venerdì 30 settembre 2011

THESE VAGABOND SHOES, THEY ARE LONGING TO STRAY

Torno a casa nell'aria pungente delle sei del mattino. Canticchio e sorrido con la faccia di chi ha appena vinto un milione di dollari (rigorosamente in gettoni d'oro). E invece no, non ho vinto un milione di dollari. Una signora bardata in un cardigan di lana color cammello porta a spasso un beagle assonnato. Mi guarda, mi sorride e mi da il buongiorno. Rossetto rosso. Sia lei che io. A settant'anni sarò così, penso tra me e me. Solo due spanne più alta.
Anche il lavavetri dell'agenzia di viaggi mi da il buongiorno. Se ne sta in canotta, nonostante il fresco che increspa la pelle. Sorride e fischietta mentre lucida le vetrine zeppe di vie di fuga verso angoli di mondo.
Ho pure ballato stasera. Non ballavo da una vita. O almeno, così mi sembrava. 
Si festeggiava un compleanno. I., H. ed io. H. conosce tutti, ma proprio tutti. Così, ci hanno offerto da bere in ogni dove. Prima tappa, il bar delle scimmie. Non avevo cenato, ovviamente. Quindi, sono riuscita a barattare uno shot di vodka con uno di birra. Alcoolico ma non invasivo. Fair.
Poi, un salto al locale del commissario. Pieno. Gente su di giri che balla pure sui tavoli, in un'atmosfera comunque rilassata, da villaggio turistico per intenderci. Appena entrate, un tizio mi fissa sgranando gli occhi, dicendomi che sono bella da lasciare senza parole. E' l'alcool amico, è l'alcool. E poi mica c'è tanta luce qui. Se l'accendessero, magari penseresti che assomiglio a Milhouse. Lo ringrazio imbarazzata e mi defilo. Arriviamo al bancone, chiedo al barista, amico di H., un succo al mirtillo. Succo che, nel tragitto dalla mia bocca alle sue orecchie, dev'essersi magicamente trasformato in un cosmopolitan. Dopodichè, segue questa breve conversazione:

IO: Ho chiesto un succo perchè non ho cenato, non posso bermi questo coso a stomaco vuoto!
BARISTA: Fatti tuoi!  dice ridendo
IO: Ora mi porti un panino con la mortazza! Hahahahahaaa

Tre minuti dopo, un altro barista mi porta un panino con la mortazza su un piattino blu. Ed io, che non tocco un boccone di carne da 11 anni, mi sento incredibilmente in colpa. In tutto quel trambusto, si sono dati pena di prepararmi un panino con la mortazza in carne e ossa pane. Per un attimo, penso di afferrarlo, mettermi di profilo e fingere di ingoiarlo. Poi, constatando l'impossibilità della cosa, opto per la verità, la dura verità.  Chiarito il misunderstanding, allungo il panino alle mie due compari e iniziamo a ridacchiare dell'accaduto. La serata prosegue, usciamo di li, ed io sono alticcia come lo si è solo a stomaco vuoto dopo un cocktail salvificamente leggero. Camminiamo e ridiamo e parliamo e io mangio la schiacciatina. Arriviamo al  posto con la B., dove H. solitamente lavora, entriamo e, BOOM, mi ritrovo tra le mani un cosina rossa e vagamente alcoolica. StavolTa, è il Sig. Vorrei-ma-non-posso ad offire. Ho fatto colpo, mi dicono. Io penso che potrei-ma-non-voglio. Arriva uno pseudo Harry Potter russo e nano, con una fantastica giacchetta presa direttamente dal costumista di Miami Vice. Ci guarda con quello che intuisco essere il suo sguardo da seduttore (presente Olmo? Ecco) e  chiede a me e a I. se vogliamo ballare con lui e i suoi amici. Fingo un malore. Scherzo, ma avrei voluto. Però provo a concentrarmi e a teletrasportarmi fuori dalla portata dei suoi spalloni, quello si. Non funziona, così sfodero il mio famoso sorriso da commessa che vorrebbe ammazzarti ma (per inutili cavilli contrattuali) non può farlo, e declino candidamente. Faccio due chiacchiere con un conoscente che non vedevo da almeno tre anni e ci scambiamo il sempiterno contatto facebook. Nel momento in cui sfuma la canzone, mi volto verso I. e inizio a cantare Gold Digger. Così, senza motivo. Dieci secondi dopo, esce un urlo dalle casse: "she take my money, well i'm in need". Io, sorpresa come una quindicenne che ha predetto la canzone alla fiera di paese, prendo I. per un braccio e la trascino in pista. Ballo come se fosse l'ultima volta. E pure la prima, visto che la sincronia mente-corpo non era "oliata" come avrei voluto. Orietta Berti alle prese con la break dance, l'effetto credo fosse quello.
Il tempo di altre due canzoni, un giro nell'immancabile bagno unisex senza serratura nè carta igienica e il locale chiude. Noi che siamo con l'insider restiamo dentro, a chiacchierare, a ridere, a far girare la bottiglia per gli shot di chiusura che io, coscienziosamente, decido di evitare. Alla fine rimaniamo in cinque. Noi tre, D. e un tizio arrivato ieri da Chicago. L'avevo sentito suonare l'armonica poco prima e gli chiedo di fare il bis. Lui mi fa sentire qualcosa, poi si alza accennando un "Be right back" e torna con una chitarra. La impugna e inizia a suonare. Divinamente. E come prima canzone, sceglie qualcosa che non poteva lasciarmi indifferente. Iniziamo a cantare, lui con una voce fumosa e calda, io con la mia da usignolo strozzato. Cantiamo New York, New York senza nemmeno esserci presentati. 
Alla fine, dopo un po'di Clash e un accenno di Clapton, ci fa sentire una canzone che ha scritto lui. Voce, chitarra, armonica. E' incredibile, bella e malinconica. 
Decidiamo di uscire e andare a fare colazione. I. mi fa i complimenti per la voce. Io arrossisco, ringrazio e mi nascondo nella giacca (quella dello pseudo Harry Potter mi avrebbe fatto comodo ora!). Lungo il tragitto dal posto con la B. al forno, anche H. e D. mi fanno i complimenti. Per il mio inglese, stavolta, sorprendente per un'italiana. E detto da due britannici, è più che lusinghiero. D. mi chiede dove l'ho imparato. Sei mesi in Finlandia, rispondo. D. ribatte che comunque non si spiega la qualità del parlato .Il mio ego tira le estremità della mia bocca e sorrido, fiera del mio inglese.
Davanti al forno chiacchieriamo del più e del meno, io divoro un croissant alla marmellata sporcandomi le dita come una bambina e ci salutiamo. 
Mi dirigo verso casa, in quel frammisto di felicità insulsa che si prova dopo una bella serata.
Canticchio New York, New York, quando incontro la signora col cane.
Arrivo a casa, salgo le scale due scalini alla volta, infilo la chiave nella serratura e apro la porta. Non c'è nessuno. A casa, nel letto, non c'è nessuno. Scivolo nel pigiama e poi nel letto, mi metto a stella marina e dormo. Sola. Felice. Si, felice.


 

domenica 25 settembre 2011

OTTOMILA DAL MINNESOTA, MILLEMILA DA TE

Sono le cinque e tre minuti. Con lentezza larvale, T. estrae una mano dal tepore delle coperte e la tende verso il pavimento. Tastoni, cerca la sveglia che continua a trillare insistentemente, ignara del fatto che mai niente sia sembrato più inopportuno alle sue orecchie. La trova, la spegne e si siede con gli occhi ancora chiusi. La schiena acciaccata a causa di quella specie di letto a mezza piazza. Accende la lampada e si copre gli occhi con un pupazzo che si porta dietro da quando aveva due anni. Lascia che i suoi occhi si abituino alla luce; poi si alza, richiude il letto, estrae il tavolino e scalda un po' d'acqua per il caffè solubile. Nel mentre, apre uno dei piccoli oblò che dovrebbero fungere da finestre; si abbassa, guarda fuori. La notte è ancora li, densa. Pure la foresta è ancora li. Il freddo del mattino che deve ancora venire la colpisce in viso, tirandola fuori da quel sonno comatoso in cui ogni notte si lascia morire. Le altre roulotte sono ancora cieche e addormentate. Solo una, lontana, sembra essersi svegliata da poco, come lei. Dev'essere quella di Phil. Anche lui ha bisogno di alzarsi mentre il resto della troupe ancora dorme. Richiamata alla realtà dalla melodia soffocata dell'acqua che bolle, chiude l'oblò, spegne il fuoco e prende da un uncino fissato alla parete la tazza a righe blu e gialle, ci versa la polvere scura e poi l'acqua. Mentre mescola con la mano destra, con la sinistra cerca su un ripiano una scatola di cartone, senza alzare gli occhi. La riconosce al tatto, la afferra e la appoggia vicino alla tazza.
Poi indossa una vecchia giacca d'angora, prende il caffè, stringe a sè la scatola di cartone, e con la mano libera gira la maniglia della roulotte. Un gatto grigio se ne sta vigile sui tre scalini che conducono fuori da quella casa in miniatura. Aspetta lei. 
T., dopo essersi seduta, lascia uscire i croccantini dalla scatola, versandoli sul terzo gradino. Beve il caffe mentre il gatto grigio mangia il suo cibo, felice come non mai. Gatto grigio la osserva leccandosi i baffi. E' distratta, fissa il vuoto pensierosa. Gatto grigio spinge il musino contro il suo piede. T. gli sorride e lo lascia accovacciare tra le sue gambe. Fruga nelle tasche, afferra il telefono e lo accende. Un messaggio. 

"Può forse una distanza materiale separarci davvero dagli amici?Se tu desideri essere accanto a qualcuno che ami, non ci sei forse già? Bach crede di si, e lo credo anch'io. Ho letto che il Minnesota è chiamato la terra dei 10.000 laghi. Pensare che sei sulle rive di uno di essi a realizzare i tuoi sogni, mi riempie il cuore di felicità. Auguri T. Ti voglio bene, un bene sconfinato. P.S. il vestito per la prima è quasi pronto. Sarai bellissima"
  
Una goccia salata percorre le sue lentiggini come il Mississipi fa snodandosi tra i cordoni morenici del Minnesota. Sgorga da quei laghi blu che sono i suoi occhi e scende, fatta d'amore e di tristezza, sul suo viso d'alabastro, rendendola ancora più bella, ammesso che questo sia possibile. Si alza un po'di vento, lo stesso fa un angolo di sole, svegliati entrambi dal pianto silenzioso di T. 
D'improvviso sorride. Illuminata da un pensiero inconoscibile, riesce ad illumirare anche ciò che le sta intorno. C'è sempre riuscita. Sorride al gatto grigio, al sole, al vento. Sorride alla vita, ai suoi sogni che si stanno realizzando, a questi 27 anni che la guardano diventare la donna felice che da bambina sognava di essere. Sorride e sorseggia il suo caffè, mentre gatto grigio si addormenta tra le sue gambe.

E' così che me la immagino. Felice, nel pieno della vita, impegnata a girare un film indipendente chissa dove in America; fatta di luce, di risate, di quella bellezza che scaturisce da dentro. Lei e i suoi capelli color grano, gli occhi come due zaffiri, quel je ne sais quoi che emanava costantemente senza nemmeno saperlo, da cui le persone si sentivano istintivamente attratte. Questa avrebbe dovuto essere la sua vita.
Avrebbe dovuto.
Essere.
Vita.
L'eco di queste parole ingiuste è insopportabile, nel vuoto angusto della realtà.

Auguri T. 
Ti voglio bene, un bene sconfinato.

mercoledì 21 settembre 2011

L'ESSENZA DELL'ASSENZA


L'estate volge a termine. Credo citerò i Righeira in giudizio, per l'assoluta impossibilità di usare una frase semplice come "l'estate sta finendo" senza pensare a quella canzone. E' stata un' estate strana, che mi è passata in fianco in punta di piedi, senza che me accorgessi; o forse ero io in punta di piedi, quasi sospesa, a planare su questa estate che non ho avuto modo di afferrare. In ogni caso, qualunque cosa sia stato, ha poca importanza, è già passato. Dovessi definirla in un aggettivo, sarebbe solitaria. E introspettiva, facciamo due. Sono stata lontana dal mondo e lui è stato lontano da me. Cause di forza maggiore. Mi sento come se avessi passato gli ultimi due mesi a colloquio con me stessa. Quindi mi sento sollevata e nauseata al tempo stesso. Approssimiamo a un "abbastanza bene" politicamente corretto.

L'acqua caduta negli ultimi giorni ha ammantato tutto come una coperta lucida e vischiosa, ha spiegato tutt'intorno un corredo di nuvole e vento, in mezzo a cui ho trovato qualche piccolo seme messo li da chissà chi. A titillare i mie pensieri, stavolta è l'assenza. Possibile che qualunque cosa noi facciamo sia mossa, in qualche modo non necessariamente rintracciabile, dall'assenza? Ho finito il detersivo, esco e lo ricompro. Sono a casa, sono insofferente, chiamo un'amica a vado a prendere un caffè con lei. Fuori piove ed io sento il bisogno di un interlocutore immacolato e senza voce cui affidare i miei pensieri, quindi scrivo. I miei calzini sono tutti spaiati, perciò mi metto di buona lena e svuoto il cassetto dela biancheria.
Le cose che ho elencato, sono slegate, indipendenti le une dalle altre, non hanno quindi una "soluzione" comune, MA. C'è un ma. In ognuna di esse, la costante è la ricerca di qualcosa che manca. Una persona, un calzino, un ascoltatore, poco importa. L'essenza di ciascuna di queste cose così diverse, è l'assenza.
E' questo, quindi, uno dei denominatori comuni dell'essere umano? Il cercare ciò che manca? L'assenza come base stabile da cui muovere?
Mi chiedo se non sto, ingiustamente, generalizzando. Ci penso. No. L'assenza è un concetto astratto. Il concetto astratto per antonomasia. Eppure incredibilmente concreto. Di notte la luce è assente. L'assenza del sole non è visibile, tangibile in quanto tale, perchè il sole non c'è, ma si afferma proprio nella sua invisibilità, in ciò che ne costituisce, appunto, l'assenza. 
E' una sfumatura troppo ampia per essere definita da una sola gamma di colori, troppe sono le cose da cui scaturisce, gli eventi o i sentimenti che la scatenano per poterla relegare ad un solo ambito. L'assenza trascende indiscriminatamente ogni angolo delle nostre esistenze. Scandisce i nostri ritmi, dandoci l'illusione di essere mossi da libero arbitrio, svincolato da ogni altra implicazione. D'altronde, non è proprio con intuizioni come queste che sono nati il consumismo, le ricerche di mercato, il baratto prima e il commercio poi? Un bisogno, quindi una mancanza, quindi un'assenza. Oggi siamo all'estremismo del bisogno creato, confezionato, indotto, e fatto passare per necessario, ma questa è un'altra storia.
Ciò che mi preme, tra le altre cose, è capire il peso dell'assenza assoluta e di quella relativa. Mi spiego meglio. Dal nostro personale punto di vista, quando ad una festa manca una persona, quella persona non c'è, forse addirittura non è in quel momento (per noi), in quanto assente ; Quando muore una persona cara, questa persona non c'è, e forse non è, in quanto assente. Per un momento i due concetti sono identici. Si sovrappongono. Dalla nostra visuale, una persona che non c'è, non è, in quanto assente. Da un'angolazione più assolutistica, una persona che non è con noi ma è viva, è in un altro luogo fisico, ma comunque è; una persona defunta, non è più (o forse è altro ma rimane comunque insondabile). Il problema si pone quando entra in causa il concetto di "essere"; perchè noi, noi umani, non siamo in grado di porre un "non essere". L'assenza è qualcosa che evinciamo dalle contingenze, ma non siamo capaci di porla in maniera ipotetica, perchè il "non essere" è un'espressione che non siamo proprio in grado di elaborare. Quindi, tecnicamente, sia che una persona che amiamo sia lontana, sia che sia morta, la sua assenza ci spinge comunque a cercarla. Qualora sia viva, si aprirà skype sperando di non aver sbagliato a contare la differenza di fuso con Singapore; qualora sia morta, la si cercherà nel passato, nelle memorie, in una preghiera, in un cielo crivellato di stelle. Perchè se è vero che l'uomo non è in grado di porre un "non essere", singifica che comunque, crederà sempre che questi assenti, da qualche parte debbano essere. (Qui potrei, anzi dovrei, aprire una digressione sul perchè della religione e delle varie facilonerie mistiche, ma non lo farò).
 Allora, mi limito a dire che, per come vedo le cose, l'essenza dell'assenza è al confine tra l'essere e il non essere; allo stato embrionale, l'assenza di qualcuno ha la stessa consistenza informe ai nostri occhi, sia che si tratti di un'assenza giustificata, sia  che si tratti di un'assenza inspiegabile. A fare la differenza, poi, sarà la prova della mancata o confermata presenza di questa persona.
Nonostante sia figlia intellettuale della mitica Schies, nonostante questa breve analisi mi abbia rinfrescato pensieri che sono qui, nella mia testolina da almeno un decennio e nonostante sia ferma nel mio irrimediabile agnosticismo, mi rendo conto che anch'io faccio parte di questo genere umano incapace di postulare un "non essere". Allora mi dico: " Va bene. Anche se alzi gli occhi al cielo, ogni tanto, e sussurri parole per qualcuno che non è più, va bene lo stesso". E mi faccio una tenerezza infinita, così sconfinata che se potessi mi abbraccerei da sola.

domenica 18 settembre 2011

DI MORTE, DI NECROFILI E DI ... VE LO DICO ALLA FINE CHE E' MEGLIO!

Questa cosa della necrofilia mi ha sconvolto. Nella mia ignoranza cosmica (e non credo di essere l'unica), ho sempre dato per scontato che la definizione popolare di "necrofilia" fosse quella esatta. Trattasi, teoricamente, del (discutibile) piacere nell'intrattenere rapporti di qualsivoglia natura sessuale con un defunto. In realtà, questa è solo l'accezione più clamorosa del termine, ma la necrofilia, designa una serie di atteggiamenti e comportamenti, talvolta sopiti, che si allargano agli ambiti più insospettabili della vita, che hanno una significanza altra dal sesso, e che spesso sono insospettabili.
La necrofilia è una tendenza verso la morte. Una pulsione, non obbligatoriamente sessuale, verso la morte. Morte intesa, non solo nel senso più ovvio del termine, ma anche in quanto amore smisurato per il passato, passione per ciò che non è più, che non ha più vita.
Hitler era un necrofilo. L'odore dei cadaveri, il terrore scritto negli occhi di tutti quegli esseri umani, erano cose che lo eccitavano. Ma anche chi colleziona farfalle infilzate o animali impagliati ha tendenze necrofile; chi ama parlare di malattie, di funerali, di stragi; e se per il primo caso non mi viene in mente nessuno di mia conoscenza, per il secondo potrei tranquillamente infilarci tutte quelle signore che si danno appuntamento dopo "MEDICINA 33" per decidere la top ten settimanale dei modi in cui morire.

Non è che mi sia presa questa fissa della necrofilia così, a caso; ultimamente, ho letto un saggio di Fromm che parla, appunto, di tendenze di vita e tendenze di morte, tracciando profili abbastanza completi, per quanto generici, di chi sono i biofili e chi sono i necrofili. E la cosa che mi ha lasciata sconvolta, è che dopo aver letto quel libro, ho iniziato ad accorgermi che ci sono diverse persone che hanno tendenze necrofile. Alcune le conosco bene, altre decisamente meno, ma in diversi casi, mi sono trovata davanti ad un caso di folgoramento da verità lapalissiana; della serie " oh mio dio, sei un necrofilo! come ho fatto a non accorgermene prima?". Semplice, non avevo le conoscenze, gli strumenti per farlo, e me ne rendo conto; in ogni caso, è stato sorprendente accorgermi che il mondo è popolato da una nutrita schiera di necrofili senza che io l'abbia mai minimamente sospettato. (n.d.a. mi sembra ancora di dire una parolaccia dicendo "necrofilo")

Ora, con queste informazioni, ci faccio poco; sapere che il balcone traboccante di fiori carbonizzati della mia dirimpettaia, probabilmente non è infausta carenza di pollice verde, bensì estasi mortuaria da piante in putrefazione, non cambia poi di molto la mia esistenza; però mi fa riflettere.
Innanzi tutto su cosa sia a determinare la propensione verso l'una o l'altra tendenza. Lasciando da parte l'ovvietà di cose come l'imprinting, la famiglia, l'educazione ( proprio per il paradosso che le vuole parte in causa, sempre e comunque), ci devono essere altri fattori che rendono questa spinta decisiva. Quali sono? Perchè la morte piuttosto che la vita? Qual è l'attrattiva della morte? Non lo so. Troppi dubbi e informazioni insufficienti per dare una risposta. Anche perchè, se si pensa che il necrofilo NON E' un aspirante suicida, una persona che vuole morire ma, paradossalmente (di nuovo), qualcuno che vive per la morte, la cosa sembra farsi ancor più complicata.
Forse, è un altro degi inspiegabili dualismi dell'essere umano. O comunque spiegabile fino ad un certo punto, superato il quale, si naviga nell'ignoto in quanto si tratta di tendenze insite in noi in maniera duplice.

Con questi pensieri, me ne vado a dormire. Sarà una lunga domenica. Semmai dentro di me dovessero nascondersi tendenze necrofile, sono certa si esprimano in ambito letteral-musicale. Guardo al passato, sempre e comunque. Perciò vi lascio con un video. Suono, canto e mi dimeno. Scherzo. Riguardo al "mi dimeno". E' solo un (modesto, modestissimo, vergognoso e pronto ad essere distrutto) tentativo di omaggiare il vecchio Frank Sinatra. Ne seguiranno altri, visto che si tratta solo di un 1-2-3 prova. E se questo fa di me una parzialmente necrofila, beh, magari mi merito pure un grazie. Altrimenti, l'omaggio sarebbe andato (che so) a DJ Francesco.

p.s. Mettetvi le cuffie o vi esploderanno le casse; a quanto pare il video maker del mio pc non ama molto gli acuti. E scusatemi se mi sono permessa, non solo di tributare al Re Frank, ma di postare la cosa insieme ad un pippone sulla necrofilia. Non me ne vogliate. E siate clementi.

video

giovedì 15 settembre 2011

GROUND CONTROL TO MAJOR TOM

C'è il buio dall'altra parte. E c'è la luce. Proprio come da questa parte, nella stessa esatta misura. L'unica differenza, è che per noi che siamo di qua, è come se ci fosse solo il buio più nero. Lei ci gira intorno mentre noi giriamo su noi stessi, in una sorta di antica danza in cui lei mostra solo il suo viso, mai la sua schiena. E noi ci siamo pure affezionati a quella metà, è rassicurante saperla la, notte dopo notte, con quel volto fatto di mari e pianure. E vai a sapere che succede, dietro la sua schiena, vai a sapere cosa c'è. Qualcuno c'è stato. Qualche uno. Tipo tre. E uno di loro ha detto che sembra una montagna di sabbia su cui i suoi figli abbiano giocato per un po'; mi vengono in mente castelli distrutti, orme di piedi non più lunghi di una spanna,  piccole "Ψ" lasciate dai gabbiani. Ma credo sia un po'riduttivo. Forse come dire che l'aurora boreale ricorda i giochi di luce di un concerto di Madonna.
E poi c'è quella cosa, quella cosa che la dietro non puoi parlare con nessuno, non ti sente nessuno. Qualunque cosa succeda oltre quella linea di confine è insondabile. Un inevitabile black out delle comunicazioni radio, l'incapacità di sapere cosa succeda in quell'emisfero lontano, la consapevolezza della sua esistenza, l'impossibilità di atterrarci.

E' curioso.
E' esattamente ciò che succede con le persone.
C'è una parte di loro che conosciamo fin troppo bene. Errata corrige. Che crediamo di conoscere fin troppo bene. Quella parte routinaria, quotidiana, apparentemente sempre uguale a sè stessa, su cui sembra quasi superfluo indagare, per quanto siamo certi di conoscerla; è sempre li, in bella vista. I colleghi, gli amici, i familiari. Gente che conosciamo da una vita, magari, di cui ci siamo costruiti un'idea così solida da renderla indisturbabile. Al di la, il nulla. Come fossero prototipi di cartone bidimensionali, ci convinciamo che è davvero tutto li, ciò che c'è da vedere in una persona, e noi la conosciamo così bene da non avere nemmeno bisogno di chiederci se non ci sia altro. E questa è una caratteristica dei rapporti stabili, duraturi. Più sono gli anni passati insieme, meno si sente il bisogno di conoscere l'altra persona. La passività insita in questo atteggiamento non finisce mai di spaventarmi. La capacità di creare un archivio mnemonico, di creare categorie di comportamenti, giudizi, persone, e di cucirli addosso ad un individuo al posto della sua faccia, è qualcosa che mi da i brividi. Eppure, funzioniamo così. Siamo progettati per etichettare e categorizzare le cose, per tentare di semplificarle, ordinarle, in qualche modo che ci permetta di tenerle sotto controllo. 

Quando qualcosa disturba questa quiete apparente, quando ci accorgiamo che c'è qualcosa che non sappiamo, ci spaventiamo, rimaniamo delusi, feriti, sorpresi; come se ogni cosa ci riguardasse personalmente, come se le cose fatte dagli altri fossero sempre fatte nei nostri confronti, come se le persone che ci circondano avessero acconsentito tacitamente a non deludere mai l'idea che noi abbiamo di loro.  Non si tratta solo di idealizzare chi amiamo, o di nutrire sane aspettative, c'è qualcosa di più profondo, di più infimo, ancestrale, viscerale. Egocentrismo. Allo stato puro, nella sua forma peggiore. Aspettarsi dagli altri che non cambino è un muto augurio di morte, per come la vedo io. Del cuore, della mente, dell'anima. Svilite, svuotate, smezzate, ridotte ad essere il pallido simulacro di ciò che sono nella loro interezza, le persone diventano come fiori in vaso, recisi per essere cristallizzati nel loro apogeo, nella loro bellezza mortale, nel momento in cui rappresentano ciò che cerchiamo. E quando qualcosa in loro suggerisce un cambiamento, quando scopriamo che c'è un mondo inesplorato, mai lontanamente sospettato dietro a quello che siamo stati disposti a vedere fino a quel momento, ci sentiamo traditi, perchè quel mondo ci è franato addosso come una slavina, gelida, violenta, schiacciante. 
E ciò che mi affascina, è che la cosa riesce ad essere una delle più dolorose esperienze umane a livello emotivo, e allo stesso tempo una delle più liberatorie. Rendersi conto che ogni luna ha una faccia oscura, imperscrutabile, oltrepassata la quale le comunicazioni si annullano, non ci da il diritto di piangere sull'impossibilità di conoscere una persona nella sua completezza, piuttosto la chiave per liberarla (e liberarci) da quel manto di idee, aspettative, cose a caso, con cui l'avevamo vestita. 

Non mi ricordo quando è caduto il mio mondo idealizzato, è passato molto tempo. Probabilmente ero troppo piccola per ricordarmi come si sta quando si è ciechi. Ma sono contenta di sapere che c'è un universo di cose impalpabili dietro quello di cose tangibili. Le persone sono così dense, stratificate, complicate, così belle, spesso anche dove i nostri occhi non vedono, che non posso non essere felice che non sia tutto li, a misura d'occhio, in punta di lingua, a portata d'orecchio. Se lo fosse, non ci saremmo certo evoluti fino a questo punto. La gente se ne dimentica, ma ha dello straordinario il semplice fatto di essere consapevoli di noi stessi, di ciò che facciamo, di avere coscienza della nostra finitezza mortale, di esserci superati a tal punto da possedere libero arbitrio anche riguardo i bisogni primari. L'intelligenza, lo spessore, l'eterogeneità delle persone , non può che coincidere con una serie immane di cose insondabili, invisibili ma altrettanto fondamentali. E lo so che quello che stiamo vedendo a livello umano, non è un bello spettacolo, mi rendo conto che gli esseri umani sono capaci di cose atroci in virtù di valori senza valore, del libero arbitrio, di stupidi razzismi di sorta, ma so anche che gli esseri umani sono capaci di cose straordinarie, bellissime, potenti. E voglio credere che la strada migliore per riconoscere ad ogni individuo il diritto inalienabile di essere sè stesso, passi anche attraverso la presa di coscienza della nostra imperfezione, l'elasticità mentale che consente di non relegare le persone nella loro rappresentazione bidimensionale,attraverso la rottura di quelle catene mentali che spingono le persone ad essere conformi ad una/o aspettativa/stereotipo da una parte, a condannare chi non lo è dall'altra. Si tratta di libertà. e la libertà non si da, non si concede, non si baratta. La libertà è o non è. Tutto il resto è libertà vigilata, condizionale, falsata. Quindi, non è. Quando sarà, basterà guardarsi negli occhi per saperlo. E' un giorno lontano, questo, che non farò in tempo a vedere, ma il pensiero che forse, i figli, dei figli, dei figli, dei miei figli, saranno così scevri da ogni condanna, su di sè e sugli altri,  da non riuscire nemmeno ad immaginarlo un mondo così orribile come quello che sto descrivendo, non mi fa dubitare nemmeno per un secondo che non ne valga la pena.


venerdì 9 settembre 2011

DR. JEKYLL & MR. HYDE

So cose che non dovrei sapere. Cose che si suppone io non sappia, che mi sfiorano appena, indirettamente, di cui sono venuta a conoscenza in maniera accidentale. Così mi capita di ritrovarmi sola, con queste informazioni disattente e imprecise tra le mani, scomode come un sasso nella scarpa, così piccole da essere solo la debole sfumatura di una verità oggettiva. Ma io che con le sfumature ci coloro mondi interi, non riesco a smettere di pensarci, a quel dettaglio insignificante e vigliacco.
Aggravanti, attenuanti. Punti di vista. A volte il la differenza è così sottile che le due cose coincidono.
E ora? Che ci faccio? Assolutamente niente, le caccio sotto il tappeto, dove stanno le altre cose che non dovrei sapere, così si fanno compagnia tra di loro.

Conosco Mr. Hyde da molti anni. Le modalità della nostra conoscenza, non mi permettono di essere obiettiva, imparziale, ma credo di sapere chi è. E' una persona intelligente, ironica, sbrigativa, disattenta, individualista, forse un po'crudele, pur senza intenderlo. Mi sono sempre chiesta che volto avesse il  Dottor Jekyll; avendolo intravisto solo in rare occasioni, mi riesce impossibile tracciarne un ritratto, nonostante tutto questo tempo. Ad un certo punto, credo di aver rinunciato all'idea di conoscere il Dottor Jekyll, di essermi quasi scordata della sua esistenza, tanto è predominante in lui la presenza Mr Hyde. E avrei continuato a credere nell'assenza quasi totale di lotte intestine tra i due, se non fossi inciampata in quelle cose che non dovrei sapere.
Sono rimasta di stucco, nello scoprire che Hyde è vivo e vegeto dentro Jekyll. Questo cambia tutto. Hyde sa di essere Jekyll. E allora la prospettiva non è più la stessa, non può più essere la stessa.

E quella frase, come una piccola incrinatura su un vinile, risuona in loop nel mio cervello, ininterrottamente ormai, e non accenna a smettere. Un dettaglio che ha la rilevanza di una cerniera in un pomposo abito con strascico; di un fotogramma in un film di 180 minuti; di una macchia in un dipinto di Monet. Nessuno la nota, nel complesso. Ma se non ci fosse, la differenza sarebbe sostanziale.

E mi dispiace, mi dispiace davvero tanto; perchè lo so come ci si sente, e vorrei poter fare qualcosa, vorrei dirgli " Lo so. Non ti preoccupare, usami per dire tutto quello che ti sei tenuto dentro fino adesso, usami per fare a metà con qualcuno delle tue pene, usami anche se sono l'ultima persona al mondo con cui vorresti parlarne, perchè non c'è nessun altro che puoi usare ed io lo so. Consegnerò tutto al vento e poi me ne dimenticherò". Ma non posso. Non posso proprio. E fa male. 

Non credo di aver mai sospettato in lui una sensibilità così spiccata da essere invisibile ad occhio umano.
 Non credo di aver mai percepito la stonatura tra ciò che è nella sua essenza e ciò che si vede , tra Jekyll e Hyde.
Non credo nemmeno che sia ciò che Jekyll desidera, a questo punto. Probabilmente, il suo alter ego gli consente una gamma così vasta di opzioni da renderlo libero di fare ciò che vuole, nel bene e nel male, anche fregandosene di tutto il resto; l'irrimediabile malignità che è il mordente che tiene vivo Hyde, assurge a giustificazione di ogni cosa, di ogni aspettativa disillusa, di ogni passo falso, di ogni compito inadempiuto. Perchè è questo che ci si aspetta da lui in quanto Hyde. E se, qualche volta, nel mezzo, ne scappa una giusta, chi gli sta intorno, al massimo, potrà rimanerne piacevolmente sorpreso; per tutte quelle volte in cui il risultato non è altro se non la conferma del suo essere fallimentare sotto multipli punti di vista, la reazione di chi gli sta intorno sarà un "c'era da aspettarselo" amaro ma consapevole.
Una tristezza inenarrabile mi sale dal petto nel sapere quest'uomo vittima dell'unica parte di se stesso che ha saputo, voluto, potuto mostrare, schiavo di quella sua incapacità di lasciarsi essere, di mettersi in gioco, ostentando disineresse come scudo per il mondo, come scusa per ogni mancanza, come paravento per non essere visto. 
I paraventi coprono alla vista, i tappi all'udito, la distanza al tatto, l'assenza al gusto, il profumo all'olfatto, ma non c'è niente, e dico niente, in grado di coprire gli strepiti di un animo in pena.

Non c'avevi pensato a questo, eh Jekyll? Nella furia giovanile che ti ha spinto a plagiarti per lasciarti libero di essere schiavo, negli anni passati a costruirti un'armatura di cartone con la parte peggiore di te, non hai messo in conto che c'è un senso senza nome, che non ha un organo di riferimento, il cui unico strumento è il sentire, in grado di smascherare la tua natura celatamente bifida, di scovare la parte migliore di te anche sotto tutti quegli strati di roba che ti sei messo addosso negli anni. La cosa positiva delle gabbie mentali, la cosa che solitamente sfugge, ma che non discrimina, sia che tu ti ci sia trovato dalla nascita, sia che tu te le sia costruito intorno, è che la chiave ce l'hai tu. Sempre. 

Perciò, nonostante la testardaggine che ti tiene incatenato in un mondo in cui sei solo con te stesso, nonostante sappia che non ti va affatto di toglierti la maschera e lasciare la tua comfort zone, nonostante abbia solo supposto tutto questo dalla cerniera della tua armatura, il mio augurio, caro Jekyll, è quello di lasciar cadere i paraventi, di non aver paura, di lasciarti uscire per come sei.  E te lo scrivo qui, dove non puoi leggerlo perchè non sai dell'esistenza di questo posto, te lo dico qui, nell'unico posto dove posso farlo per ora, lo dico a te, cui sono lontana nei fatti, vicina nel cuore. Troverò un modo per farmi strada attraverso la tua armatura, dirti tutto questo quando sarai pronto a sentirlo, senza che la cosa prenda i toni accesi di una caccia alle streghe, senza che i tuoi paraventi debbano cadere se tu non sei pronto a lasciarli andare, senza che nessuno sappia che io so, se tu non lo vorrai.
Ricordati che ti voglio bene, Dottor Jekyll, nonostante tutto.


venerdì 2 settembre 2011

A CUORE APERTO

“L’unica ossessione che vogliono tutti: “l’amore”. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due”(Philip Roth - L’animale morente)

Mi fa sempre uno strano effetto trovare nelle parole di qualcuno la sintesi esatta di un mio pensiero, è quasi come prendere la scossa. Anzi no. E' come quando suonano alla porta, tu corri ad aprire in mutande, ancora grondante d'acqua pensando che sia F. e invece è l'agente immobiliare incravattato con la famiglia del mulino bianco venuta a perlustrare la catapecchia. E' come essere letti nel pensiero, o spiati dal buco della serratura. Ecco come ci si sente a trovare i propri pensieri nelle parole di qualcuno. Nudi.

Sono una persona ambigua. Non nel senso letterale del termine. Piuttosto, nel mio essere una creatura paradossale, la più semplice che possiate immaginare, la più complicata che la vostra mente possa concepire. E' facile avere a che fare con me. Poche pretese, pochi problemi, nessuna rigidità. Parlo tanto, rido tanto, le persone ridono con me. Non mi aspetto niente dalle persone, eccetto che siano loro stesse. Non mi piacciono le forzature, le falsità, la pochezza mentale. E mi comporto di conseguenza. Sono onesta, non faccio pressioni sugli altri per tentare di ficcarli a forza nel mio ideale di amic*/partner/qualsivoglia ruolo, e sono una persona elastica. Ottima consigliera, sono nota per le mia diplomazia e per la mia capacità di "vedere" le persone. Credo sia l'amore a far girare il mondo, in ogni forma possibile. Credo al buono nelle persone, voglio la felicità per le persone che amo, indipendentemente da quanto possa allontanarle da me, non credo di credere in dio, ma credo a Babbo Natale. Quello, almeno, l'ho conosciuto.Qualcuno mi ha detto che ho il cuore grande così. Io ci credo, a volte. A volte no.

Questa, è la stessa persona che, litigando col padre a 8 anni, adduceva a motivazione rafforzativa un " papà, siamo diversi, io naturale, tu frizzante", inteso come un "Vivi e Lascia Vivere" ante litteram (ante litteram per me che sapevo a malapena allacciarmi le scarpe, s'intende). La stessa persona che si dice disponibile per gli amici e poi non risponde ai messaggi se non sono passati tre giorni, salvo poi sostenere ( e crederci realmente) che non ci fa caso, che anche se è così naive, le persone che ama se le porta dietro pure in borsetta, quando va al lavoro. Autoreferenziale, impaurita dalle vicinanze, dalle dinamiche relazionali e dal dolore che si può causare agli altri anche senza far niente, solo inadempiendo alle loro aspettative.
(Ora la smetto con questa terza persona che fa tanto biografia di autore semisconosciuto di serie D che non conoscerà fama neanche dopo la morte)
Egoista part-time, altruista in nero. Così egoista da riservarmi sempre una overdose variabile di impenetrabilità, da mettere una certa distanza tra me e gli altri che preservo no matter what, da convincermi che io, semmai avessi un figlio, sarebbe in provetta; così egoista da rifiutare un invito di un amica anche se non ci vediamo da tre settimane, da arrivare in ritardo al matrimonio di L. sapendo che avrei potuto evitarlo.
E poi altruista, si. Perchè rifiuto inviti quando so che non sono dell'umore adatto e finirei per bidonare all'ultimo, altruista perchè dietro molte delle cose che faccio o meno, c'è un ragionamento volto a evitare o attutire sofferenze altrui; altruista perchè sono restia a dire ciò che non va se so che l'altra persona ha agito in buona fede e potrebbe sentirsi in colpa; perchè se ci rimango male cerco di nasconderlo, perchè non mi spazientisco, perchè non cerco di forzare un punto di vista ad essere uguale al mio, perchè sento di fare un favore a tenere le persone un po'lontane.

Chiara e prolissa riguardo ciò che penso, altrettanto criptica e parziale riguardo ciò che sento. Ma in realtà, vorrei dire ogni cosa, vomitare ogni pensiero, in maniera adolescenziale, senza prendermi alcuna responsabilità per le conseguenze. Anche questo posto che mi è tanto caro, è un luogo compromesso. Per diverse persone che passano di qui, ho una tridimensionalità, una voce, una fisicità inconfondibile, un numero di telefono. Persone che conoscono la consistenza al tatto dei miei capelli, che sanno esattamente qual è la mia faccia quando mi sveglio, che non hanno bisogno di chiedermi come prendo il caffè; persone che riconoscerebbero il suono della mia risata in mezzo a una folla, che saprebbero distinguermi di spalle in un capodanno in piazza Duomo. E quindi, costruisco questo luogo di volta in volta, parola dopo parola, mattone dopo mattone, inventando metafore, stratagemmi, allusioni che mi permettano di riversare il flusso inestinguibile di pensieri che, altrimenti, finirebbe per soffocarmi, senza dire chiaramente come mi sento, senza rendermi mai troppo vulnerabile. Di cos'è che ho paura? Di ferire? Certo. Di ferirmi? Anche. E poi, che altro c'è? Forse c'è che quel muro emotivo che tanto anelo a valicare, è una delle cose che non riesco a smettere di erigere intorno a me. Non so cosa mi spinga a farlo. La paura forse. Paura di me, di lasciare che tutte le mie brutture feriscano le persone che amo.

E qui, inaspettatamente, la matassa di lana si ingarbuglia irreversibilmente invece di sciogliersi. Perchè non è così semplice ed intuitivo come vorrei. Non cerco di nascondermi. Mai. Faccio il possibile perchè le persone sappiano quanto io sia orribile, prima che debbano effettivamente testarlo sulla propria pelle. In pratica, li metto in guardia da me, snocciolo i miei difetti peggiori elencando i punti deboli, i motivi per cui , in una determinata situazione, io reagisca in maniera tale da rendermi potenzialmente dannosa. Non lo faccio stilando liste infinite, non sono così organizzata e meticolosa, ma se la conversazione supera una certa soglia di superficialità, cerco di mostrarmi per quella che sono. Sono consapevole delle mie brutture, e se ci tengo a qualcuno, se mi piace qualcuno, se ho stima di qualcuno, voglio che sappia quanto posso essere una brutta persona. Il prima possibile. Così apro l'impermeabile, e mostro le vergogne. Poi richiudo e non lo apro più. Vorrei che le mie ambiguità fossero visibili fin da subito, ecco. Vorrei avercele scritte in fronte, con un faretto puntato in faccia, in modo da renderle avvistabili anche a distanza.
Voglio che le persone sappiano che sono piena di difetti, che ho un'idea ritenuta bizzarra ( a dir poco) sulla maggior parte delle questioni, dalla maggior parte delle persone. Voglio che sappiano che sono parte di me. E voglio tutelarli da quanto posso essere orribile, mio malgrado. Voglio mostrare i miei aculei che, schopenhauerianamente parlando, sono più lunghi della media.

Tutto qua.

"Tutto qua", purtroppo, è riduttivo, semplicistico, affrettato. So che non è tutto qua, che questa è solo la punta dell'iceberg, ma credo che questo possa spiegare, almeno in parte, come mai io non riesca ad avere la tranquillità necessaria a lasciar uscire tutto quello schifo che mi porto dentro.

Mi sento uno schifo. A tratti. Non sento quel senso di leggerezza che credevo avrei provato. La mia progettualità futura, già in una situazione critica, è ora giunta a livelli incredibilmente infimi per un essere umano. Un pesce rosso con una memoria di 3 secondi, fa più progetti di quanti sia in grado di farne io al momento, tanto per essere chiari.

Non sento niente. A tratti. Come se il mio cuore (o qualunque sia l'organo addetto a queste cose), ogni tanto fosse spostato fuori dalla sua sede.
Lo pungo con un ago per assicurarmi che sia vivo e scopro che, si, il dolore arriva, solo deve fare un giro un po'più lungo per arrivare al cervello, dislocato com'è in qualche periferia del mio corpo.

Sento tutto. A tratti. Il calore, il dolore, le lacrime che salgono e stavolta non cerco di fermare, le cose che vorrei essere ma non sono, le cose che mi mancano per essere me stessa ma che se avessi sarei già altro da me stessa. Sento finalmente qualcosa. E pur di sentire, va bene anche il dolore. Qualcosa di a lungo trattenuto, affiora dalla gola come un cadavere dalle acque di un fiume. Lo sento, fisicamente, una spanna più in alto dello sterno, in attesa di essere riportato a riva o a fondo, a seconda di ciò che deciderò di fare. Per un attimo credo stia per avvicinarsi a riva. Allungo una mano, lo tocco con la punta delle dita, ma non ho abbastanza forze per trascinarlo fuori dall'acqua, e quando ritorna la corrente, se lo riporta via, lontano, dove non posso più vederlo, ma posso ancora sentirne il sapore. Tornerà, lo so. Tornerà ed io forse, di nuovo, non sarò in grado di tirarlo fuori dall'acqua.

Anni fa, dissi a Stè che l'espressione che meglio poteva definirmi era "Placata d'oro". Ogni tanto mi ci sento realmente,placata d'oro. Luccico al sole, splendida, nel mio involucro carino, ironico, esuberante, dolce all'occorrenza, camionista se necessario, intelligente e pure interessante. Poi, col tempo, perdo smalto, come quelle tristi statuette da Oscar fasulle; gratti un po', e ti accorgi che in realtà, sono fatta di una lega sconosciuta, un frammisto di legno, plastica cinese, pietra e merda. Gratti ancora, ed esce sangue, mescolato ad un liquido nero e denso, il risultante di tutte le mie brutture. Quando ormai ho perso la mia forma originaria, rimane solo il cuore, avvinghiato all''anima. Li stanno solo le cose belle, l'amore, il dolore che si è depositato li in fondo come catrame in grembo ai polmoni, la luce imperitura di ciò che ho dato e ricevuto in questa vita. E se poteste vedere solo questo, se ci fosse solo questo, sono sicura che sarei una persona splendida. Ma non è così, voi non potete vedere solo questo, ed io non sono solo questo.
E per oggi, ho detto abbastanza.