martedì 30 agosto 2011

RIOT


"Dove te ne vai con quegli occhi tristi e pieni di cose che nessuno sa? Hai un livido sul collo, sembra che qualcuno ti abbia succhiato via l'anima." Me lo sento domadare a bruciapelo, da una voce fin troppo familiare. Trafitta da lamette alfabetiche che sanno esattamente dove tagliare per vedere sangue arterioso, scruto quei suoi grandi occhi castani senza rispondere, senza smettere di fissarli. Ci leggo una tristezza simile alla mia, vicendevolmente incolmanibile. Quo vadis? Da nessuna parte. Resto. Immobile. Trattengo il fiato per capire se quel sibilo assordante viene dal mio corpo o dal suo esterno. Viene da dentro, decisamente. Soffia muto come una perdita di gas, silenziosa ma pestienziale.
Sono una donna tutta di pezza, che s'impregna dell'odore del caffè della mattina, che rimane molle fino al midollo quando la pioggia la bagna, che si lascia attraversare dalla corrente quando arriva un fulmine. Come se non avessi scelta. Come se tutto il male che si può sentire fosse la catarsi necessaria a trovare un punto di ripristino. Come la fenice.

Parlo molto, uso un sacco di parole, troppo sale nella mia dieta, troppi aggettivi nelle mie frasi, troppi silenzi inattesi, a strapiombo.
Silenzi. Pieni. Straripanti, grondanti, traboccanti. Se questi silenzi potessero parlare, quante cose avrebbero da dire. Li ascolto urlare per tutti i segreti che li obbligo a tenere. Bussano da sotto le travi di legno, come il cuore rivelatore, ronzano come un pugno di mosche nelle orecchie un attimo prima di svenire, scricchiolano come le scale di vetro in frantumi che conducono fuori dai sogni.
I nervi tesi, gli occhi saturi, la bocca piena. Cose che non vogliono uscire per il timore di ciò che potrebbero causare, per la paura della loro vacuità forzata, della loro importanza negata.
I segni ancora addosso, sul cuore, sul corpo; le mani intrecciate, la felicità terribile di un momento, l'ineludibilità delle leggi non scritte, gli occhi che scavano negli occhi, che si fermano ad un soffio dal punto nevralgico che da senso a tutto questo, che ci ha portati fino a qui, attraverso un sentiero che conosciamo solo noi.

Mi si chiudono gli occhi, le ultime 24 ore sono state decisamente dense e sovraffollate; i lasciti di uno tsunami emotivo mi si aggrovigliano addosso senza sosta, senza inizio e senza fine, come le alghe del mare. Ed io non riesco a dire niente di quello che vorrei. Il bisogno di urlare è sopraffatto dal bisogno di attaccarmi a questi silenzi, come all'unica cosa immutabile su cui io possa fare affidamento: la mia incapacità di parlare di ciò che sento. E non perchè son cose che stanno bene dove sono, piuttosto per il timore del riot emotivo che prenderebbe voce e vita, per quel muro di mare che come nessun altro so alzare; io, così saggia da essere ingenua, vittima di dinamiche che ho sviscerato e condannato incessantemente, figlia di quegli stessi angoli ottusi e astrusi che ho cercato di scalfire a testate.

Respiro. Riprendo il controllo. La notte è sempre buia, indecifrabile e, proprio per questo, rassicurante. Io domani non sarò più la stessa. Già ora, mentre scrivo queste ultime righe, non sono più la stessa di un'ora fa, quando ho iniziato questo soliloquio delirante. Ci sono un paio di cose che ho capito, un paio di cose che è il momento di dire. Ma rimandiamo a domani, a quando non sarò più quella di oggi.

sabato 27 agosto 2011

THE EXPERIMENT

Ho conosciuto una. Alta, mora, tette piccole. Carina però. E sembra pure sveglia. Abbiamo preso un caffè, lei ha ordinato un americano e ci ha messo venti minuti a berlo. E fuma pure. Cazzo. Non mi piacciono quelle che fumano. Però ha un bel sorriso. Ed è simpatica. Anche se mi ha fatto certi discorsi strani, certe battute che proprio non ho capito ... è una un po' strana mi sa. Ma c'ha quegli occhialini da professoressa che mi attizzano.
Ad un certo punto gli è suonato il cellulare, lei ha risposto e si è messa a parlare in una lingua incomprensibile, una specie di catalano arrabattato. Il telefono era un coso nero del paleolitico, ricoperto di briciole di tabacco. Uno schifo. Il motivo per cui è proibito rovistare nelle borse delle donne non è mica l'educazione, è che rischi di prenderci la scabbia (si scrive così?) li dentro tra tampax aperti, sigarette rotte e chissà che altro. Non è che ci ho capito molto ma parlava di una sua amica, la Giorgia, che le ha rubato il camion per andare all'oktober fest con un gruppo di suore. Così, quando ha messo giù, per riprendere la conversazione facendo il simpatico gli ho detto "Insomma... Sei una camionista?!". Mi ha riso in faccia per tipo cinque minuti e poi mi ha spiegato che parlava di sua zia suora, che da quando è morta, sua nonna è più tranquilla. La Giorgia. invece, vuole andare all'oktober fest quest'anno. Non è che ci ho capito molto. Dialetto veneto. dice lei. Ma io non sono mica sicuro che sia vero.
Che poi. Per me il culo è fondamentale. E non gliel'ho visto. Aveva un vestito troppo largo, non si capiva. Quindi secondo me c'ha il culo da chiattona. Gli lascio il benessere del dubbio fino a che non la rivedo. Ma non so se la rivedo. Questa non me la da mica. C'ha gli occhialini, lavora in libreria, e ha usato tipo tre parole mai sentite prima in venti secondi. E non mi ha neanche voluto dare il suo numero. Se una non ti da il suo numero, figuriamoci la figa. E poi, carina si, ma niente di che.
Ma che cazzo me ne frega a me, il Biagio mi ha appena passato un dvx di porno amatoriale con quelle porche bionde dell'est che fanno pure le acrobazie. Ora mi schianto a letto, condizionatore a 18 e porno sul computer. Non me ne frega un cazzo. In libreria poi, c'è quel silenzio pesante, tutti quei libri, mi fanno paura a me i posti così. Però cazzo, era carina. Che due coglioni. Faccio così, provo a rivederla, faccio il culo-test e poi si vede. Se ce l'ha come la Montanarini gli spacco le balle fino a che non me la da per sfinimento, se ce l'ha come quello della maestra Mirella anche no.
Che schifo la maestra Mirella. Ce l'ho avuta per tutte le medie, ci faceva storia e geografia. Era anche magra lei, ma era un tombino. Col culo a ricotta andata a male. Mi faceva così schifo che pensare a suo marito mi faceva venire pena per lui.
Ecco, ti pareva. Come cazzo sono finito a pensare alla maestra Mirella prima della sega della buonanotte?
Fanculo la maestra Mirella, e fanculo pure questa qui che ora non me la metto via finchè non faccio il culo-test. 
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Tutto è iniziato con "Chissà cosa c'è nella testa di quei tizi con cui mi è scappato un caffè. Che impressione faccio, cosa pensano ... ". Poi, come mi succede spesso, la cosa è degenerata, ed io sono diventata il tizio random. E allora, ecco il culo-test, la maestra Mirella e la sega della buona notte ( o quella mentale di cui sopra, fate voi). Ci tengo a sottolineare che questa non è la mia idea di UomoMedio, non pensiate io abbia così poca stima del sesso maschile. Piuttosto, sono quasi certa che questo sia, su per giù, ciò che passa per la testa di qualcuno dei tizi random che mi è capitato di incontrare. E qui chiudo.
Saluti. Da me e dalla maestra Mirella.

giovedì 25 agosto 2011

DI TRENI STRAPIENI E ATTIMI ULTRATERRENI

Il treno scivola sulle rotaie, fendendo la notte, con la stessa facilità con cui una lama si farebbe strada tra la carne. E' uno di quei locomotori vecchi, arrugginiti e barcollanti utilizzati per i trasporti regionali, in cui i miasmi dei pendolari si mescolano agli olezzi di quel coso ferroso che non conosce pulizia , e insieme si sostituiscono all'aria. La porta che separa il vagone in cui mi trovo da quello successivo è rotta. Non si chiude mai completamente, si agita in continuazione violentata dal vento. Uomini, donne, pendolari, studenti. Qualcuno dorme, qualcuno legge, qualcun altro è invischiato in pensieri adolescenziali e musica sparata a volume troppo alto direttamente nelle orecchie. Un treno uguale a mille altri, un viaggio uguale a mille altri.

Poi accade un fatto inconsueto.

Nel vagone accanto, un ragazzo innamorato maneggia attentamente una grossa crisalide. La appoggia nel sedile di fronte a se e ne estrae qualcosa di ingormbrante. Ha la forma dell'infinito, la stessa della donna fotografata di spalle da Man Ray. Lui, invece, ha in viso, disseminati ovunque, i segni di una commozione forte, di un bisogno viscerale, di un amore passionale. Il ragazzo, prende la sua amata tra le mani con cura indicibile e la accosta a sè. La spalla a sostenere la sua schiena, il mento ad accarezzarne la pancia, e in un istante, tra le sue dita, il legno sembra prendere vita, scaldato dal sangue che, misteriosamente, inizia a circolare tra le scanalature secche e inanimate di quello strumento.
Poi, una scintilla. Il crine di cavallo luccica per un attimo sotto la luce gialla e artificiale della carrozza. L'innamorato, appoggia l'archetto sul corpo dell'amata, accarezzandola con la grazia,la passione e la premura che si ha solo quando si fa l'amore più con l'anima che col corpo. Un suono denso e blu come la notte si diffonde da quel monte di venere che profuma d'ebano e di ciliegio , riempiendo l'aria, le orecchie, le mani e le menti di chiunque si trovi ad ascoltare. C'è chi smette di leggere, chi si sveglia trasognato, chi si toglie le cuffie, chi scrive compulsivamente su un'agendina blu riempita di febbrili annotazioni, tutti egualmente rapiti da questo estemporaneo attimo di condivisione. Un viaggio come mille altri, dicevo, un treno come mille altri; ma a questo punto non più.

Il viso dell'innamorato è tormentato dal piacere, dal dolore, dall'estasi. Pur senza concedere nemmeno uno sguardo a chi mi sta intorno, per non doverlo sottrarre ai due amanti, mi accorgo che ci siamo fatti tutti più piccoli, noi spettatori, che ci siamo svuotati di noi per riempirci di qualcosa d'altro, che abbiamo fatto spazio a qualunque sia ciò che sta accadendo, senza esitare nemmeno per un momento.
E mentre ascolto l'aria che vibra, mi sembra che il tempo non esista più, mi sembra che questo angusto treno carico di mediocrità si sia sciolto, liquefatto, per diventare solo un momento, qualcosa di sublime, così fugace e potente da cancellare tutto il resto, allo stesso modo in cui la pioggia cancella i pallidi segni dei gessi colorati dall'asfalto.

E allora non importa dove, non importa come, non importa nemmeno quanto. 
Se ci si trova al cospetto di frammenti così puri da indurre a credere che, in quel frangente, siano l'unica cosa che conta al mondo, probabilmente si è di fronte ad un raro momento di lucidità, o forse di follia, che popolano la vita. Se sia l'uno o l'altro forse dipende da chi sei, ma in quel momento siamo tutti la stessa persona, e non ha davvero nessuna importanza se sia lucidità o follia, l'unica cosa che sembra averne è la fortuna di essere testimoni di qualcosa di così incredibile.

mercoledì 24 agosto 2011

CE PARFUM DE NOS ANNEES MORTES

Sto alla cassa, vedo un sacco di gente, batto scontrini e stipulo fidelity card. Sorrido, d'istinto, senza falsarlo, nonostante tutto. Ho sempre sorriso alle persone, è proprio qualcosa che mi viene da dentro. Se ci penso mi fa intenerire, il fatto che le persone quando si presentano si sorridono.
Ho scoperto che ci sono clienti tematici. C'è l'uomo che compra solo cd, quello che compra esclusivamente libri di una certa casa editrice, e poi c'è il signore che ha appena scoperto Woody Allen. Ridiamo insieme mentre incarto tre dvd, parlando de "Il Dormiglione". Salto la cena, ormai quasi ogni sera, mangio un toast verso l'una e poi una fetta di torta fatta in casa. Suono molto ultimamente. Finalmente l'ukulele ed io siamo diventati amici; ora, appena lo vedo, piccolo e ironico in quel suo rosa porcellino, non posso fare a meno di prenderlo in mano e strimpellare qualcosa, lasciando uscire anche la voce. Suono molto ultimamente. E leggo poco. Forse ho molto più bisogno di lasciar uscire qualcosa che di lasciarlo entrare. O forse è solo un caso.

Mio cugino A. è venuto a trovarmi domenica. Abbiamo dormito insieme, parlando al buio e ridendo come quando eravamo ragazzini e tutto sembrava molto più semplice. Abbiamo riso, parlato fino allo sfinimento, boccheggiato per l'afa, camminato per una Firenze deserta e notturna, abbiamo analizzato con triste lucidità questa nostra generazione inconcludente, abbiamo cantato a squarciagola, per la strada, a letto con l'ukulele e in un karaoke. Siamo stati insieme meno di 24 ore, ma sono state intense come da tanto non avevano occasione di essere. Sarà forse perchè ho tanti bei ricordi che ci vedono insieme, sarà perchè il nostro rapporto rientra in quella cerchia elitaria di affintà elettive che non conoscono tramonti, sarà perchè fin da bambini, andavamo millantando che se non fossimo stati cugini saremmo stati una coppia perfetta, fatto sta che, senza fare niente di particolare, A. è riuscito a tirarmi su il morale. Gli devo un favore, anche se lui non lo sa.


Stasera mentre torno a casa dopo il lavoro c'è un po'di vento. Niente di cui entusiasmarsi, non è abbastanza forte per dare sollievo, ma lo è quel tanto che basta da essere piacevole. Un oceano di pensieri vorrebbe uscirmi di bocca, una lava incolore minaccia sull'orlo degli occhi, ma rimane tutto li. C'è qualcosa a fare da tappo.
L'emblema di un sacco di cose, se ne sta avvinghiato al mio anulare destro. Ed io lo guardo mentre sollevo il braccio per sciogliermi i capelli. So che non ha senso toglierlo, visto che niente di ciò per cui è stato infilato li è venuto meno. So anche che è un simulacro e toglierlo o meno non dovrebbe significare niente. Come siamo stupidi, noi umani, sempre a caricare gli oggetti di valori e simbolismi. La brezza mi s'infila tra i capelli, senza riuscire a farsi strada fino alla nuca. I ricordi di tutte le persone che mi hanno accarezzato la testa mi cadono addosso da chissà dove, forse li ha portati il vento. Le stelle sono tante quante i miei pensieri stasera, forse qualcuna in meno. Tra tutti, uno mi rimbalza sulla spalla, insistente. E' per il vento, dice Portami con te. E, per un attimo, penso a come sarebbe bello chiudere gli occhi, aprire le braccia, rilassare ogni muscolo e, semplicemente, andarmene col vento.

lunedì 22 agosto 2011

HAVE YOU EVER SEEN THE RAIN?

Fino ad un certo punto della mia vita ho pensato che la voracità fosse un comportamento compulsivo, per lo più tipico di un non ben definito periodo adolescenziale.
La fretta di crescere, tipica dei 15 anni, l'impazienza di sperimentare, provare, bruciare le tappe come si fa con le prime sigarette, in maniera maldestra. L'urgenza tipica dell'adolescenza, insomma, di quei vent'anni che ci mettono un secolo ad arrivare, un fremito a raddoppiare. E invece, mi accorgo che forse è proprio di quest'epoca il non saper più aspettare. Aspettare il proprio turno, senza cercare scorciatoie, aspettare che arrivi il fresco della sera, senza rinchiudersi in casa col condizionatore puntato a 18 gradi; aspettare che lieviti il pane senza usare il lievito istantaneo; aspettare una canzone alla radio senza scaricarla da e-mule, col dito su "REGISTR.", pronti a far girare il nastro che verrà poi riascoltato fino alla nausea, imprecando ogni volta contro il conduttore radiofonico per aver sporcato la canzone preferita con parole di benvenuto. Aspettare e basta. Lasciarsi il tempo per essere presenti a noi stessi nel momento che stiamo vivendo, senza proiettarci costantemente in un futuro che, in ogni caso, ariverà comunque. E' come partecipare al più sontuoso dei banchetti, aspettando impazienti la famigerata torta a tre piani, ingurgitando ciò che ci si para davanti senza nemmeno assaporarlo. E' un'epoca take away, si mangia e si cammina per ottimizzare i tempi, si telefona e si guida, si sbaglia strada e non ci si spiega come l'interlocutore sia arrivato a parlare di Gheddafi quando l'avevamo lasciato a "quel cretino del mio vicino di casa"; si parla con i figli e si guarda "Sentieri"; si manda un'e-mail dal blackberry mentre si aspetta in coda alla coop affollata delle 8, e così, di corsa, sempre e comunque. Il fiato sul collo di tutte le cose che devono ancora venire, che ci aspettano alla soglia di ogni ora, con l'ansia del tempo che fugge a fare da carburante e la poligamia digitale che lascia un sapore agro-dolce per quello che siamo riusciti a far entrare in una giornata, per quello che avremmo potuto ma non abbiamo saputo. Per fortuna, a volte, la vita si oppone, impone i suoi tempi, ti mette in un quadrilatero di specchi senza uscita, dove sei costretto a fermarti e guardare ogni cosa. Certo, ti sbucci un ginocchio e il cicatrene dimezza di colpo i tempi di guarigione, ti viene la febbre e il caro vecchio paracetamolo diventa il tuo miglior alleato; ma se ti sanguina il cuore, non esiste nessuna pomata magica, se la tua anima s'incupisce, non c'è aggeggio digitale in grado di farti scappare dal nero che reclama attenzione da dentro. Ed è giusto che sia così. Universalmente giusto. E' la parte migliore di noi, la nostra essenza, a prescindere da ogni cosa. In qualche modo, mi fa stare bene sapere che la pioggia ha ancora la capacità di cadere quando vuole, che le lacrime possono ancora rivendicare il loro incontestabile diritto a scendere, che ci sono milioni di cose su cui, fortunatamente, non possiamo sindacare, nonostante gli sforzi sovrumani per avere il controllo di ogni frangente della nostra vita. 
Adesso esco. Devo comprare un paio di scarpe. Non tanto per vanità, quanto perchè i miei piedi me le stanno chiedendo disperatamente. Speriamo piova, speriamo piova fino a che l'aria non sarà di nuovo tersa.

venerdì 19 agosto 2011

BROKEN

E così finisce. E così ri-comincia. Senza riuscire a distinguere quale sia l'inizio e quale la fine. Succede anche con le onde del mare che si frangono sulla battigia e tornano indietro. Forse non c'è un inizio nè una fine, è tutto solo un divenire. Il vento è cambiato. Già da un po', a dir la verità, ha spirato instancabile per mesi, levigando la pietra, scavando il legno, spostando le case, e in silenzio, ha cambiato pure noi.

Ho il cuore pesante, pieno di cose, brandelli di vita, stralci di sguardi regalati, annotazioni a margine, risate tra le lenzuola, biglietti e parole, lacrime e felicità. Non so nemmeno dire come mi sento. Il vuoto, in certi momenti, la vertigine del tempo che passa in sordina lasciando segni ovunque, sul volto, sul cuore, fin dentro all'anima; la tristezza sconfinata e mutevole di un cielo d'Irlanda; l'Amore che mi abita, che sembra respirare come un essere vivente, agitarsi come il mare, profumare come il vento in primavera. 

Contemplo i cinque scaffali di cose accadute, vissute, sentite e cadute, li scorro con l'indice, li tocco, li annuso, così disordinati e straordinari da non poterli immaginare diversamente. Si sono riempiti molto più lentamente di quanto mi sia parso. Qualcosa è li perchè fortemente voluto; qualche altra c'è finita un po'per caso e, in qualche modo, ha reso il tutto più eterogeneo; qualcuna, la si vede anche da lontano, è evidentemente una briciola di asteroide caduta senza preavviso, bruciacchiando un po'intorno. La fuliggine ha annerito alcune delle cose che stanno li, ma io so che sotto il nero sono sempre le stesse. 

E' difficile quando non si ha nulla da rimpiangere, quando non ci sono capri espiatori, quando ciò che resta è forse più grande di ciò che c'era stato fino a prima. Dannatamente difficile. Ed io sono così stanca, che vorrei solo dormire indeterminatamente. 

Millemila le bellezze tra questi cinque scaffali, le meraviglie, le cose invisibili ma che occupano spazio quasi fisico dentro di noi, le cose fatte e quelle dette, scritte, disegnate, cantate. Sono tutte li, in ordine sparso, che si stringono le une alle altre, tentando di scaldarsi. Ci riescono ancora, a far calore; come quella stufetta che ha sciolto così tante notti in quella casa senza riscaldamento.

E allora ti chiedi dove diavolo sia finito il senso delle cose, ammesso che ce ne sia mai stato uno, ti chiedi se debba esserci per forza un senso, o se non abbia ragione quel vecchio bolso che mi rifiuto di citare quando canta "Voglio trovare un senso a tante cose, anche se tante cose un senso non ce l'ha". Glissando sulla licenza poetica e la violenza grammaticale (mia e sua visto il numero di volte in cui sto [ab]usando la parola senso), mi tocca dar ragione a questo tizio. Forse un senso non ce l'ha, e non lo deve avere. Forse il senso sta nel non cercare affatto di dare un senso a qualcosa di così grande, di lasciarlo libero di essere, a prescindere da ogni sorta di classificazione o espediente che permetterebbe di inquadrarlo in un ambito di definizione che diventerebbe la sua gabbia. Ed è quello che farò. Lo lascerò libero di essere. Di ferirmi, di farmi ridere e sanguinare, di rendermi disperata e felice, libero di essere, senza cercare di controllarlo o spingerlo a forza in una qualsiasi etichetta, senza aspettarmi che sia facile. Faccia come crede. Lui, l'Amore, lo sa qual è il senso, e se il senso per lui dev'essere un non-senso per me, allora sia.

venerdì 12 agosto 2011

THE TWILIGHT ZONE

C'è una luna grandissima, la fuori. E non è neppure piena. Se lo fosse, probabilmente sembrerebbe giorno. In tempi antichi, specialmente presso le popolazioni nomadi, era diffusa la credenza che la luna morisse ogni notte, inghiottita dal mondo delle ombre. Non credo esista un pensiero più romantico di una luna che muore ad ogni alba e nasce ad ogni tramonto.
Ho messo lo smalto rosso. Mi piace, mi sta bene; guardo le mie dita mentre scrivo e sembrano fiammelle intermittenti che saletllano lungo la tastiera.

Mi piace lavorare la sera. Anche se è stancante, anche se mi salta la cena. Mi piace uscire dal lavoro quando la notte è fondente come il cioccolato, passare qualche ora in compagnia di amici, vecchi o nuovi, e poi tornarmene a casa quando l'oscurità è macchiata dal chiarore di un nuovo giorno. I miei passi rimbombano solitari e ritmati, uno dopo l'altro. Ogni tanto rallentano, si fermano per lasciarmi contemplare qualcosa, o semplicemente cercare una sigaretta, e poi riprendono. Il sole sta sorgendo anche stavolta, mentre cammino verso casa. Nonostante io sia figlia della notte, è la parte del giorno che preferisco. C'è qualcosa in quel momento che sta nel mezzo che ha un potere incredibile. La città è anche più bella a quell'ora. Camminando per le strade deserte a quell'ora, puoi sentire la sveglia di qualcuno suonare da una finestra aperta; puoi sentire il profumo del pane e dei croissant freschi che ti si infila da qualche parte, tra le narici, lo stomaco e il cervello; puoi vedere così tanti uccelli nel cielo e sull'asfalto, che quei pochi esseri umani che non sono nelle loro gabbie, sembrano ospiti di un mondo alato che non è il loro; puoi ascoltare i rumori di chi sta già lavorando, sbirciare da una finestra e vedere una donna con gli occhi stanchi che prepara un caffè in silenzio lasciandosi svegliare dalla brezza di un giorno che nasce; puoi vedere la città nuda, prima che venga coperta dal marasma di persone, quando l'aria è tersa come in nessun altro momento della giornata
Posso quasi vedere i miei pensieri camminare al mio fianco. E la vita sembra così bella in quel momento, le persone sembrano così piccole, i problemi così stupidi, e l'idea di attraversare la vita senza avere progetti speficici, nemmeno poi così folle.

E la cosa affascinante è che tutti questi pensieri, queste sensazioni, perfino queste vibrazioni che la terra mi manda, hanno modo di esistere solo e soltanto in una zona crepuscolare, in bilico tra luce e oscurità, quando, per un istante, si ha un perfetto equilibrio tra il maschile e il femminile, il bene e il male, lo ying e lo yang. Poi, la magia si rompe, quei pensieri per un attimo congiunti, si separano bruscamente; alcuni ammantati dalle tenebre, altri bruciati dalla luce. E la realtà riprende spessore. Ma è stato bello. Lo è sempre.

venerdì 5 agosto 2011

L'UOMO CON GLI OCCHI COME PROIETTILI

Esco dal lavoro e inizio a camminare. E' l'una passata, il caldo sembra anche più afoso nella variopinta orgia turistica del centro. Ho più fame del solito e sono più fiacca del solito. Eppure ho dormito stanotte. Vero anche che non mangio dalle 7.30 e che ci sono quasi 40 gradi.
25 minuti e sono a casa. Mezzora se cammino lenta. Superati i Tedeschi arrostiti dal sole, i Giapponesi cadaverici e sempiternamente muniti di ombrello, i Marocchini con i braccialetti, e i Fiorentini con la ventiquattrore, arrivo finalmente nel quartiere in cui vivo. Un piccolo ingorgo ha bloccato via G.; mentre gli operatori ecologici svuotano i cassonetti ad un'orario decisamente inconsueto, le macchine si addossano le une alle altre, sbuffando insieme a chi le guida. E' un senso unico, la strada è stretta, perciò non resta loro che aspettare. Sul marciapiede, invece, trovo un ingorgo di passeggini, mamme, annessi e connessi. A me, non resta che scendere in strada e dribblare le macchine in procinto di incendiarsi. Cammino in senso contrario al senso di marcia, quindi, presa dalla solita, istintiva curiosità, non mi faccio mancare un'occhiata non tanto fuggevole dentro ai veicoli. Neanche il cinquantenne-in-crisi dell'auto n.1 si fa mancare un'occhiata non tanto fuggevole alle mie gambe lunghe e diafane. La vischiosità dei suoi pensieri è insostenibile, sposto lo sguardo. Nell'auto n.2 c'è una ragazza con gli occhiali da sole, il finestrino aperto e la mano che tamburella impaziente sulla portiera. Mi guarda per un secondo, poi guarda davanti a sè e dice " Tumulo ai Giacobini". Dubbiosa, inizio a chiedermi che diavolo di frase sia e che ruolo mai possano avere gli amici della costituzione  nella sua vita. Poi mi ricordo che le mie capacità di leggere il labiale sono, notoriamente, pessime, e quindi concludo che la frase in questione fosse la meno elegante ma sicuramente più appropriata "'fanculo ai netturbini". L'auto n.3, invece, è abitata da un uomo sulla quarantina. Barba incolta, camicia azzurra leggerissima e un sorriso. Inaspettato. Ha l'aria di chi è appena inciampato nei lacci delle proprie scarpe. Gli sorrido, senza nemmeno accorgermene, e passo oltre. Auto n.4. Un curioso essere umano, tiene le mani strette sul volante, serrate, come i denti. E' un tipo un po'strano. Uno di quelli che, per forza di cose, anche senza volerlo, si finisce per guardare insistentemente, uno di quelli che molte volte sarà pure stato deriso. E' stempiato, oserei pelato, se non fosse per una poco credibile parrucca corvina sistemata troppo indietro sulla fronte per non essere notata. Un caschetto alla Renato Zero è schiavizzato in una coda che non so se migliori o peggiori le cose. E' abbronzato, ovunque tranne sulle palpebre, rigonfie e color alabastro, forse frutto di una strana blefaroplastica. Il collo è sottile, i nervi tesi come corde di violino. Dev'essere minuto. Due braccia esili escono timide da una camicia bianca arrotolata distrattamente ai polsi, troppo aperta su un petto troppo liscio. Nel complesso sembra un personaggio surreale. Credo lui sappia che io lo sto guardando, ma sono certa che non distoglierà lo sguardo dal volante. E invece, d'improvviso, mi ritrovo due cannoni neri puntati dritti negli occhi. Mascara nero, nei miei e nei suoi. Lo guardo sorpresa, studio quei due proiettili che balzano saettanti su di me, poi sulla strada, poi ancora su di me. Insicuri, vagamente ostili, di un'ostilità difensiva, che gocciolano una sofferenza invisibile; cerco di intuire la natura di ciò che sta uscendo da loro, e in mezzo a quello che credo essere dolore frammisto a timore, leggo una supplica "Ti prego, non giudicarmi". Istantaneamente assalita dal dubbio, divenuto poi consapevolezza, che il mio sguardo abbia avuto su di lui l'effetto di un pugnale in mezzo al cuore, distolgo gli occhi che nel frattempo si sono velati di una sottile ragnatela, e proseguo senza riuscire a vedere altro se non i suoi occhi, senza riuscire a sentire altro se non quella preghiera che gli è uscita muta e forse involontaria. Cammino in mezzo ad altre auto, prima di arrivare a destinazione, ma non ne vedo alcuna, non vedo nessuno, vedo solo lui. Ricaccio indietro il pianto mentre salgo esausta i due piani di scale che mi condurranno a casa, al sicuro, da tutto il dolore degli altri, da bagagli emotivi troppo ingombranti che ci portiamo dietro come fanno le chiocciole con le loro case, con cui a volte ci laceriamo i fianchi passandoci accanto, più o meno consapevolmente, da tutto il male che si può causare involontariamente, dalle troppe cose belle spesso taciute, da quelle orribili mai abbastanza celate, dal muro di mare che, ancora una volta, ancora più alto, ci separa gli uni dagli altri.
Infilo la chiave nella serratura, apro la porta, non c'è nessuno. Entro in camera, mi lascio cadere sul letto, accendo una sigaretta e lascio cadere pure le lacrime. 

L'auto n.4. Quattro come i nostri occhi che si sono detti tutto e niente. Quattro come i secondi in cui tutto e niente è accaduto. Quattro come i  nostri piedi, sempre un passo indietro rispetto ai pensieri. Quattro come le quattro piume del disonore, per aver lasciato che i miei pensieri lo colpissero come una manciata di lamette in pieno viso. Mi dispiace, strano uomo con gli occhi come proiettili. Non volevo giudicarti. Non l'ho fatto in realtà, anche se forse l'hai pensato. Ero solo curiosa di sapere chi eri.

martedì 2 agosto 2011

SOGNO O SON FUNESTA?

Chiudo l'acqua e sento subito addosso quella piacevole sensazione, quella che ti sale da dentro subito dopo una doccia rigenerante. Metto i piedi fuori dalla vasca, uno dopo l'altro. Nell'appoggiarli a terra, sento un "plash". Abbasso lo sguardo, una piccola pozzanghera surreale mi fa da tappetino. Continuo a pensare che dovremmo comprare una tenda per la doccia.  Mi asciugo in maniera sommaria, infilo un paio di mutande, una canotta e accendo l'asciugacapelli. Distratta dal vento caldo tra i capelli grondanti, mentre mi osservo riflessa nello specchio, non mi accorgo di un dettaglio fondamentale. E quando lo faccio è troppo tardi. Guardo il lavandino, improvvisamente intasato. I miei piedi, fissi nel tappetino d'acqua. I fili scoperti dell'asciugacapelli navigano a vista nel lavandino, non ho nemmeno il tempo di spaventarmi che una luce blu esplode dalla presa elettrica, si trasmette ai fili e poi al mio corpo, ad una velocità incalcolabile. La scossa è mortale. 
Apro gli occhi in un sussulto, le membra tese ed elettriche, galvanizzate dalla scossa, dal sogno, o semplicemente dal fatto che sono viva.
Sono viva. Me lo ripeto e mi rimetto a dormire.

Il giorno dopo, nel mezzo di una giornata fitta d'impegni, dimentica delle macabre produzioni oniriche lasciate tra le lenzuola, trovo il tempo per fare una lavatrice, Apro il cestello, e mentre mi accingo ad estrarre il groviglio di lenzuola umide, appoggio una mano al lavello che mi sta a fianco. Non mi rendo nemmeno conto di cosa stia succedendo quando una scossa fortissima sale svelta dal braccio fino alle clavicole. E' un attimo. Ma riesco a staccarmi. Caccio un urlo, di quelli vagamente soffocati da un pericolo scampato. Guardo attonita la lavatrice mentre mi massaggio il braccio destro. La mia mente, alla stessa velocità dell'elettricità che poco prima mi aveva persorso il braccio, corre alla notte precedente, a quel sogno. Non che io abbia mai creduto ai sogni premonitori, ma in alcune circostanze, viene realmente da dubitare del fatto che i sensi siano solamente cinque.