martedì 31 gennaio 2012

IMPARARE A CONTARE: lesson number 1

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Dormire con le gambe intrecciate come cavi elettrici, l’odore del caffè quando fuori è ancora buio, raccogliere una carta da terra, fotografare il cielo, annusare l’aria, stringersi per scaldarsi, tirarsi i calzini fin sopra il ginocchio, guardare i piedi delle persone, immaginare di disegnare il proseguo dei rami secchi, le gocce di pioggia che rigano in finestrino, l’odore di qualcuno, il rumore del coltello mentre si sbuccia una mela, il suono del mare, una carezza tra i capelli mentre dormi, aprire la finestra quando manca l’aria, la cannella nel caffè, sorridere per la strada, guardare negli occhi uno sconosciuto, camminare in bilico sul marciapiede, respirare tutta l’aria che c’è quando si esce di casa la mattina presto, svoltare ad un angolo senza sapere cosa c’è dopo, fare un complimento, scivolare nel sonno senza accorgersene, la neve poco prima che cada, stare a testa in giù finché il sangue non dà alla testa, la corteccia di un albero sotto le mani, le briciole sotto i gomiti, aprire l’armadio la mattina, perdersi una volta tanto, osservare gli alberi, entrare in un forno, le vecchiette con la pelliccia, i sorrisi che scaldano, lo stato d’animo da autogrill, fare i biscotti, aprire un barattolo e annusare, stendere il rossetto rosso, lasciarsi piangere, il martini bianco e la fetta di limone, girare la pagina di un libro, fare la fila alle poste, innamorarsi, lasciare un biglietto per qualcuno, riempire la vasca e fare pace col mondo, mettere il pigiama, saltare sul letto, cantare in macchina, impastare con le mani, i piedi nudi nel mare di maggio, il vento che spettina, gli abbracci, le risate, la coperta di quand’eri bambino, la sigaretta dopo pranzo, il segno del costume, le prime volte che non finiscono mai, cercare un quadrifoglio, prendere qualcuno per mano.
Quante sono le cose di questa vita?
Quante diavolo sono che non riesco più a contare?

mercoledì 25 gennaio 2012

IMPARARE A CONTARE

Gli hanno fatto un bello sgambetto.
Non se l'aspettava nessuno.
Ma chi mai se l'aspetta?
Nessuno, appunto.
E' come se ti svegliassi una mattina e ti accorgessi che ti sono finite le lacrime negli occhi. Per sempre. Allora fai un paio di esami, qualche visita, ti prescrivono colliri lubrificanti, dosi extra di liquidi con cui oliare gli occhi quando il sole sarà troppo sole, e, certo, vivaddio che ci sono i colliri, e sarà come se quelle lacrime sintetiche fossero tue.
Va bene.
Si può fare.
Non sarai mica il primo, imparerai a conviverci.
Vita natural durante.
Ci si può vivere senza lacrime.
Però.
Però.
La cosa ha una serie di conseguenze e implicazioni che renderanno i gesti quotidiani qualcosa di laborioso, macchinoso, cui dovrai prestare attenzione; subentreranno una serie di pratiche più mediche che rituali che saranno imprescindibilmente legate alle tue giornate, senza le quali non potrai star bene.

Non sono le lacrime, a mancargli.
E' qualcos'altro, di più fondamentale, che coinvolge anche le periferie più remote e impensate del corpo.
Ed io sono arrabbiata porca troia.
Arrabbiata, preoccupata, intimorita.
E se lo sono io, come si sentirà lui?
Come qualcuno cui è stata tesa un'imboscata?
Come una persona sfortunata?
Come uno a caso cui è capitato qualcosa di spiacevole?

Relativizzare.
Me lo ripeto da giorni.
Qualcuno me lo ripete da giorni.
Anche prima di tutto questo, in una di quelle notti fondenti in cui D. ed io ci siamo lasciati camminare e parlare per un tempo indefinito, eravamo approdati ad una sorta di "teoria dell'incidenza della malattia qualunque", che in parole povere è: " Se al mondo esistono N. malattie gravi o pseudo tali, è algebricamente impossibile che, almeno una, prima o poi, non colpisca qualcuno del tuo nucleo familiare. Bisogna metterlo in conto".

Bisogna metterlo in conto.

E relativizzare.

Perché lo so che c'è di peggio, lo so che non è la fine del mondo, lo so davvero.
Ma è la fine di tante cose, l'inizio di altre, non esattamente piacevoli, e a me, molto infantilmente, non lo so mica quando mi andrà giù questa cosa.

Il pensiero salvifico è che non poteva andare diversamente.
Se di me si può dire che non sia mai stata capace di credere alla predestinazione, si può dire anche che non abbia mai dubitato della genetica.
DNA batte destino 3 a 0.


Ora, lo dico qui, sottovoce, piccolo piccolo, e voi fate finta di non averlo letto. Una o due volte nella vita, mi è capitato di pensare che se fossi stata credente avrei avuto qualcuno da biasimare, qualcuno da pregare, qualcuno cui aggrapparmi in momenti di sconforto, qualcuno cui appioppare la responsabilità della felicità e del dolore. Non sono mai arrivata a desiderarlo, nemmeno ora.
Però, mi domando cosa farò quando e se mi ritroverò a rimpiangere un Dio che non ho mai avuto.

Bisogna metterlo in conto. Anche questo.

giovedì 19 gennaio 2012

NOSTALGIA DEL PRESENTE [cit.]

Mi ritrovo spesso a pensare che vorrei vivere sola.
Pindaricamente, su un eremo, con una mandria di furetti, un cane e una casupola ai piedi di un ciliegio; lontano da tutti.
Più concretamente, ma non per questo realisticamente, mi accontenterei anche di un bilocale soppalcato in centro con una vasca per i vestiti e una libreria a parete. In questo caso, potrei farmi andar bene un solo furetto e il cane.

Immobili a parte, il pensiero di fondo è quello che soggiace alla necessità di stare sola.
Perché sono "grande", perché divido l'appartamento con altre persone da sei anni, perché crescendo sono cambiate le mie necessità, perché si, insomma.
I miei coinquilini, adorati, sono una specie di famiglia, visto che siamo gli stessi da tre anni ormai. Ci si vuol bene, ci si arrende l'uno al disordine dell'altro, come ai difetti, ci si aiuta quando ce n'è bisogno.
Senza nulla togliere a quest'alchimia inossidabile che si è creata nel tempo, senza che nessuno di loro abbia un'incidenza specifica nel mio bisogno di solitudine, credo sia semplicemente giunto il momento. Di cosa non è ben chiaro. Comunque di cambiare, provare, prendere e andare. Sola.
Questo pensiero si affaccia spesso a trastullarmi le meningi. Leggero come una ragnatela. Pure tenace come una ragnatela. 
In linea di massima, non mi pesa la situazione attuale. Anche perché, pur essendo disponibili l'uno per l'altro, nessuno interferisce con la vita degli altri, nessuno si aspetta che qualcuno torni a cena. Diciamo che riusciamo ad abbracciarci senza pestarci i piedi (e si ritorna, anzi ci ritorno, ai porcospini di Schopenhauer). Ci sono giorni però, in cui (e lo sottolineo, probabilmente a causa di un mio stato d'animo particolare) vorrei non avere nessuno intorno.
Non loro, chiunque, indistintamente. Ciò mi consentirebbe di non parlare, non conversare, non chiedere, non fare o dire assolutamente niente di lontanamente vicino ad un'interazione con un altro essere umano.
Bene. Oggi, non è uno di questi.

Mentre me ne sto in coda al supermercato, mi squilla il telefono. E' M.
"Ehi, dove sei?"
"Ho staccato poco fa, ora sono allla Standa (n.d.a. non avete idea di quanti ricordi impolverati riporti a galla questo nome. Comunque, ad oggi, per chi non lo sapesse, è un supermercato del marchio Billa).
" Torni per cena?"
"Si, tra venti minuti sarò a casa, perché?"
"Perché ho fatto la pizzaaaaaa!"
"Occhi a cuore. Ora scavalco il gregge di vecchiette col carrello pieno di 3X2 e arrivo!"
Dopo non aver scavalcato il gregge di vecchiette ma essere stata mentalmente (e giustamente) lapidata da ognuna di loro per averlo detto, arrivo a casa e suono il campanello. Ce le ho le chiavi, sperse dentro questo vaso di Pandora che è la mia borsa, ma cercarle a -1, senza guanti e con tre chili di arance tra le braccia è un'operazione che potrebbe costarmi un dito o due.
Il portone si apre, mi infilo nell'antro e comincio a salire i gradini due alla volta. Dall'alto sento la voce di Stè :
"Ohi, sei tu?"
"Si ... Che profumino!"
Mentre salgo le scale, penso a quanto sia bello, a volte, tornare a casa da qualcuno. A quanto sia avvolgente il gesto di qualcuno ti chiama e ti chiede se torni per cena perché c'è la pizza fatta in casa. A quanto sia dolce rientrare dopo una giornata di lavoro e trovare una casa calda, con volti conosciuti, di persone che sono felici di vederti. A quanto ci sia di intimità e condivisione nel suonare il campanello a casa propria, sapendo che qualcuno verrà ad aprire.

Arrivata in cima (due piani. Messner non sarebbe molto fiero di me se sentisse il mio respiro affannato da fumatrice incallita), entro in casa e vengo travolta dal profumo della pasta che cuoce nel forno. Sa di buono e di famiglia frammista ad amicizia. M. mi sorride, mentre finisce di tagliare la mozzarella. Stè pure, da dietro una nuvola di piume rosa cipria con cui sta armeggiando da giorni per l'ennesimo gioiello su commissione. M., l'altra M. di questa casa che è un uomo, manca all'appello; si mangerà le mani quando saprà cosa si è perso.
Seduti a tavola, col televisore muto sopra il frigo, parliamo e mangiamo e ridiamo e raccontiamo. Inezie, cazzate, piccole insignificanze, quelle che scorrono via tra un bicchiere di Sangue di Giuda, due sigarette e un caffè. Il tempo di una cena, perché poi ognuno ha da fare per lidi opposti. Ma ci sono così tante cose in queste due ore da poterci scaldare tutti. Nonostante ci sia ancora un freddo cane. Nonostante sia probabile che non ci si vedrà per i prossimi tre giorni senza che nessuno chiami nessuno.

Mi mancherà tutto questo.

mercoledì 18 gennaio 2012

SIGNORINA BUONASERA

Oggi il cielo era di un azzurro incredibile, terso e infinito, di quelli che fanno paura a me.
Verrebbe voglia di toccarlo, come quando vedi un cumulo di panna appena montata e la prima cosa che ti viene in mente è quella di affondarci l'indice. Perché è buona, certo, ma prima ancora perché il pensiero istantaneo e inavvertito credo sia sempre "non sembra vera, la devo toccare".

Non è proprio paura. E' che quando c'è qualche nuvola riesco ad avere (illusoriamente) la percezione di quanto è lontano. So che è irreale, ma le nuvole mi rassicurano in qualche modo.
Il cielo a primavera è uno spettacolo.
Con stormi di rondini che, come puntine appese ad un muro, sembrano reggere quelle grosse nuvole fatte di tulle. E poi il profumo dei fiori, dell'erba appena nata, delle prime viole di campo. Con giornate come queste potrei passare ore a guardare il vento che si infila tra i rami, a scompigliare i capelli agli alberi; le lenzuola appese al filo, gonfie come le onde del mare, i calzini spaiati che dondolano come piedi in passeggiata, i passeri sul balcone, dove la mamma lascia loro le briciole del pranzo.
Ore intere.
Ad osservare, annusare, immaginare, chiudere gli occhi.

Qui, ora, ci fa un freddo cane invece. Cane proprio. Che la cioccolata calda e la crocifissione al termosifone sembrano gli unici modi per non morire assiderati. La cioccolata calda non ce l'ho. Ho un barattolo pieno di the e tisane però. Ieri notte ho dormito con un abbigliamento assurdo. Messner in tenuta da arrampicata. Solo che lui poi va a scalare l'Himalaya; io mi limito a ciabattare fino al letto per poi affossarmi tra le coperte.
E a proposito di improbabili tenute notturne, devo confessare che io, il pigiama, lo uso poco.

No, non lasciate nemmeno partire il filmino della sottoscritta in negligè e ciabattine di marabù. Sono freddolosa e non sono proprio il tipo. Come minimo inciamperei nel tappeto del bagno per poi svenire e morire di pleurite, visto il clima siberiano di questi giorni.
Diciamo che, in completo accordo col fatto che io non possiedo abbigliamento "da casa", tipo tute del secolo scorso, pile dai colori abominevoli et similaria, i miei outfit antelucani sono un mix di pigiami e vestiti a caso. Mi piacciono gli spezzati, ecco. Quindi, che so, maglia del pigiama con gli orsi, leggings e calzettoni fin sopra il ginocchio; oppure pantaloni del pigiama (rigorosamente bucati), maglia a caso e giacchettino da marinaio. (n.d.a. non pensiate che li scelga appositamente; i due elencati sono solo gli ultimi con i quali ho dormito)

A volte mi è pure capitato di dormire vestita. Non che sia tra le sensazioni che ricordi con maggior comodità, ma non mi formalizzo. Poi, non portando i pantaloni, non mi sveglio con le cuciture dei jeans marchiate a fuoco lungo le gambe. Al massimo mi ritrovo la gonna in gola; ma visto che ho detto "mi capita" di dormire vestita, significa che la situazione propedeutica a tale eventualità includeva quasi sicuramente dell'alcool, perciò la gonna in gola sarà facilmente trasportabile fino agli occhi per ripararmi dalla luce.
Quando faccio proprio schifo, capita pure che, al risveglio, mi tolga i pantaloni, infili un paio di calze, una gonna, ed esca così, con metà della roba con cui ho dormito.
Sono una specie di minotauro dei pigiami.
O, come mi chiama mia madre, Barbie Giorno&Sera.

D'estate le cose sono estremamente semplici. Maglia enorme a maniche corte per quando ancora non si boccheggia; canotta fantozziana e mutande per quando è così caldo che l'acqua evapora mentre scende dal rubinetto. Ho anche due paia di boxer, a dir la verità. Comodissimi. Di quel grigio democratico che sta bene con tutto. Quelli fanno parte del kit Giorno&Sera Summer Edition. Ci vado pure a correre o a prendere le sigarette sotto casa. E ci dormo, ovviamente (n.d.a. non con gli stessi con cui sono andata a fare jogging). E qui, pur non essendone certa visto che nessuno si è mai azzardato a dirmelo, credo scatti la versione Giorno&Sera Luxuria Edition. Mica sono di svarowski 'sti boxer, Luxuria come Vladimir. Perché io ci provo ad immaginare cosa pensi l'orafo bicentenario davanti cui passo per andare al tabacchi, cosa pensi a vedere 'sta spilungona coi capelli post bomba atomica, una canotta rubata all'idraulico (che di certo non nasconde curve generose) e un paio di boxer con tanto di patta e bottoni. Non c'è niente dentro (pure qui), lo so io e lo sapete voi, ma l'orafo? Che ne sa che io non sia una drag nel dopo-lavoro?
La cosa in sè non mi disturba più di tanto, se non fosse per gli sguardi torvi che alludono alla mia (presunta) sciatteria e che non solo l'orafo lancia al mio passaggio.
Poi mi viene da ridere a vedere la tipa di turno, ingioiellata, piastrata e truccata con 39 gradi all'ombra, che osa guardarmi storto; io avrò anche un paio di boxer addosso, ma lei sembra appena uscita da un provino per Jersey Shore. E non è un complimento, nel caso non fosse chiaro.

Immagino fosse tra le vostre priorità sapere cosa indosso per andare a letto. Da non dormirci la notte, proprio.
Non so neanche come ci sono finita a parlare di pigiami. Che dicevo prima? Ah si ... Il cielo azzuro quant'è bello ... il freddo ma quant'è freddo ... Messner sull'Himalaya e boom, PIGIAMI!
Vai a sapere con che proposito ero venuta qui a scrivere. Di sicuro non pensavo ai pigiami.
Comunque, quel che è scritto è scritto, ed io ora, visto che manca poco, metto il costume da tricheco che ho comprato per carnevale e me ne vado a dormire, che chissà cos'altro potrei tirar fuori dall'armadio (quello degli scheletri) se non mi fermo!
Buonanotte. Come quello che gioca nel Malaga, stasera ci sentiamo fantasiosi.


 

p.s. Lo spezzone è tratto dal film "Susanna", con Cary Grant e Katharine Hepburn. Capostipite di tutte le commedie moderne, è assolutamente delizioso. Da vedere.

domenica 15 gennaio 2012

RIGHE, RIGHINE E INCHIOSTRO (MICA TANTO) SIMPATICO

Eppure, mi dico, non dovrebbe essere così difficile.
Tutt'altro.
Vuoi fare una cosa? La fai.
Non la vuoi fare? Non la fai.
Semplice.
Lineare.
Lapalissiano.
Fanculo i pro e i contro e fanculo i pensieri di contorno. Dritti al sodo.
E invece, uno non calcola le millemila intersezioni, gli innumerevoli sottopassi, le probabili deviazioni che incontrerà il pensiero prima di diventare azione, o prima di non diventarlo.
Non che sia un novità assoluta. Ne avevo parlato anche qui , ad esempio.

Mi viene in mente la terza elementare. Quelle righe, una grande sopra, una piccola intermedia, una grande sotto, mi hanno sempre destabilizzata un pochino.
Ma  mica erano loro a destabilizzarmi, era il fatto di dover scrivere in quella piccola quando ce n'erano due così ariose sopra e sotto.
Non me ne accorgevo nemmeno. Partivo su quella sottile e, immancabilmente, salivo a quella sovrastante. Sempre. E la maestra G. si arrabbiava. Sempre.
Che mica ero scema io, non si spiegava come mai non riuscissi a stare dentro le righe.
Oggi, guardando a quel periodo, credo di essermi sentita come un mancino forzato a scrivere con la mano destra.
Nemmeno avessi provato a reintrodurre lapide e scalpello, volevo solo scrivere dove c'era più spazio. Il mio, volendo, poteva pure essere un (non consapevole) pensiero logico. E consequenziale alle mie dimensioni. Lì c'è più spazio; io sono più alta, quindi scrivo lì.
A ripensarci ora credo fosse un modo per comunicare qualcosa. Non ho idea di cosa fosse, ma visto che non era legato all'incapacità di comprendere cosa mi venisse richiesto e considerando che ci saranno state, prima e dopo, centinaia di altre cose che ho imparato a fare su commissione senza batter ciglio, non riesco a non pensare che fosse un tentativo inconscio e maldestro di dire qualcosa che non sapevo nemmeno di pensare.
Magari mi sopravvaluto. Magari ero semplicemente incapace di concepire di dover scrivere in quello spazietto angusto, non ero proprio in grado, e dietro non c'era un bel niente.

Che a voler essere pignoli, il pensiero che mi ha riportato a quel momento della mia vita, è stato quello delle sbavature.
Quando scrivi una parola, scivoli via per scrivere quella successiva e la tua mano viene inseguita da una scia scura. Allora provi a tamponare, ma peggiori solo la situazione, ora ci sono pure le tue impronte in calce a sporcare le frasi. E tu che ti stavi pure impegnando a scrivere bene, ti ritrovi a fissare il pastrocchio, tentando di stimare l'entità del danno (cosa che, per l'età, si limitava a un "Quanto si arrabbierà la maestra? Ma chi diavolo ha deciso che la penna cancellabile è illegale in terza? Mmmh, è quasi ora di merenda; speriamo che la mamma si sia ricordata la crostatina.").
E succede lo stesso adesso, anche se non uso più le righe di terza (probabilmente continuerei a non saperlo fare), anche se, volendo, posso scrivere dove mi pare.
Succede che penso che vorrei fare qualcosa, addirittura lo decido, lo inizio, perché voglio o devo (o entrambe) farlo. Poi qualcosa si inceppa, un'infiltrazione d'acqua mette a repentaglio la sicurezza della barca. Non ci faccio caso inizialmente, non la sento, quando me ne accorgo è tardi, il pensiero, l'azione, sono già compromessi.
Ma forse qui la differenza è che, dove prima era totalmente inconsapevole, ora c'è spazio a sufficienza per un microbico dubbio; dove prima non mi accorgevo del momento in cui dalla riga piccola passavo a quella grande, non sapevo nemmeno di averlo pensato, ora c'è un minuscolo parassita che io vedo già, ma non so come fermare. La falla del pensiero, della decisione, ciò che rappresenta l'anello debole, la vedo molto prima che sortisca l'effetto che so avrà sul castello di post-it che sto cercando di tenere in piedi.
E non è come dovrebbe essere, come ho scritto all'inizio.
Non è nè semplice, nè lineare, tantomeno lapalissiano.
Uno deve avere un motivo, dei motivi per fare qualcosa. E pure per non farla.
Motivazioni intrinseche ed estrinseche.
'Sti cazzi.
Nel mio caso, credo si possa iniziare a parlare di demotivazioni intrinseche.
Per cui io decido di fare qualcosa, pur avendo già accolto il pensiero che una determinata cosa potrà mandare tutto a puttane.
Perché lo faccio?
Potrei decidere di fare una cosa, punto. Stop.
Invece, decido, comincio, e contemplo l'eventualità del fallimento.
Comodo così.
Brava.
In questo modo, da un lato ti pari le chiappe perché avevi messo in conto che qualcosa potesse andare storto (dicesi anche mettere le mani avanti), dall'altro ti deludi due volte perché sia ciò che avevi deciso, sia ciò cui hai permesso di interferire con suddetta decisione, sono cose messe in piedi da te.

Si chiamerà mica autosabotaggio tutta 'sta roba che ho singhiozzato qui tra le decisioni e la terza elementare?
E pensare che, al momento, questo è un atteggiamento che sto ripetendo in un ambito della mia vita così insulso e primario, che potrei perfino evitare di ragionarci sopra ore intere nel tentativo di decifrarne le dinamiche sottostanti. Non perché sia privo di significato, ma perché sembra (sembra e basta, non diciamolo a voce troppo alta) che per gli ambiti più corposi, più importanti, io sia riuscita a domare la cosa.
E' che non accetto che una cosa futile ma basilare come quella in questione sia regolata da meccanismi così complessi e malsani.
Ciò che dovrebbe essere più difficile (perchè obiettivamente meno realizzabile) non lo è, almeno non nella mia testa; ciò che potrebbe essere davvero intuitivo, istintivo, viene inspiegabilmente deviato, corrotto, caricato di altre cose.
Non so, è come se fossi certa di poter volare, convinta di aver scoperto come si fa, e dubitassi di poter camminare, pur sapendo che lo so fare.
Allora, forse, io necessito di attuare questi meccanismi perché fanno parte del mio equilibrio; avendo trovato qualcosa che ha annullato l'eventualità del fallimento da ambiti di un certo spessore, ho comunque il bisogno di mantenere questa serie di atteggiamenti in ambiti più primordiali per continuare ad avere un (seppur sbagliato e forse mica tanto salutare) equilibrio.
Per nulla complicato direi.
Ma un libretto d'istruzioni no, eh?
Una Treccani autoreferenziale?
Mi accontenterei anche di un bignami delle mie assurdità.

Saggio e sempiterno Ebby, non me ne volere, i neuroni stanotte sono puledri selvatici che sgambettano indomiti senza controllo alcuno nelle praterie delle mie manie. E' già tanto che sia riuscita a rimanere lontana dallo specifico dei dettagli.

giovedì 12 gennaio 2012

UN AUTOBUS CHIAMATO DESIDERIO

Scrivevo, solo due mesi fa, su un foglio di carta:


Sbatto le palpebre.
Una scia luminosa e ondivaga mi sgorga dagli occhi.
Poi solo palline.
Mi rotolano via dalle ciglia una dopo l’altra, scintillanti, equidistanti, artificiali.
Socchiudo le labbra.
Ne esce una macchina.
Poi due, poi tre, poi niente.
Centinaia di rami secchi mi spuntano dai capelli danzando nel vento di novembre.
Io con loro.
Ho le guance arrossate.
Per via del caldo, mi dico.
O forse per quel sole che muore là fuori, appoggiato esattamente tra i miei zigomi.
Le maniche di questa maglia sono sformate, troppo lunghe; diventano liquide e si confondono con l’asfalto che corre via languido.
Nuvole incerte si addensano sopra le mie palpebre, sopra quelle di ognuno.
La pensilina dell’universo.
Stiamo tutti aspettando l’autobus.
Anche chi è già salito da un pezzo, non ha mai smesso di aspettare.
Fisso il mio riflesso tra i vetri umidi, lo guardo cambiare insieme al paesaggio, e penso che è così che mi sento.
Mutevole, incerta, in transito.

Oggi, mi sento sempre mutevole, sempre in transito ma un po' meno incerta. Anzi, fuori dai denti, nero su bianco, ci sono giorni in cui mi sento un vulcano. E' bellissimo.

domenica 8 gennaio 2012

PSYCHIATRIC HELP 5 CENT

Non lo so se quello che sto per scrivere vedrà mai la luce. Non ne capisco nemmeno il motivo, visto che a passare di qui saranno una ventina di persone il cui interesse per ciò che scrivo è variabile se non addirittura discutibile.
Come non capisco perché come motivazione alla mia riluttanza, come prima cosa, mi riferisco a qualcosa di esterno a me, ovvero agli altri, a chi leggerà.
Curioso.
E' che ci ho riflettuto molto ultimamente.
A tutte quelle cose automatizzate che facciamo ogni giorno; a quella miriade di stati d'animo cui siamo così abituati da reputarli comuni, comuni a tutti.
Le cose, in realtà, stanno diversamente.
L'abitudine legittima anche il più improbabile degli equilibri.
E questo vale per ogni cosa. Ogni singola, microscopica, fottutissima cosa.

Sto leggendo un libro trovato in un mercatino. Si chiama "il grande fumatore". Ci sono spezzoni di interviste a fumatori di diverso "tipo", scritti freudiani che mostrano il poco elegante glissaggio autoindulgente che il paparino della psicanalisi operava sul suo stesso vizietto, estratti di interviste a bambini di dieci anni in cui si chiede loro perché i grandi fumano. Un sacco di cose interessanti insomma. Tra cui la valenza simbolica della sigaretta.
Bene.
Bene un cazzo.
Non che non mi fossi mai resa conto della cosa, ma scavando un po' più a fondo ho scoperto una notevole quantità di dettagli inquietanti.
Su di me.
Esempio: E' un giorno a caso, diciamo che sono le 7.20. Mi accorgo che mi è rimasto poco tabacco, quindi, cosa faccio? Mi vesto in fretta, esco, vado dal tabaccaio e faccio scorta. Attenzione. Per quante cose sareste disposti a vestirvi ed uscire appositamente perchè fino a domani non se ne può fare a meno? Il cibo, quindi un bisogno primario (nota consumistica a margine che eviterò. Quasi chiunque avrebbe qualcosa da mettere sotto i denti in dispensa, ma lasciamo perdere). Un mal di testa lancinante, quindi il dolore. Le sigarette. Le sigarette?
Ora, questa decisione non è innescata da un bisogno reale e immediato, ma dalla previsione di questo bisogno. Nemmeno; dall'eventualità che questo bisogno si presenti. E non è una cosa tanto normale anche se comune.
E' bizzarro accorgersi delle cose in cui cerchiamo sicurezza.
Dev'essere un atteggiamento che cela/svela il ruolo della sigaretta nelle mie giornate. Per me, non esiste il "fumo fino a che ne ho, poi si vedrà". Certo, fumando tabacco,  i distributori automatici non mi possono aiutare, perciò mi devo organizzare per tempo ( anche l'esistenza di distributori automatici di sigarette ha dell'inquietante vista da questa prospettiva. Sigarette, non cibo, acqua, preservativi, toh), ma io (come praticamente chiunque) so che fisicamente, potrei tranquillamente non fumare fino al giorno dopo. Invece, non posso neanche pensare di rimanere in casa, o in giro, insomma, SVEGLIA, senza tabacco.
E' abberrante che la sigaretta rivesta un ruolo così importante nella mia vita; soprattutto considerando il fatto che non ci faccio nemmeno caso a quanto fumo. E forse nemmeno a quando.
Abberrante quanto irrilevante, visto che in linea di massima non considero il mio vizio un problema ma qualcosa che mi piace.
Volendo, si potrebbe anche approfondire e distinguere tra sigarette "necessarie" e sigarette superflue, ammesso e non concesso che si possa operare questa discriminazione come aggravante o attenuante di una determinata sigaretta.
Nemmeno ai minimi storici della mia ingenuità sono arrivata a pensare che la sigaretta non avesse alcun'altra valenza per me, che non stesse a simboleggiare qualcosa in più di ciò che è, intesa come mero oggetto. E, in tutta sincerità, fosse tutto lì, mi starebbe anche bene. Tanto si sa che gli esseri umani hanno bisogno di trovare qualcosa che funga da decompressore, da valvola di sfogo surrogata per fare pace con le piccole frustrazioni quotidiane; che sia il cibo, la birretta davanti alla tv, lo shopping compulsivo, l'onicofagia o l'attività fisica, poco importa. Certo, a seconda di ciò su cui ricade la scelta (che non è mai casuale), gli effetti sono diversi, talvolta agli antipodi, ma al di là dei giudizi obiettivi che vi si possono attribuire, resta il fatto che ognuna di queste "cose" viene utilizzata come l'ago di una bilancia, viene caricata di un'ulteriore valenza rispetto a quella che avrebbe per sua naturale funzionalità (il cibo per nutrirsi, la corsa per tenersi in forma, la sigaretta per ... per? ).
E fosse tutto qui, dicevo, mi starebbe anche bene, ne sono consapevole ed ho "scelto" il mio personale ago della bilancia.
Quello che mi preoccupa è che, inevitabilmente, non si deve più fare i conti solamente con l'abuso o l'assenza di qualcosa che ci dà piacere, ma anche con tutto ciò cui, nel tempo, abbiamo collegato quella determinata cosa. Situazioni, stati d'animo, persone, occasioni.
Sarà difficile smettere di concedersi un dolcetto dopo cena, come lo sarà non sentire l'esigenza di fumare dopo il caffè, o la tentazione di spendere soldi in cazzate inutili solo perché sono a portata di mano e di portafoglio. E non lo sarà a causa del bisogno effettivo che abbiamo di avere/fare quelle cose, ma di ciò che ci danno a livello emotivo.
Dicesi anche, teoria della compensazione.
Il mancato o insufficiente appagamento in qualsivoglia ambito della vita, viene soddisfatto con elementi esterni, oggetti inanimati, cose che, non assolvendo mai completamente il bisogno per cui sono desiderati (e come potrebbero?), continuiamo a ricercare incessantemente. E' fin troppo facile.
In questo modo, ci avvaliamo di una distrazione, di una compensazione che, seppur in un ambito più terreno a facilmente raggiungibile, riesce a illuderci per un po' con un appagamento momentaneo. Dopo una giornata storta, è quasi imbarazzante la raggiera di opzioni surrogate con cui ci si può sbizzarrire. Come lo è rendersi conto di quanto effimero, vuoto e spesso dannoso possa essere tutto questo.

Eppure, anche dopo queste considerazioni, non voglio smettere di fumare. Possibile che tanto del mio equilibrio mentale dipenda da quegli stupidi bastoncini di cancro? Possibile che non senta il più debole senso di colpa, la benchè minima traccia di volontà di smettere?
No, mi verrebbe da dire. E invece si. Niente si è smosso, in questo senso. E semmai sarò una persona pienamente soddisfatta (utopia), è molto più probabile che sposti inconsciamente la levetta delle valenze simboliche su altro, piuttosto che io smetta di fumare. 

Ma io, poi, mica volevo parlare di questo. 
Avrei voluto dire altro.
Altro che non sto qui a dire, altro che non mi sento ancora di scrivere.
So esattamente ciò che avrei voluto tirar fuori. Ma se ne sta lì, incastrato in gola come un tocco di pane secco, coperto da un velo di pudore insensato, di vergogna quasi. Ed è stupido, se ci penso. Ho fatto confessioni ben peggiori in questo posto. Ho cose ben peggiori dentro di me. Questa cosa qui, se proprio deve, non affligge altri che me, anche qualora decidessi di rivelarla.

A volte mi viene il dubbio che forse dovrei smetterla di fare queste pseudoautoanalisi spicciole da psicologa della mutua (della mutua per modo di dire, ovviamente. Non ho niente contro lo psicologo della mutua, anzi, siano santificati gli psicologi della mutua).
Si.
Dovrei smetterla e andare da uno vero.

venerdì 6 gennaio 2012

E ORA QUALCOSA DI COMPLETAMENTE DIVERSO

Non ho mai creduto molto ai buoni propositi di inizio anno. Un po' perché l'inizio dell'anno, in questo senso, mi fa l'effetto di un lunedì atomico, elevato all'ennesima potenza; un po' perché io faccio propositi che non mantengo circa 361 giorni l'anno. I 4 rimamenti, per la cronaca, sono quelli in cui, nell'ordine: 
1) riesco ad evitare il cibo-spazzatura
2) faccio un paio di addominali
3) rimedio alla mia ignoranza guardando filmati dell'istituto luce che raggiungono uno share del 2% (quei due siamo io e mio padre. Mio padre -forte della sua onniscienza- dorme sulla poltrona.)
4)  mi decido a buttare un po' di ciarpame inutile
4bis) pulisco casa. Questo vale solo per gli anni bisestili ovviamente.


Perciò, per quest'anno, voglio provare qualcosa di nuovo, la lista dei cattivi propositi. Capisco che potrei essere criticata, infangata, lapidata per ciò che sto per scrivere, ma se è vero che ci sono cose che vorremmo fare ma non facciamo mai, è pur vero che ce ne sono altre che facciamo senza sapere il perché, magari dannose, ma che fanno stare bene; altre che vorremmo fare ma non facciamo non per pigrizia ma perché "non si fa".
E allora, questo vuole essere un inno a tutte quelle cose che piacciono, che ci danno, quotidianamente, qualcosa di inconfindibile, anche se a volte fanno più male che bene, anche se spesso non sono cose di cui vantarsi.

* Sigaretta mon amour. Non poteva che essere questa la prima voce della mia lista. Dopo quella con i fagiolini, la mia seconda relazione più duratura. Poligama, pure. Proprio non posso farci niente: l'appagamento, il sapore, il piacere di accenderla subito dopo il caffè, io adoro, come potrei farne a meno? Non è che non saprei, è che non mi va. Quindi, si, continuare a fumare è uno dei miei cattivi propositi.
* Coffee fields for ever. In quantità industriali, ovviamente. Tiene svegli, accelera il metabolismo, ha un profumo paradisiaco ed è nero. Non so se sia possibile anche solo pensare di desiderare qualcosa in più da una bevanda. Il caffè riassume un sacco di cose per me. Caldo, rassicurante, energico, vitale, indispensabile. Anche qui, non che non saprei farne a meno, è che non mi va.
* Eat, pray, love: mangiare schifezze e cucinare dolci ipercalorici. Finchè colesterolo non ci separi. Arriverà un giorno in cui il mio corpo non brucerà più come quello di un bambino di sei anni che fa judo, nuoto, calcetto e basket. Quel giorno sarà lutto cittadino per il palato, festa nazionale per le mie arterie. Ma fino ad allora, fino a che il mio fisico non dirà basta, non sarà certo la mia bocca a farlo. Oggi, ad esempio, ho mangiato una semolina al cioccolato bianco (che assomiglia molto a questa, solamente bianca e versione mignon), e mentre la addentavo pensavo "Potrei morire. Dio, se ci sei, quasi quasi, prendimi adesso. Ne alterno una nera e una bianca fino a che non muoio, nell'estasi assoluta di questi morsi di paradiso". E scusate se è poco. Mica capita così spesso di pensare una cosa del genere, di sentirsi in questo modo. Ho molto rispetto degli spinaci al vapore, mi piacciono e li cucino spesso, ma non mi sono mai ritrovata a paragonarli ad un orgasmo culinario. I fagiolini si, ma quelli sono l'eccezione che conferma la regola.
* Maleducazione a colazione: pillole di cattiveria quotidiana. Mi ritengo una persona educata, al limite della coglionaggine a volte. E mi sono rotta il cazzo (inizio da subito). Basta. La prossima vecchietta che salta la fila alla Coop facendo leva sulla sua veneranda età come scusante per la simulata disattenzione, giuro che le faccio un cazziatone inaudito. Anzi faccio leva anch'io su qualcosa. Pensavo al suo femore però. Col piede, fino a che non le stappo un braccio. Stessa cosa per il ClienteAffezionato che non saluta e non proferisce alcuna parola, il tutto guardandomi con aria di sufficienza. Quando lo rivedo provo a fare come fa lui e, appena mi chiede qualcosa, tipo il prezzo, una busta, lo infamo come se non ci fosse un domani. Legge del taglione. E' la maleducazione che volete? E sia! Sono cresciuta con un fratello di sei anni più grande di me, ho vissuto per due anni con tre uomini, ho bazzicato i peggiori bar di Caracas. E' solo che sono una signora, ma in soffitta ho un armamentario di offese che voi umani non potete nemmeno immaginare.
Ma non esageriamo, che se mi lascio prendere la mano, il camionista che è in me inizierà a proporre "serata birra e gara di rutti" al posto di "serata sushi e cinema giapponese". Intendo solo smettere di tacere. Non comincerò certo a 27 anni ad essere maleducata, ma per lo meno, voglio iniziare a dare pan per focaccia ai (pur-troppo) numerosi maleducati, saccenti e villani.
* Disordine, sempre e comunque. So che ognuno di voi, o quasi, starà pensando "Anch'io sono sempre stat* disordinat*" ma posso dire con certezza, pur senza aver visto nessuna delle vostre case che sono praticamente imbattibile. E non lo dico con presunzione, ma con lucida obiettività. Fidatevi di me, in mia presenza il concetto di disordine diventa riduttivo, ridicolo addirittura. Io sono un caso ai limiti della decenza umana. E so che non è nè motivo di vanto nè cosa da preservare, ma io non potrei vivere altrimenti. Il disordine mi fa stare bene. Libri, tazze, strumenti, sciarpe, scarpe, cianfrusaglie. Tutto insieme appassionatamente. Bello, genuino, accogliente, stimolante. E mentirei se dicessi che vorrei essere ordinata. La verità è che non me ne frega una beata cippa di essere ordinata,amo il mio caos; aggiungo pure che il mio essere incasinata e casinista non mi sembra un difetto così grande. A dir la verità, non mi sembra affatto un difetto. Pausa. Apro la finestra, che il mio ego ha bisogno di una ridimensionata, al momento.
* Fare testamento. Possibilmente senza gufarmi una morte violenta. Ci penso spesso. Un giorno, un giorno che potrebbe essere pure domani, morirò. E mannaggia a me se non avrò lasciato qualche migliaia di pagine sporche di parole per chi amo. Sarebbe più un testamento emotivo il mio, in realtà. Anche perché, fatta eccezione per le borse, i libri, le tazze e qualche disegno, non c'è proprio niente che potrei lasciare in eredità. Però vorrei scrivere a tutti. Avrei un sacco di cose da dire se sapessi di morire. Quasi tutte piacevoli. Alla mia famiglia, ai miei amici, ai miei ex. E non così, a caso, solo per pretese egocentriche da futura defunta, ma perché ci sono cose che non ho mai detto, che tengo lì, in attesa di una parentesi difficile da creare in cui poter dire quella parola in più, quella che ti verrebbe da dire ad una determinata persona ma non dici mai. A volte perché non te lo puoi permettere, a volte perché l'interlocutore non ci sente tanto bene quando si tratta di sentimenti e proprio non ce la fa a parlarne, altre volte perché il rapporto si è complicato, altre ancora perché, magari, la persona in questione si trova lontana dal tuo quotidiano. Fatto sta che se domani morissi senza aver detto ciò che vorrei me ne pentirei per tutta la morte. E poi, c'è da dire che, da morta, sarei autorizzata a dire ogni cosa. E per me, per una come me, questo è un invito a nozze. O a morte. Questo proposito sta prendendo una strana piega. Rigidina direi. Sarà mica rigor mortis? Wahahahahaaa! Ok, non fa ridere, la smetto.
* Mettere l'idratante solo quando muore un papa o si sposa la CugginaDiTerzoGradoVistaTreVolte. Sono pigra. E sono alta. Queste due cose messe insieme, possono dare adito a situazioni problematiche. Io non so se tra di voi c'è qualcuno che possa capire, ma avere un metro e venti solo di gambe, non è tutto 'sto gran vantaggio che si può immaginare. Tempo stimato per la depilazione, ore una e trentasei minuti. A gamba, ovviamente. Quantità di crema idratante necessaria, millilitri 700. Lunghezza pantaloni (che non porto da tre anni, ma sfido io) necessaria taglia 56, larghezza sufficiente taglia 42. Questo per darvi un'idea dello sbattimento. Ho calcolato che, se mettessi l'idratante ogni giorno, passerei 1/14 della mia vita ad incremarmi. Ma stiamo scherzando?
Ora, ho detto una bugia colossale, non è assolutamente vero che ho fatto i conti (vabbè che ci si può aspettare un po' tutto da me, ma contare quante ore di vita spenderei, in percentuale, se usassi l'idratante quotidianamente è davvero troppo perfino per una come me), ma diciamo che, approssimativamente, una fettina non trascurabile di vita se ne andrebbe solo per idratare la pelle. Mi rifiuto. Primo perché non me ne frega così tanto, secondo perché sono pigra e, dopo la doccia ,le possibilità che io usi quei dieci minuti per mettere l'idratante piuttosto che per fumarmi la trentaseiesima sigaretta sono 0,01 a 215. 
Se non bastasse, sappiate che tutto questo mi consente di provare un piacere inenarrabile le poche volte che decido di farlo. Un po' come la fetta di torta quando sei a dieta, ecco.
* Disprezzarmi un po' . Sia chiaro, io mi voglio bene. Tanto. Ci tengo proprio alla mia pellaccia (anche se non uso l'idratante). Però, ho notato che nei periodi in cui sono tutta "peace and love", "dancing with myslef", "volemose bene, così tanto che mi abbraccio da sola", rifletto poco. Si. La triste verità, è che quando si è felici e soddisfatti si pensa meno, si riflette meno, ci si fanno meno domande. Quando, invece, vado di autocritica (cosa che non mi riesce particolarmente difficile), sono insoddisfatta, quando sento di non aver fatto abbastanza, le domande non smettono di piovermi addosso nemmeno mentre dormo, con la testa ficcata sotto le coperte. Ammetto che la cosa non è sempre e necessariamente positiva, soprattutto nell'immediato; ma di contro, posso dire che l'insoddisfazione, se sfruttata come si deve, è come una sorella impicciona ma onesta: dice quello che pensa anche se non interpellata e ti spinge a dare il meglio. Scomoda ma utile. Per questo, certo che è fondamentale amarsi e accettarsi, ma senza trovare in questo una scusante assoluta per i nostri errori, per i nostri difetti. Accettazione, si, ma tenendo a mente che esiste sempre un margine di miglioramento.

Basta.
Mi devo autocensurare. 
Sempre breve io. Sia mai che scriva un post con meno di 1600 battute.
Buon Anno. E buoni cattivi propositi.