sabato 31 dicembre 2011

ERBA VOGLIO

So cosa state pensando.
Facili giochetti con le ambivalenze di significati.
No, non quella.
Ho solo deciso di stilare una lista di futilità che mi piacerebbe avere, in tempi brevi o meno. Anche in un'altra vita va bene, ecco.

*Casa di legno con portico. Per questa, la lista d'attesa può andare dai dieci ai trent'anni. Sono una persona paziente.
*Orto di erbe aromatiche. La cosa, è innegabilmente connessa alla precedente. Senza una casa, quindi un giardino (seppur misero), o un terrazzo (che ovviamente manca in questa bettola per studenti dove se stai fermo per più di dieci minuti nello stesso punto ti cresce la muffa addosso per quanto è alto il tasso di umidità), converrete con me che è un'ardua impresa cavarci fuori il posto per un giardino di aromi. Voglio la menta, l'erba cipollina, il basilico, la salvia e il rosmarino. E il timo. E l'origano, che quello fresco è tutta un'altra storia.
*Pattini d'argento. Possibilmente anche una micropista. Questo però non mi sento di scriverlo in grassetto, anche se il fatto di voler addirittura possedere dei pattini da ghiaccio si legittima solo in virtù di un uso/possesso smodato di una pista. E, si, li voglio d'argento. Questa lista si chiama Erba Voglio, mica Erba Vorrei Se Non Fossi Povera/Precaria/StudentessaPerenne/FuturaDisoccupata.
*Armamentario da pasticcera mancata. Si sa, i dolci ed io, abbiamo un'affinità elettiva invidiabile. I muffin, il cheesecake, il tiramisù, la torta di carote, i biscotti, i miei esperimenti ... Potrei dimezzare i tempi se solo non: montassi gli albumi a mano, tritassi le carote a mano, tagliassi il cioccolato con un'accetta, mescolassi ogni cosa a braccio.
"Comprateli", direte voi. Certo. Ma cucinando prettamente di notte, ognuno di questi utensili non dovrebbe emettere alcun suono. E se mi posso permettere uno sbattitore elettrico comune (cosa che, sorprendentemente, c'è pure in questa casa), non me ne posso permettere uno col silenziatore, ammesso che esista. Qualora non fosse così, mi stupisco che nessuno ci abbia ancora pensato.
*Vitalizio in ciabatte. Possibilmente, nell'ordine delle migliaia. Le perdo, tutte, indistintamente. O, peggio, ne perdo una. Avete idea di che sensazione orribile si provi a mettere un piede giù dal letto alle 8, in pieno inverno, e sentire il marmo che ti crioterapizza un arto? Ecco, io odio. E voglio ciabatte ovunque, possibilmente dello stesso spessore, così, magari, evito di assomigliare ad Igor mentre cammino. Se non avete idea di ciò di cui sto parlando, tanto meglio per voi; significa che non perdete le ciabatte. O che avete una buona mira. O che dormite coi calzini. O che avete un tappeto. O che la smetto qui.
*Coffee machine. Di quelle americane. Da brava finta Italiana quale sono, adoro il caffè americano. "Appena ho qualche soldo da buttare me la compro". Me lo dico da tre anni, ma ancora non ho visto carta straccia nel mio portafoglio. Rimedierò entro l'anno. Tò, c'infilo pure un proposito.
*Vitalizio in fagiolini. Nettare degli Dei. E' la storia d'amore più duratura della mia vita, quella tra me e i fagiolini. Quando mi accorgo che in dispensa non ce ne sono più, m'incazzo come una iena. Anche qui, nell'ordine delle migliaia.
*Sensore rileva ostacoli da passeggio. Sarebbe un sogno. Poter camminare e leggere in santa pace, senza rischiare di travolgere bambini, scippare involontariamente vecchiette con la pensione nella pochette, spaccarmi i peroni contro un pilone di cemento limita-traffico. Invece, manca poco divento strabica a forza di provare a leggere, sopravvivere e non uccidere contemporaneamente. Finora, il metodo più efficace cui sono giunta (dopo svariati quanto fallimentari tentativi), è quello di tenere il libro all'altezza del collo. La visione periferica mi permette e di accorgermi se qualcuno mi si para davanti, e di avere una vaga (ho detto VAGA) idea di dove metto i piedi. L'ultima volta mi sono schiantata rovinosamente contro una bici in cavalletto che, ovviamente, era esattamente nella traiettoria del mio libro, unico (rett)angolo morto di questo sofisticatissimo sistema. Magie della prospettiva.
*Insegnante di latino e pilates. Non insieme. Cioè, l'insegnante è lo stesso, le discipline sono due. Non vorrei mi scambiaste per una di quelle progressiste del fitness convinta che ogni cosa possa essere integrata nel workout quotidiano.
"Corso di salsa, bachata e canti gregoriani. Finalmente anche in Italia, il corso che ha aiutato celebrities come Jennifer Lopez e Orietta Berti a ritrovare la forma dopo il parto! Polverizzate i chili di troppo a suon di GLORIA e AGNUS DEI! I vostri amici, non vi riconosceranno più!!!"
Cose così insomma.
No.
Voglio un insegnante serio. Alto, moro, coltissimo. Quando non mi serve, lo tengo in uno sgabuzzino, in stand-by, tipo SuperVicky. La mattina, dalle 10 alle 12, lezione di latino; la sera, dalle 19 alle 20, pilates.
E' vero che l'essenziale è invisibile agli occhi, ma è pur vero che il corpo è il tempio dell'anima. Quindi, curare entrambi col pilates e col latino mi sembra cosa buona e giusta. Amen.

Per ora mi fermo qui. Potrei continuare, eh, sia chiaro; ma vi risparmio.
Direi che non potevo scegliere argomento migliore per l'ultimo post del 2011.
E voi, qual è la vostra Erba Voglio?

giovedì 29 dicembre 2011

VUOTI PIENI

Parcheggio al solito posto, davanti al cancelletto, per metà addossata ai cespugli di lavanda.
S. è nel garage, col gatto che le scalda le caviglie e una pila di panni tra le mani.
Quando mi vede, nonostante il buio, riconosco il bagliore nei suoi occhi.
Ci abbracciamo, lì, tra la lavanda e i panni, col panforte in mano e il gatto tra i piedi. So di cosa profumano i suoi capelli biondi, ma cerco di non respirare. Non so bene che effetto mi possa fare sentire quell'odore.

"Torna quando saprai cosa vuoi fare della tua vita. Vienimi a trovare e raccontami di te"
Queste furono le sue parole, quasi un anno fa.
Mentre la seguo lungo il vialetto ciottolato che conduce alle scale, mi chiedo se sia già passato un anno dall'ultima volta in cui sono stata qui.
S. apre la porta e mi invita ad entrare.
Travolta dall'odore di quella casa, per un attimo perdo il contatto con la realtà. S. accende una candela e mi chiede se voglio qualcosa da bere. Rifiuto, sono così piena che anche un misero the sembra un maritozzo alla panna al mio stomaco. Rollo una sigaretta, invece, mentre iniziamo a parlare di cosa è cambiato nell'ultimo anno. Le racconto dell'università, del lavoro, della scrittura, di quella-cosa-di-cui-ancora-non-parlo-per-scaramanzia, di Stè, di tutte le cose che mi sono successe.
Lei ascolta, sorride, fa domande.
Sono un po' nervosa.
Me ne accorgo dalle dita che si arrampicano su per il collo, alla ricerca di un ciuffo sfuggito al bastone con cui ho raccolto i capelli. Lo trovo, nel momento in cui sentiamo un tonfo farsi strada dalle scale a chiocciola che portano alla taverna.
"P., ci sei? Vieni a vedere chi c'è ..."
"Chi c'è?"
"Sali, sali, vieni a vedere."
Mi alzo in piedi, ascolto quei i passi pesanti farsi strada ritmati per le scale, mentre con gli occhi fisso l'apertura nel pavimento da cui uscirà.
Quando lo vedo, il suo viso mi colpisce come una secchiata d'acqua gelida a dicembre.
Non me l'aspettavo, di solito solo S. mi fa quest'effetto, ma con lei non è una novità.
Lo guardo sorridermi, e lo abbraccio. Una voragine larga un decennio mi si apre dentro. Non so cosa darei per poter piangere. Mi trattengo.
Ogni volta che lo vedo penso sempre che è davvero altissimo.
E' invecchiato di colpo. Ed è un po' stanco, meno sereno dell'ultima volta che sono stata qui.
S. invece ha la solita consapevolezza pacata, avvolta da quella sua arrendevole tristezza che finisce, esausta, per diventare serena accettazione, sono certa intuisca la fatica con cui freno le lacrime.
P. ritorna in taverna, S. ed io in cucina.
Parliamo ancora un po' prima di salutarci, col buio fuori dalla finestra aperta di un soffio ad origliare chiacchiere vaghe che si sostanziano in relazione a chi manca all'appello.
Lei è ovunque. Nei discorsi, nel sorriso di S., nei silenzi, in quelle mura che ci hanno viste ragazzine, in quelle scale di legno che si arrotolano su fino alla sua camera, scricchiolanti come un tempo nonostante lei i piedi lì non ce li appoggi più. E' incredibile la forza con cui queste cose mi si avviluppano addosso, l'immensità del vuoto lasciato da qualcuno di così piccolo, giovane, come era lei. Ed è paradossale che una persona che non c'è più riesca a fare tutto questo rumore, a lasciare in giro cose che da oltre dieci anni sanno ancora raccontare come se non fosse passato nemmeno un giorno.
E' un vuoto pieno, quello che ha lasciato, straripante di lei.
Mi ha insegnato un sacco di cose. Quando era qui, e pure dopo.
Ho la sensazione che a Natale, tutto questo, faccia ancora più male. 
Sarà il cuore rimasto aperto, come accade spesso in questo periodo dell'anno. 
O forse è proprio lei, che senza saperlo ha disseminato piccole gemme luminose affinché noi potessimo trovarle nel corso delle nostre vite.
E' un regalo bellissimo. 
Vorrei potergliela urlare questa gratitudine.
So che non si può. 
Perciò la semino nelle vite degli altri, con la speranza che le persone colgano anche solo la metà di ciò che lei ha dato a me.
Grazie T.
Te lo scrivo qui, che anche se non ci passi magari mi senti.


mercoledì 28 dicembre 2011

RICORDA QUESTO DICEMBRE, CHE L'AMORE PESA PIU' DELL'ORO - Josephine Dodge Daskam Bacon -

Sperso tra i bagliori delle luci ad intermittenza, tra il cibo impastato con la premura e la consuetudine, il Natale ha appena svoltato l'angolo.
Avrei voluto durasse un po' di più. Per poter assaporare, dire una parola in più, ascoltare un'altra storia che non conosco.
E invece, mentre il torpore della digestione si profondeva tra le membra, mentre il cervello dava segni di avaria e il corpo di abbiocco imminente, Natale è scivolato via inevitabile.
Ne resta il famigerato pugno di mosche, e forse, fatta eccezione per quei due chili che già sento stanziati sul culo, non ne rimane prova tangibile.
Però ho ascoltato.
Con le antenne flessuose e sensibili.
Ho osservato.
Con un paio di occhi nuovi.

La nonna Luciana, che sa ben oltre ciò che lascia intendere; i miei genitori, che mi hanno sempre sostenuta ma che ho trovato impercettibilmente inorgogliti dalla fine dei miei esami; mio fratello che deve fare i conti con stravolgimenti inaspettati e irreversibili; ognuno di loro è cambiato pur rimanendo sè stesso.

E poi il profilo della zia R. che se la guardi ci assomigliamo un sacco ma se la guardi meglio non capisci proprio dove; le gote della zia D. terre emerse in quel volto accarezzato dal tempo e dalla vita; gli aneddoti sul Nonno A. di cui, purtroppo, conosco molto poco. Anche loro devono essere cambiati, ma siamo così distanti che mi rendo conto essere troppe le sfumature che non sono in grado di cogliere.

Mi rimane addosso una sorta di lieve tristezza, la tristezza del possibile non concretizzato, solo accennato, forse evitato, di ciò che avrebbe potuto ma non è accaduto.
Non che ci fosse qualcosa in particolare che avrebbe dovuto, solo una sensazione difficile da individuare, da qualche parte dentro alla pancia ricolma di cibo.
Però ne sono accadute altre di cose.
Ho fatto l'albero con mio fratello, ad esempio.

L'ultima volta che è successo, credo entrambi dovessimo slanciarci in punta di piedi per arrivare alla cima; ora, che l'albero è rimasto lo stesso mentre noi siamo cresciuti, la punta non ci arrivava neppure alle spalle. Ore 23.30. Siamo in ritardo. A. ed io alle prese con l'albero, la mamma intenta ad impacchettare gli ultimi regali, il papà infrascato da qualche parte a fumare pensieri che non dirà mai. In sottofondo, canzoni riascoltate mille volte, le risate, .l'odore del caffè. Eccolo il Natale in casa nO.S.tra.
E poi le confessioni, le mie ad A. che ancora una volta si è rivelata essere la gran persona che penso lei sia; gli abbracci di mia nonna, lo zio P. che mi ha regalato un barattolo da 2.6 kg di fagiolini, la S.orella che diventa grande sotto i miei occhi, ormai pronta per spiegare le ali, le amiche di sempre con cui la qualità del tempo passato assieme offusca quello che ci ha viste lontane.

Cosa rimane di questo Natale?
Qualche regalo, brandelli di carta lucida che brillano come stelle, torroni, marron glacés e torte fatte in casa.
E poi c'è tutto il resto.
Quello non tangibile ma, comunque, incredibilmente reale.
Ho raccolto i sorrisi di tutti, mi ci sono riempita le tasche.
Ho preso tutte le parole che mi sono state dette e le ho messe in barattoli sotto vuoto.
Persino quel bracciale di luna là fuori, in qualche modo, me lo sono legata al polso.
E' passato, andato, finito.
La sua scia, però, è ancora qui, dove riempie e scalda. Anche se non si vede.
Buon Natale.

video

giovedì 22 dicembre 2011

IL MONDO IN UNA TAZZA


Un pacco di Alpenliebe intero.
Finito in meno di dieci minuti.
E prima le arachidi salate.
E prima ancora la crema di cioccolato.
Proprio come quand'ero piccola.
Lo sono sempre stata, ingorda.
L'unica differenza è che, da piccola, la crema al cioccolato non la sapevo fare. Ora si, accidenti a me.

Adesso, per l'angolo del salutista, bevo un orzo caldo gigante, con i termosifoni accesi ad asciugare i maglioni e una pentola di riso e piselli sul fuoco. Ci ho messo curry, prezzemolo e paprika. Uno dei miei intrugli sperimentali. Ad onor di cronaca, è il pranzo di domani. Sono un tombino ma non al punto da mangiarmelo alle tre di notte (falsa).
Oltretutto, in un'inaspettata condizione di ristrettezze economiche, mi trovo a dovermi ingegnare con quello che c'è in casa. Le mie finanze piangono miseramente, con quelle quattro lire rimaste, devo comprare gli ultimi tutti i regali di Natale. Fossero mille, le lire, me ne andrei in America.
Non che solitamente navighi nell'oro, intendiamoci, ma 50€ in meno a tre giorni da Natale fanno una differenza abissale.

Ho comprato una tazza.
Io adoro le tazze. Le adoro sul serio. Non ne compro molte, ho gusti difficili. E non è neanche detto che le compri.
L'ultima con cui sono entrata in fissa, era una delle tazze del bar di fronte alla libreria in cui lavoro.
E' un bar per GenteBene e turisti altolocati, di quelli coi lampadari di cristallo e i camerieri vestiti da pinguini. D'estate, quando il tempo tra uno scontrino e l'altro non era abbastanza per concedersi un pasto, cenavo lì, con un cappuccino e due risate con i baristi che, ormai, mi conoscevano.
Il dialogo surreale è stato più o meno il seguente:
"Senti ma ... cosa succederebbe se, in un attimo di distrazione, questa tazza cadesse accidentalmente dentro la mia borsa?"
"Col cappuccino o senza?"
"Senza cappuccino. Col piattino. Ti sto chiedendo il permesso di rubarla, in realtà"
"Guarda, fosse per me te ne darei pure un servizio intero; ma considerando che sono di Richard Ginori e che le vendono a 35€ sul sito, non sono proprio nella condizione di poterlo fare"
"Richard chi?"
"Ma tu, da quant'è che vivi a Firenze?"
"Sei anni"
"E non conosci Richard Ginori? Signorina, la tua cultura in materia di porcellane lascia alquanto a desiderare"
"Si, ma anche in materia di granchi delle Mangrovie se è per questo; nel senso che non è un peccato così condannabile non sapere chi è Richard Ginori, soprattutto se consideri che non sono nata qui e che non sono in attesa di sposalizio con dote in via di acquisizione"
"Vero. Rimane il fatto che Richard Ginori è un'istituzione e tu non lo conosci"
"Vero. Ora la posso rubare?"
"No" 
Il giorno seguente, uscita dopo l'ennesima giornata infernale, svoltai all'angolo che si affaccia sul battistero e salutai i miei amici pinguini. A. mi fermò, si guardò in giro e mi disse: "Tieni, mettila in borsa; il capo è in ufficio, non se ne accorgerà nemmeno".
Iniziai a saltare con la tazza in mano ringraziandoli mille volte, mentre i pinguini mi dicevano di avere la decenza di nasconderla prima di esultare, giusto per dare alla cosa una parvenza di innocenza.
Sorrisi, impacchettai e portai a casa.
Tempo dopo, i pinguini me ne diedero pure un'altra, "perché la prima era senza piattino, e una Richard Ginori senza piattino, un se po' vedè".
Così, ora ho le mie due Richard Ginori da mettere in dote, insieme al divano verde della mia bisnonna, le tazzine da caffè a fiori anni '70 (sempre della bisnonna) e un vecchio comò dell'altra bisnonna.
Niente da dire, proprio una donna da sposare.

Ma torniamo alla scintilla che ha scatenato la mia digressione: la tazza.
L'ho vista durante una toccata e fuga in cerca di regali.
La renna bianca che ci sta sopra mi ha chiamato dalla lontana Finlandia Cina, e non ho saputo resistere.
C'è tutto quello che deve esserci: è capiente, comoda, maneggevole e, soprattutto, è natalizia.

Non so cosa mi piaccia delle tazze. Forse il fatto che mi fanno sentire immediatamente a casa, ovunque io sia; o forse il fatto che dentro ci sta tutto il caffè che voglio. 
Certo, è anche un discorso estetico, ma io credo abbia più a che fare con quella sensazione di accoglienza immotivata che avverto ogni volta che ne stringo una bollente tra le mani.
Capita di torvarsi a casa di qualcuno per un the o un caffè extra-large; capita che questo qualcuno mi faccia scegliere la tazza, o che mi racconti da dove viene quella in cui ha appena versato l'oro nero, e, non lo so, non riesco a non rimanere affascinata dalla microstoria che contiene.
A casa dei miei, ne ho una "presa" in Finlandia. 
Quando firmai il contratto, prima di partire, era esplicitmanete suggerito di portare delle stoviglie perché l'HOAS non si faceva carico di fornirle. Arrivata là, poggiate le valigie a terra, con il caffè più imbevibile della terra sul fuoco, scelsi una tazza da quelle disponibili nella credenza, portate e lasciate da chi ci ha vissuto prima di me, e scelsi lei. Fu la prima tazza in cui bevvi un caffè in quel luogo che mi è così caro. Fu quella che mi vide appena sveglia quasi ogni mattina; quella che cadde rompendosi, miracolosamente, solo il manico; quella che portai a casa dopo sei mesi di tête-à-tête
Tuttora, ogni volta che me la ritrovo tra le mani, stracolma di caffè fumante, non posso fare a meno di ripensare a quei tempi felici.
Questa è solo una piccola parte di tutte le storie di cui sono fatte le mie tazze, infinitesimale rispetto a tutte quelle che avrò in casa quando sarò vecchia e rugosa e i miei anni si conteranno in tazze venute da chissà dove, o in cerchi, come per gli alberi.
Nel frattempo, tenete a mente, semmai dovessi passare da voi per un caffè, che il modo più efficace per farmi sentire la benvenuta è offrirmelo in una delle vostre tazze e raccontarmi la sua storia. Se sarà quella sbeccata che usavate la mattina dopo una sbornia nella vostra casa da studenti, tanto meglio, ne avrà di storie da raccontare.

mercoledì 14 dicembre 2011

SE CE L'HA FATTA LA LUCIA, POSSO FARCELA PURE IO

Non dovrei, lo so.
In fondo, mancano poche ore e saranno 48.
Di veglia.
Potrei andare a dormire, ecco.
Ora sono quasi 39.
Sveglia da 39 ore.
Ed è martedì.
Caffè, red bull, the, caffè, caffè, the, caffè.
Tu-tum-Tu-tum-Tu-tum.
Pompa come se ne avessi due.
Ho momenti di ansia paralizzante.
Altri di produttività adrenalinica.
Il tutto intervallato da frangenti di catalessi assoluta. 
Parole acchiocciolate escono inciampando nelle mie labbra.
Il cervello non la smette di girare.
E il Filosofo a ricordarmi di respirare.
Inspira.
Espira.
Poggia la testa e chiudi gli occhi.
Anche solo per cinque minuti.

"Ehi, tu ... Ma l'Additio Erculea te la ricordi"
"Razionalmente ti direi di si. Il mio cervello però, è entrato in sciopero un quarto d'ora fa. Credo stia al telefono col suo sindacalista al momento."
"..."
"No, non me la ricordo l'Additio Erculea"

Si ricomincia.
Si attende.
I criceti, sfiniti, ricominciano a correre, a congiungere le informazioni come in una carta natale di Paolo Fox, dove tutto avrà un'unità di senso che, ancora, mi sfugge.
Le ore rotolano via lente come macigni.
Prima tre, poi sette, poi nove.
E poi tocca a me.
Mi siedo, IlSignorG. scorre le 600 immagini e si ferma su una a caso.
Ma io quello lo conosco, penso.
Indovina chi ha la faccia così?
E' Giorgione.
Giorgione e il tempo che, ineluttabilmente, consuma ogni cosa. Spiattello tutto, collegamenti ipertestuali inclusi.
E poi il Verrocchio, Poussin, il Veronese, coso lì, il Canaletto, quell'altro, Chardin, Michelangelo...
Non ricordo qualche nome. Azzecco l'interpretazione di ogni opera.
Mi appioppa un 23.
Un dignitosissimo 23.
Dopo un dignitosissimo ultimo esame.
Mi sarei data un 26, se devo proprio essere onesta. Ma sono conscia di aver fatto un bell'esame, perciò non mi rimane nemmeno l'amaro in bocca. Sono contenta. E basta.
Accetto.
Firmo.
Esco.
Abbraccio una sconosciuta in attesa di dare l'esame.
E me ne vado, fluttuando a venti centimetri da terra.

E' "solo" un esame, lo so. Ma è l'ultimo. Ostico al punto giusto per piazzarsi come tale nella tua personal chart degli esami da dare. Ed è stato preparato in 13 giorni, in mezzo a balordi turni lavorativi, uno stage che si mangia parte delle mie giornate senza preavviso, e sempre troppo poche ore di sonno. Il tutto dopo un blocco della circolazione che durava già da un po'.
Perciò, si, mi sento come Gene Wilder in Frankenstein Junior.

Ora sono sveglia da 40 ore.
Ora ho dato 40 esami.
Ora vado a dormire.
Con una leggerezza addosso che non credevo nemmeno possibile.
Grazie D. per la tirata d'orecchie.

NOTA: La Lucia del titolo è mia nonna, mica la santa. Che comunque è una santa pure mia nonna. E oggi è anche Santa Lucia.
Ha 79 anni e si è appena fatta il cellulare.
Io ne ho 27 ed ho appena finito gli esami.
Si può fare, nonna.




lunedì 12 dicembre 2011

ARRIVA ARRIVA QUELLO CHE DEVE ARRIVARE, NON TI PREOCCUPARE

Non dovrei, lo so.
In fondo, mancano poche ore a martedì.
Tenere duro.
La vocina si fa sempre più flebile.
Mi sa che questa cosa delle dita incrociate non sta funzionando.
Era tanto che non mi sentivo così.
Male, intendo.
Al momento, mi servirebbe un eremo solitario.
Il mio sorriso non ha scintillato poi molto oggi.
E con questa faccia da stoccafisso mi prenderei a schiaffi da sola.
'Cazzo guardi, idiota?
Quello che guardi tu, stronza.
E sfanculerei tutto.
Io non sfanculerei mai tutto.
Oggi si.
E scrivo come una quindicenne, mancano solo un po'di K a caso.
Poi, vorrei sapere come mai oggi mi sembra tutto così insulso.
Succede il giorno prima di qualcosa?
Vorrei piangere. Ecco cosa vorrei.
O Sant'Iddio ci mancava solo questa; ora pure il pianto isterico fermo in gola.
Vedi? Quando pensi che la dignità sia già fottuta e che peggio di così non ti puoi sentire, ecco che arriva la stoccata finale, il pianto inutile.
Che poi, non è ancora arrivato, ma lo sento, lì da qualche parte tra gli occhi e il cuore.
Non vedo il fondo, di questa tazza piena di caffè nero.
Non vedo il fondo di tante altre cose.
Devo bermelo tutto per vedere il fondo.
Devo?
E se non ce la faccio?
Il caffè tiepido non mi piace.
Ora faccio i capricci.
Faccio i capricci fino a che non arriva ...
Non arriva chi?
Cosa?
Cosa cazzo deve arrivare?
Non l'hai ancora capito che non c'è nessuno che deve arrivare? Ti devi salvare da sola dai fondi del caffè e pure da tutto il resto.
Si che lo so.
E allora che cazzo aspetti?
Niente, in realtà.
Non mi aspetto niente, come sempre.


Faccio un respiro.
Due.
Tre.

Mi sfanculo da sola.
Che in realtà sono io l'unica che sfanculerei oggi.
Gli occhi umidi, le dita gelide che reggono l'ennesima sigaretta, fisso il mio riflesso. Inettitudine. Paura. Incoerenza. Cento cose orribili tutte insieme.
Forse mi basterebbe una parola.
Perché non la chiedi?
Silenzio.
Perché non la smetti di non aspettarti niente? Paura eh?
Silenzio.
Perché non dici niente? Lo so che vuoi urlare. E allora urla, porca puttana, piangi, disperati, fai qualcosa, ma non stare lì immobile come se non ti stesse succedendo niente.
Silenzio.
Silenzio.
Ancora silenzio.
Suona il telefono.
Ci penso un po', tentenno, poi rispondo.
Mi serve una tregua da questo silenzio assordante.

domenica 11 dicembre 2011

ATTENTI A QUEI TRE

C'è un albero di Natale di fronte al Duomo. 
L'hanno acceso l'8 dicembre alle sei. Io ero al lavoro, lì di fronte, senza poterlo vedere.
Non è grande come me lo aspettavo, ma è bello, con le luci azzurrine e i gigli rossi.
Venerdì sera, ore 00.20. Mi metto lì, faccio un paio di telefonate, aspetto.
Gente random. Finisce che faccio un paio di foto con degli sconosciuti. 
Non avevo considerato che una ragazza sola, con una gonna e un paio di parigine, ferma sotto un albero di Natale enorme potesse essere materiale da abbordaggio.
Poi, finalmente, arriva il mio regalo. Lo scarto e ci trovo due stranieri venuti da lassù, a sinistra. 
Ci si guarda sorridendo, si cammina per i vicoletti fiorentini, in mezzo alla calca del week end, si parla, ci si racconta, si ride e si finisce a bere.
Vino bianco, per l'esattezza.
Io un po'troppo; QueiDue, che sono uomini duri, sembra abbiano bevuto due spremute.
Così, tra una bevuta, tremila parole, altrettante risate e un po'di pioggia, abbiamo fatto le 4.
Ovviamente, non ci siamo fatti mancare nemmeno il croissant da passeggio, preso in un fornetto di scorbutici trovato letteralmente a naso.
E' stato bello.
Dare un volto e una voce a qualcuno che prima non ne aveva mi fa sempre uno strano effetto.
Soprattutto se questo qualcuno, seppure a distanza e in maniera pacata, a volte indiretta, ti ha dato qualcosa.
Ora, quando leggerò ciò che scrive, saprò che volto ha, il suono della sua voce, qual è il suo sguardo.
Davvero bello.
Paganini non ripete.
Io, se ce ne sarà occasione, più che volentieri.

Ora devo scappare, il dovere mi chiama. Mi scuso se latito e non rispondo ai commenti. Non è un elogio all'egoismo, è che non ho tempo. Da martedì, si spera, le cose cambieranno. Incrociate le dita per me. Anche quelle dei piedi.

Un abbraccio a voi e un grazie di cuore a P., a M. E pure a Marina.




domenica 4 dicembre 2011

"RACCONTAMI UNA STORIA SPECIALE"

Qualcuno mi ha regalato un libro.
Uno sconosciuto, per l'esattezza.
Un cliente, per l'esattezza.
Dopo avermi pagato, mi ha restituito il libro dicendo: " Questo è per te".
Non so esattamente il motivo. So solo che in una pigra domenica mattina, con la libreria aperta da poco e qualche sparuto temerario a darmi il buongiorno con le pieghe del cuscino ancora stampate in volto e la pelle arrossata dal freddo, il SignorCliente mi ha raccontato la sua vita. Ed io ho ascoltato.
Gli anni in istituto dopo essere rimasto orfano, i collegi d'Italia per cui ha peregrinato, i lavori che ha fatto, le donne che ha amato; la prima, cui ha scritto una lettera il San Valentino scorso ricordandole dei tempi andati in cui si scambiavano i bigliettini tra i banchi di scuola, quando ancora i piedi non toccavano terra; l'ultima, morta dieci anni fa; quelle venute dopo, vagabonde e informi come fantasmi, nella sua casa e nella sua vita.
In tutto questo, il SignorCliente, avrà 55 anni.
Con la coppola abbassata sulla fronte, mi guardava da dietro uno spesso paio di occhiali, con due occhi che, nonostante tutto, ridevano.
Anche le sue labbra ridevano.
Parlava tanto. In mezzo a tutti quei discorsi, ogni tanto, gli scivolava un accento che tradiva le sue origini pugliesi.
Parlava tanto, un fiume in piena. Come se non avesse potuto farlo per anni. Sembrava rivolgersi a sè stesso, più che ad un interlocutore preciso.
Parlava tanto. Le lanciava nell'aria, veloci, ritmate, pregne, quelle parole. Ne aveva un bisogno viscerale.
E lo sapeva. Mi disse: "Il mio professore mi diceva sempre 'L. , la devi smettere di raccontare la storia della tua vita a chiunque, parli troppo, aggredisci le persone'. E lo so che ha ragione, ma non ci posso fare niente".
Poi il marasma della domenica ha iniziato a riversarsi in libreria, la giornata a prendere corpo dal nulla, da un momento all'altro, come succede sempre; così il SignorCliente ha pagato, mi ha regalato il libro e se n'è andato.
Non so esattamente il motivo.
Forse ascoltare in silenzio un perfetto estraneo che ti consegna la propria vita come si farebbe solo con una persona che, in realtà, non si conosce, mi ha messo nella condizione di sembrargli una persona da ringraziare, in qualche modo.
Non lo so.
So solo che, davvero, non me l'aspettavo.
Grazie, SignorCliente. Non dovevi.

* Il titolo del post è il titolo del libro che ho ricevuto. Ne scriverò appena l'avrò letto. Del libro e, magari, di nuovo, del SignorCliente.