mercoledì 9 novembre 2011

Q DI CUORE

"Ci sono notti che non accadono mai"
- Alda Merini -

Stanotte è una di queste. Non per l'attesa delusa di ciò che avrei voluto veder accadere. Nessuna attesa, nessuna delusione. E' un po' più a fondo di così. Infilo le dita nella terra umida e scavo ad un ritmo più o meno uguale al giorno prima. Poi trovo qualcosa. Una radice. Non so neppure io come, ma la trovo. Nodosa, intrisa di vita brulicante seppur immobile, la stringo tra le dita mentre cammino per strade conosciute, tra volti sconosciuti. 
Dura poco.
Poi incontro qualcuno che conosco. Mi parla, mi racconta, mi cerca come se ne avesse il diritto. Provo a resistere, a starmene immersa nella terra gravida, con la mia radice in mano, ma alla fine non ci riesco, travolta dal suo non capire (giustamente) il mio stato d'animo, mi rassegno e mi lascio strappare fuori. La radice si ritira, ancora più a fondo di dove stava prima. Ho perso le coordinate. Ma sono una signora, io. Ormai sono tra gli umani, con questa persona di fronte che evidentemente vuole parlare proprio con me. Lascio entrare aria nei polmoni e le offro un caffè. Parliamo. Lingue diverse. Io, che mastico l'esperanto dell'anima, so cosa vuole, so di cosa parla. Lei no. Non ne ha la minima idea. E' una brava persona, ogni tanto colgo nei suoi occhi il barlume della comprensione. Ma è solo un frangente. Poi ritorna ottusa, ripiegata sulle sue necessità, sul suo salutare egocentrismo, come è giusto che sia. Una lunghissima, interminabile ora mi passa accanto arrancante, mostrandomi fugaci immagini subliminali di ciò che avrei visto se non mi fossi lasciata tirare fuori dallo stato amniotico in cui nuotavo. Saluto questa persona che ha capito così poco di me, e me ne vado per la mia strada, cercando nuovamente di ficcare le dita nel terreno. C'è asfalto, al suo posto. Duro, arido, doloroso. Ho perso il momento. L'ho lasciato andare, e lui è scivolato via, spinto dal vento e dal tempo.
Non so quando capiterà di nuovo. Domani? Tra un anno? Mai?
E' stato uno di quei momenti intensi, in cui senti ogni cosa in modo totale. Ero vicina, tremendamente vicina a qualcosa. Come se il mio corpo fosse improvvisamente divenuto un ricettacolo di piccole antenne che captano ogni movimento, ogni sguardo, ogni suono, ogni pensiero.
Sono stata dappertutto e da nessuna parte. Per venti minuti. I miei occhi sono rimasti impigliati a quelli di tutte le persone che ho incontrato, hanno ascoltato ciò che avevano da dire, distinguendo la loro voce, avvertendone talora la torbidità, talaltra la semplicità.
Le labbra di centinaia di persone mi hanno sussurrato cose che non avrei potuto sentire in un altro momento.
Mani di vecchia, pantaloni sgualciti, sguardi vacui che sorridevano ad un telefono, cappotti che ondeggiavano su fianchi troppo smilzi, dita intrecciate, occhi viscidi che urlavano ciò che ci avrebbero fatto col mio corpo, occhi tristi, diffidenti, occhi che ridevano, come quando sei piccolo e il mondo ti entra in una tasca. Qualcuno mi ha sorpresa a camminare dove pensavo di non essere veduta, allora mi ha lanciato un'occhiata torva, a scanso di equivoci; qualcun altro aveva l'aria perplessa e dubbiosa di chi si chiede se non abbia della rucola tra i denti; la maggior parte non se n'è accorta. Di me, che li ho sfiorati per un millesimo di secondo ed ho sentito tutto.
E' stato bello, doloroso, acuto, avvolgente, destabilizzante, stupefacente. Le persone mi oscillavano intorno come falene attratte da una luce. O magari, ero io la falena e loro tante piccole luci. E' probabile che questo sia solo ciò mi è parso, per la durata di questa passeggiata surreale tra pensieri itineranti che non erano i miei. 

Chissà cosa sarebbe successo, mi chiedo, se non fossi uscita di li. Niente, probabilmente. Ma forse le cose migliori non accadono, sono e basta. Chissà cosa sarebbe stato, allora, se fossi rimasta immersa in tutte quelle cose, fuori da me stessa, dentro gli altri.
Quante altre volte mi capiterà di rendermi conto delle notti che non accadono?
Quanti sono i giorni che abortisco inconsapevolmente?
Quante cose ci perdiamo, quotidianamente, ascoltando solo con le orecchie?
Quante parole "importanti" esistono con la Q? 
Tante quante ne servono ad una lettera bizzarra come questa. Anche qualcuna meno. Forse anche cuore meriterebbe una Q.


6 commenti:

Il vecchio Ebby ha detto...

Sono passato a constatare l'ultima aspirata di polvere.
Adesso sto starnutando, e dire che sono sicuro: non è un raffreddore.

Gab ha detto...

mi è tornata in mente quella canzone che diceva "..con passo irregolare nel flusso irregolare della gente che scontra, le mani dentro a un buco, tasche sfinite, vociare di monete obsolete.."

difficilissimo sarà scrivere cuore con la C, d'ora in avanti.

ciao, Gab

Il vecchio Ebby ha detto...

Mi sono sbagliato clamorosamente.
Il raffreddore l'ho proprio.
Polvere assolta.

miwako ha detto...

@ Gab: Questa dei Marlene non me la ricordavo. Calzante. Anzi, Qalzante ^_^

@ Ebby: La mia è una polvere anallergica per quelli come te. Al massimo, può provocare insonnia. Cosa usi come aspirina cerebrale?

Ebby ha detto...

A domanda rispose:
passeggiate surreali tra pensieri itineranti che però sono i miei.

miwako ha detto...

Almeno non rischi di essere inopportuno!