ci riesco. Ma sul blog, se lascio decantare un post, poi difficilmente ci rimetto mano, difficilmente lo pubblico, difficilmente riesco a sgrovigliare la matassa. Certo, a volte comincio un post la sera e solo il giorno dopo ho tempo di finirlo, ma in linea di massima, specialmente per post di imbarazzante lunghezza come questi e che trattano argomenti delicati come questi, finisce che il bisogno viscerale, violento quasi, di scrivere, ha la meglio sul componimento. In questi momenti sono così poco razionale che non mi passa nemmeno per la testa di dividere lo scritto in più post e svilupparli singolarmente in maniera più esaustiva, anzi, per come mi sento in quei momenti, sarebbe come penalizzare la funzione catartica in favore della struttura. Il che è forse qualcosa che dovrei imparare a fare anche sul blog, ma quando scrivo in preda a qualsivoglia delirio, non ho la fortuna di essere assistita dalla razionalità.

La tua vacanza, mi ricorda che nei luoghi apparentemente più tranquilli si annida spesso una moltitudine di "sorprese" che uno difficilmente si aspetterebbe di trovare in un paese che conta 500 abitanti. E mi ricorda pure "Shining", sarai mica stato una settimana all'Overlook hotel con la poco rassicurante compagnia di Jack Nicholson?
Sarebbe bello leggere dei tuoi curiosi incontri ad alta quota.
Partire per cercare qualcosa,tornare a casa senza esserci riusciti e trovare ciò che ci aveva spinto a partire proprio dove non avevamo guardato. Si, decisamente spassoso.
Anch'io ti leggo e ti scrivo con piacere.
Mi piace la tua onestà.
Bentornato.

carpe diem ha detto...

fango o non sono ''sana'' o sono rincoglionita...mi sono persa...la tua mente , i tuoi pensieri per me difficili a volte mi sfuggono...scusami...

Guido Sperandio (Ebby) ha detto...

< La tua analisi della blog-scrittura e anche della stessa in rapporto alla vecchia "carta e penna", l'ho perfettamente seguita e con-vissuta: partecipe.
< Sì, i post esigono brevità!!! È un must da manuale. Giusta quindi la tua idea di spezzare. Mi viene il paragone con le digestioni difficili: mangiare spesso e poco.
< Shining? Magari pure.
Ero circondato, avvolto, immerso, fagocitato da folle a piedi e in auto. Gente di ogni età, dai poppanti ai vecchi più prossimi al gran traguardo, con la maglia neroazzurra, se non anche con bandiere garrule al vento, pure nero-azzurre.
Infatti, ignoravo che, a Pinzolo (Madonna di Campiglio), la mia permanenza coincidesse con un raduno dell'Inter. Così giorno dopo giorno, risalivano colonne dalla valle, di provenienza indistinta dalla Gran Padania.
L'esito (scampato) era di fare la fine appunto di Jack Nicholson: riempire fogli su fogli con la stessa frase ripetuta all'infinito: "Se sapevo morivo da piccolo".
Un augurio, dal cuore, di buon lavoro. (Che sarà buono, ne sono più che certo.)

enzo ha detto...

Buonasera, i post ha detto Ebby, esigono brevità. Può darsi, spesso chi non è abituato ai tempi della lettura cartacea si perde al terzo o quarto capoverso. Però io ho provato una sensazione strana leggendoti: parlavi quietamente di allucinazioni su un mezzo che è allucinato e visionario per definizione. Potevi essere più succinta? Più rapida nella tua visione? Forse Miwako...io sto ancora vedendo un anziano signore in bicicletta, lo vedo benissimo. Lui non ha fretta. Io nemmeno.
Sono lo stesso Blogger ( enzorasi) che hai incontrato una settimana fa su wordpress, volevo indicarti il mio nuovo habitat. Se ti va passa. Ciao

miwako ha detto...

@ carpe diem: Non ti scusare, immagino non sia sempre facile seguire i miei ragionamenti. mi dispiace di non essere sempre chiara, ma a volte uso questo posto per scrivere come se stessi pensando, talvolta in maniera confusa, disordinata, autoreferenziale. A volte io stessa perdo il filo dei miei pensieri e mi ritrovo con un gorviglio di parole a singhiozzi. Le pubblico qui perchè rappresentano come mi sento in quel momento, accettando il rischio che per qualcuno che non sono io non abbiano nessun senso.

@ Guido: rido immaginandoti travolto da una massa informe di tifosi nero-azzurri. Nella mia testolina disinformata e assolutamente miscerdente in qualunque fede calcistica e non (l'associazionismo, di svariato tipo, mi fa una certa paura)non avevo mai pensato all'eventualità dei raduni di tifosi. Una domanda: in cosa consiste un raduno di tifosi? si cantano inni e ci si scambiano figurine? si gioca al fantacalcio? si tengono conferenze sulle strategie di gioco adottate negli anni? Proprio non riesco ad immaginare!
Buon lavoro anche a te, ho sentito dire che si è aperta la stagione della caccia alla musa!

@Enzo: Sono contenta che lei abbia percepito la calma che mi ha trasmesso quel signore che pedalava all'ombra degli alberi nell'aria di maggio.
So che l'essere prolissi non è esattamente un pregio per gli standard bloggherecci, ma è difficile non esserlo quando parlo di cose che, a parer mio, meritano più di una ventina di parole. E per come la vedo io, pure un filo d'erba merita più di venti parole, se solo ci si prende il tempo per dedicargliele. Inoltre, se c'è chi usa il blog per ciarlare dell'ultima puntata del Grande Fratello, incespicando tra congiuntivi defunti e aborti grammaticali, tanto meglio io posso prendermi la libertà di usarlo per appuntarci pensieri elicoidali che non è detto approdino a qualcosa di concreto, giusto?
Credo lei sappia di cosa sto parlando.
Verrò a leggerla con piacere.
Un saluto

Guido Sperandio (Ebby) ha detto...

< Non era un raduno, ma un ritiro (sic! non certo monacale) dell'Inter, in luogo climatico idoneo, per la preparazione atletica della squadra in vista della ripresa del Campionato.
Il fatto della semplice presenza dei giocatori sui campi locali, ha funzionato da richiamo. Un richiamo cosmico a giudicare dalle torme accorse. Sia per vedere i propri Santi e adorarli live in azione sia per gli autografi. Una Sagra. Follia di massa. Col paese addobbato di effigi di giocatori, scritte inneggianti, negozi bardati, vetrine arredate per l'occasione.
Una Lourdes con i colori dell'Inter al posto della Madonna, paccottiglia di souvenir a piene mani, un suk.
< Quanto alla musa, se ne è proprio andata. L'ispirazione langue. Se non temessi di risultare eccessivamente tragico, direi che è qualcosa di simile alla fine di un grande amore.
(Concorrono peraltro, i mille piccoli impicci che una vita degnamente borghese comporta: tipo, riparare i rubinetti lassi ecc.eccera)
< Approfitta delle libertà che ti puoi concedere, prima di tutte, quella di potere seguire indisturbata le tue passioni prime.)

miwako ha detto...

Ecco, hai descritto esattamente ciò che mi fa paura, quel fanatismo spinto all'eccesso non supportato da motivazioni valide. La fede e i fanatismi in generale mi spaventano. Come le persone che si aggregano per una passione comune che, puntualmente, sfocia nel fanatismo. Ma mi hai fatto ridere con l'immagine di una Lourdes nero-azzurra e l'adorazione dei Santi dai polpacci ipertrofici.

Mi dispiace per la tua musa. Capisco il paragone con la fine di un amore, per niente esagerato. Datti tempo, dalle tempo. Quando la ritroverai, anche un semplice rubinetto gocciolante tornerà a parlarti di come gli esseri umani tentano di sostituire le guarnizioni, anche le proprie, per assicurarsi che dalle loro bocche non esca una parola in più del dovuto, non sia mai che marcisca il quieto vivere con quelle goccioline in eccesso.
Se c'è qualcosa che un tempo ti piaceva fare ma che hai lasciato andare, è il momento di riprenderla. Dipingere, lavorare la creta, allevare piantine in una piccola serra. Qualunque cosa.
Un abbraccio

GS Ebby ha detto...

Confermi il mio piacere di leggerti (frase non nuova che eviterò per il futuro di ripetere, le parole ripetute finisce che si svuotano e studiarne di nuove per esprimere sempre la stessa cosa, sarebbe grottesco)
Abbraccio, contraccambio.