giovedì 20 ottobre 2011

BLU

E' tutto blu. La schiuma si muove lenta sopra di me. Lembi di pelle affiorano come arcipelaghi sparuti, in questa piccola vasca travestita da oceano. L'asciugamano appeso, la luce filtrata, la tenda blu, pure quella. Delfini anche qui. Inquietanti, tutti uguali, come i bambini del Villaggio Dei Dannati. Versione pokemon, però, aerografati di colori fluorescenti.
Mentre osservo le nuvole di sapone che giocano usando le mie ginocchia come nascondigli, fumo una sigaretta. Infinita. Interminabile. Nè la prima, nè l'ultima. Solo la migliore.
Alla mia pelle sembra di avere la febbre.
Il tappo della vasca è andato perduto. Infatti, il bagno non lo facevo da un po'. E' pur vero che, non foss'altro per una sorta di accanimento terapeutico, puntualmente improvviso totem di pesi in equilibrio per impedire all'acqua di lasciarmi scoperta. E puntualmente spuntano terre emerse. E fa freddo. E l'acqua scorre via.
Riapro il miscelatore; incolore, inizia a piovere dappertutto, le nuvole si sgonfiano, si stendono su di me, si rincorrono vorticose, disegnando cose mai viste sulla superficie tremula. Un gatto. Una pistola. Un paio di occhiali. C'è pure l'urlo di Munch. Sarebbe da fotografare, per un attimo è veramente identico. Una donna di Klimt percorre svelta la mia coscia sinistra, scivolando verso la sorgente, dove si trasformerà in altro.
Mi godo lo spettacolo di questa anacronistica versione liquida del test di Rorschach.
Sullo sfondo, il mio corpo deformato dall'acqua, il blu, la mia pelle che sembra ancora più bianca.
Penso che non appena l'acqua cesserà di scendere, tutto tornerà allo status quo ante, ed io avrò freddo. Il totem spunta tra le mie caviglie, fatto di plastica imbottita, ignorante, inservibile.
D'altra parte, il diametro della base sarà di 5 cm, quello del foro di 3,5, e nonostante l'effetto ventosa, devo prendere atto del fatto che un cerchio più grande non può colmarne uno più piccolo. Come un quadrato non può farlo con un triangolo.
Funzionano così pure gli esseri umani.
Eppure si ostinano,anche loro, in un cocciuto accanimento terapeutico (a ognuno il suo)  i cui esiti, sono spesso poco proficui.
Sette miliardi di forme geometriche, nessuna uguale all'altra, come i fiocchi di neve.
Allungo i piedi, afferro il totem e lo smonto. Una spugna forse andrà meglio.
Esisteranno anche le persone spugnose?
Mi chiedo come facciano a restringersi e dilatarsi, a seconda di quale sia l'incastro da colmare.
La spugna funziona, per la vasca.
Per gli umani, non lo so. Credo di no.

In questo stato quasi amniotico, il tempo, smette di esistere. Stille gelide, mi pungono le spalle dal cielo. Una camicia a quadri se ne sta sospesa quasi un metro sopra di me. Cadono ritmate. Ci provano loro a scandire un tempo che non è più quello mortale e non è nemmeno il mio. Un'eternità fugace tra una goccia e l'altra. Alzo gli occhi, cercando quella camicia che non mi appartiene, e penso che non c'è niente che mi appartiene, in realtà. Al massimo sono io ad appartenere a qualcosa. Forse, neppure questo.
E' una bella sensazione.
Non è smarrimento.
E' ritrovarsi. Così, come dovremmo essere.
Non si perde niente perchè niente ci appartiene.
Questa consapevolezza precaria durerà giusto il tempo indefinito di questo bagno.
Domani, quando qualcuno se ne andrà dalla mia vita, quando un'opportunità mi verra soffiata via sotto il naso, quando mi ritroverò in quei boschi sconosciuti in cui altre volte ho brancolato senza sapere dove fossi, sentirò di aver perso qualcosa. E se si può perdere solo ciò che ci è appartenuto, significa che c'è qualcosa che ci appartiene, oppure semplicemente, che ci illudiamo che qualcosa ci appartenga, sentendoci nel pieno diritto di soffrire per la perdita.
Eppure, si può perdere anche qualcosa che non ci appartiene, ma cui apparteniamo, e soffrirne ugualmente.
Anche queste parole che, come una ginnasta con i suoi attrezzi, sembrano un prolungamento di ciò che sono, in realtà, non mi appartengono. Smettono di farlo nel momento esatto in cui mi scivolano via dalle dita.
George Bataille diceva "Non posso considerare libero un essere che dentro di sé non nutra il desiderio di sciogliere i legami del linguaggio".
Spaventevole la verità condensata in una frase.
Paradossale che, una volta raggiunta la libertà che permette di affrancarsi dal peso delle parole, ci si ritrovi prigionieri dell'incomunicabilità.
Rumori di altre vite fuori di qui, mi riportano alla realtà. Nessuno dorme, questa volta, nella casa di via G. Non sento le lancette, ma so che il tempo ha ripreso a scorrere da dove si era incastrato.
Dovrei uscire, cedere il passo per il bagno che occupo già da troppo tempo, ma decido che posso esitare ancora un po', starmene qui a mollo, assieme a tutte queste cose che mi escono dalla testa e diventano reali, per un attimo, con sembianze quasi umane. Non ci si sta più, in questa vasca ormai affollata. Eppure c'è spazio per tutti. Le parole, disseminate come lentiggini sul pelo dell'acqua; le persone e le loro geometrie reali o presunte; il silenzio umido di questa stanza, che ascolta tutto quello che non dico. L'unica per cui sembra non esserci spazio a sufficienza, è la libertà. Ma non credo sia una questione di mere dimensioni; strizzarla in questo piccolo posto, sarebbe come tentare di imbottigliare tutta l'aria che c'è. E poi, la libertà, se ci sta, significa che già non è più.

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11 commenti:

Marzia ha detto...

"Io mi sono sentita ferita quando ho perso gli uomini dei quali mi ero innamorata. Oggi sono convinta che non si perde nessuno, visto che non si possiede nessuno. Questa è l'autentica esperienza della libertà: avere la cosa più importante del mondo, senza possederla..." Paulo Coelho, 11 minuti

Guido ha detto...

Il commento di Marzia mi richiama un episodio che lessi molto tempo fa: una coppia in India aveva perso il piccolo figlio e la donna, affranta, aveva rimproverato il marito di non accusare alcun dolore. Il marito le aveva risposto: «Tu prima che il bambino nascesse soffrivi così? Adesso è come allora».
Inutile dire che il piccolo libro che lessi era di un guru noto ai tempi, un qualche Krishna... eccetera.
[Aspetto il resto dei flash inerenti i tuoi incontri (scontri)]

ZOVIRAX ha detto...

La frase di George Bataille è tremenda e tu hai una stanza da bagno a dir poco sui generis.

Guido bis ha detto...

Confesso che la frase di George Bataille non l'ho capita interamente. Letta e riletta c'è qualcosa che mi sfugge e non vorrei che proprio quel qualcosa fosse la cosa che conta.
Non è che è estrapolata da un contesto? E che chi questo non conosca...

Pier ha detto...

ecco lo sapevo .. Regina Spektor mi fa piangere ... sono proprio una mammoletta :(

miwako ha detto...

@ Marzia: E' la cosa migliore che potessi scrivermi. Coelho arriva sempre al momento giusto.

@Guido: Reagire in questo modo richiede l'inumanità. Non credo ne saremmo in grado. Se, in vita tua, non hai mai ricevuto un abbraccio, morirai indurito, ma senza sapere come sarebbe stata la tua vita se ne avessi ricevuti. Se, in vita tua ne hai ricevuto anche uno soltanto, il ricordo di quel solo e unico, ti tormentera finchè campi.
Riguardo alla frase di Bataille, anch'io ho sospettato fosse estrapolata da un contesto ma, a quanto pare, sembra di no. Tieni conto che Bataille era un filosofo, scrittore e antropologo; il che significa che, per una convergenza di discipline, si è trovato a riflettere a lungo su aspetti trasversali che costituiscono una lingua. Detto ciò, per come l'ho percepita io (e, attenzione, il nucleo del tuo stesso discorso sta proprio qui, nel come l'ho percepita io e come l'hai percepita tu, a riprova della vincolanza delle parole) sta nel fatto che le parole, vengono inevitabilmente interpretate, portando a variazioni anche sensibili di significato. Ti lascio un link ad un vecchio post in cui parlavo propripo di questo, dimmi che ne pensi.

@Zovirax: Lo credo anch'io. Una sorta di mondo parallelo, quel bagno tutto blu. Credo di essere l'unica a vederlo, ma garantisco che c'è.

@Pier: Tenerezza. Anch'io mi commuovo con Regina Spektor (e non solo). Pensa a chi non si commuove con la musica. Poveri loro, più che mammoletta Tu. tu vai benissimo come sei, Pier

miwako ha detto...

@ Guido: ehm ... cervello in acqua, eccoti il link ^__^
http://mademoisellemiwako.blogspot.com/2009/09/sono-inciampata-nella-verita-come-si.html

AngS ha detto...

ti abbraccio anch'io.
vorrei dirti almeno la metà di ciò che splendidamente mi hai detto.

mi limito a regalarti il mio "raro" silenzio.
e a dirti la parola più scontata del mondo:

grazie.

AngS.

Anonimo ha detto...

ottima la citazione del Villaggio dei Dannati, spero sia quello del 1960 e non lo scialbo remake di Carpenter...

ciao, Gab

miwako ha detto...

1960, ovvio. Mai nemmeno sentito 'sto Carpenter. (Pessima e pure supponente, wahahahaa!)
p.s. grazie della tua mail, appena ho un congruo numero di ore libere, ti rispondo.
Ti abbraccio

Gab ha detto...

a brick wall... I must think of a brick wall..

(ricambio forte)