giovedì 15 settembre 2011

GROUND CONTROL TO MAJOR TOM

C'è il buio dall'altra parte. E c'è la luce. Proprio come da questa parte, nella stessa esatta misura. L'unica differenza, è che per noi che siamo di qua, è come se ci fosse solo il buio più nero. Lei ci gira intorno mentre noi giriamo su noi stessi, in una sorta di antica danza in cui lei mostra solo il suo viso, mai la sua schiena. E noi ci siamo pure affezionati a quella metà, è rassicurante saperla la, notte dopo notte, con quel volto fatto di mari e pianure. E vai a sapere che succede, dietro la sua schiena, vai a sapere cosa c'è. Qualcuno c'è stato. Qualche uno. Tipo tre. E uno di loro ha detto che sembra una montagna di sabbia su cui i suoi figli abbiano giocato per un po'; mi vengono in mente castelli distrutti, orme di piedi non più lunghi di una spanna,  piccole "Ψ" lasciate dai gabbiani. Ma credo sia un po'riduttivo. Forse come dire che l'aurora boreale ricorda i giochi di luce di un concerto di Madonna.
E poi c'è quella cosa, quella cosa che la dietro non puoi parlare con nessuno, non ti sente nessuno. Qualunque cosa succeda oltre quella linea di confine è insondabile. Un inevitabile black out delle comunicazioni radio, l'incapacità di sapere cosa succeda in quell'emisfero lontano, la consapevolezza della sua esistenza, l'impossibilità di atterrarci.

E' curioso.
E' esattamente ciò che succede con le persone.
C'è una parte di loro che conosciamo fin troppo bene. Errata corrige. Che crediamo di conoscere fin troppo bene. Quella parte routinaria, quotidiana, apparentemente sempre uguale a sè stessa, su cui sembra quasi superfluo indagare, per quanto siamo certi di conoscerla; è sempre li, in bella vista. I colleghi, gli amici, i familiari. Gente che conosciamo da una vita, magari, di cui ci siamo costruiti un'idea così solida da renderla indisturbabile. Al di la, il nulla. Come fossero prototipi di cartone bidimensionali, ci convinciamo che è davvero tutto li, ciò che c'è da vedere in una persona, e noi la conosciamo così bene da non avere nemmeno bisogno di chiederci se non ci sia altro. E questa è una caratteristica dei rapporti stabili, duraturi. Più sono gli anni passati insieme, meno si sente il bisogno di conoscere l'altra persona. La passività insita in questo atteggiamento non finisce mai di spaventarmi. La capacità di creare un archivio mnemonico, di creare categorie di comportamenti, giudizi, persone, e di cucirli addosso ad un individuo al posto della sua faccia, è qualcosa che mi da i brividi. Eppure, funzioniamo così. Siamo progettati per etichettare e categorizzare le cose, per tentare di semplificarle, ordinarle, in qualche modo che ci permetta di tenerle sotto controllo. 

Quando qualcosa disturba questa quiete apparente, quando ci accorgiamo che c'è qualcosa che non sappiamo, ci spaventiamo, rimaniamo delusi, feriti, sorpresi; come se ogni cosa ci riguardasse personalmente, come se le cose fatte dagli altri fossero sempre fatte nei nostri confronti, come se le persone che ci circondano avessero acconsentito tacitamente a non deludere mai l'idea che noi abbiamo di loro.  Non si tratta solo di idealizzare chi amiamo, o di nutrire sane aspettative, c'è qualcosa di più profondo, di più infimo, ancestrale, viscerale. Egocentrismo. Allo stato puro, nella sua forma peggiore. Aspettarsi dagli altri che non cambino è un muto augurio di morte, per come la vedo io. Del cuore, della mente, dell'anima. Svilite, svuotate, smezzate, ridotte ad essere il pallido simulacro di ciò che sono nella loro interezza, le persone diventano come fiori in vaso, recisi per essere cristallizzati nel loro apogeo, nella loro bellezza mortale, nel momento in cui rappresentano ciò che cerchiamo. E quando qualcosa in loro suggerisce un cambiamento, quando scopriamo che c'è un mondo inesplorato, mai lontanamente sospettato dietro a quello che siamo stati disposti a vedere fino a quel momento, ci sentiamo traditi, perchè quel mondo ci è franato addosso come una slavina, gelida, violenta, schiacciante. 
E ciò che mi affascina, è che la cosa riesce ad essere una delle più dolorose esperienze umane a livello emotivo, e allo stesso tempo una delle più liberatorie. Rendersi conto che ogni luna ha una faccia oscura, imperscrutabile, oltrepassata la quale le comunicazioni si annullano, non ci da il diritto di piangere sull'impossibilità di conoscere una persona nella sua completezza, piuttosto la chiave per liberarla (e liberarci) da quel manto di idee, aspettative, cose a caso, con cui l'avevamo vestita. 

Non mi ricordo quando è caduto il mio mondo idealizzato, è passato molto tempo. Probabilmente ero troppo piccola per ricordarmi come si sta quando si è ciechi. Ma sono contenta di sapere che c'è un universo di cose impalpabili dietro quello di cose tangibili. Le persone sono così dense, stratificate, complicate, così belle, spesso anche dove i nostri occhi non vedono, che non posso non essere felice che non sia tutto li, a misura d'occhio, in punta di lingua, a portata d'orecchio. Se lo fosse, non ci saremmo certo evoluti fino a questo punto. La gente se ne dimentica, ma ha dello straordinario il semplice fatto di essere consapevoli di noi stessi, di ciò che facciamo, di avere coscienza della nostra finitezza mortale, di esserci superati a tal punto da possedere libero arbitrio anche riguardo i bisogni primari. L'intelligenza, lo spessore, l'eterogeneità delle persone , non può che coincidere con una serie immane di cose insondabili, invisibili ma altrettanto fondamentali. E lo so che quello che stiamo vedendo a livello umano, non è un bello spettacolo, mi rendo conto che gli esseri umani sono capaci di cose atroci in virtù di valori senza valore, del libero arbitrio, di stupidi razzismi di sorta, ma so anche che gli esseri umani sono capaci di cose straordinarie, bellissime, potenti. E voglio credere che la strada migliore per riconoscere ad ogni individuo il diritto inalienabile di essere sè stesso, passi anche attraverso la presa di coscienza della nostra imperfezione, l'elasticità mentale che consente di non relegare le persone nella loro rappresentazione bidimensionale,attraverso la rottura di quelle catene mentali che spingono le persone ad essere conformi ad una/o aspettativa/stereotipo da una parte, a condannare chi non lo è dall'altra. Si tratta di libertà. e la libertà non si da, non si concede, non si baratta. La libertà è o non è. Tutto il resto è libertà vigilata, condizionale, falsata. Quindi, non è. Quando sarà, basterà guardarsi negli occhi per saperlo. E' un giorno lontano, questo, che non farò in tempo a vedere, ma il pensiero che forse, i figli, dei figli, dei figli, dei miei figli, saranno così scevri da ogni condanna, su di sè e sugli altri,  da non riuscire nemmeno ad immaginarlo un mondo così orribile come quello che sto descrivendo, non mi fa dubitare nemmeno per un secondo che non ne valga la pena.


5 commenti:

carpe diem ha detto...

che postone fango...lungo lungo come l'universo...e bello come tutte le domande che ti poni.sei una persona curiosa ....

Guido Sperandio (Ebby) ha detto...

La sfida: tradurre questo post in tweet:)))

miwako ha detto...

@ carpe diem: Sai, fanghetto, è bello che anche se siamo lontane tu possa comunque "vedermi" attraverso quello che scrivo, è bello che, grazie al blog, possiamo condividere qualcosa che, altrimenti, a cause delle nostre vite lontane, non riusciremmo a fare.

@ Guido: Il lato oscuro della luna è come il lato oscuro delle persone. Non si vede mai, ma c'è. Eccome se c'è.

Non si direbbe, ma ho ottime capacità di sintesi ^_-

Guido Sperandio (Ebby) ha detto...

Vero, e complimenti!!!

Gab ha detto...

grande titolo qui. Hai presente quando la canzone dice "and I think my spaceship knows wich way to go"? C'è un controcanto tenue, in alto a sinistra (almeno lì me lo ricordo), che non finisce con un semplice "gooo", ma tira via una cosa tipo "gouaa", che sembra venire davvero dallo spazio. Ogni volta mi scarica un brivido spinale: sono i miei 5 secondi preferiti in tutta la storia della musica.
 
il lato oscuro c'è, ma non è mai buio pesto, soprattutto se fai abituare le pupille..
 
ciao, Gab