martedì 11 dicembre 2012

NO PLACE LIKE - - - -

E' una grande maison de maitre bruxelloise, a tre (tre? Boh) piani, con l'ingresso unico ma suddivisa in appartementi separati. Aprendo il portone color avorio, ci si ritrova davanti una rampa di scale; se invece di salirla, la si aggira, si trova un'ulteriore rampa, questa volta in discesa, dalla quale si accede al mio appartamento. L'accesso è direttamente in camera, senza far tanti complimenti, che i Bruxellesi mica c'hanno spazio da perdere. Capita di avere l'ingresso in camera - o la camera in ingresso - e il bagno in mezzo metro quadro. Per fortuna non è questo il caso; sorprendentemente, bagno e doccia sono in un'unico spazio, nemmeno troppo piccolo, situato sulla sinistra. Nel mezzo al bagno c'è un cubo di legno scuro, enorme, ingombrante, e che ha la sola funzione di separare la caldaia dal resto. A destra rispetto all'ingresso, si trova la cucina, con fornofornellocazziemmazzi, due tavoli (uno da pranzo, l'altro da studio) e quattro finestre modeste ma che danno sul giardino e portano una buona dose di luce, nonostante la casa sia per metà interrata. L'arcolaio se ne sta beato vicino ad un mobiletto in vimini, mentre le due tovaglie bianche sferruzzate da qualche vecchietta del Benelux, acquistate in un mercatino, hanno finalmente trovato una degna collocazione.
Ho comprato lenzuola, bicchieri, una scopa, un alberello di Natale e le lucine, ho sistemato e pulito quasi tutta la cucina, addobbato il frigo di calamite, mentre la camera e i vestiti sono ancora un disastro assoluto. Sarà perché è il mio posto prediletto, ma se si entra in cucina, si ha l'impressione che io ci viva da ben oltre una settimana. Ho addirittura inaugurato il forno con una doppia torta al cioccolato bianco e cranberries!
Anche il mio ukulele è tornato a suonare allegramente, nel frattempo i due miniaceri che avevo preso nel bosco e trapiantato in vaso hanno fatto due piccolissimi germogli. La mattina che li trovai sbocciati quasi mi misi a piangere dalla gioia. Gli alberi e le piante riescono sempre ad emozionarmi.

I posti in cui ho vissuto prima di questo erano di gran lunga più forniti, luminosi, con bagni dotati di ogni comfort, case in cui se avessi avuto bisogno di uno stupido cacciavite mi sarebbe bastato chiedere, senza dover uscire e andare a comprarlo, in cui non dovevo preoccuparmi di non avere abbastanza stoviglie o di come fare con le piante quando non c'ero per qualche giorno. 
Eppure, qui, in questo seminterrato trasformato in appartamento, dove l'armadio non ha gli scaffali e il bagno sembra quello del carcere di Rebibbia, inizio finalmente a sentirmi nel posto giusto. 

Germogliano i miniaceri e germoglio anch'io, in questa casa che finalmente sento tale. Ci vorrà un po' prima che tutto sia in ordine, però la maldestra imperfezione di questo mio primissimo nido, è bellissima.
Sto persino ridipingendo la libreria.
E sono felice.

mercoledì 28 novembre 2012

HOME-NESS(T)

E' strano trasferirsi.
Cambiare casa, lavoro, strade, odori. Cambiare le chiavi di casa, il miscelatore della doccia, le espressioni che assume il viso intento a parlare una lingua che non è la sua.

Stringo la maniglia tra le dita gelide, cercando di sollevare leggermente la porta, per attutire quel rumore strascicato che si ostina a fare ogni volta che qualcuno la apre. Entro piano, un po' perché i bambini dormono, un po' perché, anche dopo due mesi, continuo a sentirmi in punta di piedi in questa casa.
Appoggio la mia roba sul piano di marmo, che sento quasi caldo per quanto sono fredde le mie mani.
Mi tolgo le scarpe, senza chinarmi, senza slacciarle, oggi non ne ho voglia.
La porta della cucina è socchiusa; sento un saluto provenire dal suo interno, e penso che è impossibile non essere uditi quando la porta sfrega le unghie contro il pavimento.
E poi è inverno, tutti questi vestiti frusciano, scrocchiano, fanno attrito persino con l'aria.
Entro.
F. se ne sta sulla sedia girevole, col gattobuono abbarbicato addosso come non pensavo un gatto potesse fare, a guardare un film sullo schermo di dimensioni epiche del suo Mac.
Ha gli occhi leggermente provati, anche se la pelle del viso è, come sempre, tesa e luminosissima; i capelli ricci, arruffati, attorcigliati, e quei vestiti un po' troppo hippy che le stanno d'incanto pur non donandole minimamente. Non so se capite quello che intendo.
Parliamo.
Le dico che me ne vado.
Non così, a brutto muso; uso il tatto, la diplomazia, che non mi hanno mai fatto difetto.
Dice che le mancherò.
Anche a me mancherà.
E mancheranno pure i bambini, i gatti, i quattro piani di scale, e quell'aria di casa che un tempo deve aver custodito una felicità immensa.
Questo però non glielo dico.

F. piange, ogni tanto.
E' una bellissima persona, nonostante a volte abbia atteggiamenti a me assolutamente incomprensibili, ho una cieca fiducia nella sua buona fede.
Piange senza mai lamentarsi, lasciando sciogliere il dolore in qualche lacrima, ma con una dignità e una forza d'animo che non è conscia di avere.

E' quasi Natale, e lei sarà triste per il quarto anno consecutivo.

I bambini non lo sanno ancora che me ne vado.
Credo che A. sarà sinceramente sollevato dal fatto che io esca dalla sua vita. Ha poco più di una manciata d'anni ma sembra detestarmi dell'antipiatia più ingiustificata che io abbia mai visto. E. no invece, lei sarà dispiaciuta che io me ne vada. E' una di quelle persone con cui ho avvertito subito un feeling innato, anche se lei ha 10 anni ed io, di anni, ne ho quasi 20 in più.
Da poco è passato il suo compleanno.
Si è fatta regalare un ukulele, azzurro come il cielo.
E, con una timidezza che slaccerebbe il cuore di un pluriomicida, mi ha chiesto se le insegno a strimpellare.

La sera successiva al mio annuncio, di rientro dal lavoro, sul tavolo della cucina trovo un libro "apprendre l'italien"; E. l'ha scovato nella biblioteca della mamma ed ha deciso di iniziare a studiare l'italiano. Accanto c'è un foglio a quadretti con su scritto "Bonjour = Buon giorno; Bonsoir = Buonna sera" , e via dicendo.
In quelle rare occasioni in cui i nostri orari sono compatibili, rientro in casa ed E. si avvicina in punta di labbra per salutarmi e darmi un bacio, a volte ceniamo tutti insieme o ci raccontiamo le rispettive giornate.
Un paio di settimane fa, E. è venuta a portarmi un regalo; un suo vecchio quaderno, forse di seconda elementare, con i rudimenti utili per imparare il francese, tutti diligentemente e pazientemente trascritti dalle sue manine.
Chi mi conosce sa che a me, con queste cose, mi si crepa il cuore.

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Credo sarà un sollievo poter fare una lavatrice quando ne ho bisogno, asciugare i capelli la sera, poter ballare, suonare l'ukulele, ospitare qualcuno senza sentirmi io stessa un ospite, prepararmi una cena anche alle dieci e mezza, o spignattare in notturna, senza preoccuparmi dell'incontrovertibile verità per cui cucinare si rivela un'attività tendenzialmente rumorosa.
Sono tutte cose che hanno sempre contribuito al mio benessere, al mio equilibrio, per lo meno negli ultimi anni, cose che mi sono mancate, a volte come terra sotto i piedi, in questi mesi di adattamento, cose che devo ritrovare, ricreare, se voglio che questo smetta di essere il posto in cui dormo e inizi ad essere il posto in cui vivo.

Quindi, a questo punto, direi che è ufficiale; vado a vivere da sola. O quasi.


giovedì 22 novembre 2012

CINQUANTA GIORNI, QUASI CINQUANTUNO

Non crederete mica che sia morta eh?
Non crederete mica che abbia smesso di scrivere eh?
Giammai.
Nessuna delle due cose, intendo, anche se una delle due escluderebbe l'altra automaticamente.

Sono sempre stata  un carboidrato complesso, a rilascio graduale, lenta a carburare, quanto da assimilare. Percio', anche se avrei davvero voluto venire qui e raccontarvi come mi stavano andando le cose, anche se, sinceramente, continuavo a ripetermi quotidianamente "nei prossimi giorni scrivo un post" , alla fine, senza accorgermene, ho lasciato passare i giorni, le settimane, i minuti, che sono infine diventati 50 giorni. 50 giorni, ma soprattutto 50 notti, senza dire una parola. Il che è cosa quanto mai inusuale per una bulimica verbale come la sottoscritta.
Ma, ripeto, sono un carboidrato, un whiskey invecchiato, un prosciutto (di tofu) stagionato; ho bisogno di tempo. Tempo per capire dove sono, chi sono adesso che tutto è cambiato, capire cosa ci faccio qui e dove diavolo sto andando.
In questa lunga, involontaria, autocensura, non ho capito nessuna di queste cose, ovviamente, finendo - come tutti quelli che si fanno questo genere di domande - per approdare ad una quantità tendente a infinito di domande della stessa portata, e col medesimo numero di risposte con cui ero partita (zero).
Pero', pur avendo accumulato una quantità di domande che mi preparo a smaltire nel corso di interminabili sedute di autoterapia, celate sotto la fuorviante etichetta di "post", sono riuscita a scolpire vagamente i giorni, a smussare gli angoli accrocchiati delle strade di Bruxelles e quelli aggrovigliati e appuntiti dei miei pensieri, ritrovandomi alla fine di questi 50 giorni con qualcosa che inizia ad assomigliare ad una vita.

L'impressione, per lungo tempo, è stata quella di aver inavvertitamente preso un gap spazio-temporale mentre tronavo a casa dalla vecchia libreria, a Firenze, ed essere caduta dentro la vita di qualcun altro, prendendone il posto. Che, anche se non sembra, non è ua cosa necessariamente negativa, solo incredibilente strana. La vita, il lavoro, le persone, l'insieme di cose che ammassate l'una sull'altra, costituicono - dettaglio più, dettaglio meno - la banalità del quotidie della maggior parte dei comuni mortali, hanno richiesto una presenza immediata, imperativa, impegnativa; cosi' ho dovuto fare di necessità virtù, affidandomi ad un uso smodato di ciò che costituisce, oltre che risorsa insostituibile, uno dei pochi pregi di cui posso farmi fregio: la flessibilità. Così mi sono lanciata in quest'ammasso di cose nuove,  cercando di andare con la corrente senza arenarmi nè intasare la circolazione, infilandomi nel flusso senza bloccarlo. E ora, nonostante le cose che ancora mancano all'appello siano milleuna, mi scopro presente a me stessa, a questa città,  con le cose che non so ma che trovo il modo di aggirare con le poche che so, con il francese, che scava sottili capillari di conoscenza nel mio cervello, con la dimestichezza di alcuni luoghi, di alcuni movimenti, con la spavalderia di chi impara mentre fa, con l'umiltà necessaria affinchè questa spavalderia serva a qualcosa, e con il parlato e il sentito che finalmente sono tornati completamente in sincrono.
E' una bella sensazione.
Perciò, anche se ultimamente scrivo solo la mattina, in metro verso il lavoro, anche se la mia alimentazione ha subito un crollo della qualità dei pasti, anche se non dormo mai abbastanza e il tempo se lo porta via il vento, so che aggiusterò il tiro in corsa, come è accaduto per le altre cose, anche per queste, troverò un senso di marcia che sia quanto meno affine a quello terrestre. Servirà ancora un po' di tempo, oltre che il costante impegno, ma una cosa per volta, tutto andrà a posto.
Ne sono certa.

Vi abbraccio, come se fossi lì.
E, anche se non so fare promesse, tornerò presto, statene certi.




lunedì 1 ottobre 2012

A DITA LIBERE

Riprendere a scrivere, a respirare, a scrivere e respirare.
Anche a fare le lavatrici, comprare asciugamani e un asciugacapelli, cucinare e suonare l'ukulele.
Il resto, però, lo sto facendo tutto. 
Mi alzo prima per fare una doccia, lavarmi i capelli o semplicemente perchè voglio godermi uno spicchio di mattino in più.
Poi vado ad aprire la libreria, metto la musica, avvio i computer, sistemo i libri.
Servo i primi clienti (e anche quelli dopo) col sorriso indomabile che mi si attacca in viso da quando sono nata.
Curo il facebook della libreria, rispondo ad alcune richieste, aggiorno il sito con foto ed eventi.
Corro in posta prima che chiudano, carica di spedizioni, col mio francese stentato e sdentato.
Torno, a sistermare il carico di libri arrivato poco prima, a postare su FB l'evento del giorno dopo, a raccogliere le copie de "La collina del vento" per andare alla presentazione di Abate.
Prendo la macchina di boss n.2, e guido nella Bruxelles superaffollata delle sei in zona Commissione.
Piazzo, conosco, ascolto, vendo, raccolgo e riparto verso la libreria.
Saluto tutti e mi precipito al live music cafè. Ci sono quei due gruppi arrivati da un pezzo dall'italia ed io sono l'unica dell'associazione che può andare a dare una mano prima degli altri.
E vado, certo che vado.
Anche lì, conosco, ascolto, parlo, faccio, chiedo, provo a risolvere i problemi, sempre col mio francese sdentato.

Qui i negozi chiudono alle sei, fatta eccezione per i supermercati che concedono la grazia delle 7.30/8 (addirittura 9 se si è in una zona in cui il senso del commercio è un po' meno belga della media). Lavorando -al momento- 45 ore a settimana è dura pensare di poter fare qualcosa che non sia la spesa.
I giorni in cui me la cavo un po' prima, o in cui ho tre ore buche nel mezzo della giornata, vado a Porte de Namur e compro roba che non è di primaria necessità ma che, in qualche modo, riguarda cose che vorrei fare.
E allora stoffa per cucire, libri da leggere, carta di riso da sporcare con la china, pennini et similaria.
Le domeniche le passo fuori, a stancarmi quasi come quando lavoro ma di una stanchezza diversa, rilassata. Giro per brocantes, insieme ai belgi e ai turisti, ad annusare quell'aria di scantinato un po' ammuffito che c'è nei mercatini di Bruxelles. La roba non è nè pulita, nè presentata in maniera appetibile; il più delle volte è accatastata alla bell'e meglio o stesa su un lenzuolo a fiori senza alcun criterio.
Come in ogni brocante che si rispetti c'è roba incredibile a prezzi incredibili, in ognuno dei sensi in cui questa frase è interpretabile.
Sono stata capace di tornare con un arcolaio.
Che non si può dire propriamente che mi serva (probabile non servisse nemmeno ai suoi precedenti proprietari, visto dove si trovava e vista la natura peculiare dell'oggetto).
Non l'ho neppure comprato, l'hanno abbandonato alla fine di un mercatino, probabilmente stufi di portarselo appresso e incapaci di trovargli un padrone disposto a pagare per averlo. Fanno così in Belgio. Le persone lasciano per strada le cose che non vogliono più, così chi vuole le può prendere.
Ed io l'ho preso.
Memore del fascino causato dalla vista dell'arcolaio disegnato nella versione cartacea de "La bella addormentata", non sono stata capace di lasciarlo dov'era, mi sarei sentita come se avessi voltato le spalle ad un frammento d'infanzia trovato per caso in mezzo a del ciarpame.
Così ora è qui, vicino al letto, usato come supporto per un mappamondo rotto e per le mie collane.
Dove vivo ora ci sono due gatti. Non ho mai vissuto con due gatti. E nemmeno con una maman avec deux enfants. La casa è grande, quattro piani, scale strette e scricchiolanti, di legno, col portone di casa vagamente scardinato, la stanza dei bambini subito sotto la mia, e quella della coinquilina che non parla una parola d'inglese a fianco. 
I bambini sono qui una settimana su due; fanno la spola, un po' qui un po' dal papà. Io e la grande ci intendiamo; il piccolo invece non mi sopporta, ed io non posso farci niente. Dalla finestra del pianerottolo, giunti all'ultima rampa di scale, si vede il retro di queste trincee di vecchie maisons bruxelloises, gli alberi che si allungano fino al cielo, le terrazze riempite di panni fino all'inverosimile quando il sole pizzica un pochino, quella specie di capanna costruita dagli Ebrei che vivono dirimpetto e che si preparano a festeggiare il Sukot. A volte torno a casa, dove F. è ancora sveglia e mangio pancakes fatti dai bambini mentre ci raccontiamo le rispettive giornate. A volte capita di stare sedute per terra, in cucina a guardare vecchie foto dei suoi viaggi o a parlare. Altre volte non ci incrociamo per giorni, e allora le lascio un bigliettino sulla porta, attaccato con un cerotto. La situazione è surreale, piacevolmente surreale.
Sto molto bene, amo questo lavoro, mi piace questa città e questa vita che, incespicando, inizia comunque a prendere forma.

Penso che bisognerebbe espatriare almeno una volta ogni cinque anni. Mettersi in difficoltà, sentirsi frustrati, aver voglia di piangere, non sapere e voler imparare; fa bene al cuore, alle ossa e allo spirito.

Chiudo questo post rivolgendomi direttamente a te.
Ho provato a chiamarti. Avrei voluto parlarti, nel giorno del tuo compleanno, sentire la tua voce, sapere come stai. Capita che questi benedetti 1200km siano effettivamente un ostacolo alla comunicazione. Perciò ti scrivo qui, dove forse passerai a curiosare in questa vita di cui scrivo troppo poco.
Nel pensiero, nel cuore, sai che io sono con te. E sai anche quanto voglia la tua felicità. 
Auguri fagiolina, auguri di cuore. 
Vorrei dirti mille cose, ma me le tengo dentro ancora un po', fino a che non saremo io e te da un capo all'altro del telefono.
Mi raccomando, non farmi preoccupare e vienimi a trovare.
Ti voglio bene.


mercoledì 29 agosto 2012

DEUX PÊCHES

Infilo acini d'uva nella bocca, uno dopo l'altro, come automobili che entrano in fila in una galleria.
La luna non mi scolla gli occhi di dosso, fuori da questa finestra.
La notte è un po' meno notte stasera. Forse per via della luce.
Un ritaglio di nuvole quiete se ne sta placido ad un soffio dalla luna. Sembrano ossi di seppia, distesi su una battigia troppo blu.
Ci sono anche le stelle stasera.
Il cielo laccato, crivellato di stelle è il grande assente delle notti Bruxellesi.
Esco, sul solito terrazzino di quella casadolcecasa che ancora, benevolmente, mi ospita.
Vengo a scrivere, a fumare, a bermi un infuso lavico che scaldi fin giù dove c'è freddo.
Lavoro molto. Anche quando non sono al lavoro.
Mi stanco. Dormo il giusto. Sto bene.
Manca il tempo per scrivere e il mio equilibrio ne risente.
Non sto cucinando, suonando, appuntando.
Leggo molto però.
Trovare casa si sta rivelando impresa più ardua del previsto. Credo finirò all'Hilton.
A volte faccio 35, altre volte 28, altre ancora come dice mia madre "manca sempre 30 a far 31".
Je voudrais des pêches, s'il vous plaît. Due me ne ha date. A casa, ho aperto il sacchetto di carta colmo di frutta e verdura e loro erano lì, sperdute, abbracciate in mezzo ai sedani e alle fragole. Des, Deux ,poca differenza.
Si è spenta anche l'ultima luce, nella trincea di case affusolate che sta dirimpetto al terrazzino.
E' molto bello, verso le undici, quando è già buio e tutte quelle luci brillano come fiaccole appese al cielo.

Ricordo poco della guerra in Bosnia, ero veramente piccola. L'orrore te lo servivano in tavola, col tiggì e i bastoncini findus nel piatto. Nessuno mi spiegava niente. Guardavo quelle immagini terribili, di cui solo radi fotogrammi spelacchiati sono sopravvissuti al corrodere del tempo, e non riuscivo a mangiare. M'incupivo, per un po'. Poi mia madre cambiava canale, io scacciavo i pensieri e mangiavo i bastoncini. Con la pancia satolla, piena del mio puerile egoismo, me ne stavo coi piedi sotto al tavolo, i vetri alle finestre e le scarpine ben allacciate, mentre tutte quelle persone morivano nei modi più strazianti.
Adesso, per un attimo, questa incoscienza mi sembra più crudele di qualunque altra cosa, anche della morte stessa.

Non c'è più la luna.
Ingoiata da manciate di bianco, neve di cotone che si è materializzata, letteralmente, in qualche istante.
Guardo gli alberi.
Sembrano incollati, dipinti, appiccicati con lo sputo.
Le foglie immote come mai prima.
Questo angolo di mondo sembra in formalina, non si muove neppure la più piccola delle foglie; da dove se ne sono venute queste nuvole posticce ?

Una falena grande quanto un unghia è venuta a darmi la buonanotte.
Ieri era una coccinella.
Ma le coccinelle, che ci fanno sveglie la notte?


Hey "stranger", where are you? If you're there, knock once. Knock.
 

giovedì 23 agosto 2012

LA DANZA DELLE ORE

Mi è sempre piaciuto osservare le persone, immaginare le loro vite, guardare le loro facce da lavoro, sorprendere un sorriso sincero nella calca delle sei, sbirciare cosa legge il tizio seduto accanto a me, con quei buffi sandali di gomma ... ultimamente però, ho ripreso a leggere con una voracità che non avevo da tempo, infilando la testa in un libro non appena salgo in metro, aspetto il mio turno alle poste, o cammino per strade che conosco quanto basta da sapere che non rischio di morire in un dirupo. 
Dev'essere fame, una spasmodica fame di parole che ho bisogno di placare appena il quotidie me lo consente; e loro, le parole, devono essere tutte quelle che mi sono persa mentre leggevo per preparare un esame piuttosto che per diletto, quelle di cui mi sono svuotata per scrivere la tesi.

Il risultato è che sono molto meno attenta nell'osservare le persone intorno a me, la città, i suoi ritmi, i suoi colori.
Gli unici che riescono a cavarmi fuori da un libro sono gli alberi; sento gli occhi che si aggrappano ai rami come pesci agli ami.
E da un lato sono dispiaciuta, è un'emozione tale per me guardare il mondo attraverso le persone, che non vorrei perdermene nemmeno una.
Dall'altro, ha un suo fascino anche starsene dall'altra parte, dalla parte degli ignari che vengono osservati loro malgrado; e proprio quando ti convinci che non c'è assolutamente niente di meglio di un buon libro, ci pensano le persone a ricordarti quanto sappiamo essere straordinari, noi esseri umani.

Sono le otto meno e un quarto, quando arrivo ad Albert.
Testa bassa, impiastricciata della Ginzburg fin sopra i capelli, passo incerto e orecchie sorde.
Continuo a leggere, mentre m'incammino verso le scale mobili che mi riporteranno in superficie.
Alle mie spalle, una bambina ride divertita, spontanea.
Non ci faccio caso fin quando il suo genuino squittio non mi richiama, prepotente, alla realtà.
Sorrido del suo riso di bambina, senza però distogliere lo sguardo da quelle pagine.
Ad un certo punto, qualcosa nell'aria mi blocca, come una sensazione, una presenza.
Volto la testa e lancio gli occhi alla mia destra.
C'è un uomo, credo abbia da poco passato i quaranta. Mi guarda con aria innocente, mentre un sorriso incontenibile gli scioglie gli angoli della bocca.
Le braccia alzate, sopra la testa, il collo allungato come un giunco, le scarpe flesse, sulle punte.
Si, penso, sta decisamente piroettando come un'étoile.
Mi guarda, aspetta un sorriso, un biasimo, una reazione.
Allora, faccio quello che qualunque persona sana di mente avrebbe fatto.
Chiudo il libro, alzo le braccia e inizio a volteggiare insieme a lui.
Ora la bambina ride a crepapelle; guarda il suo papà giocare alle ballerine con una sconosciuta, mentre saltella con quei capelli chiari e trasparenti come i tentacoli di una medusa, e applaude concitata.
Ridiamo tutti e tre, senza dirci una parola, con l'eco infinito di questa gioia insensata che rimane a vibrare tra le mura del sottopassaggio.
Mentre ci salutiamo, imbocco le scale mobili e penso a quanto si sia divertita la piccola medusa, a come debba essere fantastico, nella sua testolina, avere un superpapà che importuna sconosciuti nella metro per imbastire uno spettacolino per la sua bambina.
E penso che sono fortunata, a riuscire a vedere la bellezza disarmante della vita che s'infila nelle pieghe della quotidianità.
Cose del genere accadono tutti i giorni nel mondo, con una semplicità e una ripetitività imbarazzante.
Perché ce le perdiamo?
Dove abbiamo la testa, oltre che sui libri?
Dove abbiamo gli occhi?
Dove abbiamo il cuore?

Mentre salgo in superficie, penso anche che non voglio perdermi niente.
Niente al mondo.



martedì 14 agosto 2012

FOSSI F(R)IGO

Non ho mai capito perché, fino a qualche anno fa, i frigoriferi di cui la maggior parte delle cucine italiane veniva dotata alla nascita, constasse di minuscoli rettangoli tridimensionali, incastrati nel legno. In un posto che vanta una tra le migliori cucine al mondo, dove l'attenzione per la qualità è altissima, dove il consumo e la varietà di frutta, verdura, latticini freschi è nettamente superiore alla media mondiale, in un posto dove mangiare  sano, mediterraneo è la regola e non l'eccezione, com'era mai possibile che il frigo medio di una cucina media di una famiglia media, avesse le dimensioni di tre scatole da scarpe impilate?

Lo so com'è possibile, lo so che uno dei parametri cui si lega la qualità è la freschezza degli ingredienti, comprati quindi -teoricamente- di giorno in giorno; ma i ritmi crescentemente forsennati, la progressiva riduzione del numero di casalinghe in proporzione all'aumento di madri lavoratrici, la scelta del supermercato perché "anche se era super, ora, chi c'ha più tempo per andare al mercato?", sono cambiamenti sociali che si erano sviluppati da un pezzo quando i superfrigoriferi hanno fatto la loro comparsa.
Quelli "normodotati", che venivano insieme ad una cucina intera, l'hanno fatta da padrone almeno per un ventennio in più del dovuto, mettendo le famiglie nella condizione di comprare con le modalità e le quantità consone ai tempi, dovendo però stipare il tutto in una macchina del tempo congelata nella generazione precedente.
Se pensate alla velocità con cui, che so, i "telefoni" (qualora fosse ancora legittimo chiamarli in questo modo) si superano l'un l'altro, diventano obsoleti nel giro di qualche mese, tendendosi imboscate a suon di App e funzioni assolutamente inutili, è incredibile la tenacia con cui queste scarpiere climatiche ai CFC, progettate e prodotte da persone probabilmente defunte da quarant'anni, siano riuscite ad imporre la loro presenza ben oltre il ragionevolmente funzionale, oltretutto in un ambito ben lontano dall'essere ludico.
Che sia il segno di una tradizionalità dura a morire, per lo meno negli ideali delle famiglie italiane?
Non so, fatto sta che si sono conservati bene.
Wahahahaaa, questa era terribile.

Io non so voi, ma prima dell'avvento di quel baraccone che ora si prende quasi mezza parete, in casa dei miei, era una continua lotta all'incastro, alla ridistribuzione, quasi al limite della blasfemia; petti di pollo che tentavano un triplo carpiato nel barattolone di yogurt, affettati con mire omicido-soffocamentali nei confronti di innocue pesche noci, coalizioni di uova dissidenti, pronte a farsi esplodere nei pressi di inermi panetti di burro; insomma, era sempre un gran casino.
Impensabile sfilare quel cetriolo da là sotto senza creare scompensi nella letterale rappresentazione della piramide alimentare, era come giocare a shangai!
Per non parlare del congelatore, grande quanto il letto di Barbie! Estrarre qualcosa di lì, significava estrarre un cubo informe di roba varia e: A) scongelarla tutta e mangiare scaloppine in salsa di minestrone con crumble di cucciolone motta; B) prendere a martellate il tutto sperando di porre fine al temibile incesto di cibi e sapori stipati come nemmeno le conigliette del vecchio Hugh (Hefner) in "riunione".

Ora, invece, aprire il frigo di questa casa, è come ascoltare un'aria di bach; c'è una pacifica armonia, una bilanciata coesistenza, e, molto semplicemente, ogni cosa ha il suo posto, o lo trova facilmente, senza dover sgomitare o pagare il pizzo cedendo una coscia alla mafia ortofrutticola locale.
Non v'immaginate chissà che, non è un bilocale soppalcato; per capirci, un cadavere ci entrerebbe solamente piegato e dopo aver tolto i ripiani, ecco. 
E' più che sufficiente per una famiglia di 4/5 persone.
E lo sapete qual è la cosa bellissima? Che le calamite, finalmente, possono stare tutte insieme nell'unico posto in cui dovrebbero stare per poterne giustificare la produzione.

Il frigorifero dei miei è enorme, color panna e con due grosse maniglie a forma di arco, ricoperte di quella specie di finta radica così terribilmente anni '90; sembra uscito direttamente da "genitori in blue jeans", un po' per il design, un po' per la grandezza, decisamente da famiglia americana più che italiana. In realtà, ero venuta qui per raccontare di come questo frigorifero sia una legenda familiare, di come rappresenti un punto nevralgico della casa, di come, aprendolo, le abitudini di un'intera famiglia si rivelino chiaramente, di come, chiudendolo, si possa scoprire che facce avevamo mio fratello ed io da bambini, dei proverbi a tema che mia madre non vuole dimenticare, dei posti in cui siamo stati degnamente rappresentati da kitschissime calamite, dei bigliettini illustrati che ci siamo lasciati sul tavolo negli anni; ma questa, è davvero un'altra storia.


domenica 12 agosto 2012

LESSICO FAMILIARE bis

Corro, con un vigore che non sapevo mio.
La schiena sudata, il viso in fiamme, il frinire delle cicale, e quello dei miei passi.
Fa caldo. Mio fratello cammina, qualche decina di metri dietro di me. Le zanzare sono milioni; io provo a schivarle, e intanto penso alla velocità con cui la vita sa diventare ostile, tiranna, avida.
E sembra impossibile, col vento addosso, il grano che imbiondisce le pianure, il cielo scuro, infininito, blu profondo come un buco nelle tasche, il Po che mi segue come un'ombra e il sole che annega nel suo riflesso. Sembra impossibile che la vita possa essere nient'altro che questo.

Mi fa un cert'effetto essere a casa. Mentre preparo l'insalata, mio padre sta già mangiando. Girata di spalle, lo sento posare la forchetta esitante;
"Dov'è la mamma?"
"E' ancora in ospedale; l'intervento è stato più complicato del previsto e M. è ancora sotto morfina"
"Mi dispiace proprio per M. ... C. sarà perso senza di lei. Anch'io sarei perso senza tua madre."
"Pure io, papà."
"Tua mamma è una fuori classe, la numero uno. E non lo dico perché è  mia moglie, lo dico perché ha una forza e un'energia incredibili."
"Lo so. Come lei non ce n'è."

Mio padre è una persona taciturna. Anche se gli piace scherzare, parlare di politica e di storia, confrontarsi con noi circa quello che succede nel mondo, ciò che invece accade dentro di lui, rimane prerogativa esclusiva di probabili soliloqui e pensieri imperscrutabili.
Perciò, sentirlo esprimere un'ammirazione così sincera e disinteressata per mia madre, dopo 35 anni di matrimonio e tutta l'acqua passata sotto i ponti e tra di loro, è qualcosa cui davvero non ero preparata.

Penso che dev'essere una conseguenza di quello che sta succedendo alla cugina M., della violenza con cui ci si ricorda, di fronte a queste cose, quanto le nostre vite siano fragili.
Mezzora dopo, preparo di nuovo l'insalata; la mamma e la cugina C., sedute l'una di fronte all'altra, forzano il proprio stomaco ad aprirsi, nonostante tutto.
Mia madre si alza e va in camera a mettere qualcosa di più comodo. Al desco, rimaniamo io e la cugina C.; le chiedo come vede la situazione.
C. poggia la forchetta sul bordo del piatto trattenendo un impeto. Prepotente, il senso d'ingiustizia non può far altro che impadronirsi di azioni comuni, di strumentalizzare oggetti senza vita per esprimere il dolore; osservo il contrasto tra la sua espressione contratta e i piatti pieni di cibo, il bicchiere velato del suo rossetto, il pane mutilato a fianco delle sue dita eccessivamente magre.
Lei mi guarda negli occhi, con un'espressione che credo di non averle mai visto. Non dice una parola, ma mi ha risposto comunque.
Quando ritorna mia madre, riprendiamo a discutere della situazione, fino a che, con un caffè in una mano e una sigaretta nell'altra, ci spostiamo sul terrazzo. Forse a causa dell'aria finalmente fresca, o forse del cibo nello stomaco che, in qualche modo, mitiga l'umore, qualcosa si è addolcito, l'atmosfera ora è docile come burro ammorbidito. Non abbiamo cambiato argomento, nè finto una tranquillità che non c'è, siamo solo scivolati nelle cose che rendono unica la nostra famiglia, su quelle bizzarrie così peculiari che rendono ogni "tribù" diversissima da un altra.

La cugina C. è minuta, magra come un chiodo, ha i capelli rossicci, riccioli e arruffati, come si fosse sempre appena alzata, e due mani impazienti, come due coaguli di nervi che ne sintetizzano perfettamente l'essenza. E' una di quelle personalità vulcaniche e ciarliere che riuscirebbe a far ridere anche un frigorifero. E' esuberante, di un'esuberanza genuinamente post adolescenziale; il suo senso dell'umorismo, mai carente di allusioni sessuali, è stato spesso uno dei catalizzatori dell'annuale "cena dei cugini" (soppressa un paio d'anni fa, in conseguenza a non meglio identificati dissapori); credo esista una cugina C. in ogni famiglia.
Penso a quanto sono diverse, lei, la cugina M. e mia madre, penso che sono cresciute insieme, eredi di una famiglia e di una familiarità che noi abbiamo perpetrato in maniera molto diversa, ma non del tutto difforme, penso a come facciano a dirsi che si vogliono bene senza farlo effettivamente, penso a ciò che di inconciliabile ognuna porti in grembo, mutuato dalle rispettive famiglie.
Con timore misto a tenerezza, guardo a quello che potrebbe essere il nostro futuro; riuscire a contemplare l'ingiusta normalità insita nella possibilità che uno di noi si ammali, riuscire a vegliare durante le notti, bere caffè e dire banalità durante il giorno, evitare di parlare di ciò che sta accadendo, ridere anche con il cuore pesante quanto un macigno.
Come fanno, queste superdonne? Sono i baluardi di una generazione sacrificale, votata al dovere, ai figli, alla "tribù", al lavoro, colonne portanti di una matriarcalità neppure troppo celata, col peso sulle spalle di intere famiglie, intere case, intere vite; e, in tutto ciò, trovano la forza per ridere, per non piangere facendo da sentinelle ad un capezzale, per tenersi stretto quel contegno che ha impedito loro di dirsi che si amano, ma ha permesso loro di guidare le redini della famiglia, anche in momenti come questi.

E' difficile, per una come me, adattarsi al vecchio e collaudato sistema omertoso che, spesso, le famiglie adottano in situazioni come queste. Il non parlare di ciò che sta accadendo, il glissare, nascondendo ciò che è troppo scomodo sotto il solito tappeto, rende tutto più difficile ed ulteriormente doloroso. Fosse per me, i vasi di Pandora dovrebbero rimanere sempre aperti; uscirebbero i mali, le sofferenze e le paure, ma non ne varrebbe la pena, quando con questo scambio di virtù si potrebbe barattare l'onestà con l'assenza di tabù e omissioni varie? La libertà di parola inizia qui, in grembo alle famiglie, dove si assorbono permessi e divieti, dove si coltiva l'abitudine alla vergogna, al mutismo circostanziale, alle dietrologie falsamente risolutive.
Ciò nonostante mi rimetto, giustamente, al volere delle "anziane" della tribù che detengono tuttora lo scettro decisionale circa le spinose questioni familiari, conscia del fatto che, quando toccherà a me, farò il possibile perché l'unica vera regola sia quella della libertà; di scelta, di parola, di essere nient'altro che sè stessi.


sabato 4 agosto 2012

SE STIAMO INSIEME CI SARA' UN PERCHE'

Cos'è che tiene unite le persone?
L'amore?
La necessità?
L'attaccamento?
I soldi?
La paura?
I contratti?

La chiamano "maturità", quella consapevolezza che, ad un punto imprecisato della tua vita da adulto, dovrebbe colpirti come un cazzotto in viso, svelandoti che l'amore, ad un certo punto, diventa l'ultimo dei motivi per stare con qualcuno, forse, addirittura il meno plausibile.
Le persone si scelgono, si amano, si sposano, fanno i figli e fanno i mutui.
E poi?
Poi niente, cambiano, si allontanano, si odiano, a volte smettono di crederci; ma, come in un patto con qualche entità superiore (o inferi-ore), non possono liberarsi dal ricatto emotivo o economico che insieme hanno stipulato, perchè nel frattempo, nell'orticello degli orrori quotidiani, altre cose sono germogliate, hanno messo radici, diventando le ragioni per cui due persone continuano a stare insieme.
Allora, talvolta, c'è la paura di morire soli, di non saper più fare senza, l'abitudine, il mutuo supporto, l'equilibrio delle cose che puo' persino poggiare sulla rabbia reciproca, sulle litigate del lunedi' sera, sul tacito e vicendevole assenso ad incarnare l'uno il capro espiatorio dell'altro.

Per una come me, che vede l'amore ancora come l'unica cosa degna di far girare il mondo, la cosa è incontrovertibilmente inaccettabile.

Poi, lo so che esistono coppie, persone, famiglie il cui punto cardine è l'amore; ma per quello che vedo, intorno a me, la maggioranza si trova invischiata in qualcosa in cui l'amore è confinato a valore residuale e, per lo più, accantonato, dimenticato, inaridito, asservito a logiche altre, coperto da strati di polvere e quotidianità tanto inafferrabili quanto persistenti. E non ci posso fare niente, la cosa, tuttora, mi rimane indigesta.

Eppure, se ci rifletto, superato il disgusto, c'è qualcosa di poetico, quasi commovente, nell'imperfetto menage tra le persone, nella volontà che sfocia nel sacrificio di restare uniti; qualunque cosa accada. Forse tale volontà è già di per sè una forma d'amore.
Ma allora cos'è questo senso di ingiustizia profonda che avverto nel chiamare "amore" qualcosa che ha a che fare con la disperazione, col disprezzo occasionale, con l'interdipendenza, col bisogno di fare a metà delle angustie della vita e raddoppiare il budget?
Qualcuno sa di cosa sto parlando? Qualcuno mi spiega come tutto questo puo' essere confuso con l'amore?
L'amore ... L'amore, porca miseria, dovrebbe sempre renderci migliori, dovrebbe spingerci a volere niente di meno del meglio per chi amiamo, dovrebbe renderci altruisti all'ennesima potenza, felici di esserlo, ancor più consapevoli di noi stessi e, di conseguenza, degli altri.
Non dico certo che l'amore sia l'unica ragione che debba giustificare lo stare insieme, dico solo che, per lo meno, apprezzerei l'onestà di palesarne le ragioni senza tentare pateticamente di chiamarlo amore. Stare con qualcuno perchè c'è rispetto e volontà di condivisione non è meno  dignitoso di starci perchè c'è l'amore; l'unica cosa che determina la perdita di dignità è la mancanza di integrità rispetto alle proprie scelte, l'ipocrisia travestita da nobile sentimento.

Se io stessi con Hugh Hefner, probabilmente sarebbe per i suoi soldi, per la notorietà, o perchè mi piace l'idea di girare attorno ad un bicentenario costantemente fatto di viagra vestita da coniglietta; e allora? Non si puo' dire? No, certo che no; pero' potrei tranquillamente dire che un amore cosi' mai prima d'ora, che mi fa sentire protetta e che Hugh mi ama per la mia bontà d'animo, casualmente custodita nel corpo di una venticinquenne ossigenata che ha più silicone che pelle.
Ora, io non sono la venticinquenne in questione, non metto in dubbio la possibilità che un amore simile possa nascere; e ammetto pure l'eventualità che tali parole, qualora fossero pronunciate, possano essere vere; ma il punto, qui, è che c'è talmente tanta ipocrisia che se Miss-Silicone-E'-Bello non recitasse la parte di quella il cui amore trascende i 112 anni di differenza, verrebbe socialmente lapidata; non importa se poi, nel momento in cui lei proclama il suo amore ai quattro venti , viene immediatamente criticata, additata come troietta da bordo piscina nonchè falsa, arrivista e arrampicatrice (sociale, oltre che di pali da lap dance), la commedia deve esserci, perchè se non è accettabile che una 25enne fica oltre ogni umana comprensione si possa innamorare di una cariatide bavosa fissata con il sesso, lo è ancor meno l'idea che lei possa affermare il contrario, palesando la reale natura del loro legame.

In pratica, cara venticinquenne, se ti sei innamorata del vecchio Hugh, preparati a non essere creduta e a sentirti dare della poco di buono ben oltre i confini della magione o di qualunque luogo sia deputato all'espressione di tale sentimento; se non lo sei, dovrai fingere di esserlo per poi subire lo stesso trattamento di cui sopra. In ogni caso, rassegnati, se dirai la verità non ti crederanno, se dirai il falso non ti crederanno; se dirai quello che si aspettano tu dica, non ti crederanno ugualmente.
Semmai c'incontreremo e tu mi dirai che Hugh sta con te perchè lo rendi arzillo come nemmeno un flacone di viagra ingollato per intero, e che tu stai con lui perchè sogni una folgorante carriera nel glitterato mondo del pornosoft patinato, io ti stringero' la mano, augurando a te e Hugh che la vostra sia un'unione soddisfacente; e faro' lo stesso se mi dirai che vi siete ritrovati dopo quattro reincarnazioni andate a vuoto.

Non credo che qualcun altro, oltre la sottoscritta, saprebbe aprire un post parlando dei legami che uniscono le persone e chiuderlo con un monologo indirizzato all'ipotetica dolce metà di Hugh Hefner.
Bhe, io si.
Infatti non è esattamente qualcosa di cui andar fieri; percio' lo chiudo qui, questo post.
Punto.

mercoledì 1 agosto 2012

BABY SING WITH ME SOMEHOW

Ed eccoli là.
Stretti stretti, come si fossero appena trovati, incontrati, scelti, amati.
Si passano un braccio attorno alla vita mentre aspettano la metro, e sembrano disinvolti come ragazzini, anche se ragazzini non lo sono più.
Sospetto siano molto felici.
Come se avessi un rospo che cerca di uscirmi dalla gola, sento che potrei ridere e piangere da un momento all'altro, e urlar loro che è bellissimo vederli cosi'.
Non dico niente, ovviamente, ricaccio indietro lacrime e rospi e continuo a guardarli.
Ti si schiaffa in faccia come il sole all'improvviso, la felicità degli altri. E non si puo' fare a meno di guardarla, di guardarli, tanta è la luce che emanano.

Recentemente ho avuto una botta di felicità inaspettata e in controtendenza con questo strano momento di transizione. Il resto, per ora, è serena accettazione di ogni emozione questo periodo porti con sè, dalla frustrazione alla tristezza, dalla gioia alla sorpresa.
Ma, vi assicuro, è stata una botta incredibile. Quando sono cosi' felice mi rendo conto che si tende a dimenticare di quanto possa essere intensa la felicità. Forse è un meccanismo di difesa; visto che non si puo' essere sempre cosi' felici da far schifo, il cervello chiude in un cassetto il ricordo di quella felicità sfacciata, cosi' da non sentire troppo a fondo il dolore per la sua mancanza.
O forse, è cosi' acuta e potente proprio in virtu' della sua durata.

Ieri sera c'era una luna incredibile, di quelle capaci di sgretolare ogni dubbio sul senso dell'esistenza. Se ne stava li', come un buco nel cielo, con le stelle che le si aggrappavano attorno, mentre io e pochi altri insonni l'ammiravamo da quaggiù.

Chissà come facevano i due innamorati della metro a brillare di tutta quella felicità, di tutta quella luce.


sabato 21 luglio 2012

NEVER TOO SOON

A casa. O meglio, al sicuro, tra queste mura che mi ospitano fino a che non trovo un posto dove appendere il cappello.
Sono le cinque e sono "a casa".
Giusto in tempo per vedere l'alba dal terrazzo.
Domani non avro' voce. Ho cantato tutta la notte, a squarciagola, instancabilmente. Un carrozzone di italiani e un karaoke belga, sono il lasciapassare per una serata galattica, anche se sono qui da poco, anche se le canzoni strappacuore in francese, ad un certo punto, diventano davvero troppe.
Ci salutiamo dopo ettolitri di birra (e succo di mela per la sottoscritta cui la birra non piace), centinaia di passi in mezzo ai viottoli, a ballare in piazza e poi a cantare.
Domani (quindi adesso) è festa nazionale; che si festeggia? Il Belgio, semplicemente.
Gli altri si infilano in due taxi in men che non si dica, mentre io che vado dalla parte opposta, inizio a camminare completamente a caso, senza avere la minima idea di dove mi trovi.
Tiro fuori la mappa della metro e inizio a spulciare nomi di vie mai sentite prima; è che, appunto, è una mappa della metro, quindi vi si trovano scanditi a chiare lettere solo i punti d'interesse e alcune delle aorte di Bruxelles. Il resto, sono deboli linee curve senza nome.
Dopo aver decretato che consultare quella carta, al momento, è utile come aprire un biscotto della fortuna, riprendo a camminare, fino a che non scorgo un gruppo di ragazzi. Fari nella notte, considerando che, una volta visti sparire les italiens dentro due taxi, non c'è rimasta anima viva in giro.
Sono pure incredibilmente sobri. E cordiali. E simpatici.
C'e' una piccola asiatica, un francesona mora e occhialuta, una bionda senza viso, un ragazzo decisamente poco cordiale e una ragazza con i capelli di un rosso carota chiarissimo.
Mi dicono che Albert è lontano (Albert è una zona, non un tizio a caso), che ci mettero' un'ora e che, per non perdermi, mi conviene seguire i binari del tram, anche se fanno un giro più lungo.
Facciamo un pezzo di strada insieme, cosi', testuali parole, mi mettono sulla retta via.

La ragazza coi capelli d'arancia ed io iniziamo a parlare. Il suo inglese non mi dice di dov'è, ma mi dice che l'ha parlato tanto.
Florence è nata e cresciuta a Bruxelles. Florence, si chiama. Dopo due anni in Spagna, a settembre se ne va in Nuova Zelanda. Cosi', come avrei fatto io se non fossi saltata sul treno per il Benelux.

Parliamo delle città, delle persone, di come si perda un po' di patria quando ci si trasferisce all'estero, di come ci si senta a casa un po' dappertutto e da nessuna parte, di come sia difficile; ogni volta, andarsene, lasciare tutto, ricominciare a fluire.

Nel frattempo arriviamo su un ponte, dove l'asiatica e il ragazzo poco cordiale si separano dal resto del gruppo. Dopo i saluti, la francesona occhialuta e automunita mi offre un passaggio fino ad un quartiere decisamente più vicino a "casa mia" di quello in cui siamo ora. Accetto con la condizionale, ovvero che sia di strada; "Oui oui, ce n'est pas loin avec la voiture". Cosi' saliamo tutte in macchina e, mentre parlo con Florence e la citta' mi scivola accanto veloce, non mi accorgo di dove stiamo andando, fino a che non vedo il bar sotto "casa".
"Ici c'est Albert; ou est-ce que tu habites?"
"Mais ... Ici! J'habite ici!!! Girls, you are amazing, really; thank you so much!"
"Anytime!"

Mentre scendo, profusa in mille ringraziamenti, auguro loro buona fortuna. E non perchè presa dall'euforia di essere arrivata a casa in un battibaleno e al caldo, ma perchè mi sono sembrate delle brave persone, intendendo davvero augurar loro il meglio per le proprie vite.

Infilo gli scalini come bottoni di una camicia, entro in casa, faccio un the bollente e mi siedo sul terrazzo.
Giusto in tempo per vedere l'alba.
E scrivere un post. Sorridendo. Chi se ne frega se devo alzarmi tra tre ore, mica si puo' dormire se c'è da sorridere.


mercoledì 18 luglio 2012

CONTARE GLI ALBERI


Nemmeno una goccia di pioggia, nemmeno per sbaglio.
Dall'alto della mia prima settimana in terra belga, iniziavo a dubitare fosse possibile.
Poi una sfera bianca, luminosissima e prepotente; aspetta un attimo, sarà mica il sole? Pure qui? Ma guarda te. Allora è proprio vero che tutto il mondo è paese.
Quel 19 blu sulla colonnina di mercurio, mi fa riconsiderare il concetto di "caldo" sotto una nuova prospettiva.
Stacco dal lavoro e non ci penso nemmeno ad andare a casa; vago per Ambiorix square per un tempo in(de)finito, osservando gli alberi, le persone, annotando cose che, per qualche motivo, non voglio dimenticare. Seguo la strada, in discesa, e finisco sulla riva di un laghetto, cui si puo' accedere soltanto da due lati opposti; quando arrivo ad uno degli ingressi lo vedo di nuovo; è ovunque, in tutta la città, e il fatto di non sapere cos'è ormai è diventato un supplizio. Prendo coraggio e faccio quello che mi sono proibita di fare fino ad ora:

"Excusez-moi madame; savez vous le nom de cet arbre?"
"Oui, c'est un châtaignier"
"scia-tai-gne'?"
"Oui. Si vous voulez je peu l'ècrire pour vous"
"Maman; elle est la fille qui ecrivait devant les arbre ; nous vous avons vu, mademoiselle"
"Oh ui?"
"Oui; vous etes un etudiante de les plantes?"
"Je les aimes; je veux connaître les noms des arbre ou j'habite"

 Parliamo cosi', sedute su una panchina di legno scuro, all'ombra di un castagno e di un enorme salice piangente, col mio francese stentato e il loro ineccepibile; alzo gli occhi e mi aggrappo ai rami, mentre cerco tra le fronde le parole che non ricordo. E' un castagno, quell'albero disseminato per tutta Bruxelles; il fatto che non lo sapessi, mi fa riflettere su quei pochi che devo aver incontrato prima d'ora per non ricordarmelo.
In realtà, dopo una seconda riflessione corredata da documentazione, decido che è un ippocastano; quelle foglie buffe, che sembrano girate al contrario, il castagno non ce le ha.
E poi aceri, vecchissimi, platani altrettanto anziani, frassini, carpini, un melo di cina, perfino un piccolo liquidambar senza nome, dentro l'area giochi per i bambini. Dico "senza nome" perchè in Ambiorix, su quasi tutte gli alberi c'è una targhetta col loro nome in francese, fiammingo e "gergo botanico". Sul liquidambar no, pero' io lo riconosco subito, anche se è piccolo, anche se è ignorato da tutti.

C'è pure un'altra targhetta, in realtà; quella non discrimina, è su ogni albero, non solo ad Ambiorix ma anche qui in riva al laghetto, in tutta Bruxelles. Sembra ottone, e c'è sopra un numero impresso a caldo; mi domando se esista una sorta di censimento degli alberi, un anagrafe botanico; sarebbe bellissimo.

Osserviamo gli alberi ancora per un po', mentre la madame mi dice che non c'è abbastanza verde in città; le dico che dovrebbe fare un giro nelle nostre, di città, in Italia. Si è fatto tardi, e sento la lavatrice che mi ulula da Saint Gilles; ringrazio la maman avec lunettes, la jeune fille avec la queue de cheval, e decido di tornare a casa.
Mentre mi allontano, la bambina mi urla "Mademoiselle? Vous êtes très jolie", io la guardo, sorrido come se mi avesse appena abbracciato e le dico "Merci beaucoup"; avrei voluto dirle che anche lei era davvero très jolie, ma quel toi aussi mi è rimasto incastrato ad un neurone e non ne sono stata capace. Pero' l'ho pensato; intensamente; magari lei l'ha sentito lo stesso.

venerdì 13 luglio 2012

IL MOMENTO IN CUI TUTTO E' POSSIBILE

Caffè di dimensioni bibliche, sigaretta e vento tra i capelli; cosa si puo' volere di più dalla vita?
Tante cose; tipo uno scirocco invece di una tramontana, un cappotto di zanzare invece che di lana, qualcuno cui raccontare la mia giornata invece di questo silenzio.
Ma sto bene.
Ho messo il caffé in quell'unica tazza che, immediatamente, ho sentito mia ma non avevo mai osato prendere, perchè è di plastica ed è delle bambine. Loro non ci sono, sono in Italia, ma per qualche motivo, non l'avevo mai usata fino ad ora; credo sia perchè il caffè è una cosa "da grandi" e qui, fino ad ora, ci dev'essere entrato solo del latte, camomilla al massimo.
Dal terrazzo c'è un panorama che definirei rasserenante; molti alberi, le case fitte fitte, i tetti scuri e affusolati, con i camini lunghi e stretti, che sembrano mani in saluto o spine infilate nel fianco del cielo, a rubare un po' di corrente alle nuvole.

C'è un terrazzino verde, cui si accede da una parete a vetri in legno color caramello; si vede bene da qui, anche se è abbastanza distante. E' incastrato fra muri, mattoni, vite di cui non sa; un po' come il sole, ancora alto ma impigliato tra rami d'albero e il bianco di un cielo a buccia d'arancia.
Il verde qui, come in tutti i paesi del nord, è diverso da quello cui siamo abituati; molto più freddo e scuro rispetto ai colori mediterranei di casa. Mi piace. E so che è questione di tempo, è solo perchè questa vita non è ancora mia, ma presto mi sentiro' a casa, lo sento gia' in questo cielo coperto che vuole essere scoperto, capito.

Nel frattempo, mi godo il limbo o, come lo chiama Brezsny, il momento in cui tutto è possibile. Perchè è di questo che si tratta, in fondo; tutto è cosi' intenso, bello e doloroso perche' sono in quella terra di mezzo in cui sono equidistante da cio' che ho lasciato e da cio' che ancora non ho creato.
E' abbastanza destabilizzante, devo dire. Cercavo proprio questo, avevo bisogno di lasciare l'appartenenza, l'appartenuto, l'appartamento, infilare due cose in valigia e andare.
Mi domando cosa sia questa voglia di conoscere le terre, i cieli, le cose e le persone di questo mondo; non che ci sia qualcosa di sbagliato, tutt'altro; è solo che se io morissi domani, morirei lontana da tutto quello che ha senso per me; è solo che è strano stare in un posto dove nessuno ti vuole bene. Non ancora, almeno.

Mi dispiace mi manchi il tempo per passare a trovarvi, ora come ora. Ne avro' quando le cose prenderanno una piega, una qualunque. E mi dispiace anche per questa tastiera francese e per tutti gli apostrofi inopportuni che ho finto essere accenti.

Sono le dieci e mezza spaccate e il sole è ancora qui vicino a me.
Mi piace Bruxelles.


giovedì 12 luglio 2012

PUNTO. A CAPO

Oggi mi sono persa. Mi succedeva anche in Finlandia, anche dopo sei mesi; figuriamoci in un posto dove sono arrivata da tre giorni.
Ad essere onesta, non posso nemmeno dire di essermi impegnata affinchè ciò non avvenisse. Uscita dalla libreria ho iniziato a camminare, con la sete negli occhi e la curiosità nei piedi. E questo è tutto. Nessuna cartina, nessuna attenzione alla segnaletica, nessun phone abbastanza smart da avere google maps o qualche altra diavoleria tecnologica. Quando ho sentito il bisogno di tornare verso "casa" ho fatto come facevano le persone un tempo e come ho sempre fatto; ho chiesto a qualcuno.
Ma in quel momento, subito dopo aver deciso di tornare verso Saint Gilles, prima di domandare a qualcuno, mentre ci provavo da sola ad orientarmi ( non si sa bene con quali strumenti visto che non conoscevo la zona, ero senza cartina e non avevo idea nemmeno di quanto potessi essere lontana da luoghi quanto meno già visti di sfuggita), proprio lì, ho visto casa mia, al 113 di Rue Braemt. Due enormi finestre in rilievo, una sopra l'altra (più precisamente bow window, italianizzate bovindo; terribile inglesismo maccheronico che mi rifiuto di usare), intagliate nel legno e incastrate in una costruzione di mattoni chiari, dipinte di un colore che doveva essere oro, tempo addietro. Ecco; questa è La Casa, la casa in cui non abiterò mai, ma che se mi chiedessero "Come te la immagini la tua casa a Bruxelles?", io risponderei "Così, esattamente così".
Mia cugina (che vive qui da 12 anni e che mi sta ospitando con infinita magnanimità, pertanto Santa Subito), mi ha dato ragguagli sulla zona, facendo presente che non è esattamente l'area più tranquilla di Bruxelles; intendiamoci, nessuna sparatoria o altra roba da mafia sudamericana e/o ghetto camorrista, semplicemente inizia ad essere una zona dalla dubbia identità, poco servita dai mezzi e vagamente arabizzata.
Si, dubito ci vivrò, al 113 di Rue Braemt, anche se, vi giuro, io e quella casa, per un attimo, abbiamo parlato la stessa lingua.

Fintanto che scrocco il letto a mia cugina, cerco di fare pratica linguistica, approfittando di suo marito, il quale è dotato di un fantastico accento parigino a me totalmente incomprensibile; è frustrante, ma da un lato devo dire che rispolverare il mio francese acciaccato si sta rivelando meno complicato del previsto. Certo, ha un po' di sciatica, le articolazioni scricchiolano e parte dell'ossatura è completamente da costruire, però direi che me la sto cavando egregiamente per essere qui da così poco. Per ringraziarli, oltre a cercare di ingombrare meno di quanto la mia altezza e i miei bagagli imporrebbero, stendo, cucino e lavo i piatti. La cugina S. mi deride quando trova le stoviglie ad asciugare sul lavello, visto che possiedono una lavastoviglie funzionante e sempre disponibile, giustamente, si chiede come mai io lavi a mano. E' che non ce l'ho, non ci sono abituata, sono tre tazze in tutto e che, le metto in lavastoviglie? No no, il modello "casalinga anni '50" ha ragion d'essere in certi casi!

E le strade, le case, i piatti da lavare, ma perché parlo di queste cose? Non che siano totalmente prive di significato, ma ciò che mi cammina per la testa e sul cuore, ha un peso decisamente molto meno materiale e, paradossalmente, più concreto delle quattro stronzate che ho scritto finora.
Eppure ...

Fa freddo qui, freddo come se l'estate non esistesse; piove e tira vento, vento del nord. Però il sole, quando c'è, tramonta alle undici; e stasera, che non c'era nemmeno una nuvola, ho visto le stelle. Come fosse la prima volta.


giovedì 5 luglio 2012

EMME

Non lo facevamo da tempo, forse più di un anno. 
Era routine, un tempo, almeno in certi periodi dell'anno. 
La lampada a forma di papavero instancabilmente accesa, gli appunti, i libri, le dispense, gli schemi, sparsi ovunque, indistintamente, dal tappeto al letto; i pennelli tra i capelli, tra i suoi fusilli rossi, tra i miei fili di corteccia bruni; l'odore pregnante del caffè delle tre, la cioccolata, la redbull, le milleuna sigarette, col fumo che si mescolava alle parole, alle risate, talvolta alle lacrime.

Prendiamo un gelato alla Gelateria de' Neri, prima di salutarci; "Sali?"; ho già infilato i quattro piani di scale, mentre penso a quanto mi sarà piacevole un'ultima incursione notturna in casa della M., a pochi giorni dalla partenza.
Tutto come sempre. Calamite sul frigo, foglietti pieni di non-sense, il bagno rosa fast-food americano anni 50, la sua stanza, immersa nello stesso indomabile caos di cui sono fatti i suoi capelli; "M., la Callas dov'è?", "La devo restaurare; non ha retto molto bene all'ultimo trasloco". Andiamo in cucina, in cerca di ghiaccio e acqua fresca; ci sediamo nelle due poltroncine affrontate l'una all'altra, sul terrazzino.
"Hai idea di quante volte siamo state sedute così, l'una davanti all'altra, coi libri sulle ginocchia?"
"Già ... L'ultima volta c'era D'annunzio, delirante solo al pari dell'esame di Estetica!"

Sembriamo quasi le stesse, ma questa volta non lo siamo. Niente esami su cui sudare sangue, niente libri e paranoie, questa volta è diverso, ci siamo solo noi e un'ultima, inaspettata, lunghissima notte insieme.
E' sempre affollata, casa della M. Coinquilini, fidanzate ninfomani, ospiti da mezza Europa, gente a caso; quando in casa della M. si smetterà di respirare quest'atmosfera da "Appartamento spagnolo" sarà la fine di un'epoca. Ma non credo avverrà tanto presto; la M. e quel nugolo di fricchettoni di cui si è sempre circondata, credo rimarrà un punto fermo ancora per un po'.
Mi racconta della prima esperienza da aiuto costumista, in una produzione italo-russa sul calcio storico fiorentino (???); mi racconta di M., di come l'ha conosciuto e di come lo zodiaco e il suo spirito indipendente lo rendano simile a me; e poi famiglia, progetti, paure, speranze, idee, cazzate, proprio come un tempo.
Le racconto tutto anch'io. Proprio tutto, anche quelle cose insospettabili che ho avuto il timore di dire, già sapendo che la sua porta, di casa, mente e cuore, per me rimane sempre aperta.
Le scende una lacrima mentre "mi confesso". E' incredibile come il suo rimanga, negli anni, l'animo incorruttibilmente puro di un bambino.

Arrivano le tre, e arriva pure il caffè. Terribile, come sempre, troppo pressato e super amaro, come quando avevamo ancora diverse ore di studio davanti a noi; il cestello della lavatrice gira su di sè, riavvolgendo il nastro del tempo di giorni, mesi, anni. Così apriamo valigie, bauli, cerniere, a tirar fuori le cento cose di questi sette anni, a ricordarci vicendevolmente chi eravamo, solo per vedere meglio chi siamo.
E ridiamo, in mezzo alle storie e alle memorie, mentre tendiamo i panni sul terrazzino, e intanto sono le 4.30 e domattina c'è da partire e dovremmo dormire e non abbiamo mica più vent'anni; ma per stasera - e solo per stasera - è come se li avessimo.
Abbracciate, ammiriamo il primo sussurro di sole contendersi l'est del cielo con la cupola del Duomo, in quella che è l'ultima, l'ennesima, ma forse anche la prima alba insieme. Nasce una promessa in grembo ad un nuovo giorno, senza nemmeno il bisogno di aprir bocca, l'una per l'altra saremo, ci saremo, non importa dove nè quando.
Tre ore dopo, ci salutiamo sull'uscio di casa sua. Frettolosamente, ci sorridiamo con le orecchie tappate, per sentire un po' meno.
Infilo le scale, di nuovo, in discesa per i piedi, in salita per il cuore.
Prima di uscire nel fuoco delle dieci pesco una penna dalla borsa, un foglio dall'agenda e le scrivo due righe. Gliele appiccico al portone, con un cerotto, ci faccio un cuore sopra e me ne vado.
Un cuore grosso così.




martedì 3 luglio 2012

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Esco dalla doccia, infilo l'accappatoio e accendo una sigaretta.
Le dita appassite come petali di rosa dopo una processione alla Madonna, ancora umide, quasi bagnate, con le gocce che dai capelli scivolano a morte certa verso il cordone di spugna che mi cinge il collo. Eppure non posso aspettare, i tasti sono calamite per i polpastrelli, per i pensieri.
Non so se sia per via di tutta quell'acqua che mi scorre addosso come fanno i giorni, o forse è semplicemente per via di tutti quegli scatoloni in cui ho tentato di stipare la mia vita, ma mi sento come se un sacco di roba volesse uscire fuori, invece di lasciarsi infilare tra vecchi libri e vestiti che non metto da secoli.
Finché c'è scelta, tempo e spazio, le cose sono leggere, fluttuano indisturbate dentro di noi, venendo alla bocca solo se galleggianti, sennò se ne stanno quiete a creare maremoti destinati ad esaurirsi dietro la solita faccia; quando scelta, tempo, spazio non ce n'è, come geyser incontrollabili, scalpitano per trovare una manciata di parole che renda loro giustizia, sgomitano per accaparrarsi una corda vocale e un attimo di poca lucidità per uscire finalmente allo scoperto.

Due pesi e due misure.
Quella del "let's go with the flow" e quella del '"but i don't know if i still feel like swimming".
Allora è così? Le cose non dette non esistono, come le cose mai accadute?
Io non se sono così certa (Pier, mentre scrivo sappi che penso a te, tutte le volte che uso la prima persona singolare).
Le cose non dette sono solo non dette, ma non è detto che non siano.
Anzi.
Bisognerebbe domandarsi perché rimangono mute.
Capita che vada bene così, che sia proprio il posto in cui devono stare, il fondo del cuore.
Ma per tutte le volte in cui non è così? Come si fa quando le parole sembrano non bastare e i silenzi soffocare?
Forse è il modo di comunicare a dover cambiare

Provo a lanciare i miei occhi in quelli di qualcun altro, provo a lasciare che sia il corpo a farsi schiavo di ciò che sento, inventando un alfabeto A-mor(s)e dove la pelle sia il foglio, le dita siano l'inchiostro, nel tentativo di dire ciò che non si può dire, perchè non appartiene alla bocca, non sa che farsene della grammatica e nemmeno del pensiero logico.
Ed io che amo le parole di un amore viscerale, che quando scrivo è come se passassi una mano tra i miei capelli, che cerco di sublimare il limite comunicativo accozzandole insieme in maniera inattesa, mi ritrovo ad allungare un piede fuori dal perimetro alfabetico per scoprire cosa c'è.
Allora chiudo le labbra, apro i silenzi, come squarci in seno al cuore, prendo gli sguardi, i sorrisi, un paio di guanti e qualche ritaglio di giornale, mescolo tutto in uno scatolone senza fondo e senza fine e lo lancio al di là di me, nella speranza che quello che c'è dentro abbia ali invece che voce.
E a volte, sorprendentemente, funziona.


PUNTO

Sono distrutta.
Emotivamente, fisicamente, psicologicamente stremata.
Non pensavo sarebbe stato così difficile.
Vorrei scrivere, lasciar sfogare quel vociare assordante che preme la gola per uscire, ma sono davvero troppo stanca.
Ci tenevo solo a scrivere mentre il mio "oggi" non è ancora franato completamente nel domani, perché oggi, io ed un bagaglio emotivo di proporzioni epiche abbiamo guardato per un attimo il cielo incredibilmente terso, per poi sparire ingoiati da un viaggio per cui non c'è un ritorno previsto. Ed era la prima volta.
Dopo sette, lunghi, densissimi anni.

Riflettevo sul fatto che da quando c'è la fotografia digitale, si fanno meno foto.
Errata corrige; io faccio molte meno foto.
Ed è un peccato.

Fine.
Vado a dormire, con la luna nel letto già da un bel pezzo.
Il resto può mantecare un gionro in più e lasciarmi il tempo di riposare.



lunedì 25 giugno 2012

SEVEN POUNDS

Non sarei io se facessi tutto in tempi utili.
Sia mai. Qualcosa deve andare di traverso, intanto. Sempre. E non mi riferisco a quel trancio di salmone che ho mangiato sei ore fa e che ancora non è sceso più giù dell'esofago. Ma alle coincidenze, alle cose bloccate in gola, ai voli, fisici e pindarici. Ancora non ero nata ed ero già capace di creare equivoci. Mi giravo di schiena, immancabilmente, poco prima dell'ecografia. "Che guardi, voyeur?" devo aver pensato. "E' un altro maschio, signora", hanno pensato loro. La forma della testa, della schiena; si, è un maschio.
Mario.
No, dico, MARIO, mi avrebbero chiamata.
Mario per una femmina ci può anche stare, me lo vedrei bene addosso, ma per un maschio no, non dopo il 1975.

Ho l'impressione che questi scatoloni vuoti non si riempiranno da soli, e quelli del trasloco dovrebbero venire martedì. "Quelli del trasloco" sono mio fratello, MisterB. e il suo utilissimo camion.

Mentre rincasavo, qualche ora fa, ho incontrato la M. Se ne stava seduta sulle scale di Sant'Ambrogio, come fa spesso. Passare di lì, gettare uno sguardo cercando quella nuvola di riccioli rossi tra la folla è qualcosa che faccio da tempo immemore. Era felice. Non ci vedevamo dalla mia laurea, ma tengo molto a lei. Abbiamo fissato per mercoledì a pranzo, ma bisognerà posticipare, che l'ubiquità ce l'avevo in versione demo e mi è scaduta dopo la laurea.

Ho pranzato con I. e H. Mi è sembrato tutto così naturale, che non ho pensato che sarebbe stata l'ultima volta. Meglio non averlo pensato, ma che brutta cosa però, le ultime volte. I. è stata una fetta importante della mia vita qui, soprattutto in quest'ultimo, densissimo, anno. Se rifletto su come ci siamo ri-trovate, su quanto abbiamo condiviso, su come siamo cambiate, mi viene da dire che siamo proprio belle, le migliori. anzi. E penso che staremo bene.

Un the freddo con V. e poi una passeggiata nel parco in cui ci siamo conosciuti, a parlare di massimi sistemi, come al solito. Ci siamo abbracciati, prima di salutarci; "E' stato un amore platonico, ma è stato bello". E' la prima volta che intuisco quanto sia stata diversa la percezione della nostra amicizia dal suo punto di vista. So che non lo sentirò nè lo vedrò più; è probabile che se ne torni in Russia nei prossimi due anni. Vorrei tanto che imparasse a volersi bene.



E' tardi, e questa strada immobile non muove neppure un muscolo.
Uno dei miei dirimpettai pizzica la chitarra da ore. E' piacevole.
Un altro russa, e si sente fino a qui. Un po' meno piacevole.
Sento le serrande de "I dolci di Marco" che si alzano stanche. Mi affaccio, non penso e parlo sottovoce: "Marco ... Marco", Marco si volta, confuso, "Quassù!", alza la testa senza riuscire a scorgermi per via del lampione, esattamente sotto la mia finestra "Lo sa che i suoi dolci sono i più buoni del mondo? Dico davvero, del mondo intero.". Marco ride, con quel suo viso impastato di sonno e bonarietà "Grazie", gira la chiave nella serratura e sparisce inghiottito dal suo laboratorio mentre il suo sorriso rimane impalpabile a riempire la notte.
Anche se lui non mi conosce glielo dovevo dire, prima di andarmene.

Sette i nani, i re di Roma, le meraviglie del mondo. Sette notti ancora. Vorrei non dormire più.



mercoledì 20 giugno 2012

POLAROID

Cieche queste dita sulla tastiera; si muovono a tentoni, ingolfate da troppe parole che non vogliono saperne di uscir fuori. Il vociare perenne dal bar all'angolo si lega perfettamente a questa canicola infuocata e il cielo è così terso da sembrare finto.
Io, invece, mi sento sfocata come appena uscita da una polaroid.
L'altro giorno ho incontrato Piergiorgio; il giorno dopo, al supermercato, sono incappata nel SignorInsistente con cui ho scambiato le ultime quattro chiacchiere e in Y., immancablmente pronto a rifilarmi una fetta di torta consolatoria a qualunque ora del giorno e della notte. Così, incidentalmente, vicino casa.
Segno dei cerchi che si chiudono affinchè io possa partire senza lasciare troppi conti aperti, forse.
Ho riso tanto, negli ultimi giorni; sono stata spensierata come una bambina, felice dagli alluci alla punta dei capelli. Poi, qualche sera fa, ho pianto, ma solo un po'. E' che questa felicità se ne va a braccetto con una tristezza inderogabile che, a quanto pare, ha fame di spazio, di ore, di me.
Non ti preoccupare, qualche giorno ancora e sarò tutta tua, potrai prenderti anche gli anfratti più remoti, non avrai nemmeno bisogno di cogliermi alle spalle, aspettando che calino la notte e la stanchezza per potermi braccare. Ora però lasciami stare, che sto così bene a non pensare.

I nodi si accumulano. Non ci avevo mai pensato finora, ma non potrebbe essere altrimenti. Nodi di cose da fare, cose da dire, persone da abbracciare, questioni da sistemare. Per uno risolto ce ne sono altri dieci che compaiono dal nulla.
Sembra debba non finire mai.
E quando non ce la faccio a mantenermi in equilibrio scivolo sulla parola "fine", e allora inizio l'autopsia dei sentimenti per capire quante cose ci sono in questo epilogo.
Le porte io non le so chiudere. Quando ci provo, sento le maniglie sfaldarsi come fossero di sabbia. Va bene, let's go with the flow, lasciamole aperte le porte, e pure le finestre, così ogni tanto, da lontano, magari ci si lancia un urlo.
E c'è un'altra cosa che non so fare: svegliarmi una mattina in un altro Paese, con una nuova vita da iniziare da zero, zerotondo come il mondo, come le cose che conosco di questo posto.
Sola andata.
Come si fa ad aprire gli occhi su un soffitto che non è più il tuo ma che lo dovrà diventare? Dare il buongiorno in inglese, ordinare un caffè in francese, salire sulla metro e sorridere a chi non si conosce.
La mia area di comfort si ingrandirà ancora una volta. E il cuore? Si farà piccolo piccolo per non sentire più niente? 
Come si fa a lasciare tutto, qualcuno me lo dica. 
Sembra debba non finire mai, e invece manca tanto così.