martedì 28 febbraio 2012

PECCATO, TUTTO PETTO. O PER FORTUNA.


Capita in queste sere che profumano di zenzero e panni puliti e detersivo per pavimenti.
Come una sinfonia d'orchestra che si leva mesta, all'unisono, ad un cenno di mani e capo del direttore, allo stesso modo noi che coviamo questa primavera fin dentro alle ossa, sembriamo pronti ad uscire dalla letargia (e liturgia) invernale alle prime timide avvisaglie di calore.

E' bastato che qualcuno soffiasse sul sole, scacciando la polvere di nuvole il minimo necessario per lasciare che ci accarezzasse quell'angolo di viso fuori dalla lana con cui le nostre sciarpe, le nostre vite, sono state intessute fino ad ora.

Giusto qualche ora, con la faccia appoggiata più vicina possibile al cielo.
E sembra di stare sdraiati accanto a qualcuno, così addossati l'uno all'altro da non aver bisogno di tenere gli occhi aperti, lasciando che un miliardo di ciglia e piume ti scandaglino la guancia per darti la misura della distanza tra te e quella persona, tra te e il sole.

Parliamo, con l'aria Verdiana prodotta dalla lavatrice a fare da sottofondo melodico, la grancassa del rubinetto che perde a scandire il tempo inarrestabile, parliamo delle cose che non contano, che non siamo noi a contare loro ma loro a contare noi.

E di come i rigagnoli di fumo si annodano attorno al lampadario di questa cucina, si avviluppano alle ragnatele, intossicando i condòmini che si danno a otto gambe levate.

Fumo, mentre accarezzo le foglie del tronchetto della felicità che mi siede di fronte. M. mescola uovo e farina nella ciotola gialla, sigaretta in bocca e nebbia negli occhi.

Ridiamo. Come direbbe mio padre, sembra l'otto di settembre. Le reni della primavera si sono inarcate fino a qui, dove pure la luce è poca nel mezzo di quest'appartamento avvinghiato a blocchi di cemento avari che paiono litigarsi tre centimetri di spazio aperto.

Ed M. l'ha ripulito in mezza giornata, cavando polvere persino dai pori occlusi e ciechi di cui è fatto.

Fissa i bicchieri rimirarsi dall'alto nel lago trasparente del lavello tirato a lucido, mentre la crepe si rapprende sul fuoco e lei accende l'ennesimo cilindro al veleno. L'aria un po' stanca ma soddisfatta, le mani arrossate; non mi guarda e dice "Siamo fatti di ciccia, col cuore di ferro ... Come sarebbe bello avere il cuore di ferro ... ".

Il termine ultimo per la revisione mi scade ad Aprile, dico io.
Ridiamo. Di nuovo. Anche se mi pesa un po' il cuore dopo questa sua frase, uscita d'un fiato, con una leggerezza che non le appartiene e che non la sostiene.
Pesa anche se non è di ferro, questo cuore sacro. A volte.
Se la ride pure lui, spesso e volentieri, per fortuna.

Penso che un pugno sordo allo stomaco, certi giorni mutilati, sarebbe stato preferibile alle ammaccature insanabili.

E penso anche che va bene così, è bello così. Fulgido, di una luminosità che sfiora il dolore e il sublime insieme. Incastonato in grembo al petto, se ne sta protetto come nessun altro organo da grovigli di fili elettrici ad alta tensione e file di coltelli d'avorio.

Forse è impossibile toccarlo senza fare alcun danno.
Forse è fatto apposta per essere scolpito, spremuto.
Quante cose belle devono essere estratte, cercate, liberate, perfino rotte prima che il nettare della vita possa fluire.

Bello questo mio cuore sacro, bello sempre, anche quando cigola e la revisione è lì lì per scadere.

venerdì 24 febbraio 2012

A SPOONFUL OF SUGAR





SONO
- una con la testa per aria
- una ritardataria
- una che si domanda un sacco di cose
- una che parla troppo
- una che pensa troppo
- una che a volte non pensa abbastanza
- una che sorride
- una che non sa allacciarsi il reggiseno
- una che sa mettersi la gamba dietro la testa
- una che non ha il senso della misura
- una buona ascoltatrice
- un'ottima consigliera
- una pigra
- una che sa fare svariate cose, tutte in maniera approssimativa
- una che crede nell'amore
- una che inorridisce alla durezza d'animo
- una che non ha un ferro da stiro ma sa stendere a dovere per poterselo permettere
- una che quando vede un albero si chiede come si chiama
- una che si affeziona
- una che non voleva i pantaloni
- una che non sa ruttare
- una che aspetta l'autobus in equilibrio su un piede solo
- una che si lava i denti e guarda il cielo almeno tre volte al giorno

NON SONO
- una che sa mantenere i propositi
- una che riesce sempre a rispettarsi
- una che si fa condizionare
- una su cui fare affidamento
- una che porta rancore
- una che litiga
- capace di organizzarmi
- una persona sobria
- come vorrei
- abbastanza determinata
- una di quelle che la dà facilmente, ma ci sto lavorando
- brava con i numeri
- infelice
- sempre serena come sembra
- in grado di accettare la cecità altrui; men che meno la mia
- disposta a transigere sulla libertà di andarsene a fare in culo
- una persona equilibrata
- la metà della mela; al massimo una banana. Intera, che sono troppo alta e filiforme per essere mezza mela
-  un buon affare

POTREI
- diventare una persona migliore
- iscrivermi ad un corso di pilates
- fare a meno di essere così difficile
- suonare l'ukulele finchè non mi si staccano le dita o non me le staccano i vicini
- almeno provarci. A fare tante cose.
- decidere di andarmene
- sfornare dolci in continuazione
- rimettermi a studiare il francese e la filosofia
- portare a termine quello che inizio
- darmi obiettivi un po' più strutturati
- dire a quel commesso della Coop che lo sbatterei in mezzo ai pelati ogni volta che lo vedo
- prendermi la responsabilità di dire "si" a qualcosa con due mesi d'anticipo senza avere una pistola alla tempia
- fare quelle analisi che, ciclicamente, mi ricordo di dover fare
- imparare a fingere che la scadenza per la consegna di qualsivoglia scartoffia burocratica, sia una settimana in anticipo rispetto alla realtà
- scrivere sempre (Posso?)
- uscire per comprare le sigarette e non tornare più
- leggere di più
- dire quello che non ho il coraggio di dire
- prendere a calci in culo ognuno di quei tizi che mi guarda con lascivia per la strada
- farmi un tatuaggio
- unirmi ad un circo
- smetterla di darmi addosso
- fare e basta invece di chiedermi "come?"

lunedì 20 febbraio 2012

IO STO CON GLI IPPOPOTAMI

Un po' come una chiocciola con la sua casa.
Un po' come un bruco e la sua crisalide.
Un po' come una ragazzina sconsiderata dopo 8 ore di sole senza protezione.

Io e le mie valigie, il mio baule, i miei armadi zeppi di sentimenti, fatti, persone, sensazioni, tutto insieme, accatastato e gettato alla rinfusa.

Non si chiudono nemmeno più. Bagaglio emotivo degno di un trasloco reale.

E la corazza è crepata, a rischio implosione.

Me l'immagino lo scoppio. 
Hiroshima.
Brandelli di me e di quelli a cui per un po' ho creduto di appartenere, sparsi ovunque, ad imbrattare i muri, ad imbruttire i cuori.
Le scorie nucleari delle cose che furono intasano l'aria.

Non si respira qui dentro.
Perché continuo ad incamerare roba se già non ce ne sta più?

Non è che non ci sta, è che servirebbe una repulisti.
Ordine.
Nessuno mai mi ha sentita usare questa parola.
Come "trasfusione" per un Geova.
Vade retro. Tabù assoluto.
Rimango una ferma sostenitrice del Divordine.

Ma non sarà che, senti-mentalmente parlando, a volte, sia auspicabile una Rerum Novarum come quella di papa Leone NumeroAcaso?
Una presa di posizione intermedia, lontana dagli estremismi, che nella mia assoluta incapacità di razzolare e predicare allo stesso modo, mi ritrovo ad adottare pur sapendo di sbagliare.

Sbagliare, poi. Mica è vero che so di sbagliare. Diciamo che so che il mondo rema dalla parte opposta. Mica scemi. 
Il vento a sospingere, il sole alle spalle, e una nutrita schiera di compagni di viaggio a legittimare la direzione intrapresa.
Io, sola nel mio guscio di noce, controvento e col sole in faccia, remo verso quella macchiolina sparuta in mezzo all'oceano che spero diventerà la mia casa.
Giro la testa da un lato, vedo qualcuno in lontananza.
Stessa direzione.
Lo saluto.
Mi saluta.
Cavolo, avrà mica puntato l'isola deserta pure lui? Che se siamo in due, già viene meno il concetto di isola deserta.
DE-SER-TA.
Cambio rotta. Sia mai che debba aggiungere uno scaffale al cuore per far posto pure a lui.

Quando mi lasciai alle spalle la Finlandia e tutte le persone che ho conosciuto, amato e che mi hanno fatto da pseudo-famiglia, elaborai una delle mie teorie bizzarre (leggi patologiche), ovvero che non avrei più voluto conoscere nessuno, per non affezionarmi a nessuno e doverlo poi salutare che tanto succede. Non è sfiducia nei rapporti umani, è fiducia nel cambiamento e continuo divenire che ci caratterizza (o dovrebbe).
Ora, nella fattispecie, era un estremismo bello e buono. Ma dover salutare, in toto, tante persone che amo sinceramente, è stato così duro da affrontare da portarmi a pensare questo.
Non credo realmente di non voler più conoscere nessuno, anzi.
Però non voglio più stare con nessuno.
Non posso più stare con nessuno.
Sono troppo ingombrante per riuscire a stare in due. 
Le gomitate nelle costole, il compromesso a colazione, l'asincronia dolorosa che si rischia di sperimentare, il mio preservarmi e preservare dal male che so fare. No. Sola, è la cosa migliore.

Ma 'speta qua che detta così sembro un cavernicolo egocentrico che non ha un briciolo di amore verso il mondo.

Mi innamorerò.
Farò l'amore.
Forse dei figli.
Amerò di nuovo.
Amo già di nuovo. Tutti i giorni.

E' che con qualcuno non ci posso più stare. Potrei stare con Nessuno, ecco. Quel Signor Nessuno mitologico che ha cavato l'occhio a Polifemo, giusto perché tanto so che è perennemente fuori per lavoro e non rischio di volerlo ammazzare nel sonno o di averlo a portata di abitudine.

Ma io, con chi potrei mai stare?
STARE.
COPPIA.
Non capisco nemmeno più il senso di certe parole, di alcune espressioni. "Stare con qualcuno" è una di quelle.
Come si fa a stare con qualcuno?
Due non rimane la mera somma di uno più uno?
Due occhi stanno vicini perché devono vedere tutto; due calzini stanno assieme perché i piedi sono due; due colori e volendo ne fai tre. 
Ma due persone, come fanno a stare insieme?
Io sto con l'ipotalamo, come quel vecchio film (o quasi).
C'è lui a farmi stare sveglia e attiva per molte ore, adesso che ne ho maggior bisogno; mi fa dormire in uno stato di coma da cui mi risveglio rigenerata, mi ricorda di mangiare (anche troppo spesso), e, last but not least, è così sensibile da permettermi di emozionarmi per la neve che cade.
Ammetto che, a volte, sbarella un pochino. Io e lui, lui ed io, senza dettaglio alcuno che passi inosservato e che non sposti l'ago del nostro rapporto, ma tutto sommato stiamo bene insieme.
Avrò il diritto di avere una (mal)sana relazione col mio ipotalamo, o no?

Non rileggo neppure.
"Pubblica", e via.
Che ho un po' di paura a rileggere 'sto grumo di roba incomprensibile in cui saltabecco di rigo in rigo, di intrigo in cibo, senza mai approdare ad una soluzione univoca e realistica. Non ho nemmeno detto tutto, ad essere onesta. Ma forse ho detto pure troppo, ed è meglio se mi fermo qui.


sabato 18 febbraio 2012

COME UNA PIUMA

Oggi mi hanno dato un bacio.
Un bacio piccolo, sulla guancia.
A darmelo, una persona da cui mai me lo sarei aspettato.
Una persona che conosco poco, molto poco.
Mi viene in mente un accenno di pelle d'oca, quando penso a come definirei la nostra conoscenza. Dura un attimo, la pelle che si increspa; tiri un filo, uno qualunque, e l'epidermide si arricciola. Buffo che un alito di vento e una persona scatenino la stessa reazione.
Ma mi spiego male, stanotte; sono stanca e le parole sono un po' arricciate pure loro.
Non mi si smagliano le braccia.
E il cuore non impenna.
A fior di pelle, o meglio a fior di penna, è come definirei la nostra conoscenza. Superficiale, accennata, istantanea.
Probabile che rimarrà tale.
Possibile che, potendo, ci saremmo detti un sacco di cose.

E' buffa anche questa sensazione di non detto, di mai accaduto, come avere un deja-vu di qualcosa che non è mai stato.
Gesticolo con le mani in aria, mentre le corde in gola suonano una risposta a caso ad una domanda a caso. I miei occhi parlano d'altro, e forse pure i suoi.

Ripenso di nuovo a quanti sono i modi per comunicare. Alle crepe del castagnaccio, che a guardarlo in superficie dice poco, con quella faccia piatta e scura. E invece. A concedergli un morso, sa di un sacco di cose. E non si finirebbe più.

Stesso luogo, stessa ora. Un venerdì qualunque va bene. Anche mai.
Trovarsi nello stesso posto eppure essere altrove.

Baciami sulla guancia,
tu, con quegli occhi che ridono
e quei capelli scuri
tra cui s'infila il vento
mentre te ne vai.

giovedì 16 febbraio 2012

MEGLIO CAMBIARE, NO?

Prometto che sarò breve.
Sia per me che per voi.
E' quest'orzo della buonanotte, bollente, con dentro un po' di cannella.
E' quest'ultima sigaretta prima di andare a dormire.
E' quella frase letta giorni or sono, che i miei neuroni si trascinano dietro come un'ombra.
E' quell'altra cosa che ho letto di Tolstoj. O meglio, di Watzlawik su Tolstoj.

Tutte queste cose, volendo riassumibili sotto la dicitura impropria di "congiunture astrali", mi fanno riflettere sul concetto di cambiamento.
Sono favorevole al cambiamento; lo sono sempre stata. Sono fermamente convinta che, il più delle volte (escludendo ovviamente malattie, morte e disgrazie di varia natura) sia qualcosa di potenzialmente positivo. Siamo noi a dargli un valore nella nostra vita, un peso, un colore. La paura è spesso ciò che innesca la visione negativa della cosa. Assieme all'attaccamento alle consuetudini e al "vuoto" di conoscenza cui ci si trova davanti.
A parte che mi chiedo perché non te l'insegni nessuno a non aver paura del nuovo; ma poi, mi dico, è mai possibile che persino a livello inconscio una persona si ritrovi a rimandare decisioni, evitare incroci e sabotare le possibili vie di cambiamento?
E ancora, in quanti modi è possibile cambiare?
Infiniti presumo.
Se domani perdessi il lavoro, fermo restando che non rappresenterebbe di certo una svolta positiva al momento, avrei comunque diverse possibilità di scelta su come gestire la cosa.
Quella di non avere scelta è una delle grosse balle che ci raccontiamo per dormire sonni tranquilli (cosa che mi auguro non funzioni. Anzi, non funziona. Testato. A testate), ma in realtà, non scegliere è già una scelta. Magari non di per sè, ma nella misura in cui non scegliere significa lasciar passare un'opportunità, lo è di certo. Caro vecchio Kierkegaard che chiacchiera sornione e bonario dalle pagine di Aut-aut, come se stesse parlando del meteo, salvo poi lasciarti insonne per giorni a pensare.
Perdessi il lavoro domani, dicevo, potrei iniziare disperandomi incredula; cosa che farei. Ma poi? Rimango nella melma fino a che non mi decido a fare un tour de force di curriculum vitae, rimango nella melma aspettando che mi piova addosso un lavoro e sperando nel cugino Tony che lavora in amministrazione comunale, me lo invento, cado in depressione, inizio una vita da precario, mi impegno per far diventare l'hobby della domenica un vero lavoro ...
Soluzioni.
Soluzioni ipotetiche ad un problema ipotetico. Lo so. La pratica, la realtà, superano sempre la fantasia. Ma lo fanno sia nel bene che nel male. Quindi se è vero che le cose, nei dettagli, potrebbero essere anche molto peggiori di un "semplice" (passatemelo, nessun intento di sminuire la cosa) 'Ho perso il lavoro'. includendo le specifiche aggravanti del caso, sarà pur vero che le cose possono essere anche nettamente migliori di 'Sto nella melma per un po' e mi arrangio alla bell'e meglio'.
Ed io ci credo che sia così porca puttana. Sarò mica l'unica? Che penso che in qualche modo, uno se la cava, che uno se non ha cerca, se non sa inventa, se non trova cerca altrove.

Me la rifaccio ora la domanda. 
In quanti modi è possibile cambiare?
Qualcuno ha detto che esistono due tipi di cambiamenti; il primo all'interno dello stesso sistema; l'altro al di fuori di esso. Ovvero. Se io, tutti i giorni, uso solamente gonne dal ginocchio in giù, metterne una sopra il ginocchio sarà un cambiamento all'interno dello stesso sistema. Qualora io decida di mettere un paio di pantaloni, avrò operato un cambiamento fuori dal sistema. (Sempre terribili i miei esempi!)
L'importante è cambiare, mi dico, mantenere viva la capacità di farlo accadere, di lasciarlo entrare, di lasciarsi cambiare. Ma se devo dirla tutta, visto che ci siamo, perché non optare per un cambiamento di sistema? Non intendo sempre, in maniera casuale, prescindendo dalla situazione, ma credo che spesso si scelga un cambiamento all'interno dello stesso sistema per l'incapacità di fare una scelta radicale, per la paura di scegliere qualcosa di completamente diverso. Si cerca quindi di mediare tra il bisogno di cambiare e quello di rimanere gli stessi.
E che palle con 'sto dualismo.
Questo si che è un vero nodo inscioglibile. Dal dualismo, per definizione e per sostanza, non se ne esce, noi esseri umani.
Per tutto il resto, si potrebbe sempre cambiare, a patto di volerlo. E a patto di prendere coscienza di quelle convinzioni limitanti che fanno parte della paura di cambiare, così mimetizzate e radicate nel marasma della nostra personalità da essere visibili quanto una una macchia di latte su una distesa di neve.
Furba eh? Ho detto un cazzo.

Nel sopracitato esempio, che , seppur non attinente al reale, è quasi autobiografico (le mie di gonne sono SEMPRE [abbondantemente] sopra il ginocchio), il Kofi Annan della situazione si presenta sottoforma di gonna pantaloni. Così ampi da sembrare una gonna, ma in realtà c'hanno il cavallo, la patta e e la cerniera. Ecco, pur potendomi inserire tranquillamente in quella categoria di persone che, il più delle volte, pur volendo cambiare, necessita di una coperta di Linus con cui si identifica (cosa grave, ma questo è un altro "breve" post) e che non sa come abbandonare, vi posso assicurare che "Meglio morta che con una gonna pantaloni". Non è cieca ostinazione la mia, è che sono proprio orripilanti. Oggettivamente orripilanti.
E poi, io, mi ci sento proprio bene nelle mie gonnelline.

P.S. Avevo davvero l'intenzione di essere breve stavolta.  Avevo ... Intenzione ... Breve ... Cosa dicevo a proposito del cambiamento?

martedì 14 febbraio 2012

APOCALYPSE NOW meets LEMONY SNICKET: UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI APOCALITTICI (mi ha portata a scrivere uno dei soliti post di Tolstojana memoria)

Dev'essere una faccenda Karmica, si.
Non c'è altra spiegazione.
O forse qualcuna c'è, è che non ci voglio nemmeno pensare, che questa sia la norma.

Le cose sono andate più o meno così. 
Aspetto. Il tram, la neve, il ciclo, la ricetta del muffin perfetto. E lo stipendio. Si, questo sconosciuto. Che ha la straordinaria capacità di arrivare sempre in differita di un giorno rispetto a quando mi servirebbe.
D'altra parte non c'è una data designata e immutata, di che mi lamento?
Di niente, andiamo avanti. Fast forward.
Lo stipendio arriva. Finalmente, posso fare quel benedetto versamento. E' sabato. E di sabato, le poste sono chiuse, lo sanno anche i cani.
Bene.
La parte più smemorata e cocciuta di me, è sicura, convinta, stra-convinta, giurin-giuretta, che anni or sono, io abbia bazzicato spesso tale luogo ameno in questo stesso giorno. Il perchè non ci è dato saperlo, ma tant'è secondo la saputella.
Le do retta; tentiamo.
Impavida, sprezzante del freddo, del 28esimo giorno del mese che, a differenza dello stipendio, non sia mai che si faccia attendere, esco avvoltolata e infiocchettata come una salama da sügo e mi dirigo verso la posta. Quella sotto casa è chiusa. Ci sta, è piccolina piccolina, sembra di stare in un paesello vista la percentuale di volti noti che vi si incontrano. Nessun problema, sono così coperta che se mi accovacciassi accanto a un bidone della spazzatura verrei scambiata per un vecchio divano in disuso in attesa del camion per la raccolta rifiuti ingombranti. Decido di non verificare e mi dirigo verso piazza Salvemini, dove si trova la seconda succursale, in ordine di grandezza, delle poste centrali. Blindata. Ma ricordiamocelo di nuovo, è sabato, e la saputella dice di avermi vista bazzicare nel pieno di un saturni dies qualunque, solo alla sede principale. Si riprende il cammino,  non prima di aver sostato per un caffè dall'amico Nunzio, che lavora proprio lì di fronte. Scaldata ed energizzata, riparto verso piazza della Repubblica; piazza che circumnavigo per evitare la folla del sabato. Arrivo sotto i portici delle poste centrali senza nemmeno vederla, piazza della Repubblica, mi fermo e tiro fuori gli occhi dal burka di pecora in cui li ho nascosti. Transennata. Luci spente. Balle di fieno. Qualcosa mi dice che è chiusa, e non è certo la mia perspicacia. Sconsolata, ricaccio gli occhi nel burka, giro i tacchi e me ne vado, tentando un ricalcolo mentale di quale sarà l'ora (abominevole) della sveglia il lunedì successivo per riuscire a fare tutto entro le 9.00.
Ma qualcosa di insidioso mi si infila dal naso e offusca i pensieri pratico-logistici.
Aspetta un minuto.
Le mie narici da segugio mi stanno mandando un segnale ben preciso.
Sono una persona distratta, io, estremamente distratta.
Ma se c'è del cioccolato nel raggio di sei chilometri, potete stare certi che il mio naso lo scoprirà.
Strappato il burka dalla faccia come farebbe Hulk con la maglietta, mi accorgo che lì, proprio sotto i miei occhi increduli, lì in quella piazza bellissima e che stavo odiando fino a poco prima, ci sono stand interi grondanti cioccolato.
Bianco,
Nero,
Rosa.
Al caramello,
Alla menta,
Alla cannella.
Cioccolato
In ogni
Salsa.
Allora penso: ma questa è una congiura! Già di per sè è dura non dare sfogo alla mia abilità di procacciatrice di cibo compensativo nel tentativo di non ingolfarmi le arterie prima dei trenta, ma se poi mi vengono sbatacchiati in faccia quintali di cioccolato artigianale dopo chilometri macinati a vuoto, una delusione d'amore di mora (da pagare) e quel maledetto ciclo ad elevare a infinito il bisogno di zuccheri; allora ditelo che volete che la fine di questa giornata (e della mia vita) sia un coma glicemico!
A questo punto, faccio ciò che ogni donna ragionevole farebbe in questa situazione. Tento di resistere mentre le mie mani (che si sa, bisogna ringraziare i nostri antenati per i riflessi da gazzella che solo in situazioni come queste riusciamo a sfoderare) stringono già vittoriose un pezzo da venti, adocchio in un nanosecondo ciò per cui vale la pena fare un generoso versamento (sui fianchi) e mi godo la suprema, ineguagliabile, orgasmica delizia di un sacchettino da cui esce un profumino che nemmeno San Pietro ha mai sentito.

Preoccupata ma abbondantemente (ri)compensata, me ne torno a casa piena di endorfine e grassi non meglio identificati ma ben depositati, usando il ciclo (sempre sia lodato) come attenuante tale da far cadere ogni presupposto di colpevolezza (colpevolezza=scioglievolezza=Lindor. Libere associazioni. Ecco come funziona la mia mente circa 20 ore al giorno. I restanti 240 minuti sono suddivisi tra senso di colpa, scrivere e dormire ).

Stamattina, lunedì. Secondo round.
Tre ore di sonno.
Suona il gong.
All'angolo del letto, seduta per non riaddormentarmi, mi levo le coperte di dosso come Tyson faceva con l'accappatoio (non fosse per i bicipiti non notereste la differenza. Lui ne ha un po' meno). 
Dead man walking per circa mezzora; non ho ricordi, infatti, di come sia riuscita ad evitare i plurimi stipiti delle porte e di come abbia fatto a vestirmi non solo avendo cura di non mettere i collant in testa e ricominciare a dormire, ma riuscire a farlo con un minimo di senso logico-estetico. Ha proprio ragione la Appiano quando dice che le vie delle signore sono infinite.
Ma torniamo a noi, torniamo in strada, col fedele burka di pile misto lana.
Sono le 8.20 quando entro alla posta sotto casa e prendo il numerino dell'(eterna) attesa. Mentre compilo il bollettino al contrario, causa pupille posticce disegnate sulle palpebre, mi complimento con me stessa per essere riuscita a mantenermi più che in orario sulla tabella di marcia; così tanto da meditare di fare una deviazione prima dell'appuntamento per prendere un take away cinnamon giant coffee a quel baretto adorabile.
Ma i miei sogni di caffè alla cannella trasportabili solo previo acquisto di una betoniera, vengono stroncati sul nascere.
Una signora tanto gentile, si alza da dietro uno degli sportelli e richiama l'attenzione dei presenti con fare apocalittico, tanto che la prima somiglianza che mi viene in mente è con Giucas Casella (e se non è teatral-apocalittico lui quando finge di usare misteriose forze inesistenti, non so chi lo sia):

- SIAMO SPIACENTI MA C'E' UN GUASTO SU SCALA NAZIONALE, PER CUI RISULTA IMPOSSIBILE AL MOMENTO EFFETTUARE BOLLETTINI E VERSAMENTI ... COME? ... NO SIGNORE, NEMMENO ALLA BANCA O ALLA RICEVITORIA, SI TRATTA DI UN BLOCCO INSPIEGABILE CHE HA INTASATO TUTTA L'ITALIA.

Ora, subito dopo che mi saranno cadute le orecchie, mi aspetto come minimo che uno stuolo di manguste giganti spalanchi le porte di questo ufficio annunciando che i cavalieri dell'apocalisse, nella fattispecie il Baffo delle Televendite, CostantinoDiUomini&Donne, i Gazosa e Solange, hanno deciso a loro insindacabile giudizio che è quello che ci meritiamo per averli lasciati cadere nell'oblio mediatico in favore di figure mitologiche quali Jill Cooper, il tizio di Elisa di Rivombrosa, i Sonohra e Paolo Fox.
Se la porta non si apre entro trenta secondi dovrò trovare un angolo vivo contro cui sbattere la testa per capire se sta succedendo realmente. Accidenti a questi tavolini rotondi, dov'è un oggetto contundente qualunque quando serve?
Ma quello che è? Una mangusta incravattata??? PREGO, DI QUA! ENTRI PURE! Ah no, che stupida, è solo il Magnifico Rettore che vola via a bordo del mio libretto universitario, lasciando una scia di more da pagare e pergamene di laurea col mio nome barrato da una "X"!
Me tapina, ma in quale universo parallelo succedono queste cose? Iiii-taaa-lia!
"S'è desta" mica tanto stamattina. Alla fine arrivo alla conclusione che, in una vita precedente, devo aver dato fuoco a un orfanotrofio o qualcosa di simile per meritatmi tutto questo. Ma, conscia del fatto che non è "successo a me", non mi perdo d'animo e in qualche modo, per e vie e retrovie (da Signore) che non sto qui a raccontare, sono riuscita a pagare quei 60,62€ e a consegnare tutto il consegnabile o quasi. E, no, non mi sono presentata a casa del Magnifico in tenuta da ultrà e manganello alla mano. Ho solo perseverato. Che al massimo è sovrumano, non diabolico. Per premiarmi delle fatiche erculee, ho sperimentato un paio di muffin (che ho provveduto a smerciare in tempi record onde evitare il suddetto coma glicemico) ricotta, banana e cioccolato; leggeri leggeri, buoni buoni, che anche questi San Pietro se li sogna da quell'inferno senza tentazioni che dev'essere il paradiso.

E ora la smetto con i deliranti racconti notturni delle mie gesta diurne, e me ne vado, finalmente, a dormire; devo pur riposare se voglio sopravvivere alle eventuali disavventure fantozziane in cui sono solita infilarmi.
Buonanotte manguste. Che Il Baffo sia con voi.

giovedì 9 febbraio 2012

E' LUNA DI NOTTE

Ho un post in cantiere e non ho il tempo di finirlo.
E non posso esimermi dal dedicargli il respiro che si merita.

Non dovrei nemmeno essere qui, considerando che non ho tempo. 
Ma ho un bisogno tale di lasciar andare le dita, che non riesco a resistere.

Niente di trascendentale da dire.

Ma c'è una luna stasera che meriterebbe un poema. Mi sembra un motivo più che valido perchè il mondo trattenga il fiato e si prenda il tempo per ammirarla.
Mi sembra un motivo più che valido per fermarmi un secondo e venire qui a scriverne.
Gravida e rotonda, luminosa e limpida come nella sua forma migliore, è di una bellezza tale da sembrarmi la prima volta che la vedo.
E me ne accorgo mentre torno a casa filata dal lavoro, dove ho avuto un principio di assideramento causa riscaldamento rotto da qualche giorno.
Me ne accorgo dopo una giornata discutibile, in cui le cose potevano decisamente andare meglio.
Me ne accorgo solo una volta giunta in Piazza Beccaria, quando il dedalo di vicoletti medievali che conduce a casa, si squarcia in un crocevia imperniato su quell'arco di pietra vecchio almeno 700 anni.
C'è una magnolia giapponese, dall'altro lato della strada.
Ogni giorno, mi dà il "bentornata"; la vedo e so che sono a casa.
La sua, è una fioritura precoce, con fiori rosa e carnosi che sbocciano prima delle foglie. A febbraio. Fine gennaio quando l'inverno è particolarmente mite.
Non è questo il caso, ovviamente.
Ma lei, non curante del turbine (più mediatico che altro in quel di Firenze) di gelo da cui tutti aspettiamo di uscire, ha già messo germogli. Piccoli, verdeggianti, dormienti; ma pur sempre germogli.
Tira vento.
Mi si sposterebbero i baffi se ce li avessi.
E' una di quelle serate fredde e cristalline, in cui tutto sembra ricoperto di zucchero.
Il cielo è del colore che viene in mente quando si pensa al freddo.
E lei è la.
Lei la magnolia.
Lei la luna.
L'una appesa ai rami dell'altra.
Sono di una bellezza commovente, insieme.
Le osservo oscillare illusoriamente al ritmo dei miei passi e penso che quello è un bel momento.
Anzi, Il Momento.
Quello da cercare in ogni giornata, quello da cui farsi trovare per rimettere le cose nella giusta prospettiva.
E' stata una giornata orribile, ho ripetuto mentalmente fino a poco prima. Negativa per alcuni versi, assolutamente insignificante per molti altri. Orribile sembra riassumere bene. Poi, come se mi fossi ritrovata davanti quell'unica persona che non vedo da tempo immemore e che sarebbe stata in grado di robaltarmi quelle labbra corrucciate con la sua sola presenza, la luna mi rapisce gli occhi e li porta in alto, tra i rami di magnolia, trascinando con sé anche i pensieri.

Mi fermo.
Nuvolette di talco sembrano uscirmi dalla bocca ad ogni respiro.
Il naso all'aria, un soffio di sorriso mi si appoggia sulle labbra, e gli occhi intanto si bevono tutto il cielo.
E penso, che in fondo, aver visto questa luna e questi fiori che ancora non sono, dà a questa giornata tutto un altro senso. Le cose negative sono ancora lì, come quelle insignificanti e il principio di congelamento ad atrofizzarmi le mani.
Ma ho sentito il cuore respirare, gli occhi togliersi la sete, l'anima trovare ciò di cui si nutre. E allora, forse, ciò che conta è al suo posto. E il resto, non ha molta importanza.

sabato 4 febbraio 2012

A PENNY FOR YOUR THOUGHTS

Oggi ho una richiesta.
Semplice.
Così semplice che potrebbe mettere in difficoltà ed essere ignorata.
Ma io, stagista perpetua al tribunale delle cause perse, ci provo lo stesso.
Io non dico una parola. Nemmeno una di quelle che vorrei (le tengo in canna per il prossimo post, non preoccupatevi, non mi si è liofilizzata la logorrea).
Parlate voi.
Qualcuno ha un blog dove può farlo liberamente, qualcun altro si nasconde dietro nomi fittizi, qualcun altro legge e se ne va senza lasciare traccia. Ecco, mi rivolgo a tutti voi.
Oggi, e solo per oggi, vorrei che mi lasciaste qualcosa, senza che io abbia proferito verbo (o quasi).
Un pensiero random, una lamentela sul mondo, un saluto, una confessione anonima; va bene anche un ferro da stiro usato in comodato d'uso gratuito, ecco. Qualunque cosa. E non indirizzata a me, non per forza almeno. Una cosa, qualsiasi cosa, vi andasse di lasciare in uno spazio bianco nero ardesia. Fate vobis. Come foste a casa vostra. Io ora sto in silenzio.







giovedì 2 febbraio 2012

LA MONACA DI MANZO E L'INNOMINATO INGREDIENTE SEGRETO

Ne succede di ogni sorta, nell'appartamento di via G. Si mescolano le mani, i mestieri, i sapori. E allora, in una fredda, freddissima, giornata di inizio febbraio, può succedere che il vento del nord che spira incessante fuori da queste quattro mura, s'infili in questo spazio minuscolo e porti lo scompiglio più totale.
Mi guardo intorno, alla mezzanotte di questo bislacco mercoledì, e se dovessi descrivere quello che vedo, non saprei neanche da dove partire.
Qualcuno, ad esempio, ha spostato dell'erbetta dal piatto alla sigaretta.
Qualcun altro, stilista e creatore di cose straordinarie di giorno, stringe tra le mani un aggeggino rumoroso e inchiostrante e sta tatuando la spalla di uno degli abitanti di questa casa.
Qualcun altro ancora, si ritrova davanti ad una ciotola di zucchero e un tubetto di maionese che non vogliono saperne di separarsi.
Avete capito bene.
Amoreggiano sul tavolo, si rincorrono e si prendono a farinate in faccia.
Ovviamente mi tocca intervenire.

  IO: "Cosa fate insieme che fate schifo? Non vi posso neanche guardare! Fatela finita"
Risate generali. La maionese e lo zucchero si prendono a braccetto e iniziano a cantare:
ZUCCHERO&MAIONESE: " Miwa' non fa la stupida staseeeraaaa! Dacce na mano e facce divertì! Prendi'er burro a lamelle, tufface 'e fruste e poi vai, affà gonfià sta mischia, sinò so'guai!"
   I: "Ma per farci cosa, ma lo sapete che insieme siete da conato isterico-culinario?"
Z&M: "Nun te scordà de mette la farinaaaa, schiatta'a palla in frigo, a riposàààààà"
   I: "Giammai, mi rifiuto di collaborare a qualsivoglia intruglio disgustoso."
Z&M:"Prendi'o stampino moscio, taja, poi inforna e vedraaai, Miwa, si nun lo fai te famo neeeraaa"
  I:  "Questo è oltraggioso! Ma chi pensate che io sia? L'assistente ad una casa di produzione di film a sfondo erotico-culinario? Questa è pornigrafia dolciaria, chi diavolo vi ha mandato, l'Imperatrice degli Orti? Se è stata lei giuro che le strappo quel ciuffetto odioso da sopra lo scalpo!"
Z:"Imperatrice? Ma che sta'addì questa? Imperatrice de 'sti cojoni"
  I: "SSSSSHHHH!!! Fate piano! Se vi sentono i veganissimi ci sarà poco da ridere per voi due!"
M: "Oh, zuccherì ma lei nun te sembra quer pezzo de bisteccona che stava ner firm de Tinto Braciola?"
Z: "Nooooo!!! La monaca di manzoooo!!! Un ce credooooo!!!"
  I: "Ma quale Monaca di Manzo e Tinto Braciola!!! Io non le faccio certe cose, VERGOGNATEVI! Ditemi piuttosto chi vi ha mandato o giuro che faccio una strage!"
Z&M: "Ce manda a'Arababonazza
  I: "Chi?"
M: "L'ARABAFELICE, si sorda?"
  I: "..."

Oddio. L'arabafelice? Proprio lei?
Quella BellaBravaBuonaIntelligenteIronicaIncredibilmenteTalentuosa???
  I: "Ma perché proprio io? "
M: "E perché, perché? E' da na settimana che stai a rompe'cojoni su quer sito e guardà sta benedetta ricetta! Ora te tocca! Nnamo, tira fori 'a pirofila e inizia a impastà!"
  I: "Ma io ... veramente ... "
Z: "Allora si pure scema! TE FAMO NEERAAA! Ce devi cucinà!"

Con la coda tra le gambe, spaventata dal pensiero che l'Arabafelice sappia che spio quella ricetta con un misto di curiosità e disgusto (più disgusto però) da più di una settimana, decido che a questo punto non posso più tirarmi indietro.
Tiro fuori l'indispensabile (o almeno quello che ancora non sta saltellando e urlando scurrilità sul mio tavolo) e inizio sbattendo lo zucchero e il burro.
Poi unisco la maionese e mescolo con cura.

Z: "Te piace eh? Hahahahaaaa!"
M: "'A prossima vorta se famo n'orgia pure co' pancetta e cioccolato, eh bella monacona?"
  I:"Non oserete, pervertiti che non siete altro!"
Z: "Sarà, ma noi ce stiamo a divertì e a te te tocca impastà! E tra un po' c'hai pure da infilacce'e dita! Hahahahahaaaa!"
  I: "Ora aggiungo la farina. Non setacciata. Spero vi ci soffochiate con quei grumi"
M: "A'Miwa', quarcuno c'ha er dente avvelenato? Hahahahaaaa!"

Finalmente l'impasto con l'(ingrediente)Innominato è pronto per essere messo in frigo per venti minuti. A tacere.
Nel frattempo, scaldo il forno, preparo la teglia e lo stampino a forma di coniglio; estraggo il panetto. lo stendo e inizio a stagliuzzare. La ricetta originale prevede che, prima di coricare i biscotti sulla carta da forno, siano passati nello zucchero. Presa da un istinto del momento, decido di mescolare lo zucchero bianco a quello di canna e a dei semi di papavero.
Dopo aver titubato ancora un po', essermi presa della " 'Nfame snobb co'a puzza sotto er naso", ed essere pure stata morsa all'indice (non chiedetemi come e perché, fatto sta che il mio consiglio del giorno è: Diffidate della maionese con forte accento romano; morde) saluto i biscotti e li mando a (meritata) morte al forno, decretando l'agognata fine di un incubo a luci rosse e giallo maionese.

14 minuti per la cottura, un'oretta per il completo raffreddamento ed è il momento dell'assaggio.

Sorvolando sul fatto che quelli dell'Imperatrice Dei Foodblogger hanno un aspetto magnifico, mentre i miei si presentano sottoforma di lepri obese con la varicella, apro le fauci ancora dubbiosa e ne addento uno.
Zucchero.
Si scioglie.
Sento il burro.
La farina.
E un saporino squisitamente indefinito a chiudere il cerchio.

Ommioddio sanno di buono! Com'è possibile? Non ne ho idea, so solo che la C.P.O.I.B. (leggasi Commissione per le Pari Opportunità nell'Ingredientistica Biscottifera), composta da Marie Antoinette, Alice nel Paese delle Meraviglie e il tizio che fa occhio alla spesa, annovererebbe questi biscotti tra il necessaire per un the delle cinque come Dio comanda, condannando invece la sottoscritta che ha osato dubitare della riuscita della cosa e, quindi, dell'Arabafelice.

Ovviamente, ai commensali designati per l'assaggio, ho rivelato l'ingrediente misterioso solo ad assaggio avvenuto. Tutti increduli ed entusiasti, tranne uno (che però se n'è mangiati sei) che proprio non riesce a pensare di intingere qualcosa che contenga maionese in un the o un caffè.
"Sacrilegio", ha invece  proferito mia madre facendo tremare la finestrella di Skype; "Non ti azzardare a portarli, quando vieni!"
Va bene mamma. Ma sappi che quello che tu non vuoi nemmeno vedere sulla soglia di casa, quello che stai rinnegando davanti a Sua Santità il Burro ( quindi a Dio, nell'iperuranio dei biscotti e delle frolle), è un biscotto degno della miglior pasticceria danese da the.
E se lo dico io che non amo i biscotti al burro ma che sono un'assaggiatrice di fama mondiale, c'è da scommetterci che sia una bontà inaspettata.
Provateli.
La ricetta la trovate qui.

CREDITS: Mi scuso con l'Arabafelice ignara di tutto (sempre sia lodata), per l'uso e abuso del suo nome e della sua ricetta, e in più la ringrazio infinitamente, 'chè se avessi trovato questa ricetta in qualunque altro sito, mai e poi mai le avrei dato una chance.