Sbatto
le palpebre.
Una
scia luminosa e ondivaga mi sgorga dagli occhi.
Poi
solo palline.
Mi
rotolano via dalle ciglia una dopo l’altra, scintillanti, equidistanti,
artificiali.
Socchiudo
le labbra.
Ne
esce una macchina.
Poi
due, poi tre, poi niente.
Centinaia
di rami secchi mi spuntano dai capelli danzando nel vento di novembre.
Io
con loro.
Ho
le guance arrossate.
Per
via del caldo, mi dico.
O
forse per quel sole che muore là fuori, appoggiato esattamente tra i miei
zigomi.
Le
maniche di questa maglia sono sformate, troppo lunghe; diventano liquide e si
confondono con l’asfalto che corre via languido.
Nuvole
incerte si addensano sopra le mie palpebre, sopra quelle di ognuno.
La
pensilina dell’universo.
Stiamo
tutti aspettando l’autobus.
Anche
chi è già salito da un pezzo, non ha mai smesso di aspettare.
Fisso
il mio riflesso tra i vetri umidi, lo guardo cambiare insieme al paesaggio, e
penso che è così che mi sento.
Mutevole,
incerta, in transito.
Oggi, mi sento sempre mutevole, sempre in transito ma un po' meno incerta. Anzi, fuori dai denti, nero su bianco, ci sono giorni in cui mi sento un vulcano. E' bellissimo.
6 commenti:
qualche giorno fa ho preso un autobus notturno, ma molto notturno, di quelli rari, molto rari, con i sedili di stoffa, foderati e morbidi. Ebbene, per questa sua caratteristica peculiare di comodità quell'autobus era diventato un dormitorio su ruote! Abitato rigorosamente da gente senza un tetto, caldissimo, tutto un russare di barboni. Non è sceso né salito nessuno, tranne me. Anche al capolinea sono rimasti tutti a bordo, pronti ad altro giro altra corsa, cullati da quegli ammortizzatori un po' scarichi. Soprattutto loro, sono saliti da un pezzo ma non hanno mai smesso di aspettare.
Quei due righini sotto non tolgono nulla a quel "tanto" di poesia che c'è di sopra. ;) Sono un tuo fan.
Io ci abito sotto un vulcano. Il più grosso d'Europa
@ Gab: Gli autobus di cui parli sono rarità assolute. Quelli in cui c'è silenzio, e ti sembra di sentire il rumore dei pensieri di ognuno dei passeggeri, intrisi di tutte le loro delusioni, le loro sconfitte, le loro speranze. Speranze. Ce ne sono tante in chi aspetta. Anche se sono inconfessate.
@ Tra cenere e terra: Grazie per le belle parole che mi dici e che sparpagli in questo posticino.
Sai, è curioso che il tuo nickname non identifichi alcun genere ma richiami una serie di concetti astratti e non. Ho paura che finirò per darti un soprannome.
@ Enzo: E si vede da come scrivi che di crateri magmatici sei impastato pure tu.
Nonzi...diciamo così noi nonni siciliani quando vogliamo dire no...Niente soprannomi dunque mia cara e affettuosa amica. Se ho scelto Tra cenere e terra e per non definirmi affatto...;)
Ho letto il post successivo. Per chi è innamorato della parole come me, genera qualcosa di simile a un orgasmo. E con questo non intendo certo semplificare il significato nascosto del tuo manto di parole. ;) (questa è sottile).
A parte i sorrisi, scrivi bene. Dico davvero. Mi piacerebbe che tu pubblicassi qualcosa. Ti leggerei.
@ Tra cenere e terra: Sia fatta la tua volontà, allora; niente nomignolo. Ammetto che è uno sforzo per le mie dita ardite e vagabonde, ma così sia!
A parte i sorrisi (malcelatamente profani in questo caso), ti ringrazio. Davvero. Scrivere per me è LA COSA, QUELLA COSA che mi esprime meglio di qualunque altra, quella che, se penso al lavoro dei sogni, alla vita dei sogni, lei c'è. Sapere che ciò che scrivo arriva, come sempre, mi commuove. Dico seriamente.
Un abbraccio
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