giovedì 16 febbraio 2012

MEGLIO CAMBIARE, NO?

Prometto che sarò breve.
Sia per me che per voi.
E' quest'orzo della buonanotte, bollente, con dentro un po' di cannella.
E' quest'ultima sigaretta prima di andare a dormire.
E' quella frase letta giorni or sono, che i miei neuroni si trascinano dietro come un'ombra.
E' quell'altra cosa che ho letto di Tolstoj. O meglio, di Watzlawik su Tolstoj.

Tutte queste cose, volendo riassumibili sotto la dicitura impropria di "congiunture astrali", mi fanno riflettere sul concetto di cambiamento.
Sono favorevole al cambiamento; lo sono sempre stata. Sono fermamente convinta che, il più delle volte (escludendo ovviamente malattie, morte e disgrazie di varia natura) sia qualcosa di potenzialmente positivo. Siamo noi a dargli un valore nella nostra vita, un peso, un colore. La paura è spesso ciò che innesca la visione negativa della cosa. Assieme all'attaccamento alle consuetudini e al "vuoto" di conoscenza cui ci si trova davanti.
A parte che mi chiedo perché non te l'insegni nessuno a non aver paura del nuovo; ma poi, mi dico, è mai possibile che persino a livello inconscio una persona si ritrovi a rimandare decisioni, evitare incroci e sabotare le possibili vie di cambiamento?
E ancora, in quanti modi è possibile cambiare?
Infiniti presumo.
Se domani perdessi il lavoro, fermo restando che non rappresenterebbe di certo una svolta positiva al momento, avrei comunque diverse possibilità di scelta su come gestire la cosa.
Quella di non avere scelta è una delle grosse balle che ci raccontiamo per dormire sonni tranquilli (cosa che mi auguro non funzioni. Anzi, non funziona. Testato. A testate), ma in realtà, non scegliere è già una scelta. Magari non di per sè, ma nella misura in cui non scegliere significa lasciar passare un'opportunità, lo è di certo. Caro vecchio Kierkegaard che chiacchiera sornione e bonario dalle pagine di Aut-aut, come se stesse parlando del meteo, salvo poi lasciarti insonne per giorni a pensare.
Perdessi il lavoro domani, dicevo, potrei iniziare disperandomi incredula; cosa che farei. Ma poi? Rimango nella melma fino a che non mi decido a fare un tour de force di curriculum vitae, rimango nella melma aspettando che mi piova addosso un lavoro e sperando nel cugino Tony che lavora in amministrazione comunale, me lo invento, cado in depressione, inizio una vita da precario, mi impegno per far diventare l'hobby della domenica un vero lavoro ...
Soluzioni.
Soluzioni ipotetiche ad un problema ipotetico. Lo so. La pratica, la realtà, superano sempre la fantasia. Ma lo fanno sia nel bene che nel male. Quindi se è vero che le cose, nei dettagli, potrebbero essere anche molto peggiori di un "semplice" (passatemelo, nessun intento di sminuire la cosa) 'Ho perso il lavoro'. includendo le specifiche aggravanti del caso, sarà pur vero che le cose possono essere anche nettamente migliori di 'Sto nella melma per un po' e mi arrangio alla bell'e meglio'.
Ed io ci credo che sia così porca puttana. Sarò mica l'unica? Che penso che in qualche modo, uno se la cava, che uno se non ha cerca, se non sa inventa, se non trova cerca altrove.

Me la rifaccio ora la domanda. 
In quanti modi è possibile cambiare?
Qualcuno ha detto che esistono due tipi di cambiamenti; il primo all'interno dello stesso sistema; l'altro al di fuori di esso. Ovvero. Se io, tutti i giorni, uso solamente gonne dal ginocchio in giù, metterne una sopra il ginocchio sarà un cambiamento all'interno dello stesso sistema. Qualora io decida di mettere un paio di pantaloni, avrò operato un cambiamento fuori dal sistema. (Sempre terribili i miei esempi!)
L'importante è cambiare, mi dico, mantenere viva la capacità di farlo accadere, di lasciarlo entrare, di lasciarsi cambiare. Ma se devo dirla tutta, visto che ci siamo, perché non optare per un cambiamento di sistema? Non intendo sempre, in maniera casuale, prescindendo dalla situazione, ma credo che spesso si scelga un cambiamento all'interno dello stesso sistema per l'incapacità di fare una scelta radicale, per la paura di scegliere qualcosa di completamente diverso. Si cerca quindi di mediare tra il bisogno di cambiare e quello di rimanere gli stessi.
E che palle con 'sto dualismo.
Questo si che è un vero nodo inscioglibile. Dal dualismo, per definizione e per sostanza, non se ne esce, noi esseri umani.
Per tutto il resto, si potrebbe sempre cambiare, a patto di volerlo. E a patto di prendere coscienza di quelle convinzioni limitanti che fanno parte della paura di cambiare, così mimetizzate e radicate nel marasma della nostra personalità da essere visibili quanto una una macchia di latte su una distesa di neve.
Furba eh? Ho detto un cazzo.

Nel sopracitato esempio, che , seppur non attinente al reale, è quasi autobiografico (le mie di gonne sono SEMPRE [abbondantemente] sopra il ginocchio), il Kofi Annan della situazione si presenta sottoforma di gonna pantaloni. Così ampi da sembrare una gonna, ma in realtà c'hanno il cavallo, la patta e e la cerniera. Ecco, pur potendomi inserire tranquillamente in quella categoria di persone che, il più delle volte, pur volendo cambiare, necessita di una coperta di Linus con cui si identifica (cosa grave, ma questo è un altro "breve" post) e che non sa come abbandonare, vi posso assicurare che "Meglio morta che con una gonna pantaloni". Non è cieca ostinazione la mia, è che sono proprio orripilanti. Oggettivamente orripilanti.
E poi, io, mi ci sento proprio bene nelle mie gonnelline.

P.S. Avevo davvero l'intenzione di essere breve stavolta.  Avevo ... Intenzione ... Breve ... Cosa dicevo a proposito del cambiamento?

2 commenti:

Pier ha detto...

sarà .. ma a me il cambiamento spesso mette ansia ...

miwako ha detto...

Credo le soggettive percezioni siano infinite. A me, impietrisce il pensiero di non farlo ...