domenica 27 novembre 2011

400 BUCCE DI CAROTA PRIMA DI ANDARE A DORMIRE

Tenendo conto che è il 28esimo giorno del mese (almeno stando alle mie ovaie), cosa può fare una come me, "condannata" ad un sabato casalingo causa sveglia all'alba?
La risposta è lapalissiana, ma preferisco raccontarvi com'è andata. 
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Mi aggiro sinistra per i 4 piani di ghiaccio, osservando circospetta quel pacco di carote che se ne sta acquattato nell'ultimo ripiano del frigorifero (non voglio mica che se ne accorgano), senza sapere ancora che farne; fino a quando non ho un'illuminazione, questa è la serata adatta per sfidare la sorte: preparo la torta di carote!
Mi piacciono un sacco le carote. Ma ( non senza dolore) devo ammettere che l'unica volta che ho provato a metterle in una torta, il risultato è stato decisamente opinabile.
Le ho pedinate per due giorni, nel frigo, su internet, dai fruttivendoli agli angoli di strada, ho tentato di capire se preferiscono le mandorle o il cioccolato, ho preso nota della loro reazione alla parola "cannella", "cocco", così, per intuire se avrebbero accettato di buon grado un connubio insolito o meno. Ma sembra inutile, non riesco a venirne a capo.
Mentre bevo una tazza enorme di caffè, estenuata da lunghe ricerche nel tentativo di approdare alla ricetta perfetta, mi accorgo che dai lati del friogrifero sta uscendo del fumo bianco; è denso e molto simile a nebbia.
Incredula, tengo gli occhi incollati a quel coso, la portiera si spalanca con un gran boato e ne esce una carota gigante.
Sissignori, avete capito bene, una carota gigante.
Indossa una camicia di flanella e tra le mani (si, ce le ha e sono umanoidi, un'impressione!) tiene un arco fatto di zucchero indurito con cui mi lancia freccette bianche che scopro essere mele.
Dopo avermi fissata a lungo, con la mestizia di cui solo le carote giganti sono capaci, inizia a parlare in un'improbabile falsetto:

"E' l'imperatrice degli orti a parlare, perciò taci e ascolta.
Non esiste la ricetta perfetta
Qualcuno la deve inventare.
E tu, mia gigantessa umana con la sindrome mestruale e un'evidente psicosi in stato avanzato, sei la prescelta.
Hai le carote, hai le mele, hai la flanella. Fà ciò che devi"

Non prima di aver riflettuto sul perché una carota gigante abbia la voce di uno dei cugini di campagna (che per altro, poco si addice all'imponenza e austerità di un'imperatrice degli orti), mi interrogo sulla simbologia del termine "flanella".
Avrà voluto dire cannella? Ma si, non glielo chiedo, sono certa che si tratta di cannella.

"Umana, tieni bene a mente che se la torta non sarà come IO comanda, verrai cotta in una pentola di cavolo nero, poi impanata, fritta e data in pasto agli innominabili"
"E chi sarebbero?"
"I VEGANISSIMI"
"Senta ma, questi Veganissimi mangiano carne? No perché, allora, c'è una piccola inesattezza tra ciò che mangiano e il termine con cui si definiscono"
"INSOLENTE! I Veganissimi sono creature vegetali di dimensioni spropositate, nate nelle foreste più nere, nei boschi più oscuri, dove mai uomo riuscì a posare piede. Vivo. Infatti essi si nutrono solo di CARNE UMANA. Sei verdura per loro. Un ottimo esemplare di finocchia gigante, come chiamano le spilungone slavate come te."
"In questo caso, avrei un paio di domande... Così, giusto per assicurarmi di non diventare il tacchino di soia dei VEGANERRIMI. Ad esempio, la flanel..." 
"LA FINISCHI LEI; MERDACCIA! SI CHIAMANO VEGANISSIMI"
"Noooo, ha visto Fantozzi? Ma allora ce l'avete anche voi la Mediaset!!! Senta ma ora col digitale come fate?"
"FINOCCHIA, SE NON LA SMETTI SARAI TU LA BASE DELLA RICETTA PERFETTA! MA GUARDA TE SE LA PRESCELTA DOVEVA ESSERE UN'IMBECILLE CHE IGNORA PURE L'ESISTENZA DEI VEGANISSIMI!!!"
"Bene, allora io andrei ... tante care cose, eh?"
"Tsè..."
" 'Rivederla"
Dopo essermi genuflessa per evitare di sostenere lo sguardo dell'Imperatora, mi metto all'opera, solo previa saldatura del frigo con del mastice a presa rapida.  Si sa mai.
Ma ahimè, è cosa nota, la sorte non arride a chi è nel mirino dei VEGANISSIMI; infatti mi accorgo che ho scordato di prendere le carote. Così sbrandello a mattarellate il frigorifero, le prelevo con la forza dall'ultimo ripiano e inizio a sbucciarle. Aveste sentito come urlavano!
Qualche carota, una mela e una dose abbondante di cannella dopo, una poltiglia incerta cuoce nel forno mentre io mi guardo "I 400 colpi" (bello, bello davvero. Scena finale 10 e lode). Mentre il film volge al termine, vedo del fumo salire da dietro il tavolo. Non è bianco e non c'è alcun boato. Alzo la testa dubbiosa, e vedo l'Imperatrice degli orti che fuma una sigaretta sul mio divano.

"Lei da dov'è sbucata?"
"Taci, finocchia, e fammi assaggiare quella torta"
Cannibale, penso, mentre agguanto le presine per evitare di scottarmi.
"Ecco qua"
Mentre l'imperatrice ha la gentilezza di spegnermi la sigaretta sulla pantofola, io taglio un paio di fette e gliene porgo una su un piattino.
"Allora?"
"Beh, devo ammetterlo, è celestiale. Rimani un'imbecille, ma la ricetta è encomiabile ... Ha ha ha ha ha"
"Cosa ride???"
"Rido perché hai creduto a tutta quella storia dei Veganissimi!"
"Lei mi ha preso in giro? Non ci posso credere, sono stata presa in giro da una carota gigante!"
"Ma per l'amor del cielo, finocchiona, in quale universo parallelo una storia del genere sembra anche lontanamente credibile? Ha ha ha ha ha ... I Veganissimi!!!"
"Senta, lei al momento è l'ultima pers..carot...essere, essere, che può parlare di credibilità! E' una carota in camicia di flanella e sta fumando seduta sul mio divano mentre pasteggia amabilmente con una torta ripiena di suoi simili deceduti!!! Per l'amor del cielo lo dico io! Ora se ne vada da casa mia!"
"Ha ha ha ha, me ne vado, me ne vado! ... I veganissimi, HAHAHAHAHHAAAAA!!!"
"Guardi che prendo il pelapatate! FUORI! Anzi, dentro, torni in frigorifero!"

E fu così che l'Imperatrice degli orti (ammesso che sia davvero l'imperatrice), mi spinse a creare una ricetta come IO comanda. L'ho ribattezzata, PENSA'A SALUTE, perché c'è la frutta, la verdura, e perché per "salute" intendo anche quella mentale, che al momento, non posso farmi fregio di possedere viste le circostanze che hanno fatto galoppare il mio "fantasioso" subconscio fino a qui. In compenso, ora lo posso dire, faccio una torta di carote da trasecolare! ^_^

sabato 26 novembre 2011

FOGLIE

Mi da del lei, nonostante io sia quasi "piccola" a confronto.
Indossa un giubbotto trapuntato, scuro, e una sciarpa color crema.
Ha i capelli corti, sale e pepe. Le stanno bene.
Non ho idea di cos'abbia comprato, mi hanno distratta i suoi occhi.
Intensi, profondi, pieni. Grigi come i gatti, blu come il mare quando è quasi notte. E poi sono discreti. Forse nemmeno si notano se l'osservatore non è attento. Non fanno rumore, ma sussurrano cento cose insieme. Centouno, forse, con quella forma a fogliolina di betulla che non avevo mai incontrato prima.
Senza nemmeno avere il tempo di rifletterci, con una fila di persone dietro di lei e il silenzio surreale provocato dalla radio inceppata, esito nel riporre lo scontrino in busta, alzo il viso e le dico:

"Signora, lo sa che ha degli occhi bellissimi?"

Lei mi guarda. Attonita.
Penso che, forse, avrei fatto meglio a tacere. 
Lei mi guarda.
Mi guarda dentro, coi suoi occhi divenuti leggermente più lucidi.
Mi guarda, e dice con aria incredula:

"Io? Nessuno, in 64 anni di vita, me l'aveva mai detto."

Trattiene il fiato per la coda di un secondo, e poi sorride:

"Mai ... La ringrazio."

Le allungo la busta con il libro, e la signora con gli occhi belli se ne va. 
Sorride.
Sorrido anch'io.

Chiunque, almeno una volta nella vita, dovrebbe sentirsi dire di avere dei begli occhi.

sabato 19 novembre 2011

IL TACCHINO, LE ORECCHIE DI DIO E LO ZIO ANTONIO: consuetudini inconsuete

Giovedì prossimo è il giorno del ringraziamento.
Nonostante sia una festa cattolica ed io sia irrimediabilmente agnostica, mi ritrovo a riflettere sul senso di questo giorno.
Mi documento
In origine, dice Jimmy Wales, nasce come segno di riconoscimento per la fine del raccolto. I padri pellegrini, provati dalle persecuzioni religiose che subivano continuamente, decisero di migrare dall'Inghilterra all'America. Erano assolutamente ignari del fatto che la metà di loro sarebbe andata incontro a morte certa per via della profonda differenza territoriale che avrebbero dovuto fronteggiare. Furono i nativi americani ad insegnare loro come coltivare la terra, quali animali allevare, come sopravvivere in un habitat così astruso rispetto a quello conosciuto fino a quel momento. In seguito al successo di questo primo raccolto, i padri pellegrini decisero di istituire il Thanksgiving Day per ringraziare Dio di averli assistiti con tanta abbondanza. Da quella prima festa, cui i Nativi Americani furono invitati, a quella di cinquant'anni dopo, il senso era già stato stravolto.
Già l'anno successivo al primo, in realtà, le cose avevano preso una piega infelice.

"Ringraziamo il Signore per il cibo, certo, ma soprattutto per essere riusciti nella colonnizzazione, per aver domato gli "indigeni", per aver stabilito quelle 13 colonie che saranno le fondamenta dei gloriosi Stati Uniti d'America"

Questo il senso, in parole spicciole. 
C'è aria di ipocrisia. Oltre che di appropriazione indebita, crimini contro l'umanità, e cento altre cose non esattamente piacevoli. E poi c'è tutta una critica - per altro ben strutturata - sull'inattendibilità dei fatti narrati, sulle varie omissioni e le eventuali distorsioni della realtà.

Ciò non ha impedito che, in America, il Thanksgiving Day diventasse una festa ritenuta unanimemente importante, osservata e sentita dai ceti più alti a quelli più infimi della popolazione. A pochi giorni dalle celebrazioni, si svolge alla Casa Bianca la cerimonia presidenziale che, con un mini indulto, sancisce la grazia di due tacchini, salvandoli dalle patate (e dai fornelli, soprattutto da quelli).
Leggo inoltre che, dal 2003, i cittadini americani possono votare i nomi dei due tacchini che verranno graziati, direttamente sul sito della Casa Bianca. Dal 2005, invece, il trasporto di suddetti gallinacei da Washington al ranch in cui vivranno, avviene con un volo di prima classe della United Airlines.
Gli Americani non smettono mai di stupirmi.

Dopo questo estenuante ma necessario prologo, passo alla vera ragione che mi porta qui: il RINGRAZIARE.
Mi chiedo per cosa siano grate, tutte quelle persone.
Sentiranno davvero il significato di ciò che dicono?
Sarà una sorta di pro forma o, veramente, c'è la volontà di ringraziare Dio per ciò che si ha?

Non so come mai, ma credo di avere le risposte a queste domande.
Risulterò supponente, forse, ma in fin dei conti, pure gli Americani sono esseri umani come noi (hahahaha STO SCHERZANDO OVVIAMENTE), saranno talmente abituati a questa festa da averne perso il senso, inglobati dalla tradizione che si sfoca nel tempo e diventa mera abitudine, affogata in dosi moleste di consumismo e salsa ai mirtilli. 
Noi abbiamo fatto la stessa cosa con il Natale.
Per il Thanksgiving il senso dovrebbe essere, appunto, il ringraziare. Mica Dio, che quello, ho sentito dire, non c'ha manco le orecchie. Ringraziare la vita, le persone, dire grazie per le cose belle, per quelle meno belle che ci hanno spinto a crescere, per il culo al caldo, per aver avuto qualcuno che ci ha abbracciato, che ci ha insegnato a leggere, per il gatto che, anche se non ti porta il brodo caldo quando sei malato, c'è sempre quando torni a casa; per quelli che ci hanno cambiato la vita, per le volte che abbiamo riso e per quelle che abbiamo pianto. Persino ringraziare la cassiera della libreria (riferimenti a fatti e/o persone realmente esistenti sono puramente casuali), potrebbe essere un proposito per alcune persone.

E poi ci siamo noi, con l'albero, il torrone e la nonna che, un giorno all'anno, si consente un'alzatina di gomito; noi, lo sappiamo ancora qual è il senso del Natale? Al di là del consumismo, di Babbo Natale che veste rosso perchè beve coca-cola, dell'i-phone della Fisher Price per bambini di età inferiore a 5 anni, di tutta quella coltre di cose, luci, canzonette e fiocchetti di cui ogni angolo viene ammantato, lo sappiamo ancora cosa stiamo festeggiando? 
Nemmeno mia nonna celebra realmente la nascita di Gesù (che anche lui, per altro, ancora lo devo capire come abbia fatto a nascere da una vergine. Spirito Santo qui in Toscana è una gran bella piazza, ma per me finisce li); non che sappia cosa sta festeggiando, ma se il perchè storico-religioso s'è perso da un pezzo mentre la tradizione resiste, forse sarebbe il caso di porsi due domande ( dico 2, ma sarebbero 860. Due sarebbero comunque un buon inizio), di andare a cercare il motivo per cui la cosa resiste al logorio dei secoli, alla presa di coscienza della menzogna ( anche qui siamo in 2 mentre ne servirebbero 860), perchè si continua a festeggiare qualcosa che ha perso di senso.

Perché se in misura contenuta, influisce una certa continuità passiva di qualcosa che tendenzialmente non si rivela deleteria, la pigrizia cronica del fare qualcosa solo in virtù del fatto che si è sempre fatta, bisogna pur riconoscere che la società cambia impercettibilmente ogni giorno. Cambia lei perchè cambiamo noi, cambiano i significati delle cose che facciamo, cambiano le parole e i loro sinonimi. Come i vocabolari vengono aggiornati,  noi dovremmo ridefinire la simbologia di ciò che continuiamo a fare. Il senso del Natale si è perso perchè si continua a cercarlo nel passato, a dargli quell'uno e unico valore (sarebbe il caso di dire trino, ma anche no) che ha avuto quando stava li per santificare la nascita del portavoce di Dio in terra (una fatica scrivere queste ultime parole, non ne avete idea!).
Ad oggi, 2011, che senso ha tutto questo? Assolutamente nessuno. O almeno per la maggior parte dei presenti a tavola, il senso è un cotechino, due risate e una serie di aneddoti un po'stantii. Prendendo atto dell'assurdità del proposito di abolire di punto in bianco una festa che viene celebrata dalla notte dei tempi e che, in realtà, non nuoce a nessuno, dovrebbe arrivare un momento in cui le persone si chiedono cosa vogliono che sia, questo 25 dicembre.

Io, da un po' di anni a questa parte, ho deciso che per me dev'essere una delle rarissime occasioni in cui riesco a passare del buon tempo con la famiglia riunita.
Vivo a Firenze, i miei in un angolo del Veneto, mia cugina a Milano, i miei zii in un altro angolo di Veneto. Siamo 9, in tutto. Niente pranzi con due file da 70 persone. Nessuno che si odia, nessuno che si deve vedere forzatamente. La famiglia, per me, sono quegli 8 con cui passo il Natale. Il resto, parentame generale. Alcuni li vedo volentieri, altri no, alcuni li amo, altri no. A qualcuno sono molto legata. Ad altri no.
La cosa che mi lascia basita, è che il sottotesto della cosa, generalmente è qualcosa di simile a : "Natale? Di nuovo? Che palle. Tocca fare i regali, vedere quell'acida della zia Luisa, e magari avrò pure la sfiga di sedere vicino a zio Antonio che gli puzza in fiato e dice sempre le stesse cose".
Non è "di nuovo", è solo "NUOVO". Le persone con cui pranzeremo questo 25 dicembre, non saranno le stesse dell'anno scorso o di cinque anni orsono. 
Pensateci bene; voi, un anno fa, eravate gli stessi? Non è cambiato niente nella vostra vita? E se è così, credete davvero non ci sia nulla che avete imparato, che è mutato dentro di voi? Qualora fosse così, non è solo quel giorno ad essere inutile nella vostra vita. 
Siamo così abituati a queste persone (che probabilmente non vediamo mai, è solo una questione di affetto,  imprinting e consapevolezza di consanguineità) , crediamo di conoscerle così bene, da non essere nemmeno capaci di postulare che possano essere cambiati, semplicemente, come abbiamo fatto noi, come fanno tutti. Perciò, ce ne stiamo seduti li, a fingere di essere gli stessi di sempre (sempre quando poi?), incapaci di chiedere cos'è cambiato nella vita di chi abbiamo di fronte, ciechi al tempo che passa fatta eccezione per qualche rotolino di ciccia o qualche filo canuto in più, sordi a tutto ciò che non sia la ripetizione di ciò che è sempre stato detto a questi pranzi.
Le persone cambiano, e noi non ce ne accorgiamo, non facciamo il minimo sforzo per capirle, trincerati dietro la granitica convinzione di conoscerli da sempre, ci scordiamo che ciò che conosciamo è l'idea che ci siamo costruiti di loro e che non aggiorniamo da un bel po'. Ecco cos'è che puzza di stantio a questi pranzi, non la consueta acidità della zia Luisa, non I soliti 3 aneddoti dello zio Antonio, ma le nostre stesse idee riguardo gli altri.

Il senso del Natale dovrebbe essere riscoprire chi amiamo, occuparci di loro e del nostro rapporto con loro quando ce n'è la possibilità, fare un passo in più quando qualcun altro non sa nemmeno di essere vittima di certe dinamiche, tenere a mente che una sessantina di giorni, sono la briciola di una vita, ed è mediamente il tempo che passiamo assieme a tutte le persone che amiamo riunite insieme.

Perchè laddove c'è questa piccola accortezza, questo impercepibile cambio di prospettiva che consente di vedere lo sconosciuto in mezzo al conosciuto, non c'è spazio per l'ipocrisia, il consumismo, le tristi banalità. Non importa che sia una arrosto consumato sulla tovaglia della trisavola o un panino al Mc Donald's in tangenziale, non importa se i regali sono graditi o meno, la cosa fondamentale, l'unica che può fare la differenza è ricordarsi di chiedere a chi ci sta a fianco "Come stai?" sperando e preparandosi ad una risposta non circostanziale, cercando di capire chi è diventata la persona che abbiamo nascosto dietro l'idea. La differenza è di sostanza piuttosto che di forma. E le persone coinvolte, sono le stesse che abbiamo visto 3 volte l'anno da quando siamo venuti al mondo, pur senza esserlo mai state completamente. Ecco perchè è così difficile. Ma, non a caso, ho detto difficile. Non impossibile.

martedì 15 novembre 2011

TROFEO E MARIETTA

Entro raramente col mio account paperblog. Quando capita, presa da una curiosità insulsa, do un'occhiata alle statistiche che mi dicono quante volte è stato letto un mio post. Non si può dire che la cosa mi sia di qualche utilità; nemmeno che mi galvanizzi o mi smonti. Me ne frega il giusto, ecco. Sarei solo curiosa di sapere chi mi legge. Cosa che, ovviamente, non posso conoscere affidandomi ai dati. Curiosità insulsa, appunto, oltre che insoddisfatta.
Bene.
Il più letto, a quanto pare, è questo. Si, proprio questo che, probabilmente, nessuno ricorda.
1356 volte, per l'esattezza.
Il resto dei miei post, tanto per darvi un'idea, si aggira su una media di 100equalcosa, con picchi minimi di 30, massimi di 350.
1356 volte sono tantissime, per un bugigattolo solitario come questo.
Mi chiedo come mai. 
Forse il titolo, fuorviante (fuorviante?) , ha condotto qui pure qualche innamorato in cerca di un sms preconfezionato da 60 caratteri da mandare alla persona amata (a chi è giunto qui in questo modo, complimenti vivissimi per il romanticismo e la fantasia) . Forse qualcuno cercava tutt'altro. E forse qualcun altro, cercava proprio questo. Con mia somma sorpresa e indignazione, scopro che un* Tale, ha pensato bene di "dargli un'aggiustatina" e riproporlo nel proprio blog. Senza forse. Ci sono appena inciampata sopra.
Ora, io mi domando, che senso ha? Come ti viene? Si, ce l'ho proprio con te, ladr* di parole. Con tutte quelle che ci sono, non potevi costruirci qualcosa di tuo? 
Mica perchè la cosa abbia chissà quale valore inestimabile ai miei occhi ma, sinceramente, perchè?
Non è fiscalità la mia, non voglio un paio di virgolette, un link, un nome. No. E' solo che mi dico, come fai a prendere qualcosa che non hai scritto tu, cambiare due parole qua e là, e spacciarlo per tale? A che pro? Qualcuno ti leggerà, qualcuno penserà che è così che ti senti, al di là della potestà dello scritto, proprio per una questione di integrità, coerenza, e nonsense assoluto nel copiare post altrui.

Non so.

Nel frattempo mi è venuta un'idea geniale. Sto scrivendo questo racconto, i protagonisti sono due sedicenni che si amano alla follia, ma non possono stare insieme; a quanto pare le rispettive famiglie sono proprietarie dei due unici distributori di benzina di una sperduta contea del Texas, e si odiano a morte sin dalla notte dei tempi. E' altamente probabile che non vi sarà alcun lieto fine. Infatti, sto meditando di farli ammazzare insieme chiusi in una Fiat Duna dell'89, soffocati dai gas di scarico.
Che ve ne pare?
Pensavo di intitolarlo "Trofeo e Marietta - L'amore ai (due) tempi del petrolio"
Geniale, no?

domenica 13 novembre 2011

- untitled -

Piove
In ogni dove
Dentro pure
A volte
E fuori
Dai muri
Dalle porte
Come la morte
Decide lei
E tu non ci sei
Un passo in eccesso
Un alito in difetto
Il vestito stretto
Bacia il collo
Accarezza i polsi
Avvolge i piedi
E tu non vedi
Forse senti
Stringi i denti
Di cosa ti lamenti?

Dita che non si piegano
Labbra che non spiegano
Dove sei finito
Se sei finito
O sei ricominciato
In un fiato
Da un'altra parte
Forse su Marte
La chiamano sorte
Invece di morte

Inafferrabile la cosa
Non lascia posa
La mente non riposa
Lavora doverosa
Oggi è qui
Domani è lì
E piove
Piovono tutte
Le domande
Le stelle
Le spade
Damocle sorride
Non so bene a chi
E neppure se sia così

Perdo il senso
Del tempo
Non ci penso
E' un lampo
In un campo
Inciampo
Senza scampo
Odore di mirra
C'è stata la guerra
Tutti a terra
Troppi sotto
Piovono lacrime
Parole
Statue
Poi niente
Tutti in piedi

Reduci della vita
Non finita
Stringimi la mano
Vai piano
Lo senti il venticello?
Ci aspettano al cancello
E lasciali aspettare
Qui c'è ancora da fare
Da guardare
Da camminare
Tra queste cose pure
Troppo belle per essere vere
E tutta la vita
Mai vissuta
L'eternità
Mai esistita
Usa le lame
Taglia il legame
Riallaccia le trame
Mai
L'eternità
Maternità
Tutta insieme
La vita
La morte
Quello che sparisce
Quello che nasce
E il senso ora c'è


Mai
L'eternità
Sta tutto lì
In grembo all'impossibile
All'assurdo plausibile
Alla bellezza insostenibile
Di ciò che non si dice
Che cela la radice
Oltre la superficie
Muori dalla vita
Nasci dalla morte
La verità
Tra frasi contorte
Ritorte
Uscite storte
Potevo tacere
Andare a dormire
Senza parlare
Ma non ho saputo
Non ho voluto
Mi ha colpito
Tutto e niente
L'eternità mancata
La morte spalancata
E di fronte tutta la vita

mercoledì 9 novembre 2011

Q DI CUORE

"Ci sono notti che non accadono mai"
- Alda Merini -

Stanotte è una di queste. Non per l'attesa delusa di ciò che avrei voluto veder accadere. Nessuna attesa, nessuna delusione. E' un po' più a fondo di così. Infilo le dita nella terra umida e scavo ad un ritmo più o meno uguale al giorno prima. Poi trovo qualcosa. Una radice. Non so neppure io come, ma la trovo. Nodosa, intrisa di vita brulicante seppur immobile, la stringo tra le dita mentre cammino per strade conosciute, tra volti sconosciuti. 
Dura poco.
Poi incontro qualcuno che conosco. Mi parla, mi racconta, mi cerca come se ne avesse il diritto. Provo a resistere, a starmene immersa nella terra gravida, con la mia radice in mano, ma alla fine non ci riesco, travolta dal suo non capire (giustamente) il mio stato d'animo, mi rassegno e mi lascio strappare fuori. La radice si ritira, ancora più a fondo di dove stava prima. Ho perso le coordinate. Ma sono una signora, io. Ormai sono tra gli umani, con questa persona di fronte che evidentemente vuole parlare proprio con me. Lascio entrare aria nei polmoni e le offro un caffè. Parliamo. Lingue diverse. Io, che mastico l'esperanto dell'anima, so cosa vuole, so di cosa parla. Lei no. Non ne ha la minima idea. E' una brava persona, ogni tanto colgo nei suoi occhi il barlume della comprensione. Ma è solo un frangente. Poi ritorna ottusa, ripiegata sulle sue necessità, sul suo salutare egocentrismo, come è giusto che sia. Una lunghissima, interminabile ora mi passa accanto arrancante, mostrandomi fugaci immagini subliminali di ciò che avrei visto se non mi fossi lasciata tirare fuori dallo stato amniotico in cui nuotavo. Saluto questa persona che ha capito così poco di me, e me ne vado per la mia strada, cercando nuovamente di ficcare le dita nel terreno. C'è asfalto, al suo posto. Duro, arido, doloroso. Ho perso il momento. L'ho lasciato andare, e lui è scivolato via, spinto dal vento e dal tempo.
Non so quando capiterà di nuovo. Domani? Tra un anno? Mai?
E' stato uno di quei momenti intensi, in cui senti ogni cosa in modo totale. Ero vicina, tremendamente vicina a qualcosa. Come se il mio corpo fosse improvvisamente divenuto un ricettacolo di piccole antenne che captano ogni movimento, ogni sguardo, ogni suono, ogni pensiero.
Sono stata dappertutto e da nessuna parte. Per venti minuti. I miei occhi sono rimasti impigliati a quelli di tutte le persone che ho incontrato, hanno ascoltato ciò che avevano da dire, distinguendo la loro voce, avvertendone talora la torbidità, talaltra la semplicità.
Le labbra di centinaia di persone mi hanno sussurrato cose che non avrei potuto sentire in un altro momento.
Mani di vecchia, pantaloni sgualciti, sguardi vacui che sorridevano ad un telefono, cappotti che ondeggiavano su fianchi troppo smilzi, dita intrecciate, occhi viscidi che urlavano ciò che ci avrebbero fatto col mio corpo, occhi tristi, diffidenti, occhi che ridevano, come quando sei piccolo e il mondo ti entra in una tasca. Qualcuno mi ha sorpresa a camminare dove pensavo di non essere veduta, allora mi ha lanciato un'occhiata torva, a scanso di equivoci; qualcun altro aveva l'aria perplessa e dubbiosa di chi si chiede se non abbia della rucola tra i denti; la maggior parte non se n'è accorta. Di me, che li ho sfiorati per un millesimo di secondo ed ho sentito tutto.
E' stato bello, doloroso, acuto, avvolgente, destabilizzante, stupefacente. Le persone mi oscillavano intorno come falene attratte da una luce. O magari, ero io la falena e loro tante piccole luci. E' probabile che questo sia solo ciò mi è parso, per la durata di questa passeggiata surreale tra pensieri itineranti che non erano i miei. 

Chissà cosa sarebbe successo, mi chiedo, se non fossi uscita di li. Niente, probabilmente. Ma forse le cose migliori non accadono, sono e basta. Chissà cosa sarebbe stato, allora, se fossi rimasta immersa in tutte quelle cose, fuori da me stessa, dentro gli altri.
Quante altre volte mi capiterà di rendermi conto delle notti che non accadono?
Quanti sono i giorni che abortisco inconsapevolmente?
Quante cose ci perdiamo, quotidianamente, ascoltando solo con le orecchie?
Quante parole "importanti" esistono con la Q? 
Tante quante ne servono ad una lettera bizzarra come questa. Anche qualcuna meno. Forse anche cuore meriterebbe una Q.


domenica 6 novembre 2011

NOCCIOLINE

Qualche giorno fa, qualcuno mi ha detto che non saprebbe dire cos'è l'amore.
Io, ho sempre pensato di saperlo.
Poi ci ho riflettuto.

Ci ho riflettuto.

I pensieri sono sgorgati uno dopo l'altro, come acqua da un tubo rotto. Nel mezzo, c'era qualcosa che stonava. Come una macchia di sangue su un tappeto bianco. Senza che riuscissi ad individuare cosa fosse, d'improvviso, più niente. L'idraulico, penso, deve aver riparato il guasto.


Ma non mi do pace. Perciò ci ritorno, lo tormento, lo cerco. Voglio vederla ancora una volta, quella gocciolina di ribellione in mezzo ad una convinzione. Provo a scrivere. Apro questa schermata una decina di volte, rileggendo il silenzio dopo la prima frase.
Anche ora, le mie dita si inceppano, ingolfate dai troppi pensieri. Il mio cervello si sente come lo stomaco il giorno di Natale.
Che cos'è che non mi torna?


Io so quando amo. Lo sento. Dalla testa ai piedi. Il cuore che si gonfia al ritmo del respiro di qualcuno, gli occhi che oscurano il resto per vederne solo altri due, i piedi che non si chiedono dove stanno andando se accanto c'è quella persona. E poi la libertà. Mi respira l'anima quando amo. Ogni fibra di me, ogni minuscolo, insignificante atomo del mio corpo, mi dice che siamo fatti d'aria, d'acqua e d'amore; e che niente di ciò che abbiamo inventato per definirlo, può in realtà contenerlo. Tantomeno spiegarlo.


Questa persona, mi ha detto anche che è in grado di dire cosa ama fare, ciò che ama e che può descrivere concretamente. Ma le persone, sono così piene e stratificate, che proprio non saprebbe dire se e quando ama.
Io credo che l'amore sia tutt'altro che immune da contraddizioni.
Discrimina. Non si ama chiunque.
E' democratico. Tutti amano.
E' arbitrario. Si ama a prescindere dal fatto che il destinatario sia o meno "degno", sia o no la persona "giusta" , indipendentemente dai difetti.
E' subordinato. Si ama un insieme di caratteristiche che, nonostante sia arduo da circoscrivere (probabilmente perchè diverso di volta in volta), è quello che determina la nascita dell'amore, il suo manifestarsi. Forse, in una certa misura, sono i difetti stessi a contribuire all'amore.

E allora, penso che forse non lo so dire nemmeno io che cos'è l'amore.
Tutto e niente.
Pieno e vuoto.
Felicità e dolore.
Due mani che mancano; due mani di troppo.
Le parole che sollevano, quelle che trafiggono.
La presenza e l'assenza.

Quello che non mi torna, di tutta questa faccenda, quella nocciolina in fondo alla tasca che le mie dita indagano curiose da giorni nel tentativo di darle un nome, è il fatto che io so di amare, di avere amato, ma non so dire il perchè, non so dire, ogni volta, come mi sono sentita, cosa fosse, pur riconoscendo la sua figura stagliarsi contro ognuna delle lune in cui è venuto a frantumarmi il cuore di felicità, a colmare crepe preesistenti, a ingigantire il mio mondo solo in virtù dell'esistenza di un altro essere umano. So dire qual era il suo colore quando una persona mi ha detto di andare per la mia strada, trovare ciò di cui avevo bisogno e poi tornare; ricordo il gemito iracondo e doloroso di quando ho ferito e sono stata perdonata; riconosco la vibrazione eterna di chi non è più "noi", ma è sempre qui; mi porto dentro dall'alba al tramonto di ogni giorno di questa vita la grandezza di qualcosa e qualcuno che è e sarà, non importa cosa, non mporta dove.

Lo so che c'è, l'Amore. L'ho sentito arrivare in punta di piedi, quand'ero piccolissima, stanziarsi dentro di me, crearsi un universo con ciò che avevo dentro, plasmarsi su ciò di cui sono fatta, ciò di cui sono fatti coloro che amo, l'ho sentito abbandonarmi, tornare, cambiare pelle, rinascere ogni volta con una muta differente.
So anche che io non smetto di amare.
Cambiano le maree, le stagioni, le persone e i sentimenti. Ma chi ho amato, amerò. A distanza, senza parlarsi, senza sfiorarsi, senza soffrire, semplicemente con quella capacità quasi ultra-umana di arrivare ad una persona stando esattamente immobili, di fendere il tempo e le cose che stanno nel mezzo, per sussurrare a qualcuno che forse nemmeno sente che speri che sia felice, col cuore colmo di tutto ciò che non fa rumore, che tracima stille invisibili di dettagli trascurabili, gocciolanti e cadenti al solo scopo di ricordarti il senso di ciò che è stato.

Il motivo, nonostante ciò, continua a sfuggirmi. 
Causa ed effetto non funzionano per l'Amore.
Allora, forse, nemmeno io so dire dell'amore, pur sentendolo agitarmisi dentro.



Ci ho riflettuto. Quella persona, quella che mi ha detto che non saprebbe dire cos'è l'amore e semmai abbia amato, è una persona saggia.
E' una persona saggia e ancora non lo sa.
Ha amato e ancora non lo sa.