sabato 29 ottobre 2011

TESORO, MI SI E' SMAGNETIZZATO IL CERVELLO

PREMESSA: Dovete sapere, che nella libreria in cui lavoro ci viene un sacco di gente. E' un megastore, con libri, musica, dvd, caffetteria, sala lettura e wireless. Il calendario degli eventi è sempre fitto, e trovandosi in zona Duomo, l'affluenza a determinati orari è impressionante. In queste circostanze, a volte, può capitare di stipulare una trentina di fidelity card in poche ore, in mezzo a centinaia di scontrini; perciò, una cassiera simpaticamente scassacazzo come me, non può far altro se non usare il sense of humour per rompere la ripetitività delle frasi che, altrimenti, si susseguirebbero uguali a sè stesse per giorni e giorni. Così, con la mia proverbiale ironia, chiedo un armistizio quando la cassa s'inceppa; propongo uno scambio di prigionieri per restituire la carta di credito al legittimo proprietario in cambio dello scontrino firmato; "corrompo" i clienti con due segnalibri gratuiti in più (offerta imperdibile a mio avviso) quando sto per finire i pezzi da 5€ .
E a volte, faccio cilecca. Il mio senso dell'umorismo va in panne e finisco per fare battute criptiche che hanno senso solo se sei me o stai in un ospedale psichiatrico.

Ecco, oggi era uno di quei giorni.

Il Noto Scrittore (di seguito N.S.) , arriva alla cassa dopo aver tenuto una conferenza in libreria. "Fagli il 15% di sconto su qualsiasi acquisto", ordini del boss. "E chiedigli pure se vuole fare la nostra tessera". Sapendo che vive a Torino e che è venuto qui solo per il tour promozionale del libro, glielo chiedo a testa bassa, giusto in qualità di ultima ruota del carro. 

io:    "Per caso vuole fare la nostra tessera?"
n.s."Eh ... Non vivo qui, vengo da Torino, sarebbe un tantino scomodo venire fino a qui a comprare i libri!"
io:    "Un po'troppo distante, capisco"
n.s.sorride "Eh già."
io:    "Peccato, avrei voluto investirla"
n.s.: attonito" ..."
io:   "Nel senso di investitura, cerimonia di investitura ... Sa,  col potere conferitomi dalla libreria XXX di Firenze, non fisicamente... Anche perchè, non essendo automunita dovrei farlo a piedi."
Lui sorride vagamente imbarazzato, paga, e se ne va.

Ora,  io mi domando e dico, ma come diavolo mi è venuta??? Com'è possibile che io abbia la maestria necessaria ad usare il senso dell'umorismo completamente a sproposito?
"Avrei voluto investirla".
 Gli ho detto "Avrei voluto investirla"
Ancora non me ne capacito. 
E mentre aspetto che lo scontirno esca dal pos, c'è un attimo in cui penso: " Ora esplodo. Esplodo, gli rido in faccia dopo avergli detto AVREI VOLUTO INVESTIRLA, e poi inizio a scavarmi una buca".
Invece, mi sono limitata a continuare a stipulare fidelity card e battere scontrini, senza dire una parola in più del necessario.
Una brava cassiera, sa quando è tempo di tacere. E il momento in cui minacci involontariamente di morte un Noto Scrittore, è decisamente un buon momento per smettere di parlare.

martedì 25 ottobre 2011

TUTTO COME SEMPRE, NIENTE COME PRIMA

Giro la chiave nella serratura ed entro in casa. Buio assoluto, silenzio pure. Accendo la luce. Sorrido d'istinto, abbracciata da tutte quelle cose che conosco così bene. Senza neppure togliermi il cappotto, mi siedo sul divano verde e inizio a rovistare in mezzo a ciò che sono tornata a prendere. Tecnologia e libretti d'istruzioni. Concentrata, leggo, sfoglio,configuro, fumo. Dopo un paio d'ore, qualcosa di indefinito mi spinge ad alzare lo sguardo, e mi accorgo che le cose hanno cambiato posto. Non un libro, due cuscini, un candelabro. No. Lo stesso divano della mia bisnonna, lo stesso su cui siedo, non è dove stava l'ultima volta che sono stata qui. La poltrona verde giace ora in mezzo alla stanza, assurta a pensatoio solitario, a ridosso della lampada. La poltrona marrone si è sdoppiata, come per mitosi, piuttosto che per magia. Ora sono due, a concludere quella curva ad "U" formata dal divano blu e dal divano verde. E ci sono due tavolini al centro. In conflitto, apolidi, che sembrano fuori posto un po'ovunque, in questa stanza troppo affollata di oggetti inanimati. Sorrido di nuovo. Da più di un anno a questa parte, ogni volta è la stessa storia. Sto via per un po' , torno a trovare i miei, e la disposizione della sala è immancabilmente cambiata. Puntualmente, non c'è stata volta in cui non sia accaduto. E' una sensazione buffa, tornare ogni volta in una casa diversa nonostante sia la stessa.
Questa volta, anche più delle altre, le cose sono diverse. Ed io, non me ne sono accorta. Ho seduto qui per due ore buone, senza notare niente. Abbiamo pure la caldaia rotta, e ci fa un freddo cane in questa casa, ora che l'inverno ci ha sorpreso con i calcagni scoperti. Non so esattamente cosa spinga i miei a cambiare di continuo. Di certo, so che ci sono troppi mobili in questa stanza. Tre poltrone, due divani, tre tavolini, due tavoli importanti, un cassettone, un altro mobile a cassetti e la libreria. E poi i quadri, i libri sparsi, i computer, le anticaglie in peltro, le chitarre. Per un po' , devo ammettere, è stato destabilizzante ritrovarmi di continuo a dover riabituare l'occhio. Poi, la paradossale consuetudine che anche un cambiamento continuo può portare con sè, ha preso il sopravvento. Ora la situazione è rovesciata. Se torno a casa e le cose cambiano, non ci faccio neppure caso; mentre se rimangono uguali a sè stesse, mi accorgo immediatamente che c'è qualcosa di inusuale.

Scruto attentamente questo insolito paesaggio noto, e rifletto sulle persone che abitano questa casa, perennemente in transito, anche mentre sembrano immobili; magari è una perdita di caos. Il marasma che si agita dentro ognuno di noi, sfonda gli argini e sfoga in un banale remake degli spazi abitativi. L'inquietudine, la pacatezza, il bisogno di cambiare pur mantenendo un fil rouge che congiunga il domani a ciò che era ieri, come uno stuolo di leggi autoctone vergate su post-it appiccicati in cucina, su cui si legge in una lingua comprensibile solo a noi, che tutto è un continuum, che possiamo stare tranquilli, cambiare rimanendo sempre gli stessi, in equilibrio tra il filo del bucato e quello della corrente elettrica.
Piccole dosi, mi dico.
Smetto di scrivere, apro la finestra e lascio entrare il gelo umido di queste lande nebbiose, piovose che mi porto nel DNA. Fumo. Di nuovo. La carta si estingue, lenta, inesorabile, bruciata dall'aria, dal mio respiro. Stavolta è lei a darmi la misura del tempo che mi scorre addosso e si porta via un po' di me. Giace qui, il senso di questa incursione notturna tra queste mura piene di cose messe a caso, nell'ultima sigaretta di Zeno, nel cumulo di cenere brizzolata che ha dato retta a Newton e si è ammassata sul davanzale, a venti centimetri in linea retta dalle mie dita, nel prima e dopo che è, universalmente, un divenire.
Continuum.
Lo ripeto, come un mantra, chiudo la finestra e vado a dormire.

giovedì 20 ottobre 2011

BLU

E' tutto blu. La schiuma si muove lenta sopra di me. Lembi di pelle affiorano come arcipelaghi sparuti, in questa piccola vasca travestita da oceano. L'asciugamano appeso, la luce filtrata, la tenda blu, pure quella. Delfini anche qui. Inquietanti, tutti uguali, come i bambini del Villaggio Dei Dannati. Versione pokemon, però, aerografati di colori fluorescenti.
Mentre osservo le nuvole di sapone che giocano usando le mie ginocchia come nascondigli, fumo una sigaretta. Infinita. Interminabile. Nè la prima, nè l'ultima. Solo la migliore.
Alla mia pelle sembra di avere la febbre.
Il tappo della vasca è andato perduto. Infatti, il bagno non lo facevo da un po'. E' pur vero che, non foss'altro per una sorta di accanimento terapeutico, puntualmente improvviso totem di pesi in equilibrio per impedire all'acqua di lasciarmi scoperta. E puntualmente spuntano terre emerse. E fa freddo. E l'acqua scorre via.
Riapro il miscelatore; incolore, inizia a piovere dappertutto, le nuvole si sgonfiano, si stendono su di me, si rincorrono vorticose, disegnando cose mai viste sulla superficie tremula. Un gatto. Una pistola. Un paio di occhiali. C'è pure l'urlo di Munch. Sarebbe da fotografare, per un attimo è veramente identico. Una donna di Klimt percorre svelta la mia coscia sinistra, scivolando verso la sorgente, dove si trasformerà in altro.
Mi godo lo spettacolo di questa anacronistica versione liquida del test di Rorschach.
Sullo sfondo, il mio corpo deformato dall'acqua, il blu, la mia pelle che sembra ancora più bianca.
Penso che non appena l'acqua cesserà di scendere, tutto tornerà allo status quo ante, ed io avrò freddo. Il totem spunta tra le mie caviglie, fatto di plastica imbottita, ignorante, inservibile.
D'altra parte, il diametro della base sarà di 5 cm, quello del foro di 3,5, e nonostante l'effetto ventosa, devo prendere atto del fatto che un cerchio più grande non può colmarne uno più piccolo. Come un quadrato non può farlo con un triangolo.
Funzionano così pure gli esseri umani.
Eppure si ostinano,anche loro, in un cocciuto accanimento terapeutico (a ognuno il suo)  i cui esiti, sono spesso poco proficui.
Sette miliardi di forme geometriche, nessuna uguale all'altra, come i fiocchi di neve.
Allungo i piedi, afferro il totem e lo smonto. Una spugna forse andrà meglio.
Esisteranno anche le persone spugnose?
Mi chiedo come facciano a restringersi e dilatarsi, a seconda di quale sia l'incastro da colmare.
La spugna funziona, per la vasca.
Per gli umani, non lo so. Credo di no.

In questo stato quasi amniotico, il tempo, smette di esistere. Stille gelide, mi pungono le spalle dal cielo. Una camicia a quadri se ne sta sospesa quasi un metro sopra di me. Cadono ritmate. Ci provano loro a scandire un tempo che non è più quello mortale e non è nemmeno il mio. Un'eternità fugace tra una goccia e l'altra. Alzo gli occhi, cercando quella camicia che non mi appartiene, e penso che non c'è niente che mi appartiene, in realtà. Al massimo sono io ad appartenere a qualcosa. Forse, neppure questo.
E' una bella sensazione.
Non è smarrimento.
E' ritrovarsi. Così, come dovremmo essere.
Non si perde niente perchè niente ci appartiene.
Questa consapevolezza precaria durerà giusto il tempo indefinito di questo bagno.
Domani, quando qualcuno se ne andrà dalla mia vita, quando un'opportunità mi verra soffiata via sotto il naso, quando mi ritroverò in quei boschi sconosciuti in cui altre volte ho brancolato senza sapere dove fossi, sentirò di aver perso qualcosa. E se si può perdere solo ciò che ci è appartenuto, significa che c'è qualcosa che ci appartiene, oppure semplicemente, che ci illudiamo che qualcosa ci appartenga, sentendoci nel pieno diritto di soffrire per la perdita.
Eppure, si può perdere anche qualcosa che non ci appartiene, ma cui apparteniamo, e soffrirne ugualmente.
Anche queste parole che, come una ginnasta con i suoi attrezzi, sembrano un prolungamento di ciò che sono, in realtà, non mi appartengono. Smettono di farlo nel momento esatto in cui mi scivolano via dalle dita.
George Bataille diceva "Non posso considerare libero un essere che dentro di sé non nutra il desiderio di sciogliere i legami del linguaggio".
Spaventevole la verità condensata in una frase.
Paradossale che, una volta raggiunta la libertà che permette di affrancarsi dal peso delle parole, ci si ritrovi prigionieri dell'incomunicabilità.
Rumori di altre vite fuori di qui, mi riportano alla realtà. Nessuno dorme, questa volta, nella casa di via G. Non sento le lancette, ma so che il tempo ha ripreso a scorrere da dove si era incastrato.
Dovrei uscire, cedere il passo per il bagno che occupo già da troppo tempo, ma decido che posso esitare ancora un po', starmene qui a mollo, assieme a tutte queste cose che mi escono dalla testa e diventano reali, per un attimo, con sembianze quasi umane. Non ci si sta più, in questa vasca ormai affollata. Eppure c'è spazio per tutti. Le parole, disseminate come lentiggini sul pelo dell'acqua; le persone e le loro geometrie reali o presunte; il silenzio umido di questa stanza, che ascolta tutto quello che non dico. L'unica per cui sembra non esserci spazio a sufficienza, è la libertà. Ma non credo sia una questione di mere dimensioni; strizzarla in questo piccolo posto, sarebbe come tentare di imbottigliare tutta l'aria che c'è. E poi, la libertà, se ci sta, significa che già non è più.







martedì 18 ottobre 2011

PROVACI ANCORA S...TRONZO

AVVERTENZA: Quello che segue, sarà un post scurrile, volutamente senza censure e assolutamente non scremato.

Stanotte, in preda all'insonnia più nera, sono finita nel mio personalissimo ARCHIVIO 'NFAMI E SIMILARI, in cui custodisco gelosamente una serie di figure retoriche di masculi (ma non per forza tali) da cui ho subito abbordaggi più o meno invasivi; così, ho deciso di allestire una permanente per omaggiare suddetti loschi figuri. In occasione del vernissage, indosso un pigiama con gli orsi e un buco nei pantaloni, una sciarpa trovata in casa e una coperta di pile con due delfini molto più simili a due ornitorinchi obesi piuttosto che a due Narvali del Mediterraneo.
Ma bando alle ciance, che si aprano le danze.

L'ORMONAUTA AL GALOPPO
Estate. Festa in piscina. Con alcune amiche, ci facciamo strada tra la folla per raggiungere il miraggio (l'isoletta etilica); sgomitando passiamo tra un gruppo di adolescenti che ululano ubriachi assieme ai loro ormoni, e uno di loro dice ad un suo amico: "A quella col rossetto rosso glielo sbatterei in bocca". Silenzio stampa da parte mia e del mio rossetto.

L'INTENDITORE DELICATO, DELICATO COME UN PIUMINO ARGENTATO
Inverno. Discoteca. Blocco della circolazione. D'improvviso, sento una mano passarmi attraverso (letteralmente, attraverso), tipo Ghost, solo "leggermente più giù" di dove era toccato a Demi. Incazzata come una iena, mi volto di scatto e lo vedo. Sta in un angolo e sorride, impasticcato e beato. E indossa un piumino argentato. Tremendo, di quelle cose così oscene che quando le vedi vorresti che ti cascassero gli occhi. Lui non mi vede neanche arrivare, io non sento nemmeno più la musica, vedo solo fotogrammi. Due mani, le mie. Un collo, il suo. Sei mani, le mie amiche. Placata come un rugbysta di 130 chili (splendida regina), cerco di farmi sbollire la rabbia.
Finisce con un suo amico che si genuflette scusandosi per il suo comportamento. Io, sono ancora iraconda e decido che è meglio che me ne vada.

IL NOSTALGICO
Non ricordo dove, forse il bar di un lido. Io, al banco, aspetto un Mojto. Lui (non il Mojto ahimè) arriva, si affianca, mi guarda e proferisce la seguente frase "Cosa fai per il resto della tua vita?". Io, "Riderò di te". Non gliel'ho detto, ovviamente, era quasi "tenero" in quell'approccio maldestro.

IL VISCIDO QUALUNQUISTA
Borgo Albizi, di ritorno dal lavoro. I TRE TRE spuntano all'orizzonte, li vedo già con quell'aria da femmene uommene vann'a cacc'. Il più tamarro, il più lampadato, col numero di sopracciglia direttamente proporzionale ai suoi neuroni, mi viene incontro sorridendo:
"Ciao, quanto tempo!"
Falso, penso io, lo so già dove vuoi andare a parare, e se lo fai giuro che ti stacco la lingua a morsi e poi ti svuoto una saliera in bocca "Ciao."
"Sbaglio o ci siamo già conosciuti?"
LOSAPEVO-LOSAPEVO-LOSAPEVO. "Ti prego, ti scongiuro, no. In questo momento sono la tua migliore amica, dopodichè torneremo ad ignorarci, ma ora ascoltami, questa è la frase peggiore che tu possa dire per abbordare qualcuna. Fidati di me. Non farlo mai più"
"Ma noooo, ma ci siamo conosciuti alla festa di dani..pao...drea!!!"
"Se è così non ti dice niente il fatto che non mi ricordi di te? Vuoi un aiutino?"
" Ma te lo giuro"
"A- ha. Bene, si è fatto tardi. Ciao"

LO SCIOVINISTA AGGRESSIVO, MICA TANTO PASSIVO
Primo anno di università, la mia coinquilina ed io siamo in un locale qualunque. Lui, il caso umano, si avvicina incespicando tra una folla immaginaria e mi siede accanto, ebbro come un proletario dopo una rivolta andata a buon fine. L'amico Fritz, fenomenale ma meno scandaloso a confronto (la relatività è determinante qui), siede accanto alla mia amica. 
Due chiacchiere circostanziali, DaDoveVieniCheFaiQuantiAnniHaiCazziTuoiMai? Dopodichè, il caso umano, ha la brillante idea di mordermi. Si, esattamente. Proprio li, sulla mia diafana spallina nuda. "Aggiungiamo un po'di mistero alla serata", farfuglia con quel tappeto alcoolico che si ritrova al posto della lingua. Io, acida come una secchiata di muriatico, "Perchè non aggiungi ulteriore mistero e sparisci?". Lui s'imbufalisce come un muflone ferito nell'orgoglio, si alza di scatto e inizia a dimenarsi. Non so quale fosse l'effetto che avrebbe voluto ottenere, ma sfortunatamente, il fato ha omaggiato il caso umano con un'altezza di ben 1,52 mt, il volto di un troll e due piedi troppo grandi per la sua dimensione; quindi la cosa risulta alquanto bizzarra.
L'amico Fritz cerca di sdrammatizzare e calmarlo, ma lui, il caso umano, non lo ascolta nemmeno,  e inizia a lanciare una serie di insulti vari ed eventuali tra cui ne spicca uno, bellissimo, frutto di millenni di pregiudizi, rabbia momentanea marinata in pura supponenza fiorentina "VAFFANCULO TE E TUTTO IL VENETO". E li, io esplodo. Rido convulsa fino a che non riscopro che (sorpresa-sorpresa) anch'io ho gli addominali, fino a che non mi vengono le lacrime agli occhi e, finalmente, non lo vedo più. Poi, di botto, mi faccio seria, prendo l'amico Fritz per la collottola e gli intimo di caricare a spalla quel cazzone avariato del suo amico e portarlo in un luogo sicuro, dove io non lo possa trovare mai.
Suggerimento che, l'amico Fritz, prende fortunatamente alle lettera.

Ce ne sono stati altri, in questi anni, come ad esempio il CUBANO TUTTO TANO, ma per ora ve li risparmio e me ne torno a lavare i piatti nella vasca da bagno. Non fate domande, è una storia lunga come me.


giovedì 13 ottobre 2011

BEAUTIFUL

Sono le 2.30, quando decido di fare una doccia. Tutti dormono, nella casa di Via G. Siamo solo io e i miei pensieri. inspiegabilmente leggeri. Raccolgo i capelli attorno ad una bacchetta del cinese, sopra la nuca, lascio cadere i vestiti ed entro in vasca, sotto un getto bollente, nascosta dal vapore. Sento le cose brutte scivolare via, le guardo volteggiare intorno al foro di scarico per poi scomparire dentro al nero più nero delle tubature. Rimango sotto l'acqua per venti minuti buoni, con gli occhi chiusi e le dita ormai palmate. A prestare attenzione, lo si sente immediatamente che l'acqua è ciò di cui siamo fatti, ciò da cui veniamo. C'è quella sensazione viscerale a ricordarmelo, ogni volta.
Chiudo l'acqua, arrotolo l'asciugamano a crisalide, lasciando fuori le braccia, ed esco dalla vasca. A piedi nudi, socchiudo la finestra per lasciar uscire il vapore, giro una sigaretta con le dita ancora umide, e me la fumo così, in piedi, mentre mi guardo allo specchio. Struccata, con i capelli  un po'in disordine e le guance leggermente arrossate. Mi levo di dosso l'asciugamano, improvvisamente divenuto superfluo, quasi d'impiccio, e mi guardo, nuda, senza maschere, senza orpelli, artifici, fatta eccezione per una collana, un anello e un filo di smalto rosso. Osservo il mio naso poco piacevole, gli occhi come due manciate di castagne, gli zigomi alti, la bocca carnosa, gli stessi di mia madre; appoggio gli occhi su quel filo di grasso che sta dove non dovrebbe, sulla schiena curva,  sulle gambe lunghe, le spalle ossute, le clavicole appoggiate attorno al collo, alle dieci e dieci di un orologio immaginario. E penso che sono bella. 
Bella. 
Si. Lo scrivo qui, per ricordarmi come ci si sente. 
Non mi capita spesso. Non che mi senta brutta solitamente, ma nemmeno bella. Al massimo mi sento "io", possibilmente piacevole ma anche no, ecco. Così, mentre mi guardavo, in un momento di narcisismo comsico, mi sono promessa che lo avrei scritto qui, che il 13 ottobre 2011, alle 3 a.m. di un mercoledì qualunque, io mi sono sentita bella, bella senza se e senza ma; senza trucco, senza vestiti, con tutte le imperfezioni, le cose spiacevoli alla vista, bella perchè sono io, e per nessun'altra ragione.
Bella e basta.
E' così impalpabile e volatile questa sensazione che, da qualche parte, sentivo il bisogno di scriverla.


lunedì 10 ottobre 2011

LESSICO FAMILIARE

Prologo:  Le conversazioni che coinvolgono mamma e nonna si svolgono in dialetto; motivo per cui si rischia di perdere qualcosa nella traduzione. Ho mantenuto l'uso di alcuni termini per cercare di restare il più fedele possibile a quel senso tutto veneto di comunicazione efficace e giocosa che, talvolta, potrebbe risultare pesante. Non me ne vogliate. Anzi no, rettifica. Provo col dialetto ingentilito e italianizzato, dovrebbe essere almeno comprensibile. Anche stavolta, non me ne vogliate.

NONNA: (...) a 'sto punto ale prosime elesion a votarò Bossi...
IO: Nona, a te l' proibiso!!! No sta gnanca pensarghe a votare chel  BEEEEEEEEEEEEEP d' un BEEEEEEEEEEEPna , BEEEEEEEEEEEPso !
NONNA: E alora chi è ca voto?
IO: Nichi Vendola.
NONNA: CHI ELO?
IO: NICHI VENDOLA! Dai nona, quelo Pugliese, con l'arcin (orecchino)
NONNA: Mmmh...
IO:Cavì bisi (brizzolato)
NONNA: Mmmh...
IO: Co i oci d'taio (sguardo tagliente) ....
NONNA: Mmmh ...
IO: Nona, quelo fnocio!!!
NONNA: COS'E'???SENS'OCIO???


PAPA': Quindi a Firenze ci sono 3 stazioni? Ma è vicina Firenze SIFFREDI?
IO: In cm? - Wahahaha scherzo, ma avrei volutoNo papà. E, comunque è Rifredi, Siffredi è l'attore porno.


NONNA: (...) e cla vigliaca la sta sempre sensa regiseno all'isola di famosi! Cla sporcaciona!
MAMMA: Chi?
NONNA: La Lesbica!
MAMMA: Mama... parlito dla YESPICA?
NONNA: E mi cos'ogna dito?

Dev'esserci qualche tara Freudiana nel lessico della mia famiglia ...

mercoledì 5 ottobre 2011

LA PRINCIPESSA SUL PISELLO

Io, qui, in questo posto, non parlo mai di politica. Non parlo di malasanità, di insulti quotidiani alla Costituzione, di bieche realtà lavorative, di contratti (anche se sarebbe più lecito chiamarli estorti, a questo punto) che offrono una raggiera di garanzie che vanno dall'assenza di ferie e permessi, alla mancanza totale di assicurazione in caso d'infortuni, passando per il salario che è molto più vicino a quello di un bambino cambogiano che lavora alla Nike*, piuttosto che a quello di una persona adulta, membra di uno stato dell'Unione Europea. *il tutto, ovviamente, in circostanze assolutamente legali, il che la dice lunga sullo stato in cui versa la legislazione italiana.
Ma io, un'opinione su tutto questo, ce l'ho. 
 E' solo che questo è un blog parziale ed egocentricamente introspettivo. Al massimo, mi lancio in trattati interminabili che finiscono per sfociare nell'ambito sociologico, psicologico, comportamentale della realtà, da cui a volte si può leggere tra le righe quali siano le linee generali del mio pensiero. Ma per il resto, la dimensione di questo posto, rimane prettamente slegata dalla realtà.
Riflettendo su queste cose, finisco per domandarmi quale idea si costruiscano, di me, le persone che mi leggono senza conoscermi di persona (eccola che ritorna sul personale). Non sono così concentrata su me stessa da non accorgermi di cosa mi succede intorno. Ma visto che non sono brava a parlare di me al di fuori di qui, (a differenza dei fatti quotidiani, su cui ho sempre mooolto da dire), questo è sempre stato un posto consacrato all'interiorità, in cui medito sui fatti, uso gli avvenimenti come spunti per riflessioni che porteranno altrove, in cui lascio che venga fuori tutto o quasi.

Poi però, ogni tanto, mi capita di leggere certe cose, e proprio non ce la faccio, a non venire qui e parlarne. Nel caso specifico, sono incappata in un articolo che cerca di gettare luce sugli eventi relativi all'11 settembre. Già da un pezzo, la mia opinione a riguardo, era controversa; sapevo che le cose non tornavano, solamente mi sembrava abominevole l'ipotesi di un auto-attentato. Avevo paura di ammettere la possibilità che, nonostante tutto, siamo ancora in grado di fare cose terribili, oscene, impensabili. Ma cosa di c'è più tremendo di un gigantesco attentato terroristico che causa quasi 3000 morti? Un FINTO E AUTOINFLITTO attentato terroristico che causa quasi 3000 morti, ecco cosa c'è. E così, senza mai aver messo insieme quelle informazioni che intuivo tornare alla perfezione, mi limitavo a sapere che le cose non fossero andate com'erano state dipinte, senza però riuscire a fronteggiare la verità completa. Fino ad oggi. Leggetelo. Leggetelo e ditemi che pensate che questo sia solo il parto di una mente veramente contorta e fantasiosa. Per chi non avesse voglia di leggerlo (cosa comprensibile vista la lunghezza superiore a quella di miei post), cito solo una frase " Ma proprio nessuno ha fatto caso a queste coincidenze? Non esattamente: parecchi hanno rilevato, ad esempio, la stranezza del fatto che per l’inchiesta sull’affaire Clinton-Lewinsky vennero spesi complessivamente 62 milioni di dollari, mentre per l’inchiesta sui fatti dell’11 Settembre se ne spesero 3".  
No, dico, SESSANTADUEMILIONIDIDOLLARI.
SESSANTADUEMILIONIDIDOLLARI  per una fellatio e TREMILIONI per un attentato che ha raso al suolo due colossi di 110 piani ciascuno uccidendo 3000 persone??? Vi sembra qualcosa che abbia minimamente senso nell'ottica di un effettivo attacco terroristico islamico? A me, no.

Credo si possano dire molte cose di me. Ma non si può certo dire che io sia una complottista. Non vedo complotti dove non ci sono e non ne organizzo di miei, non sono proprio il tipo. Ma qui, non si tratta di semplici paranoie, o di idee varie ed eventuali su quanto siano opinabili i fatti. Qui si parla dell'integrità dell'informazione, che (semmai c'è stata) è venuta a mancare. In realtà, in dosi variabili, è sempre stato così. Limitandoci ad un paio di fonti informative generiche, scelte a caso tra quelle offerte dai vari palinsesti o dalle diverse testate, non c'è modo di venire a conoscenza de soli fatti, puri, integri e scevri da squallide logiche politiche.
Ricordo che, tempo fa, una mia amica di San Pietroburgo, mi disse di aver scoperto tanti fatti storici solo una volta uscita dalla Russia; e non credo che l'atmosfera negli sperduti villaggi cinesi sia molto diversa.
Ma, forse, non lo è neppure qui, nel Bel Paese; anche noi, con tutto il nostro patrimonio artistico, la nostra tanto conclamata libertà, cultura,  leggerezza, siamo vittime inconsapevoli di queste omissioni.
Me ne resi conto quando, per la prima volta, realizzai cosa fosse l'Apartheid. Me ne resi conto perchè ciò non avvenne tra i banchi di scuola. MAI. Perciò iniziai a riflettere sul fatto che, probabilmente, erano milioni di milioni le ingiustizie taciute dai media, le guerre invisibili ai libri di storia, le vittime mute accanto a noi. Cose che accadevano senza che nessuno ne facesse parola. E in un mondo in cui la gente, la massa, ha una fiducia considerevole nei mezzi di comunicazione, se una cosa non viene menzionata, o non è successa o non è importante. L'opinione pubblica, ormai corotta ed interdipendente dai mass media, non ha più una sua coscienza. Un gregge di pecoroni, gretti, incolti, ignoranti, ottusi e fieri di esserlo. E pure insolenti. Così insolenti da prendere per buona un'opinione già bell'e confezionata dal pensiero comune e dai tiggì, senza nemmeno prendersi la briga di contro-informarsi, verificare i fatti, cercare sotto quello che viene mostrato. E gli esempi, solo i più lampanti, sarebbero centinaia, oltre a questo. Come il panico indotto per l'H1N1, la paura dello straniero somministrata in generosi dosi quotidiane, il glissaggio, poco elegante, sul comma 29 dell'odierno DDL sulle intercettazioni, tanto per citarne una fresca di... Fresca di che? Di stampa? No, non si può. Omertà, è la parola d'ordine. Proprio un bell'esempio di democrazia moderna. 
Cosa fare quando le cose negative di cui discutere diventano troppe e troppo ingombranti? Si manda a spasso chi ha commesso gli illegittimi? Naaah, troppo onesto, qui c'è la mafia, se si può sedere su una poltrona di pelle umana che si è rubata, perchè alzarsi? Si rinuncia a dei privilegi immeritati per favorire la rinascita di un paese che potrebbe ancora farlo? Macchè scherziamo? Mica siamo scemi da queste parti. Ladri si, scemi no! Si prova a risolvere la situazione con impegno, umiltà e collaborazione? Risate. Qui, solo chi comanda può avere un'opinione. E quella di chi comanda, è che noi non possiamo dissentire. Pena, censura e conseguente rettifica. Zi Badrone.

Tutto, quadra spaventosamente. La massa si affida ai mass media per sapere da che parte schierarsi. I mass media, non fanno più informazione, fanno i lacchè, i lucidascarpe, gli specchietti per allodole, a seconda di ciò che viene loro richiesto. Quindi, ciò che dovremmo pensare, ci viene suggerito subdolamente giorno dopo giorno, noi non dobbiamo più preoccuparci di pensare e crearci una cultura indipendente. Un vero sollievo. E questa, non è la mia personale opinione, non è IL MIO modo di vedere le cose. E' un fatto. Punto. Un piccolo appunto, giusto a dimostrare che le cose, potrebbero non essere così. Ci sono Paesi in cui ai mezzi d'informazione viene LEGALMENTE VIETATA l'eventualità di rendere nota la nazionalità di chi ha commesso un crimine. Non dovrebbe essere una cosa opinabile, ma UNIVERSALMENTE ritenuta giusta e sensata. Perchè strumentalizzare la nazionalità di qualcuno per fomentare dissapori razziali, per quanto ne so io, è meschino e ingiusto, è roba da stupidi, ignoranti, roba da regime totalitario. Dopo un mese in Italia, hai l'impressione di poter dire che, statisticamente, il solo fatto di essere rumeno aumenta le tue possibilità di diventare uno stupratore da 0,1% a 80%. E questa cosa, a me, fa una tristezza inaudita.

Meglio che mi fermi qui, che sennò poi rischio di diventare riottosa. Ho ancora un'infinità di piselli sotto al mio materasso. Magari, piano piano, li tiro fuori tutti.