sabato 19 novembre 2011

IL TACCHINO, LE ORECCHIE DI DIO E LO ZIO ANTONIO: consuetudini inconsuete

Giovedì prossimo è il giorno del ringraziamento.
Nonostante sia una festa cattolica ed io sia irrimediabilmente agnostica, mi ritrovo a riflettere sul senso di questo giorno.
Mi documento
In origine, dice Jimmy Wales, nasce come segno di riconoscimento per la fine del raccolto. I padri pellegrini, provati dalle persecuzioni religiose che subivano continuamente, decisero di migrare dall'Inghilterra all'America. Erano assolutamente ignari del fatto che la metà di loro sarebbe andata incontro a morte certa per via della profonda differenza territoriale che avrebbero dovuto fronteggiare. Furono i nativi americani ad insegnare loro come coltivare la terra, quali animali allevare, come sopravvivere in un habitat così astruso rispetto a quello conosciuto fino a quel momento. In seguito al successo di questo primo raccolto, i padri pellegrini decisero di istituire il Thanksgiving Day per ringraziare Dio di averli assistiti con tanta abbondanza. Da quella prima festa, cui i Nativi Americani furono invitati, a quella di cinquant'anni dopo, il senso era già stato stravolto.
Già l'anno successivo al primo, in realtà, le cose avevano preso una piega infelice.

"Ringraziamo il Signore per il cibo, certo, ma soprattutto per essere riusciti nella colonnizzazione, per aver domato gli "indigeni", per aver stabilito quelle 13 colonie che saranno le fondamenta dei gloriosi Stati Uniti d'America"

Questo il senso, in parole spicciole. 
C'è aria di ipocrisia. Oltre che di appropriazione indebita, crimini contro l'umanità, e cento altre cose non esattamente piacevoli. E poi c'è tutta una critica - per altro ben strutturata - sull'inattendibilità dei fatti narrati, sulle varie omissioni e le eventuali distorsioni della realtà.

Ciò non ha impedito che, in America, il Thanksgiving Day diventasse una festa ritenuta unanimemente importante, osservata e sentita dai ceti più alti a quelli più infimi della popolazione. A pochi giorni dalle celebrazioni, si svolge alla Casa Bianca la cerimonia presidenziale che, con un mini indulto, sancisce la grazia di due tacchini, salvandoli dalle patate (e dai fornelli, soprattutto da quelli).
Leggo inoltre che, dal 2003, i cittadini americani possono votare i nomi dei due tacchini che verranno graziati, direttamente sul sito della Casa Bianca. Dal 2005, invece, il trasporto di suddetti gallinacei da Washington al ranch in cui vivranno, avviene con un volo di prima classe della United Airlines.
Gli Americani non smettono mai di stupirmi.

Dopo questo estenuante ma necessario prologo, passo alla vera ragione che mi porta qui: il RINGRAZIARE.
Mi chiedo per cosa siano grate, tutte quelle persone.
Sentiranno davvero il significato di ciò che dicono?
Sarà una sorta di pro forma o, veramente, c'è la volontà di ringraziare Dio per ciò che si ha?

Non so come mai, ma credo di avere le risposte a queste domande.
Risulterò supponente, forse, ma in fin dei conti, pure gli Americani sono esseri umani come noi (hahahaha STO SCHERZANDO OVVIAMENTE), saranno talmente abituati a questa festa da averne perso il senso, inglobati dalla tradizione che si sfoca nel tempo e diventa mera abitudine, affogata in dosi moleste di consumismo e salsa ai mirtilli. 
Noi abbiamo fatto la stessa cosa con il Natale.
Per il Thanksgiving il senso dovrebbe essere, appunto, il ringraziare. Mica Dio, che quello, ho sentito dire, non c'ha manco le orecchie. Ringraziare la vita, le persone, dire grazie per le cose belle, per quelle meno belle che ci hanno spinto a crescere, per il culo al caldo, per aver avuto qualcuno che ci ha abbracciato, che ci ha insegnato a leggere, per il gatto che, anche se non ti porta il brodo caldo quando sei malato, c'è sempre quando torni a casa; per quelli che ci hanno cambiato la vita, per le volte che abbiamo riso e per quelle che abbiamo pianto. Persino ringraziare la cassiera della libreria (riferimenti a fatti e/o persone realmente esistenti sono puramente casuali), potrebbe essere un proposito per alcune persone.

E poi ci siamo noi, con l'albero, il torrone e la nonna che, un giorno all'anno, si consente un'alzatina di gomito; noi, lo sappiamo ancora qual è il senso del Natale? Al di là del consumismo, di Babbo Natale che veste rosso perchè beve coca-cola, dell'i-phone della Fisher Price per bambini di età inferiore a 5 anni, di tutta quella coltre di cose, luci, canzonette e fiocchetti di cui ogni angolo viene ammantato, lo sappiamo ancora cosa stiamo festeggiando? 
Nemmeno mia nonna celebra realmente la nascita di Gesù (che anche lui, per altro, ancora lo devo capire come abbia fatto a nascere da una vergine. Spirito Santo qui in Toscana è una gran bella piazza, ma per me finisce li); non che sappia cosa sta festeggiando, ma se il perchè storico-religioso s'è perso da un pezzo mentre la tradizione resiste, forse sarebbe il caso di porsi due domande ( dico 2, ma sarebbero 860. Due sarebbero comunque un buon inizio), di andare a cercare il motivo per cui la cosa resiste al logorio dei secoli, alla presa di coscienza della menzogna ( anche qui siamo in 2 mentre ne servirebbero 860), perchè si continua a festeggiare qualcosa che ha perso di senso.

Perché se in misura contenuta, influisce una certa continuità passiva di qualcosa che tendenzialmente non si rivela deleteria, la pigrizia cronica del fare qualcosa solo in virtù del fatto che si è sempre fatta, bisogna pur riconoscere che la società cambia impercettibilmente ogni giorno. Cambia lei perchè cambiamo noi, cambiano i significati delle cose che facciamo, cambiano le parole e i loro sinonimi. Come i vocabolari vengono aggiornati,  noi dovremmo ridefinire la simbologia di ciò che continuiamo a fare. Il senso del Natale si è perso perchè si continua a cercarlo nel passato, a dargli quell'uno e unico valore (sarebbe il caso di dire trino, ma anche no) che ha avuto quando stava li per santificare la nascita del portavoce di Dio in terra (una fatica scrivere queste ultime parole, non ne avete idea!).
Ad oggi, 2011, che senso ha tutto questo? Assolutamente nessuno. O almeno per la maggior parte dei presenti a tavola, il senso è un cotechino, due risate e una serie di aneddoti un po'stantii. Prendendo atto dell'assurdità del proposito di abolire di punto in bianco una festa che viene celebrata dalla notte dei tempi e che, in realtà, non nuoce a nessuno, dovrebbe arrivare un momento in cui le persone si chiedono cosa vogliono che sia, questo 25 dicembre.

Io, da un po' di anni a questa parte, ho deciso che per me dev'essere una delle rarissime occasioni in cui riesco a passare del buon tempo con la famiglia riunita.
Vivo a Firenze, i miei in un angolo del Veneto, mia cugina a Milano, i miei zii in un altro angolo di Veneto. Siamo 9, in tutto. Niente pranzi con due file da 70 persone. Nessuno che si odia, nessuno che si deve vedere forzatamente. La famiglia, per me, sono quegli 8 con cui passo il Natale. Il resto, parentame generale. Alcuni li vedo volentieri, altri no, alcuni li amo, altri no. A qualcuno sono molto legata. Ad altri no.
La cosa che mi lascia basita, è che il sottotesto della cosa, generalmente è qualcosa di simile a : "Natale? Di nuovo? Che palle. Tocca fare i regali, vedere quell'acida della zia Luisa, e magari avrò pure la sfiga di sedere vicino a zio Antonio che gli puzza in fiato e dice sempre le stesse cose".
Non è "di nuovo", è solo "NUOVO". Le persone con cui pranzeremo questo 25 dicembre, non saranno le stesse dell'anno scorso o di cinque anni orsono. 
Pensateci bene; voi, un anno fa, eravate gli stessi? Non è cambiato niente nella vostra vita? E se è così, credete davvero non ci sia nulla che avete imparato, che è mutato dentro di voi? Qualora fosse così, non è solo quel giorno ad essere inutile nella vostra vita. 
Siamo così abituati a queste persone (che probabilmente non vediamo mai, è solo una questione di affetto,  imprinting e consapevolezza di consanguineità) , crediamo di conoscerle così bene, da non essere nemmeno capaci di postulare che possano essere cambiati, semplicemente, come abbiamo fatto noi, come fanno tutti. Perciò, ce ne stiamo seduti li, a fingere di essere gli stessi di sempre (sempre quando poi?), incapaci di chiedere cos'è cambiato nella vita di chi abbiamo di fronte, ciechi al tempo che passa fatta eccezione per qualche rotolino di ciccia o qualche filo canuto in più, sordi a tutto ciò che non sia la ripetizione di ciò che è sempre stato detto a questi pranzi.
Le persone cambiano, e noi non ce ne accorgiamo, non facciamo il minimo sforzo per capirle, trincerati dietro la granitica convinzione di conoscerli da sempre, ci scordiamo che ciò che conosciamo è l'idea che ci siamo costruiti di loro e che non aggiorniamo da un bel po'. Ecco cos'è che puzza di stantio a questi pranzi, non la consueta acidità della zia Luisa, non I soliti 3 aneddoti dello zio Antonio, ma le nostre stesse idee riguardo gli altri.

Il senso del Natale dovrebbe essere riscoprire chi amiamo, occuparci di loro e del nostro rapporto con loro quando ce n'è la possibilità, fare un passo in più quando qualcun altro non sa nemmeno di essere vittima di certe dinamiche, tenere a mente che una sessantina di giorni, sono la briciola di una vita, ed è mediamente il tempo che passiamo assieme a tutte le persone che amiamo riunite insieme.

Perchè laddove c'è questa piccola accortezza, questo impercepibile cambio di prospettiva che consente di vedere lo sconosciuto in mezzo al conosciuto, non c'è spazio per l'ipocrisia, il consumismo, le tristi banalità. Non importa che sia una arrosto consumato sulla tovaglia della trisavola o un panino al Mc Donald's in tangenziale, non importa se i regali sono graditi o meno, la cosa fondamentale, l'unica che può fare la differenza è ricordarsi di chiedere a chi ci sta a fianco "Come stai?" sperando e preparandosi ad una risposta non circostanziale, cercando di capire chi è diventata la persona che abbiamo nascosto dietro l'idea. La differenza è di sostanza piuttosto che di forma. E le persone coinvolte, sono le stesse che abbiamo visto 3 volte l'anno da quando siamo venuti al mondo, pur senza esserlo mai state completamente. Ecco perchè è così difficile. Ma, non a caso, ho detto difficile. Non impossibile.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Cara Francesca,
come sempre ti rinnovo i complimenti per questo blog, ogni volta riesci a tenermi inchiodata al computer fino alla fine. Stavolta mi hai fatto riflettere di nuovo sul Natale, il mio periodo dell'anno preferito, e ho deciso che voglio condividere con te quello che significa per me questo giorno. Gran parte della mia famiglia ed io abbiamo un brutto rapporto con la chiesa: io non ho mai capito come calcolare quando cade la Pasqua; ho risposto "grazie" al vescovo il giorno della comunione invece di dire "amen" come tutti gli altri bambini; entro in una chiesa solo per i funerali o per i matrimoni. Quindi anche il Natale non è che abbia un significato religioso per me. Amo tutte le frivolezze del Natale: i tortellini, le lucine, fare l'albero, le palline di vetro tramandate da generazioni, i maglioni con le renne, Mary Poppins e Miracolo sulla 34^ strada, i ceffi vestiti da Babbo Natale che cantano ad ogni porta, I'm dreaming of a white Christmas e via dicendo..Però la vera goduria è lo star seduta a tavola un giorno intero con la mia famiglia, come dici tu, anche se noi siamo sempre almeno una ventina di persone, che comunque vanno d'amore e d'accordo. E a me piace da morire osservarle, sentirle parlare, vedere i bambini crescere e i vecchi stancarsi. So che queste persone cambiano di continuo, e se di alcuni posso vedere il cambiamento giorno dopo giorno, quello degli altri lo noto tutto quella volta all'anno. Io amo la mia famiglia e i nostri ricordi, e do una grande importanza alla memoria. A Natale quindi mi piace, con un po' di masochismo, ahimé, ricordarmi di quando credevo che Babbo Natale avesse suonato il campanello e fosse scappato per non farsi vedere lasciando Cicciobello (per me) e una pianola (per mio fratello) sulla porta di casa (beato vicino di casa!); di quando andavo nel pomeriggio del 25 dicembre a casa dalla bisnonna e mi sentivo un po' a disagio perché aveva 100 anni e i baffi e mi toccava baciarla; di quando, nella stessa casa, la mia prozia bestemmiava perché l'arrivo dei parenti le faceva perdere la fine del film che stava guardando alla tv; e di quando mio nonno cucinava la torta margherita e mi faceva mangiare tutta la crosta. Adesso è un po' diverso: la bisnonna è morta e la prozia pure, al loro posto in casa l'anno scorso ho trovato il marito di una cugina che mi ha fissato le tette e mi ha detto "Però!Sei cresciuta!", il nonno non si ricorda nemmeno come mi chiamo e la torta margherita la fa la zia Luisa, che è simpaticissima, al contrario di quella citata nel tuo post. Però amo il Natale lo stesso, perché posso stare coi nonni e godermi gli ultimi anni in cui possono insegnarmi qualcosa, posso vedere come io, mio fratello e i miei cugini stiamo imparando ad avere a che fare con le cose "dei grandi", posso vedere che i miei genitori a volte ancora dicono "i nostri bambini" e posso vedere un bambino crescere. Tutto questo per me vuol dire accumulare ricordi e creare memoria, per quello che un giorno sarà.
Sofia

Il vecchio Ebby ansimante ha detto...

Interessante, stimolante questa tua idea di invitare a una riflessione sul Natale (partendo dalle analogie col Thankecc.).
Poi nello svolgimento mi sembra di vederti quando scrivi, le dita che si abbattono furiose sulla tastiera a inseguire il fuoco delle parole... I polpastrelli ustionati ora della fine.

Gab ha detto...

da piccino ho vissuto in America, ma non conservo alcuna memoria del Thanksgiving. Per dire, Xmas e Halloween erano eventi indelebili (anche se in famiglia festeggiavamo soprattutto la Befana).

tra le cose più belle di questo periodo è che ho deciso di non aspettare Natale per vedere come stanno cambiando le persone di quella cena, e fargli scoprire quanto sto cambiando io.

ciao, Gab

ps: mi piace solo un perché su otto, ma meglio di niente, qualcosa si sta muovendo :)

carpe diem ha detto...

adoro il Natale, perchè sono una bambina dentro fango, mi piacciono le lucine...perchè il 25 saremmo in ristorante e ci sarà lei fango...lei che sta attraversando un brutto periodo , che involontariamente lo passa a me, perchè le voglio bene,sapere che cè per me ora come ora è tanto

miwako ha detto...

@ Sofia: è bellissimo quello che scrivi. Il Natale è un periodo magico, per me, lo è sempre stato. Qui sono sfociata nella critica per la natura iniziale del post, ma ti assicuro, sono sempre stata in grado di coglierne il senso.
La famiglia, l'affettto che rimane lo stesso, le persone che cambiano, crescono, si evolvono. Poterle osservare tutte riunite, scattare un'istantanea di come siamo ogni 25 dicembre è una prerogativa di cui non tutti sanno godere.
Anche tu, leggendomi qui, mi avrai vista crescere in questi anni. Sarebbe stato bello leggerti da qualche parte, veder crescere anche te.
Un abbraccio

@ Ebbby: ci vedi lungo eh? polpastrelli fumanti ... e soddisfatti! Mi sento come dopo lo spuntino di mezzanotte quando scrivo ^_^

@ Gab: Anch'io non aspetto Natale se posso. La straordinarietà della cosa sta nel fatto di vederli tutti insieme, una manciata di giorni all'anno, guardarli, abbracciarli, sentire il profumo del pandoro che si mescola a quella della nonna, della mamma ... Bravo Gab. Urlalo al mondo chi stai diventando.

@ Carpe Diem: Lo capisco perfettamente. Anche per lei averti vicino è importante in un momento come questo. Natale è qui, e lei pure. Passa con lei più tempo che puoi, farà bene ad entrambe.