giovedì 19 gennaio 2012

NOSTALGIA DEL PRESENTE [cit.]

Mi ritrovo spesso a pensare che vorrei vivere sola.
Pindaricamente, su un eremo, con una mandria di furetti, un cane e una casupola ai piedi di un ciliegio; lontano da tutti.
Più concretamente, ma non per questo realisticamente, mi accontenterei anche di un bilocale soppalcato in centro con una vasca per i vestiti e una libreria a parete. In questo caso, potrei farmi andar bene un solo furetto e il cane.

Immobili a parte, il pensiero di fondo è quello che soggiace alla necessità di stare sola.
Perché sono "grande", perché divido l'appartamento con altre persone da sei anni, perché crescendo sono cambiate le mie necessità, perché si, insomma.
I miei coinquilini, adorati, sono una specie di famiglia, visto che siamo gli stessi da tre anni ormai. Ci si vuol bene, ci si arrende l'uno al disordine dell'altro, come ai difetti, ci si aiuta quando ce n'è bisogno.
Senza nulla togliere a quest'alchimia inossidabile che si è creata nel tempo, senza che nessuno di loro abbia un'incidenza specifica nel mio bisogno di solitudine, credo sia semplicemente giunto il momento. Di cosa non è ben chiaro. Comunque di cambiare, provare, prendere e andare. Sola.
Questo pensiero si affaccia spesso a trastullarmi le meningi. Leggero come una ragnatela. Pure tenace come una ragnatela. 
In linea di massima, non mi pesa la situazione attuale. Anche perché, pur essendo disponibili l'uno per l'altro, nessuno interferisce con la vita degli altri, nessuno si aspetta che qualcuno torni a cena. Diciamo che riusciamo ad abbracciarci senza pestarci i piedi (e si ritorna, anzi ci ritorno, ai porcospini di Schopenhauer). Ci sono giorni però, in cui (e lo sottolineo, probabilmente a causa di un mio stato d'animo particolare) vorrei non avere nessuno intorno.
Non loro, chiunque, indistintamente. Ciò mi consentirebbe di non parlare, non conversare, non chiedere, non fare o dire assolutamente niente di lontanamente vicino ad un'interazione con un altro essere umano.
Bene. Oggi, non è uno di questi.

Mentre me ne sto in coda al supermercato, mi squilla il telefono. E' M.
"Ehi, dove sei?"
"Ho staccato poco fa, ora sono allla Standa (n.d.a. non avete idea di quanti ricordi impolverati riporti a galla questo nome. Comunque, ad oggi, per chi non lo sapesse, è un supermercato del marchio Billa).
" Torni per cena?"
"Si, tra venti minuti sarò a casa, perché?"
"Perché ho fatto la pizzaaaaaa!"
"Occhi a cuore. Ora scavalco il gregge di vecchiette col carrello pieno di 3X2 e arrivo!"
Dopo non aver scavalcato il gregge di vecchiette ma essere stata mentalmente (e giustamente) lapidata da ognuna di loro per averlo detto, arrivo a casa e suono il campanello. Ce le ho le chiavi, sperse dentro questo vaso di Pandora che è la mia borsa, ma cercarle a -1, senza guanti e con tre chili di arance tra le braccia è un'operazione che potrebbe costarmi un dito o due.
Il portone si apre, mi infilo nell'antro e comincio a salire i gradini due alla volta. Dall'alto sento la voce di Stè :
"Ohi, sei tu?"
"Si ... Che profumino!"
Mentre salgo le scale, penso a quanto sia bello, a volte, tornare a casa da qualcuno. A quanto sia avvolgente il gesto di qualcuno ti chiama e ti chiede se torni per cena perché c'è la pizza fatta in casa. A quanto sia dolce rientrare dopo una giornata di lavoro e trovare una casa calda, con volti conosciuti, di persone che sono felici di vederti. A quanto ci sia di intimità e condivisione nel suonare il campanello a casa propria, sapendo che qualcuno verrà ad aprire.

Arrivata in cima (due piani. Messner non sarebbe molto fiero di me se sentisse il mio respiro affannato da fumatrice incallita), entro in casa e vengo travolta dal profumo della pasta che cuoce nel forno. Sa di buono e di famiglia frammista ad amicizia. M. mi sorride, mentre finisce di tagliare la mozzarella. Stè pure, da dietro una nuvola di piume rosa cipria con cui sta armeggiando da giorni per l'ennesimo gioiello su commissione. M., l'altra M. di questa casa che è un uomo, manca all'appello; si mangerà le mani quando saprà cosa si è perso.
Seduti a tavola, col televisore muto sopra il frigo, parliamo e mangiamo e ridiamo e raccontiamo. Inezie, cazzate, piccole insignificanze, quelle che scorrono via tra un bicchiere di Sangue di Giuda, due sigarette e un caffè. Il tempo di una cena, perché poi ognuno ha da fare per lidi opposti. Ma ci sono così tante cose in queste due ore da poterci scaldare tutti. Nonostante ci sia ancora un freddo cane. Nonostante sia probabile che non ci si vedrà per i prossimi tre giorni senza che nessuno chiami nessuno.

Mi mancherà tutto questo.

5 commenti:

Sempre Ebby ha detto...

Oh che bel quadretto, quando si scrive di cuore la ciambella esce col buco assicurato.
Al sodo e col cuore!

ondina ha detto...

Ad Arezzo 12 gradi e a Firenze -1???? sta toscana non la capisco miha :P

miwako ha detto...

@ Ebby: Che bell'immagine, la ciambella col buco sfornata direttamente dal cuore.

@ Ondina: Poi, -1, a Firenze, è una temperatura davvero inusuale. Nei giorni scorsi, invece, c'era caldo. E ora freddo. Bene, giovano proprio alla salute tutti questi sbalzi di temperatura XD

carpe diem ha detto...

mi sembra di sentire l'odore della pizza fatta in casa...l'importante è che tu abbia vissuto al meglio quelle due ore in compagnia...

miwako ha detto...

Hai ragione. Spesso ce ne dimentichiamo ma è importante ricordarsi di quanto sia prezioso il tempo passato con chi amiamo.