sabato 31 marzo 2012

L'AQUOIBONISTE




7,4 km percorsi.
3,5 kg peso stimato portatile e libri.
1 ora e mezza di cammino.
8 ore di studio.
5 all'aperto.
4 di sonno.
1 ufficio.
200 documenti.
100 sigarette.
7 caffè.
1 sole a cui era impossibile non sorridere.
1 micropizza napolese con funghi, zucchine e gorgonzola.
1 dente da devitalizzare.
1 settimana alla gogna.
1 paio di mutande da uomo. Comode, per altro.
1 velo di rossetto rosso. Red Lipstick Therapy.
0 forze rimanenti. Vado a dormire.


mercoledì 28 marzo 2012

STASERA MI BUTTO (MICA DI SOTTO)



Miele d'acacia.
Ho dimenticato di specificare, ma l'ho da poco eletto miele preferito.
La consistenza è densa al punto giusto, il sapore riesce ad essere delicato e deciso al tempo stesso e, al palato, sembra una carezza fatta con un velo di seta d'alveare.
Anche quello di castagno ha il suo perché, a mio parere.
Yogurt greco, un cucchiaino di miele d'acacia, e non ne potrete più fare a meno.
Scoperta dell'acqua calda? Può darsi. Ma per un'avventuriera delle colazioni come me che cambia completamente alimenti e sapori ogni volta che muta il vento, aver trovato un'accoppiata che faccia pensare ad un sodalizio eterno e inesauribile, è di sicuro degno di nota.
Immagino si capisca leggendomi, ca va sans dire, che il mio rapporto con il cibo è viscerale, emozionale, emozionato e soggetto a variazioni, in tema e non. Quindi pure un po' deviato, me ne rendo conto.
Non saprei rispondere alla domanda "Qual è il tuo piatto preferito?". Non con un criterio assoluto, per lo meno. Le variabili di pasto, tipologia, periodo sono troppo determinanti per riuscire ad indicarne uno.
Ora, in questo momento, risponderei yogurt greco e miele. Eccheppalle, lo so.

Uno pseudosconosciuto mi ha fatto notare, per la prima volta, che non avere un piatto preferito in assoluto, saper seguire l'evolversi dei gusti, è indice di elasticità mentale. Non ci avevo mai pensato. Potrebbe essere vero.

C'è da dire che non ho più fame. Come un automa, mi fermo all'una e mezzo e mangio un panino senza sentirne minimamente il bisogno. Stessa cosa per la cena. Alle nove, a volte le dieci, il bene che mi voglio mi sussurra "Su, stacca e mangia che, anche se non hai fame, anche se al momento non ti sembra, è questo che mantiene il cervello vigile". E allora mangio. Non solo, cucino, con un po' di calma e tanta verdura. E nonostante abbia la sensazione che lo stomaco me l'abbiano levato, sento che mi sto facendo un favore.

E stasera me ne faccio un altro.
Spengo il computer, il telefono, il cervello, le ansie, ed esco.
Per fortuna che mi voglio bene.

lunedì 26 marzo 2012

IL POST(O) DEL MATTINO


Prima sgaretta del mattino. A 6 ore di distanza dall'ultima. Questa tesi mi ammazzerà. Traslazione di cause mortali per ragioni di comodo.
La colazione per me è sacrosanta. Piuttosto dormo venti minuti in meno, ma tracannare un caffè, un sorso di latte e ingollare due biscotti in piedi davanti al lavello, è un concetto che non figura nel mio dizionario de pasti. Due fette di pane, un po' di miele, yogurt greco con cacao, caffè con cannella e una sedia sotto il culo. Inserire nel pacchetto "Diritti Inalienabili". 
"Accendi il tuo futuro" è una delle prime frasi che leggo una volta aperti gli occhi. Il fatto che dovrebbe essere severamente normata dalla giurisprudenza, nonchè assolutamente vietata nella quasi totalità dei casi, è uno dei primi, consequenziali, pensieri.
Oggi il sole spacca.
Ed io devo scrivere milleeuna pagina.
Non ho ancora capito se sono di buonumore o no.
Al bivio, quando ancora si può scegliere, opto per il "si".
C'è il sole ed ho fatto colazione come io comanda.
Dicono funzioni.
Io dico che basta per affermare che la giornata è iniziata bene.
Autoconvincimento.
Dicono funzioni.

domenica 25 marzo 2012

PER CHI SUONA IL CAMPANELLO

Sarà che qui ci si vive in 4, tutti con orari diversi, amicizie diverse, impegni diversi.
Sarà che siamo quella generazione che, pur non essendoci nata, ha integrato l'uso del cellulare erigendolo a terzo arto indiscusso (e da cui io mi chiamo orgogliosamente fuori visto che mi serve come ad un gatto serve una batteria di pentole in acciaio inox).
Sarà che mica sempre ci si può permettere il lusso di far rumore.
Fatto sta, che qui, il campanello suona poco.
"Squilla quando arrivi"; "Usa le chiavi che ti ho dato"; "Ti apro la porta visto che sei quasi qui, M. sta dormendo".
E invece, ieri sera ha suonato.
Era tardi ma in casa c'ero solo io.
Ho scoperto che mi piace quando suona il campanello. E' un bel modo di annunciare l'arrivo di qualcuno. Ed è estremamente rispettoso della privacy; se non apre nessuno non c'è recall che tenga, si deve fiduciosamente presumere che in casa non ci sia nessuno.
Come il telefono di mia nonna, le musicassette e il tritacarote modello anteguerra di mia madre, sentirlo suonare mi lascia ogni volta un sapore piacevolmente malinconico.
I tempi in cui passando davanti casa di qualcuno, istintivamente, si appoggiava il dito al campanello in una sorta di trepidazione, hanno lasciato spazio ai tempi in cui, istintivamente, si prende il cellulare e si chiama.
Comodo eh, nulla da obiettare.
Ma un po' del gusto si perde inevitabilmente.
Forse tra qualche tempo brevetteranno pure l'app. per collegare il campanello allo smartphone, così mentre sei alla coop ti esce un "din-don" dalla tasca dei pantaloni.
Per carità.

giovedì 22 marzo 2012

LACCI OMBELICALI E CORDONI EMOSTATICI: ventimila leghe sotto i laghi, a cercar le leghe (di rami) che allacciano i legami



La paura fa novanta.
Quanto, le gambe delle donne?
Io credo di passare i cento. 
Per la paura, mica per le gambe.
Però, di nuovo, mi sento un vulcano.
Cose dentro che scopro aver mantecato per anni, secoli se possibile.
E' irreale accorgersi di essere sempre stata quella che non sono ancora.
Il DNA del mio cervello, delle mie emozioni, usa l'alfabeto per mostrarsi.
Sono stanchissima.
Faccio fatica a reggere la tazza.
Anche la testa.
Cazzo, perché il corpo non risponde?
Tocca fermarsi e dormire.
Fossi un fiume sfonderei gli argini in questo preciso istante.
Ma sono solo un essere umano, e devo riposare adesso.
Anche le parole ne hanno bisogno.

Due ore fa sono nata.
28.
Cavolo.
Sentirseli addosso, naturalmente, come passarsi una mano tra i capelli, un'orma sulla neve fresca, lasciarsi ridere e piangere come se la vita e la morte fossero sempre in agguato, aprire gli occhi e vedere paesaggi noti, richiuderli e sognare di mondi mai visti e mai esistiti. E ripensare a due anni fa, col freddo fin dentro alle ossa e l'aurora boreale negli occhi, stretti stretti, tutti quanti, io e la mia famiglia-bis che divide tutto ma il sangue no. 
Giusti, belli, addosso più della pelle. 28 anni.
La mia prima aurora boreale.
La prima volta che ho capito che scrivere aveva il peso di un respiro per me. Non leggero, vitale.
I miei primi 28 anni.
Tutte le prime volte che aspettano di là, nell'altra stanza, travalicato il confine tra ora e dopo.

"Questo è il nostro segreto profondo
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita,
che cresce più alto
di quanto l'anima spera,
e la mente nasconde."

E' Cummings che scrive, lo sai mamma? Si che lo sai. Radice di tutte le radici. Non avrei saputo dirlo meglio.

Auguri mamma, a me e a te, che siamo nate tendendoci  il cordone da ieri ad oggi.
Con tutto l'amore di cui è fatto l'universo, con tutto quello di cui hai impastato le crostate della domenica, lo stesso di cui hai impastato me, costola di pasta frolla e cuore di marinelle di quell'alberello che stava nell'angolo a sinistra, stracolmo di perle rosse, rosse come la vita che nasce.

mercoledì 21 marzo 2012

SPAMMACAMINO



www.libero.it
Mail.
Login.
Username e password.
Invio.
Un messaggio.
B**** F*******.
Chi cazzo è?
Click.
B. F. Spazzacamino, pulizia camini e cappe aspirate. Per privati e aziende SCONTO del 50% sulla prima pulizia. Approfitta della convenienza!

Si.
Finiti i tempi in cui un bravo spazzacamino si aggirava per i vicoletti saltellando e canticchiando ricoperto di fuliggine come Disney comanda.
Oggi si spamma.
Donne, è arrivato lo spazzacamino.
Dopo il viagra naturale per serate di una certa (e)levatura, l'invito ad unirmi al forum "menopausa serena" e link di dubbia provenienza recanti misteriose frasi come "Silvio Berlusconi è morto la notte scorsa", "Carla Bruni assassinata e violentata",  "Isabella Rossellini uccisa tragicamente", pure lo Spammacamino doveva capitarmi in posta? 

(Per la cronaca, le mail recanti le nefaste news di morti varie, eventuali ed inventate, erano 17. SI, HO DETTO 17.)

Che poi mi domando, ma in termini di commercio e comunicazione, a quanto ammonta l'efficacia effettiva di questo tipo di pubblicità? Chi è quel cazzone avariato che clicca su www.pornopoker2000.com dopo essere stato "selezionato tra centordicimila persone per ritirare un premio di 10.000.000.000 $" ? No, perché a me sembra che l'unico risultato notevole sia l'efficacia nel far girare le balle.

E lo so, che è questo il punto, l'assillamento, così io vengo qui, mi sfogo, e faccio pubblicità inconsapevole. Col cazzo. Puliscitici il didietro con le spazzole che usi per pulire i camini.
Oltretutto c'è crisi. E la crisi porta via tutta questa leggiadria. Chi ce li ha i soldi per uno spazzacamino? Serve lo spazzacamino? Ma chi ce l'ha un camino, poi?

martedì 20 marzo 2012

PRIMA LEGGE DI MIWAKO

TESI: Capita, anche al peggiore degli stakanovisti (o forse no ma a me si) di prendersi una pausa programmata e darsi a quella che, sotto tesi, è considerata la trasgressione pura: uscire per un paio d'ore. Di sera. Lasciando persino a casa l'I-pad il blocchetto su cui annotare tutto l'utile in maniera maniacale. Ragion per cui, si rende necessario abbandonare la tipica trasandatezza da amanuense 2.0 e darsi un contegno. Ciò implica, tra le altre cose, uscire da quell'agglomerato di pigiami, tabacco, matite tra i capelli e bucce di mela in cui affoghi da giorni.

ANTITESI: L'enunciato da poco vergato, comporta una scelta drastica ma indefettibile: fare una lavatrice (non sono un'assemblatrice della Candy, è solo l'ennesimo uso improprio dell'italiano; vero Venerabile Vetusto?).
Metterci dentro indumenti che ancora hanno un grado di dignità non troppo lontano dalla pulizia, al solo scopo di giustificare il lavaggio di quell'unica cosa che ti serve realmente e che, manco a dirlo, sta in piedi da sola.
Perché è in coda da un po' , perché te la vuoi mettere la sera stessa, l'unica in cui ti prendi una pausa, perché sì.
Prontamente,  il copriletto della zia, peso da asciutto kg 2.8, si asciugherà entro sera; lo stesso faranno i due pigiami di flanella da palombaro e quella sciarpa che appallottolata e lanciata contro il congelatore, rischia di provocare una slavina condominiale.
Ma stai pur certo che quel vestitino svolazzante in seta che avresti voluto mettere, macchiato dal disonore di un maritozzo alla panna, per ragioni che si perdono nella notte dei tempi,  quando si farà sera, starà ancora gocciolando nella vasca. Sogghignante, aggiungo.

SINTESI: La rapidità con cui qualcosa può essere fruibile è inversamente proporzionale all'urgenza con cui deve essere usato.

domenica 18 marzo 2012

MINIME' - ovvero la sottoscritta versione latte condensato -

Allora, la faccenda è questa.
Sono giorni che medito di scrivere un post, mille post, ma non ne ho il tempo. Una come me, cosa dovrebbe fare in questi casi? Sparire o ridurre il volume delle bulimie verbali?
La prima ipotesi è da scartare, non scrivo qui da qualche giorno e già mi prude il cervello. La seconda comporta un ammutinamento (o mutilamento) delle mie dita ma, almeno, mi consente di non soffocare con tutte queste parole in bocca.
Ergo, visto che da qui in avanti, fino a data da destinare, non avrò tempo per fare altro che non sia starmene leopardianamente china sui libri, dovrò strizzare i pensieri in un tweet o poco più.
E rimandare quelli più contorti a quando non avrò il fiato sul collo.
Oggi non è una gran giornata. Credo che lo standard sia questo al momento, e ce lo faremo andare bene. Le mie paturnie ed io. 

Anzi no. Macchè cavolo dico? Io? Miss bicchiere mezzo pieno e sorriso sempre in tasca? No. Mi rifiuto. Ci sarà pure il modo di relativizzare questo periodo e sorridere comunque! Certo che c'è, ce ne sono a migliaia. I bambini che muoiono di fame, la guerra, le malattie. Ma, senza il bisogno di scomodare le tragedie dell'umanità, anche la striscia di fondotinta a bordo viso di certe donzelle, quelli che usano Facebook Mobile per taggarsi anche dal cesso del Tenax e i sandali coi calzini.
Ecco. Mi è già tornato il sorriso. 
Basta un poco di sarcasmo e la pillola va giù. Ora torno sui libri. Se riesco a scrivere 4 pagine come si deve entro l'ora di cena stasera faccio la torta di mele. 

Questa è la torta yogurt e crema al caramello che ho fatto qualche giorno fa. Inventata di sana pianta. La soddisfazione che mi da cucinare dolci è incommensurabile.
Cucinate, gente, cucinate per quelli che amate. E sorridete, fa bene al cuore.

martedì 13 marzo 2012

STARS IN STILL WATER

Stanotte mi prendo le mie responsabilità.
Mica tutte che sennò ci resto secca. Le dilaziono. Oggi, domani e mercoledì. 
Ho sentito qualcuno parlare; diceva che è inutile pensare ai "se" e ai "ma", imbastirci sopra un discorso di senso compiuto o un ragionamento articolato quando i presupposti includono "se" e "ma". Bisogna avere il coraggio di guardare allo stato in cui le cose versano. Da lì in poi, ogni ragionamento è sensato, ogni discorso ha ragion d'essere. Ed io ce l'ho, stanotte, quel coraggio.
Perciò inspiro, trattengo il fiato e faccio quello che va fatto.
Penso, calcolo, pondero, agisco.
E aspetto.

Mi sento come se avessi preso tra le mani uno di quei fiori bianchi che semrbano fatti di cotone e ci avessi soffiato sopra tutte le mie speranze.
Sparute, danzano nel sole di questa notte, illuminate da quel fuoco di scintille che sanno essere i pensieri.
Ma quando le scintille si spegneranno dove andranno queste speranze? Si appoggeranno su quel tappeto di nulla su cui a volte ho l'impressione di camminare.
No, non glielo lascerò fare. Terrò vive quelle scintille come fuochi d'artificio nella notte più bella del mondo, soffierò su quelle speranze fino a farle arrivare al cielo, dove condenseranno e pioveranno come cose accadute a bagnarmi i capelli e i vestiti di quell'acqua che mi manca ma sta per arrivare. Come è giusto che sia.
E non sto sognando ad occhi aperti, sto solo facendo quello che avrei dovuto fare da tempo. 
Crederci.

Quale essere umano bizzarro so essere, che devo chiedere il permesso a me stessa per credere in qualcosa che sto già facendo.

Mi sento così tante cose, dentro e addosso, che non riesco nemmeno a scrivere stanotte. Non riesco nemmeno a scrivere, punto. E la sabbia scivola inarrestabile dallo stretto di Finlandia della clessidra che mi conta i giorni, le ore, i respiri.

La magnolia giapponese di piazza Beccaria è sbocciata, esplosa di vita, di una bellezza per cui vorrei poteste lasciarvi piangere, una volta nella vita. I granelli di neve si stanno accumulando anche attorno a questa sedia scomoda, segno che dovrei già essere a letto. 
Me ne vado a dormire con un pensiero. Stendermi sotto quella magnolia a guardare le stelle perdersi tra i rami e fare l'amore con la miriade di fiori; la luna sul comodino, e i lembi del profumo della vita tirati fino agli occhi, per non sentire freddo. E' tutto così bello e doloroso da diventare quasi insostenibile. Mi addormento esausta, mi risveglio col sorriso, sotto quella cascata di fori rosa che non so se riuscite anche solo ad immaginare e un sole che sembra parlare alle mie spalle nude.

domenica 11 marzo 2012

UOMINI CHE AMANO LE DONNE

Stanotte ho le paturnie.
Infatti cucino.
E no, Stieg non c'entra.
Lui ed io non siamo amici. Innanzi tutto perché lui è morto e io no(n ancora); poi perché non ce la posso fare, se un libro fa scalpore, deve passare almeno un decennio prima che io riesca anche solo ad avvicinarmici. Rush cutaneo da best-seller.

La festa della donna è passata da qualche giorno, riflessioni a riguardo ne ho scritte, come al solito, pure troppe.
Eppure è rimasto qualcosa infrascato tra i pensieri.
Il profumo di vaniglia che esce dal forno non favorisce la razionalità.

La festa della donna.
Nessuna mimosa.
Qualche augurio sincero.
Un tete a tete con una cara amica.
Ed io, in tutto ciò, penso agli uomini, per cui mai fu coniata espressione migliore de "l'altra metà del cielo".

Gli uomini.
Nella mia vita.

Mio padre di spalle che taglia l'erba. "Il sorpasso" seduti insieme sul divano blu. La storia che come la sa lui nessuno.Le cavalcate la domenica, col sole sonnacchioso di aprile e i capelli legati sopra la nuca.

Mio nonno mentre, felino ed elegante, mangia il pesce con una grazia mai più rivista. I suoi occhi azzurrissimissimi e l'appassionata ricerca a rebours dei nostri avi. Tutte le cose che rimpiango non essere stata abbastanza saggia da imparare.

Mio fratello con la testa china, giovanissimo, a pizzicare le corde di un basso bordeaux e lucido. La sua incredibile capacità analitica; le nove vite; 3/4 delle cose belle della mia infanzia.

Il primo fidanzato, con la J., a letto, a guardare film abbracciati la domenica mangiando pop corn fatti in casa. Le risate in macchina, le liti in cucina, quell'ultima notte in cui ci siamo non detti ogni cosa.

L'ultimo, con la S., nella vecchia vasca del mio primo appartamento, con le candele accese e la pelle delle dita come uva passa. La passione che mette nelle cose, l'amore sconfinato, le prime volte, l'empatia e l'egoismo, la voglia reciproca di vederci felici, anche alla fine della fine che è solo un altro inizio.

G. e il primo anello di fidanzamento in terza elementare.
E. e tutti i baci che ho sognato di dargli e che non gli ho mai dato perché non gli piacevo.

I. e i tuffi in piscina, col reggiseno a galleggiare e le famigliole a domandarsi se lo usassi per coprire le scapole. E poi al telefono, spalla su cui piangere, ogni notte di quella estate terribile in cui ho perso un pezzo di cuore per la strada.

J. e l'insostituibile, immenso, doloroso amore adolescenziale non corrisposto. Con la A maiuscola. Di Adolescenza, s'intende.
P., io con le stampelle e lui che ride. Pareva che ci fosse più sole quando rideva lui.
B., che mi tremavano le gambe senza nemmeno sapere che voce avesse, immotivatamente. Forse erano i suoi occhi chiari.

J., che parlava con l'universo e, a volte, sembrava gli si aprisse una voragine dove c'è il cuore. Tempo e intensità che non sono variabili direttamente proporzionali. Le cose che gli ho detto, quelle che non ha saputo rispAondere. E quelle che, ciclicamente, torna a dirmi a distanza di due anni. Heartbeats. We had a promise made, four hands and then away.

D. che è un pozzo di cose belle travestito da uomo medio. Gliel'ho detto. Pensa che lo sopravvaluti. Io so che non è così. I biscotti al cioccolato. Nanni Moretti. I miliardi di passi, parole, angoli di strade e stelle di cui abbiamo intessuto tante notti.

M, e le chiacchierate notturne, io in giardino, lui alla finestra. Quella notte lontana una vita o forse più, passata in tenda, insieme a lui, insieme a lei. Giovani, illusi e inconsapevoli.

A. con i capelli azzurri. Le risate insieme, i grandi discorsi, i disegni, le schitarrate, la politica, il camioncino, le sigarette, un gene in comune di troppo è l'unica cosa che ci separa dall'essere un'ipotetica coppia a prova di bomba.

Inestimabile il valore dei doni inconsapevoli di tutti questi uomini. Tanto lo schifo in questo mondo; tanti gli esseri orribili che fanno cose orribili, spesso alle donne. Io, allora, devo essere stata fortunata. E li ringrazio tutti, questi uomini belli. Per essere l'altra metà del cielo, per il non capirsi ma provarci comunque, per le spalle larghe e le camicie che le avvolgono, per le risate, il sarcasmo un po' sessista al vetriolo, figlio di quell'ironia che si fa beffe delle discriminazioni di genere, per avere le mani sempre calde e i piedi pure, per i punti di vista inaspettati, per essere così ottusi a volte da fare tenerezza, per l'incapacità assoluta e unanime di fare pacchetti regalo, per il cambiare voce con la pubertà, per l'invidiabile dote di saper fare gruppo come le donne difficilmente sanno fare, per tutti i sorrisi regalati, le lacrime concesse, le cose mai dette ma trasmesse.

A che serve, alla fine, una mimosa?

Apro il dolce a metà, lo farcisco con la crema di latte e vado a dormire.
E' stata una brutta giornata.
Ma è già domani, io non lavoro e la colazione sarà delle migliori, con tutta la calma del mondo e una fetta di paradiso a fare da paciere. 
Il cielo è incredibilmente limpido.
Ed oggi sarà una bella giornata.

Auguri fratellone 

giovedì 8 marzo 2012

UNIVERSAL8: IL SALOTTO SULLA FESTA DELLA DONNA - saggio (mica tanto) breve -

Davanti alla coop c'è l'immancabile fioraio ambulante. Pure oggi. Soprattutto oggi.
Le mimose sono dappertutto, con quel loro profumo celestiale e quel colore che, non fosse che adoro i fiori, definirei orripilante.
E' la festa della donna, oggi.
La donna archetipica, la donna che lavora, la mamma, la santa, la puttana, l'angelo del focolare (di Sant'Antonio), la donna oggetto, soggetto, a progetto, la donna stuprata, sottovalutata, sottopagata, emancipata, stereotipata, mechata, acculturata, palestrata, sedotta e abbandonata, la donna mantide, demonizzata, disinibita, idealizzata, la donna lesbica (Concia for president), etero, trans, bisex(tile).

Quante cose siamo, quanti stereotipi in cui c'infilano e c'infiliamo per sfuggire ad altri.
Conosco bene il significato di questa festa, la sua storia, il suo perché. Le battaglie per la parità sono ancora tante, tantissime. Ma la via non è quella del femminismo ostinato, dell'antimachismo esasperato, della femminilità rinnovata. L'utero è mio e lo gestisco io, gridavano tanti anni fa. E avevano ragione di urlare. Ma oggi, ho la sensazione che si sia perso di vista il senso di tutto questo, accecati da un'odio che per anni ha sepreggiato, latente o meno, nei confronti del genere maschile in toto. Cercansi capro espiatorio; fumo negli occhi, collera, giochiamo alla pignatta con qualsiasi uomo capiti a tiro e, mi raccomando signore, miriamo alle palle.
E' ovvio che se si parla di categorie, generalizzazioni e si getta un occhio alla storia più o meno recente, gli uomini avrebbero di che scusarsi per i prossimi tre secoli. Come è ovvio che cagate colossali come le quote rosa, gli stanziamenti europei per l'imprenditorialità femminile (utili eh, per l'amor del cielo), i vari trafiletti sulle riviste che elogiano le donne che, oltre che a figliare, cucinare e spazzare, sono buone anche a lavorare, tenersi in forma e imparare il russo a 40 anni, sono terribili conferme di questa mancata parità. Nei casi di stupidità acuta fungono da specchietti per allodole orbe ad effetto placebo; nei casi di accettabile attività cerebrale, fanno sorgere il fondato dubbio di trovarsi di fronte ad un triste tentativo di tamponare una falla larga qualche ettaro con due cotton-fioc rinseccoliti.

So che le femministe (e forse pure le non tali) mi odieranno, perché è probabile che sembri io stia insinuando che: A) ce la siamo cercata, B) gli uomini non devono essere colpevolizzati ma quasi santificati. In realtà, intendo solo dire che una discriminazione non si combatte con la sua discriminazione opposta; la legge del taglione non porta certo a raggiungere risultati sensati. E soprattutto, la parità non corrisponde al contrario della situazione attuale. Il femminismo è la risposta pa(ri)tetica al maschilismo. Stesso esatto infimo livello.
La parità ci potrà essere solo e soltanto quando abbandoneremo gli estremismi e smetteremo di considerarci due categorie antagoniste. Solo quando torneremo ad essere umani. Solo quando smetteremo di ritenerci l'una il metro di giudizio dell'altra. Solo quando accetteremo che, sotto alcuni aspetti, siamo innegabilmente diversi, e questa diversità va valorizzata, non annullata. Certo che posso fare lo scaricatore di porto se voglio, ci mancherebbe altro. Il mozzo, il camionista, lo sgozzamaiali, quello che mi pare. Ma chi se ne frega, dico anche. E' davvero questa la parità? Provare che siamo all'altezza degli uomini, anzi, forse pure meglio? O la parità è ambire a non doverne nemmeno parlare per quanto è scontata? Il non tacciare di maschilismo qualche ignaro rappresentante del genere solo per aver chiesto se vogliamo una mano a caricare otto casse d'acqua? Certo che la voglio, hai i bicipiti grossi quanto il mio beauty case per tre settimane a Gabicce mare, mentre i miei sembrano quei due sedani dimenticati in fondo al frigo prima di partire. Questo fa di me il sesso debole? Di lui un maschilista con velleità da uomo-salvatore di fanciulle delicate? NO! QUESTO SI CHIAMA SLITTAMENTO DELLO STEREOTIPO, e avrà la sola nefasta conseguenza di far pendere l'ago della bilancia dall'altra parte, ma non produrrà equilibrio.

Il maschilismo c'è, è ovunuque, persino inconsapevole, non lo metto in dubbio e la cosa non mi fa di certo piacere. Solo la banalità di passare in mezzo ad un gruppo di uomini e sentir partire un apprezzamento non proprio soave, dà la misura di quanto l'uomo, al sicuro nella società maschilista, si senta in diritto di dire scurrilità udibili solo perchè ha visto un paio di gambe. Tralasciando la tristezza che mi fa, non lo dico per darmi la zappa sui piedi e contraddire quanto detto finora, ma solo per mettere in chiaro il fatto che io davvero lo percepisco quotidianamente il maschilismo imperante. Ma si deve usare l'intelligenza per cambiare la mentalità, il modo di ragionare, provare ad indurre una riflessione profonda e, scusate se mi permetto ma, cercare di farlo col femminismo è come tentare di annientare un branco di iene con uno di leoni. Potrebbe funzionare, magari nel breve periodo, ma poi? I leoni chi li ammazza, che nel frattempo si saranno pompati di gloriose vittorie ed avranno già precise mire espansionistiche?
E questo, ci tengo a sottolinearlo, non perché il femminismo sia sbagliato in sè, ma perché è stato snaturato, saturato, caricato d'odio, ossidato dalle interpretazioni arbitrarie che lo hanno trasformato nella caricatura di ciò che è stato, in un grottesco scimmiottamento del maschilismo. Quello di Simone de Beauvoir, per citarne una, era un femminismo inteso come ricerca della parità di diritti indistintamente dal sesso, un'affermazione di valore che avrebbe dovuto finalmente portare la donna ad assurgere al ruolo di essere umano pensante al pari dell'uomo; invece ho paura che il femminismo odierno si sia macchiato, come offuscato da un bagliore che è quello della supremazia, la supremazia delle donne sugli uomini, l'ennesimo delirio di onnipotenza.

Fossi nata qualche decade in anticipo, ci sarei stata anch'io a bruciare reggiseni in piazza, sarei stata una suffragetta ed avrei inneggiato allo sdoganamento della minigonna. Ma sono nata nel 1984, il voto l'ho avuto in automatico e le minigonne sono il mio biglietto da visita. E' necessario che la battaglia che si vuol combattere sia figlia del proprio tempo, che sia ragionata e non uno sbraitare casuale contro l'uomo nero. Il potere temporale, la disinformazione, i granitici stereotipi di genere che per scalfirli di un minimo servono 50 anni di rappresaglie, la scelta di mezzi poco efficaci come le succitate quote rosa, la malcelata volontà di ispessire la crosta di valori che separa uomini e donne, questi sono i nemici. Ma sopra ogni altro, io, a volte, temo siano le donne stesse le prime nemiche delle donne. 2005, referendum sulla procreazione assistita. A recarsi alle urne, poco più del 25% degli aventi diritto. La delusione più cocente della mia da poco raggiunta maturità elettorale. "Com'è possibile?", mi dicevo basita? Dov'erano le donne? E tutto quel fermento percepito, quella voglia di giustizia universale che avevo annusato (forse sbagliando), che fine aveva fatto? Dov'era l'arrosto? Nada, zero, rien. Ne va plus. Tutta fuliggine. Fumata nera, per la precisione. E hai voglia a campare tesi all'aria; anche sommando l'astensonismo naturale a quello indotto, rimane sempre un considerevole buco di votanti che voglio pensare siano pensanti. Qui qualcosa non va. In primis nella legge 40, aborto forzato di diritti indefettibili; in secundis nelle donne che, porcaputtanaeva (si, proprio Lei), sembrava avessero sparso nell'aere uno spray inibitore di senso critico e capacità decisionale; e poi gli uomini, grandi assenti al referendum, anche loro in preda a chissà quale gas pestilenziale che li ha convinti che la procreazione assistita sia davvero una cosa che non li riguarda.
Quindi qui abbiamo: dei legiferatori mascherati che si ergono a giuria divina sentenziando su come sia lecito usare un organo che nemmeno hanno; donne incazzate che sbraitano, protestano, raccolgono firme e durante il referendum si fanno venire un mal di testa da sospensione in giudizio; uomini in pantofole che siccome non hanno nè la gonna, nè l'utero, pensano bene di optare per derby&birretta in compagnia, che tanto le mogli sono a letto col mal di testa e l'utero in sciopero.

Dal basso della mia incompetenza in materia, dei miei ragionamenti che, per quanto provi a guardarli allo specchio rimangono frutto di un solo cervello, la mia interpretazione della cosa è che c'è una gran confusione. I ruoli sociali non sono più quelli di una volta. E quali sono allora? Piano. Abbandonare uno schema che per anni si è adottato in maniera più o meno acritica, richiede tempo, lavoro, riflessione e dedizione per una sola persona. Il tutto si tramuta in mesi, anni, prima che tale cambiamento sia effettivo. Se si ha a che fare con una moltitudine di persone, il tempo necessario al dispiegarsi del mutamento cresce, inevitabilmente, in maniera esponenziale. Perciò, tutti quei bei pezzi di giornale su cui campeggiano retrospettive imperniate sulle gesta di susuper-donne che dormono 5 ore a notte, fanno pilates ogni mattina, hanno tre figli, una villa coloniale, un fox terrier, un marito e, nel tempo libero, sono sindachesse di un paesino del profondo nord, sono carta straccia quando la mentalità retrostante è ancora quella del "Dio mio, anche le donne sanno fare tutto! Elogiamole a dovere che l'accoppiata tette-cervello non è ancora stata sdoganata". E' il quotidiano che deve iniziare a fare la differenza, da lì dovrebbe partire il cambiamento. Riflettere sui propri atteggiamenti, soprattutto quelli inconsapevoli ed interiorizzati, rifletterci dieci volte meglio se si hanno dei figli, mordersi la lingua quando, da figli di un'altra generazione, sale alla gola quella frasetta "innocua" come: "E' un maschio, che ci vuoi fare? Le femmine ce l'hanno innato il senso pratico"; insegnare ai bambini che prima di essere uomini o donne siamo esseri umani della stessa specie; a trovare il minimo comun denominatore prima delle differenze, a evitare che i modelli comportamentali ancora in auge intacchino la capacità di fare coesione, di vedersi nudi da stereotipi di genere e orpelli sociali che ci vogliono schiavi della libertà di essere diversi.
La libertà, quella vera, non è nell'essere donne libere, ma nel liberarsi delle catene che ci mettono nell'ottica di doversi relazionare sempre agli uomini come scala di riferimento. E' l'ennesimo gruppo minoritario (per potere, che numericamente è un'altra storia) che lotta per avere gli stessi diritti di un gruppo maggioritario, quando la lotta dovrebbe essere comune, non un testa a testa in cui scannarsi a colpi di ormoni, ma l'unione di due forze allo scopo di eliminare il bisogno di distinguere in gruppi, far si che essere uomo o donna non sia la pregiudicante di questa o quell'altra cosa, riaffermare l'universalità implicita dei caratteri che trascendono il genere, per poter fare delle rispettive differenze un punto di forza che poggia su una solida base comune.

Mia nonna è del '36. Un marito, una casa, tre figli, una bottega. Avrebbe potuto divorziare? No. Aveva voce in capitolo nell'amministrazione dei beni familiari? Non apertamente. Eppure lei ha gestito da sola quella bottega; lei fermava mio nonno quando era lì lì per farsi infinocchiare, buono com'era; sempre lei ad imporsi e alzare la voce quando le questioni familiari si facevano troppo spinose; lei che invece di lamentarsi si rimboccava le maniche e alzava la testa, dimostrando che quando la parità la senti dentro non c'è nessuno che ti possa fermare. Mia nonna non è mai andata a fare aperitivo con un gruppo di amici, non ha studiato e non poteva uscire per una bevuta e uno spogliarello la sera dell'8 marzo. Ma se n'è fregata altamente, facendo spallucce quando sparlavano sul suo conto, ridendo in faccia a chi pensava che una donna sola a gestire un negozio, in un paesino, col marito fuori per lavoro e lei a trattare con clienti, fornitori, debitori e portatori sani di pregiudizio, fosse una cosa fuori luogo. Poi non nego che si sia trovata a soggiacere a regole sociali ineludibili a quei tempi; come non nego che ci sono cose che pensa per contagio (l'unico possibile all'epoca), come che "non sta bene" uscire di casa senza reggiseno; ma mia nonna è libera dentro, come lo è mia madre, ed è questo che mi hanno trasmesso, la forza incrollabile di fare ciò che si sente giusto, di perseguire la parità con l'intelligenza, lo spirito critico, la volontà di spostare, anche di poco, l'orizzonte di pensiero di quei beoti (e beote, perché ce ne sono) che nel nostro quotidiano si mostrano perfetti portavoce del maschilismo e di questa società azzoppata.

Metodi forse poco ortodossi e vistosi, metodi che non porteranno mai nessuno a scrivere un articolo su mia nonna o su mia madre, ma che portano me a dire " Ma lo sai che mia nonna, credente e praticante, ha mandato un prete a quel paese per averle chiesto una mazzetta un po' troppo generosa per celebrare la messa di mio nonno? Gli ha detto di vergognarsi, che povertà e carità li aveva lasciati parcheggiati dietro la sagrestia insieme al land rover, e che se c'era la luce in quel postaccio doveva solo ringraziare mio nonno, che ha fatto gli impianti elettrici al 90% delle abitazioni di quel paesino di capre", o a ricordare a gloria quella volta in cui mia madre, a un'insegnante che mi definiva "un cavallo da domare che fa comunella con i maschi", ha detto "mia figlia non la domo io, vuole farlo lei? Se fa comunella con i maschi sarà che con le compagne non ci si trova bene. Maneggi in zona non ne conosco, ma lei si levi dalla testa l'idea di domare mia figlia".
Non lo so cosa possa aver carpito la maestra Rossella da questo sarcastico avvertimento. Quello che ho recepito io è che la libertà si esprime ogni giorno, con le proprie decisoni, con le cose che si sceglie di dire o non dire, con ciò che si è disposti a mettere in discussione, con quanto come singoli individui possiamo fare per promuovere la caduta dei muri del pianto, di berlino, cinesi, che vedono gli esseri umani schierati con i genitali a vista a rafforzare stereotipi preesistenti.

Perciò auguro, mi auguro che questo 8 marzo sia di riflessione profonda, auguro alle donne di riuscire a non vedere nella frase "siamo donne" un valore aggiunto rispetto all'essere uomini, auguro agli uomini di non vedere "tette&culi" prima di persone;  auguro a quelle donne vittime di soprusi di sopravvivere agli aguzzini e di non smettere di lottare perché le cose possono cambiare; auguro agli aguzzini stessi di morire per propria mano perché hanno realizzato la portata dell'abominio; auguro che siano i diritti umani, pacchetto completo, all inclusive, il perno delle future battaglie; auguro al mondo di provare la lovetherapy invece che la guerriglia armata che trova sempre un motivo in più e mai uno in meno per sfoderare armi e artigli e sparare a raffica sulle file nemiche.
Auguri. A tutte le donne, a tutti gli uomini. Che anche se noi veniamo da Venere e loro da Marte, siamo
 parte del medesimo sistema solare, e viviamo tutti qui, su questa terra comune in cui sogno di vederci pacifici, forti della nostra ugliaglianza, forti delle nostre diversità.

lunedì 5 marzo 2012

SCHEGGE




La vedo da dietro un vetro.
Bellissima, come sempre, forse più del solito.
Ma ho un debole per quel suo viso diafano, l'ho sempre trovata di una bellezza sconvolgente.
Il caschetto in fiamme, marchio di fabbrica; gli occhi artici, come vetri in frantumi incastonati in quel volto color alabastro; il sorriso a fior di labbra, rosse pure quelle.
Lei non mi vede, trincerata dietro la consolle e quel muro di musica che la porta lontano. E' la prima volta che la sento suonare, anche se lo fa già da un pezzo.
Entro.
Passo gli sconosciuti danzanti, saluto gente inconsistente, le arrivo vicino e non riesco a dire niente per i primi due minuti; sembra annegare nella musica, mentre si dimena con le dita fuse con il mixer, ed io non ho il coraggio di tirarla fuori. Un attimo prima di urlare il suo nome mi chiedo se sia sempre così ubriaca quando suona. Probabilmente si. Urlo più forte. Lei alza gli occhi, ride incredula mentre indietreggia abbassandosi le cuffie, si avvicina e mi si getta tra le braccia. Ride tanto, ad occhi chiusi, con la testa appoggiata al mio sterno. Parla in maniera leggermente sconnessa, strascicata. 
- Sei sempre tu - , mi dice mentre la scia incandescente delle sue labbra rimane impressa sulla mia guancia insieme a tutta la tenerezza che mi fa.
Le sorrido, senza riuscire a dire molto in mezzo a quel casino, le allungo una caramella alla menta e mi allontano per fumare.
Lei torna ad annegare nella sua musica, io parlo con M. di com'è andata la performance e rivedo persone che, per un po' avevo perso di vista. Molti di loro sono approdati qui come me, soli, una manciata d'anni fa. Mi fa impressione appurare come loro si siano integrati al punto da non volersene più andare, mentre io mi sia sempre sentita una nota a margine di questa città in cui e su cui tante parole sono state dette. Non è il mio posto, penso per l'ennesima volta.
Rivedo anche il filosofo. Ci fumiamo l'ennesima discussione, su sesso e cultura, sesso e psicologia, sesso e uomini, sesso e donne. Lui è brillo, gli altri ubriachi, io irrimediabilmente sobria. Come sempre, il Filosofo ed io ci intendiamo alla perfezione. M. esce, cambiata e rivestita; scegliamo una panchina a caso e iniziamo a parlare, è troppo che non ci vediamo. Vorrei dirle mille cose, ma non è il momento, ingoio. Qualcuno, pochi metri più in là, inciampa in una sedia e per poco non cade. Riconosco la risata contagiosa, stagliarsi netta contro il ciarlare anonimo. Barcollano, lei e il suo caschetto in fiamme. Dopo essersi avvicinata ancora un po' , si lascia cadere su un divano occupato. Alterata, da una di quelle sbornie che sicuramente ricorderà, la osservo con una sottile apprensione. Prende forma sempre lì, all'altezza del cuore, quella specie di grumo di cose che spero essere solo un'impressione fugace ed immotivata. 
La fragilità con cui per la prima volta mi appare mi lascia senza fiato. Non avevo mai pensato a lei come ad una persona di cristallo. E mentre ride e parla in continuazione, la sensazione diventa sempre più netta. Mi fa quasi paura percepire lo stridere dei violini dietro quei denti bianchissimi ostinatamente schierati in assoluta sincerità. 
- Non ti sei ancora laureata? 'Ndiamo che l'è l'ora! Lasciatela alle spalle, è ora di scrivere. E' questo che devi fare, scrivere. Io e te ci si vede poco, ma il mio radar funziona bene.
Si indica il cuore mentre lo dice, e poi prosegue:
- Da quanto ci si conosce io e te? Un po', e se c'è una cosa che ho sempre pensato di te è che devi scrivere. Non ridere, non sono mai stata più seria. Scrivi porca puttana. Devi scrivere.
Le parole mi si sbriciolano in bocca. Lei ed io, negli ultimi 3 anni ci saremmo parlate 5 volte. Sentite, mai. So per certo di non aver menzionato la piega delle mie aspirazioni in questi ultimi anni. E c'è pure da dire che la nostra conoscenza non ha mai superato una certa soglia, per contingenze più che per mancanza di affinità. 
Che ne sa lei?
Come diavolo ha fatto? A leggermi dentro fino a dove ancora non ho scritto? Lo sa anche il cane che voglio scrivere, non è propriamente questo il punto. Sono le parole che ha usato, parole che non riesco neppure a ricordare esattamente per come sembrava me le avesse strappate di petto prima ancora che potessero diventare tali. 
Una radiografia in trenta secondi, crivellata di pensieri che credevo impercepibili ad occhio umano, ad occhio nudo.
Arriva F. "Vieni, su, ho smontato la roba da mezzora. Si va a ballare", riesce a convincerla, lei si alza incerta e se ne va. Prima di farlo si volta e mi chiama. Con la semplicità con cui aprirebbe una finestra, si fa spazio tra i miei occhi e mi dice "Intesi, Miw?". Annuisco sorridendo, abbasso lo sguardo e vedo un mignolo in attesa a mezz'aria. Aspetta il mio. Come due bambine, li intrecciamo, affidando loro una promessa senza nemmeno ci sia il bisogno di dire una parola.
E ci salutiamo così, senza sapere se e quando ci rivedremo, senza che la cosa di per sè abbia alcun significato.
Saluto M., il Filosofo, e me ne vado con i frammenti di vetro dei suoi occhi ancora nei miei. Puntano al cuore.
Cammino verso casa, sola, con la musica talmente alta da non sentire nemmeno il rumore dei miei passi, delle auto, dei passanti. Penso che ce la metterò tutta. Ce l'avrei messa tutta in ogni caso, è davvero quello che voglio. Ma quando ci saranno momenti bui (e ci saranno), penserò alle sue parole. Lascio qualche post- it sul cuore sacro, li appendo al muro con le schegge dei suoi occhi, così non rischio di perderli, di perdermi.