sabato 28 aprile 2012

# 0 #

Avrei voluto scrivere che è andato tutto alla perfezione; che la macchina dei miei non si è rotta il giorno prima; che mio padre non ha per poco perso la mia laurea, che non ho saputo che l'ordine di discussione era stato invertito la sera prima, dovendo spostare il rinfresco, riorganizzare arrivi, partenze, posti letto; avrei voluto scrivere che ho fatto una bella dormita pre-discussione, che la commissione mi ha lasciata parlare, spiegare il senso di questa tesi e che la cosa è filata a meraviglia.
E invece, la capacità delle cose di andarsene per conto loro, di sorprenderci puntualmente, è pressochè illimitata.

Mi siedo, nel mio vestito nuovo di pacca; non sento niente, nemmeno l'agitazione, placata dalla consapevolezza che ogni riga di quelle 100 pagine è stata un prodotto della mia mente, delle mie dita.
Inizio a parlare, un po' incerta ammetto.
Il presidente mi ferma, e mi dice di non aver capito il senso della mia tesi, cos'ho fatto e perché.
Tre volte.
E non perché non mi so spiegare, non perché non so rispondere, no.
Semplicemente, la iena, è prevenuta come se si trovasse a dover dormire di fianco ad un serial killer.
Sminuisce ogni cosa che dico. Non "contraddice", "svilisce" letteralmente.
Le argomentazioni, le sue, sono alla stregua del più infimo clichè da chiacchiera al bar sport.
"La Finlandia è al terzo posto nella classifica europea per parità di diritti uomo/donna (...) il senso dell'etica finlandese si avverte in ogni ambito della società (...)"
"Si ma sono pochi, è facile così"

Come aver risolto un'equazione difficilissima e sentirsi dire, senza alcuna cognizione di causa, "Si, ma erano solo sei numeri".
Bene, qualità subordinata alla quantità; mi fa piacere prof.
Non guardiamo al contenuto, sia mai; che qui "ci sono poche immagini, signorina"; "é una scelta, visto che la mia è una tesi analitico-sperimentale". Non le guardi nemmeno le cinquanta pagine di interviste che la sottoscritta si è fatta un mazzo tanto per fare, mi raccomando; si limiti a notare che ci sono poche "figurine" come le ha chiamate la seconda volta che me l'ha detto.
Sarebbe stato bello avere un contraddittorio stimolante, invece di sentirmi dire "Non voglio la lezioncina sul contesto storico, credo che i presenti abbiano una vaga idea di cosa sia la Finlandia". Nessuno insinua il contrario; ma se uso la moda e l'evoluzione dei connotati stilistici come strumento di indagine, magari, il mio è un discorso funzionale all'analisi pseudo-antropologica che mi accingo a fare della società. Magari eh, ipotizzo; l'ho scritta io, sa com'è.
"Il senso d'identità nazionale finlandese ha connotati inquietanti", mi dice ad un certo punto.
"Personalmente, in sei mesi passati a fare ricerche e interviste, ho avuto, al contrario, l'impressione di una genuinità che non credevo possibile"
"Non sono d'accordo; il loro spirito nazionalista è pericolosamente vicino al nazismo"

E via dicendo.

Oggettivamente è stata una discussione terribile.
Ho la tranquillità assoluta data dall'integrità del mio lavoro, dalla meticolosità e dall' entusiasmo con cui l'ho portato avanti, dal non essermene stata zitta alle sue "accuse".
Ma era difficile smontarle visto che lei era la presidentessa e trattava la mia tesi come l'avessi copincollata da wikipedia sul tema "Coco Chanel, la rivoluzionaria"; mentre io ero la studentessa soggetta a giudizio. Nonostante io parlassi per dati, ricerche, approfondimenti, basi concrete e lei per opinione personale di una che non c'è mai stata.

Sono soddisfatta di come ho gestito la cosa. Della mia laurea, del mio 102, del cerchio che si chiude.
Ho odiato non aver reso giustizia a quanto ho sudato, su quella tesi; alle conclusioni cui sono giunta, non aver potuto ma anche saputo mostrare il mio lavoro.
Fossi stata più preparata all'esposizione, probabilmente me la sarei cavata meglio; è anche vero che tutto mi aspettavo, meno che di trovarmi di fronte alla regina della polemica sterile, inacidita, casuale e inferocita.
Rimane l'amaro in bocca; per quelle persone che hanno fatto l'impossibile per esserci, per sostenermi, per aiutarmi, per i miei genitori che avrei voluto inorgoglire, in un giorno come questo. Non per il voto, o la laurea in sè, solo per il lavoro che, volente o nolente, con o senza colpa, non ho spiegato come meritava.
E lo so che le persone che mi amano sono comunque orgogliose di me.
Ma quel "comunque" non avrebbe dovuto esserci.

Alla mia relatrice, la presidentessa ha detto che mi sono difesa bene; "Allora lei ammette di averla attaccata?", ripeteva con quel suo buffo accento tedesco. E' un mito la mia relatrice. Lei lo sa bene, quale è stata la portata di questo lavoro; io pure, e va bene così.

Non sembra, ma sono felice.
PROFONDAMENTE FELICE.
Dovevo solo lasciar uscire queste cose orribili, scinderle da come mi sento in relazione alla mia laurea, alla mia tesi, alla giornata fantastica che è seguita, alla gioia suprema che mi ha quasi fatto venire una paralisi alla mandibola a forza di ridere per tutto il giorno.
Parlerò anche di questo, a tempo debito; ora la dottoressa si concede un meritatissimo riposo. E' finita. Si chiude una porta, si apre un buco nell'ozono.

Dottoressa. ^_^

0. Zero assoluto e non relativo. Nullo. Inesistente. Come il peso che voglio che abbia questa cosa, in relazione alla mia laurea.
Ci vorrà un po'.


venerdì 27 aprile 2012

# 1 #

Chi l'avrebbe mai detto che una come me si sarebbe potuta trovare senza parole?
Mah.
Ho bevuto l'ultimo orzo caldo nella primissima tazza da universitaria; quanto divento nostalgica in queste situazioni.
Se qualcuno avesse visto il mio stomaco o la mia faccia, da qualche parte, è pregato di farmi sapere dove, così vengo a riprendermeli.
Il conto alla rovescia volge allo zero, finalmente.
Non ne posso più, e neppure voi immagino.
Per la colazione di domani, yogurt fatto da mammà con tanto amore. Voto dieci e lode. Semplicemente sublime.
Ho una paura cane.
E non ho idea di chi abbia scritto 'sta roba.
Stavo pensando di stare a letto domani.
Stavo pensando anche che, secondo me, il Grande Lebowski era anche lui un fuori corso in tesi. Noto inquietanti somiglianze stilistiche.
 
In ogni caso, il mio outfit* è fotonico.
In ogni caso, Iva Zanicchi sarebbe fiera di me.
E ora venite, o cercatori della Zanicchi senza mutande! Fatevi avanti che è così che è cominciata l'odissea alla ricerca della Laurito, con una semplice menzione!

* Quello per domani/oggi, mica quello da Grande Lebovski!

1. Una. Una come me. Una notte ancora. Un sorriso di luna, aperto e perpetuo come quello che avrò domani stampato in viso.

giovedì 26 aprile 2012

# 2 #

Paturnieosa oggi.
Si piange, si fugge dalla gente e al tempo stesso si vorrebbe abbracciare tutti.
E l'errata corrige da stendere, le tesi da consegnare, il discorso da provare, vestito e scarpe da cercare, accoglienza parenti da fare.
Tutto in un giorno, tutto domani.
Training autogeno per impedire all'ansia di superare i livelli di guardia.
Tanto, in qualche modo, deve tornare tutto.
Ultimo giorno prima di chiudere il cerchio.
Un groviglio di emozioni dentro che non saprei spiegare.
Per la discussione, la mia famiglia, le persone che amo; ma anche le cose che finiscono, il simbolismo insito nello zenit di un percorso, tutti quei "vorrei" che mi pendono dagli occhi come foglie da un albero.

Sarà anche vero che piangere non serve a niente, ma se è per questo, nemmeno il contrario. Chi l'ha deciso, poi, che piangere sia inevitabilmente una cosa negativa?

2. Come gli occhi, i piedi, le mani; come Olio e Stanlio, Batman e Robin, Vanna Marchi e Do Nascimento.


mercoledì 25 aprile 2012

# 3 #

Che poi, uno, non se l'aspetta nemmeno.
Che l'ultima persona alla quale chiederebbe aiuto, sia quella che glielo offrirà.
L'ultima non per affidabilità, tutt'altro; per pudore, limitata confidenza, conoscenza.
Ed è offerto con una solerzia mista a naturalezza da rimanerci basiti.
Viene anche da chiedersi perché questa persona si prenda il disturbo.
Senza voler postulare inutili dietrologie, solamente per una sana curiosità.

Sediamo sui gradini di un baraccio chiuso, la schiena alle serrande e il vento in piena faccia.
Strappo con cura la carta color caramello, e tiro fuori il malloppo, rilegato in un blu davvero troppo sobrio per la sottoscritta.
Sbatto i piedi come Dorothy, un po' per nervosismo, più che altro per la felicità. Sfoglio le nottate in bianco, sorrido alle corse inenarrabili, impreco contro i misteri della formattazione, mi cruccio del perfezionismo linguistico mai sazio; e, alla fine, mi ritengo soddisfatta.

Gliela passo, mentre accendo la ventesima sigaretta del mattino.

La guarda, la rigira, legge a bocconi. Arriva in fondo e si beve le ultime tre pagine fitte di nomi, cose e persone. Si stupisce di essere nei ringraziamenti

Ironico che, entrambi, siamo così disinteressati ed ingenui da stupirci del reciproco gesto.

Ridiamo nel sole e nella stanchezza infinita che ci affligge da mesi. Dura quanto una folata di vento, questo tempo prepotentemente inconsistente, in cui il cuore si fa leggero e non pensa più a niente.

Te l'ho fatta ancora una volta, SignorTempo.


martedì 24 aprile 2012

# 4 #

Stavolta non ce la posso fare.
4. Alla seconda. Come il numero di ore da cui non levo gli occhi di qui.
Ho finito.
Dormo.

lunedì 23 aprile 2012

# 5 #

Ogni volta che il treno abbandonava la stazione, lasciavo che gli occhi vagassero fuori di lì, a destra o a sinistra, a seconda del lato da cui sedevo.
La cercavo sopra le rotaie, su quella piccola collina rocciosa, come un quinto punto cardinale.
E lei c'era sempre.
Difficilmente avrebbe potuto sparire, così, da un giorno all'altro. Ma era come se sentissi di dover controllare.
E' insolito rendersi conto di quante siano le cose, al di fuori di noi, che contribuiscono al nostro equilibrio.
La casa di legno rosa chiaro, era una di queste quando vivevo ad Helsinki. 
Era alta, mesta, vecchia e bellissima. Non ho mai smesso di chiedermi chi ci abitasse. 
Un pomeirggio di giugno, in una delle infinite passeggiate, in compagnia di Mr.Gorgeous, finimmo da quelle parti.
A ripensarci ora, fu una giornata bizzarra.
Ero passata a prenderlo verso le tre, MamaGorgeous era di umore nero, quel giorno; in casa non c'erano soldi, aveva dovuto impegnarsi un bracciale al banco dei pegni per pagare il gas. Entrai, con l'immancabile secchiello da passeggio di caffè nero ma non troppo; Venla mi corse incontro, saltellante e un po' spocchiosa, come sempre.
Ogni volta che entravo in quell'appartamento, non riuscivo a non rimanere sorpresa per la luce bianchissima che illuminava tutto; sembrava costantemente di trovarsi in un posto fuori dal mondo. Non so se fosse dovuto alla posizione, ma mi sembrava improbabile, visto che si trattava di una casetta al piano terra affossata in una strada zeppa di condomini.
Davanti allo specchio dell'ingresso, c'era una sedia, adibita a svuotatasche, solo che quel giorno era inclinata di 45° rispetto al solito. Sopra, un portafogli aperto con una manciata d'euro che usciva per metà, a ventaglio. Li guardai, istintivamente; Mr.Gorgeous sorrise vedendo il punto interrogativo che dovevo avere in mezzo alla faccia.
Uscimmo in strada, dopo aver salutato MamaGorgeous; c'era un sole di una bellezza ingiusta nei confronti di chi non poteva goderne.

" E' scaramantico. Gli specchi attraggono tutto ciò che riflettono, incluse le cose positive e negative; perciò la mamma ci mette davanti i soldi, cosicché il destino provveda"
"Mmmh... E' un'altra delle tue teorie sull'universo?"
"Esatto! Funziona, sempre! E' una questione di energie cosmiche; se vuoi qualcosa, l'universo non ti remerà mai contro. E' ovvio che non puoi aspettarti che ti piova una Mercedes tra capo e collo, ma se hai bisogno di qualcosa, se non sai come fare ma cerchi comunque di mantenere un atteggiamento positivo, di metterci tutto il tuo impegno, l'universo provvederà."

Sorridevo, ascoltando le sue bizzarre leggi sull'universo, sue e di sua madre. Non dubitavo che ci fossero delle energie a muovere il cosmo, ma pensare che addirittura l'Universo "in persona" si prendesse la briga di favorirci in qualche modo, sembrava troppo pure ad una svampita e un po' naive come me.

" Love the universe" mi ripeteva.
Era una persona così fragile; ho sempre creduto che il suo problema fosse la paura di lasciarsi vedere.

Pareva che i piedi sapessero dove andare, in quel dedalo di sentieri e strade e case e alberi. Anche i miei, nonostante la mia totale mancanza di senso dell'orientamento.
Finimmo su un ponticello rosso, che non avevo mai visto prima e che non ho mai più ritrovato; un gruppo di turisti spagnoli era intento a fotografarsi in  improbabili posizioni acrobatiche; il sole a picco, e lui che mi ripeteva che l'Universo ci ascolta.

Si ferma, occhi a terra.
Si china e raccoglie qualcosa.
Sono soldi.
Non un portafoglio, un fermasoldi, niente, nessuno intorno; perfino gli spagnoli non ci sono più.
Solo quei 150€.
Si rialza, si volta e mentre il sole gli inonda il viso niveo, un sorriso incredulo fa la stessa cosa.
Eravamo così eccitati che iniziammo a ridere e saltellare, come bambini.

Tuttora mi rendo conto che non può entrarci il Signor Universo in questa storia.
Eppure ...

"Andiamo, bella, stasera offro io; che ne dici se ci smezziamo un cinese untissimo?"
"Ma non è meglio se li usi per scopi un po' più nobili?"
"Ehi, ho detto che ti offro un cinese, mica ti porto da Carusel! Il resto va a mamma!"

Ripresero a girovagare, i nostri piedi; nel fitto di un boschetto inaspettato, dovevamo spostare i rami con le mani per non prenderli in piena faccia. L'aria satura dei posti dove le piante sono in numero nettamente superiore agli umani, le geometrie ballerine create dal sole che s'infilava tra i rami, io e lui in silenzio. Era bellissimo.
Cavato dal viso anche l'ultimo ramo, ci ritrovammo su una collinetta rocciosa. Mi voltai, verso destra, e lei se ne stava lì, legnosa, maestosa, rosa. La casa, la mia casa sconosciuta preferita. Sembrava disabitata, eppure giurerei fosse viva. Era ancora più incantevole, vista da vicino. Rimasi immobile per un tempo indefinito, a fissare le fondamenta e quel torrettino colonnato lassù in cima, quasi sopra il cielo, finchè a Mr.Gorgeous non venne fame.

Andammo al cinese di fronte a Karhupuisto, vicino casa sua. Ridemmo come matti, in mezzo a tovaglie troppo sontuose e bacchette usate per tutto fuorchè per mangiare.

Fu una delle ultime giornate che passammo insieme.

Tempo dopo, quando lui era già partito, passeggiando in quel parco davanti ad Hakaniemi, inciampai in qualcosa di impalpabile.
Era estremamente difficile, per me, non tenere il naso all'aria. Gli alberi da indovinare, le chiome sempre più verdi, i mille cieli pronti a declinarsi in gradazioni che non credevo possibili; tuttavia, lì, a quattro passi da casa di Mr.gorgeous e due dal mare, decisi di voltarmi e guardare in basso, per una volta, invece che regalare gli occhi all'Hakaniemi Round House.
Sola, col mio "addio" in tasca, pronta a lasciare la Finlandia poco dopo, realizzai che, davvero, l'Universo può.
Non so ancora bene cosa, ma può.

5, come i sensi. Usarli tutti, simultaneamente, consapevolmente, è una delle esperienze più stravolgenti al mondo. Anche se solo per passeggiare, si.


domenica 22 aprile 2012

# 6 #

Albeggia.
Riposata ancora prima di dormire, ascolto quei pochi che si svegliano di domenica alle 6.00
C'è un forno, sotto casa mia. O meglio, una succursale produttiva; che mica lo vendono il pane, lì sotto.
Se ti affacci alla finestra e inspiri profondamente con le narici, ci senti dentro l'odore del pane, le chiacchiere stanche, a volte un po' di musica.
Un pacchetto di caramelle, due di tabacco, la lampada accesa, la tesi sotto mano, e un sorriso che la sa lunga stampato in faccia. Non mi manca niente, al momento.
Forse un po' di tempo e buona parte delle note, ma ce la farò.
La stanchezza è arrivata in poche righe.
In realtà c'era anche prima, ho solo scelto la parola sbagliata.
Non "riposata", ma "distesa".
Era tanto che non mi succedeva.
Ultimamente sono così agitata che mi si contorce lo stomaco e riesco a mangiare solo per puro senso del dovere, senza alcuna percezione del gusto.
Si salva solo la colazione.
Grazie a Dio.
O meglio, grazie ad io che ho scoperto pure il miele di tiglio.
Uno dei miei primi, immediati programmi, quando tutto questo sarà finito consiste nel suonare l'ukulele per un giorno intero e spignattare dal calar del sole fino a che non risorge.
Mi sembra un ottimo piano per una QuasiLaureata.

Questo dulche de leche, ad esempio, è da rifare e perfezionare. E poi, c'è uno stampino per cioccolatini che aspetta di essere inaugurato.

Ogni cosa a suo tempo.


sabato 21 aprile 2012

# 7 #

L'atteso:
- dormire in divano causa oppressori del sonno fatti uomo in un unico russatore
- treno soppresso e graziearcazzo
- frustrazione per non essere riuscita a fare quanto prefissato
- frustrazione da correttore di bozze. Sarà una sindrome?
- frustrazione da procrastinazione

L'inatteso:
- la sveglia che ciondola dall'appendiabiti. Non sapevo dove metterla.
- scoprire i miracolosi prodigi di un caffè doppio
- battere il cinque con uno sconosciuto 
- litigare pesantemente con il calzolaio perché fa una battuta doppiamente omofoba
- il sole, ogni tanto, in mezzo alla pioggia
- inciampare in un vestito usato, fuxia, di paillettes e comprarlo per due euro
- sentirsi raccontare di una lacrima che scende

7 come i nani di cui, immancabilmente, ne sfugge uno quando si prova ad elencarli tutti.





venerdì 20 aprile 2012

# 8 #

C'è poco da fare; per quanto mi rifiuti categoricamente di credere che ci siano giornate che nascono già segnate, in positivo o in negativo, a volte devo solo ammettere che è l'unica spiegazione plausibile.

* Una carica di cinghiali russ(p)anti mi ha tenuto sveglia per le (già misere) 4 ore di sonno di cui dispongo. Stè russa, lo ha sempre fatto, ma stanotte, complice il mal di gola, ha toccato apici inimmaginabili. Inutile dire che avrò dormito due ore. Opportuno dire che mai in vita mia sono stata così felice di sentire una sveglia a orari ignobili e dovermi alzare poter fuggire.
* Lavori stradali. Fu così che, dopo 40 minuti d'autobus, perse la coincidenza. E la laurea di D. Per 15 minuti. 'ccidenti all'ataf, a me e ai lavori stradali.
* Se a -8 squilla il telefono e, sullo schermo, lampeggia il numero della segreteria, ci sono 99 probabilità su 100 che non sia nulla di buono. Il rimanente 1% è invariabilmente rappresentato da una compagnia telefonica a caso che vuole offrirti 84.000 minuti di chiamate e 630.000 messaggi in cambio della tua anima.
* E poi, è inutile che ti affanni per trovare la segreteria aperta, correndo sotto la pioggia, con il portatile, la borsa, l'ombrello che non hai tempo di aprire in una mano, gli occhiali grondanti nell'altra sennò non vedi una cippa. Tanto, quell'autobus, non lo prenderai comunque.
* Nella remota ipotesi in cui tu riesca a farlo, una volta a bordo, seduta, col mascara alle ginocchia e il pianto rotto in gola, si aprirà un varco tra la folla dell'una e, come un cristo sulle acque, apparirà magicamente il presidente del tuo corso di laurea che, per l'occasione, sfodererà prodigiosa memoria ricordandosi chi sei.
* Ah e sappi, si tu, proprio tu, che mettere in bibliografia il catalogo di una mostra consultato due anni prima, giusto per quel microscopico contributo a una delle ottomila frasi della tua  tesi, pensando che "Tanto chi c***o vuoi se la fili questa qui", produrrà un'inquietante eccitazione nella tua correlatrice, talmente fuori misura da insinuare in te il terribile dubbio che, magari, in sede di discussione, vorrà saperne (a pacchi in) più di quanto tu non ne sappia.
* Giusto per non farsi mancare niente, sappi anche che quel sorriso così spontaneo che ti nasce in faccia anche nelle circostanze più avverse, darà solo l'iniziale illusione di favorirti. Poi, mancotusaicome, ti si rivolterà contro, gettandoti nella spiacevole situazione di dover rinunciare ad un pomeriggio di stesura e studio per recarti ad una mostra di cui non ti potrebbe fregare meno. Si; perché sei rimasta così simpatica alla prof. che, come? Non ci vai alla prima della mostra curata da lei? Assolutamente si. Gliel'avrei chiesto io se non fosse stata così magnanima.

Dicesi anche quadratura del cerchio.
Ma poi, c'è qualche essere umano cerebralmente normodotato che l'abbia capita 'sta quadratura del cerchio? Perché io c'ho provato, recidivamente, pure in tempi recenti. Ma secondo me, non quadra proprio un bel niente, men che meno un cerchio.


giovedì 19 aprile 2012

# 9 #

Eravamo in tram, Mr. Gorgeous ed io. Appena superato Hakaniemi. Ero lì da abbastanza tempo perché i pensieri sgorgassero automaticamente in inglese. Mica come all'inizio, quando con accento maccheronico ma nemmeno poi tanto, chiedevo ad Alina se avesse visto quella cosa a forma di U con una gamba nel mezzo che si usa per mangiare, quella viola che mi portavo all'università.

Era di Maggio quando stavamo sul tram, a parlare delle parole. Una lingua che non è quella madre per nessuno degli interlocutori lascia ampio margine a fraintendimenti, generalizzazioni, incomprensioni. O forse lascia che esca solo l'essenziale, non una parola in più.
Love. Ne dici una e hai detto tutto. Amici, partner, familiari, animali. Quant'è riduttiva la lingua inglese, pensavo fino alla quarta fermata.
Le porte del veicolo tintinnavano quasi sopite, nell'aria satura di primavera. Anche nel mio cervello suonò un campanello. Mentre parlavo, mentre sentivo le parole uscirmi con una facilità di cui tuttora mi stupisco, mi si accese la lucina della comprensione.
Capire una lingua non significa solo sapere che forchetta si dice, banalmente, fork. E nemmeno si limita alla sorriso istantaneo che ti si piazza in piena faccia quando qualcuno ti dice "you came totally out of the blue". Capire una lingua è soprattutto capire il valore delle parole.

Come quando il Ragazzo Con Gli Occhiali mi raccontava del suo Portogallo, e del Fado, musica dell'anima che designa un sentimento talmente ampio da non poter essere pienamente comprensibile in nessun'altra lingua, in nessun altro Paese.
Fado è il destino, l'amore, l'ineluttabilità delle cose, ma anche la tristezza, l'amor patrio, lo scrivere la propria storia.

"Maybe there's only one way to say LOVE because it doesn't matter who and how, it's just LOVE. Period.", gli dissio mentre cigolavamo in una larga curva che fa la corte ad un'insenatura di Baltico, cobalto quasi più del cielo.
Magari c'è solo un modo per dire AMORE perché non importa chi e come, è sempre e solo AMORE. Punto.

Qana, si chiama la neve in eschimese. Solo mentre cade, però; altrimenti è Aput quando è al suolo; Piqairpoq quando si accumula. Chissà cosa significa capire realmente il peso di una tale distinzione.

La neve che cade, si stende al suolo, si accumula.
Avrà a che fare col divenire della vita, la neve che cade sotto gli occhi degli eschimesi?

Buonanotte D. 
D come il tuo nome, D come domani, D come divenire. D come i dieci giorni che mancano.
Si chiude una porta e si apre un buco nell'ozono.




mercoledì 18 aprile 2012

∞ 10 ∞

Ah, gl'inaspettati baci ... Non fanno alcun rumore, ma sembrano parlare anche se taci.
Pur con le calcagna foderate dal tempo, censore di labbra e cuore, invasore seriale di nottate a capo chino su fogli muti, profanatore di aurore che non si fanno aspettare, costretto a ritrarsi miseramente alla luce folgorante di un piccolissimo scambio di opinioni labiali. 

E indietreggi, tempo, ti accartocci, ti condensi, come muffa in un cantone talmente remoto da non poter essere più lontano di così. 

D'altronde ti prendi ogni mio sole con impietosa lucidità, sai ingoiare la luna di ognuna delle mie notti con ingordigia inesauribile, ti appoggi sul mio viso per ricordarmi che l'eternità sei tu e non io, cos'altro vuoi? Non puoi volere niente che non hai già, visto che le tue terre constano di ogni cosa tangibile di questo mondo.

Ma c'è un posto dove non puoi giungere, per quanto tu stiracchi quegli steli insaziabili con cui fai a tutti uno sgambetto lungo una vita, ci sono infinitesimali cristalli di esistenza che ti restano alieni, inarrivabili, impenetrabili, sospesi in un'apnea magnetica che trova spazio senza chiedere permesso.

E tutto si sostanzia lì, in quella nicchia gravida, embrione del bene assoluto, generato da elementi vuoti di te, pieni dell'universo intero, di respiri che ti tagliano l'aria, le gambe, il tempo, proprio a te che sei Il Tempo.

Sorrido, nell'attimo in cui salto, i piedi in aria, il cuore pure, lo sgambetto qui non me lo puoi fare. Dura poco, mi dici, ma te che ne sai di quanto durano i baci, in questo mondo chiuso ai tuoi artifici?
Ti si può sfuggire, angoli ciechi ne hai pure tu, basta usare il cuore per misurare le cose, e tu non esisti più.

Ogni giorno, ogni giorno che passerà, su cui passerai a renderlo tale di nome e di fatto, io salterò tutte le volte che potrò, soffiando in quel doppio occhiello che ride all'infinito; milioni, le bolle di felicità insaponata che ne usciranno; milioni i sorrisi dell'anima che nemmeno sai immaginare.
Alla fine, vincerai tu, comunque. Ma io sarò stata così felice, avrò dato luce a così tante bolle, che quei 21 grammi di universo che avrò creato, tu non li potrai mai nemmeno avvicinare.
Quella sarà la mia eternità.
Il resto è tutto tuo.
E, chissà come, penso che niente mi è mai parso così giusto.


martedì 17 aprile 2012

# 11 #

"E' arrivata una lettera per te."
"Ah si? Chi è, una banca svizzera che mi offre l'opportunità irripetibile di aprire un conto alle isole Cayman a un tasso d'interesse del 5%?
"A meno che il loro segretario non si occupi della corrispondenza manualmente, direi di no ... Viene da Amburgo"
" Amburgo?"
Mia madre mi allunga la busta, la stringo tra le mani e la annuso. C'è un foro nel mezzo, probabilmente si è rotta nel tragitto. Ma chi se lo ricordava di cosa profuma la carta che ha viaggiato per venire proprio da te?

L'intestazione sulla parte frontale parla chiaro, chiarissimo, nonostante la nota scrittura talvolta indecifrabile. La apro, con quella trepidazione sottile di quando si scarta un regalo inaspettato da qualcuno che si ama.
Dio, erano secoli che non ricevevo una lettera scritta a mano.
Ripenso a quand'è stata l'ultima volta che ne ho scritta e spedita una.
Non lo ricordo.
Però di recente ho spedito una cartolina sentita, vale lo stesso?

C'è pure una scatolina dentro; contiene delle pastiglie, e sul coperchio reca una scritta in tedesco che devo tradurre col fedele (e talvolta fallimentare) google translator.
"Pillole di felicità quotidiana".
Dentro ognuna ci sono dei minuscoli rettangoli di carta su cui sono raccolte citazioni sulla felicità.

La lettera è bellissima. Con le parole che corrono irregolari sul foglio bianco, libere dal sempiterno times new roman, libere di incresparsi e distendersi come pare a loro.

Lunghissimi auguri di compleanno, postumi, vergati in nero, sentiti col rosso del cuore.

Questo - 12 è per il Ragazzo Con Gli Occhiali e per i sentimenti imperituri che si tendono fino a dove serve, non importa se nel mezzo c'è l'oceano o l'infinito.

Live 200%, Feel 300%. As you said, mr. M.




lunedì 16 aprile 2012

# 12 #

- Ma quanto sei alta? 
- Come l'ultima volta che ci siamo visti, dottore. E quella prima, e quella prima ancora.
- Se ti metti i tacchi diventi altissima, un metro e novanta sicuro!
- Infatti, come può vedere evito. Anche se mi piacerebbe. Le scarpe col tacco sono così belle, è un peccato che mi facciano sembrare un travestito.
- Hahahahaaa, è vero, sembreresti un travestito! Hahhahahaa!
- -_-

Quella tra me e il mio dentista è una relazione stabile e duratura.
Privata della mia consueta parlantina per ovvie ragioni logistiche, lascio parlare lui. Gli piace Tiziano Ferro, me lo dice sempre. E poi mi chiede cosa ne penso. Puntualmente, come ogni dentista che si rispetti, non smentisce la scoperta di Marc sulla categoria:
I dentisti sono incapaci di fare domande che richiedano semplicemente un si o un no come risposta.

Scendo da quella poltroncina che sono un'altra persona. 
Il mio dente ha cercato di fare harakiri ma non è morto.
Lo aiutiamo noi, il bastardo.
Arsenicale liberaci dal male.

Non c'è più nessuno in studio.
Sediamo sul divano in pelle della sala d'attesa, lui fuma il sigaro.
Io, libera da trapani e arnesi infernali, fumo una sigaretta e, finalmente, posso ripristinare la mia parlantina.
Attacca a parlare di donne.
Ecco.
Meglio rimandare alla prossima volta che sarò sotto i ferri a bocca aperta.

12.
Come le uova che la nonna di Me. usava per fare quella torta enorme e soffice a tal punto che sembrava di addentare una nuvola. Immagino, perché non ho mai avuto l'onore di assaggiarla. Rimango sempre affascinata dalle torte delle nonne, dalle ricette tramandate in famiglia, quelle che portano con sé le storie di generazioni intere.

Volevo parlar d'amore stasera.
Invece ho parlato di dentisti e torte propedeutiche all'impennata del colesterolo.
Anche per parlar d'amore, forse, è meglio rimandare al prossimo blocco della circolazione verbale.


domenica 15 aprile 2012

# 13 #

Io, mia madre, la amo proprio tanto.
Visceralmente, certo.
Ma anche con cognizione di causa, per la persona che è, esulando dal fatto che è mia madre.

Non ho mai capito il senso dei Thun. E' il gusto a sfuggirmi, più che il senso. Semplicemente, li trovo orrendi.
Angioletti obesi che somigliano in maniera inquietante ad Angela Merkel, orsetti (ricchioni) con sguardo truce e assassino, segnaposti a fiorellino degni del miglior bugigattolo di chincaglierie cinesi. Com'è possibile abbiano un successo e un prezzo tale?
Davvero, inorridisco alla sola vista.
Con quei colori viranti immancabilmente al giallo, sembra ci abbiano sputato spruzzato sopra dell'english breakfast tea.

Mia madre odia i Thun.
Come potrei non amarla profondamente anche per questo?


E' sabato, cavolo. 
Ne mancano 13.
Di giorni.
Quando 13 era il numero dei miei anni ero tendenzialmente bruttina.
Anzi, brutta. Punto.
Non che ora sia la sosia di Claudia Cardinale, ma diciamo che posso dire di essermi allontanata  degnamente dalla cozzaggine, in seguito ad una non meglio identificata evoluzione cignesca. Non meglio identificata in quanto, fondamentale, sono rimasta uguale. Stessi lineamenti, stessa corporatura, ma non si sa come l'ensemble risulta armonico, diversamente da allora. Sembro la me 13enne però photoshoppata, ecco.
Ma non si rinnega niente, non i capelli a fantaghirò, non i Levi's 501 con il punto vita ad altezze fantozziane, non le temibilissime tute in acetato, infiammabili anche a un chilometro da un'innocua pietra focaia.
D'altronde, non s'è mai sentito che essere un'adolescente negli anni 90 sia stato d'aiuto a qualcuno, fior fior di telefilm di ogni razza ed estrazione lo dimostrano ampiamente, da Dawson's Creek, regredendo a Beverly Hills fino al temibile Primi baci (per chi l'avesse rimosso, trattasi di improbabile e malriuscito tentativo di teen-drama ante-litteram alla francese).

Questo tredicesimo giorno, quindi, lo dedico alla mia mamma, all'imbarazzante adolescenza anni 90, ai Thun e a tutti gli abominevole soprammobili di dubbio gusto che infestano le nostre case.
 

sabato 14 aprile 2012

# 14 #

Venerdì 13; ne mancano 14.

Arriva un momento in cui una persona deve prendere coscienza.
Io, oggi, ho preso coscienza del motivo per cui mi piace l'infuso di rosa canina.
E' quel retrogusto di sangue. Inutile stare a menare il can per l'aia e imbastire discorsi poco credibili sull'inconfondibile aroma di boccioli che sprigiona fin dal primo sorso, la verità è che trovo quel retrogusto di sangue delizioso.
E lo so che ammetterlo non mi fa onore, anzi, tutt'al più fa inquietudine. Ma tant'è, devo prenderne atto.

Faccio lo stesso con quei momenti di titanico delirio autoreferenziale. Prendo coscienza. Ho attimi di egoismo estremo in cui penso che vorrei che le persone stessero zitte. 
Tutte.
Che non mi cercassero, che non volessero niente da me, che mi lasciassero in pace.

Mi si ammassano sulle spalle, le cose che dicono, le loro voci, il rumore di quello che stanno facendo mentre parlano, persino i loro respiri, mi si attaccano addosso come sanguisughe.

E lo so che sono io il problema.
Io io io.
Brutta stronza egocentrica che non sono altro.

Gli uccelli lo sanno quando è tempo di migrare.
Ce l'hanno nelle ali, nelle piume, negli occhi, inseguono il sole alla ricerca della luce folgorante di un cielo squarciato dalla primavera. 
Io non sono un uccello, ma lo sento nei piedi, nel sangue, nel cuore.

La transumanza delle aspirapolveri. 
E' maschile, lo so; ma non in questo blog.


mercoledì 11 aprile 2012

FIN-SICK




Piove, là fuori.
Come la notte in cui ho conosciuto Jeano. Forse un po' meno.

Fa ancora caldo.
Settembre, probabilmente.
Dopo il lavoro rimango fuori con alcuni amici.
Sono le 3.30, mentre cammino verso casa, canticchiando come mio solito.
Mi si avvicina questo signore, chitarra in spalla, basco calato di traverso e una barba bianca che sembra avere un sacco di cose da raccontare; "Mais signorina, lei lo sa che ha una vosce oltremodo piascevole?". Accento francese,  tratti somatici inindovinabili per il probabile mix biologico di cui sono testimonianza.
Parliamo per quasi un'ora, camminando a casaccio.
Studia medicina, 65 anni o giù di lì, un figlio di dieci anni in Finlandia, un passato errante da inguaribile girovago.
Non riesco a seguire tutti i suoi discorsi. Un po' perché la mia cultura è nettamente inferiore alla sua, un po' perché a volte, secondo me, dice cose comprensibili altri che a lui.

Finiamo seduti su una scalinata, sotto una pensilina vicino all'archivio di stato.
Tira fuori la chitarra. Suona e canta. Suono e canto. Suona e canto. 
Per quella che mi sembra una lunghissima mezzora, condensata in qualche granello di pioggia. In questi momenti mi chiedo sempre se siano le onde sonore a conferire una densità assolutamente anarchica al naturale scorrere del tempo. O, almeno, a quello che riteniamo tale.
Frusta le corde in un modo indescrivibile, non ho mai visto nessuno suonare la chitarra così.
Anche lui ha imparato dalle sue mani, si vede.
Gli strumenti sono oggetti straordinari. Le persone, probabilmente, a conferir loro eccezionalità.

L'ho rivisto oggi, dopo qualche settimana.
Studiavo, sulla terrazza vista duomo delle Oblate.
Mi si avvicina, di nuovo, e mi chiede quanto manca. "Sempre troppo, Jeano. Ma ce la farò"
Anche a lui manca troppo. Un esame, il 19, o perde la borsa di studio.
Non gli dico niente, che a quelli come lui non servono incoraggiamenti, vanno come treni senza freni, inarrestabili, infaticabili.
Non dorme Jeano, non ha tempo, mi dice.
Ti capisco Jeano, e ti ammiro. A 65 anni hai la mia stessa tenacia più uno.

Girovago, di piedi, di pensieri, di parole. Mi racconta della sua Finlandia, del caffè schifoso che si beveva vicino ad Hakaniemi, in un posto di cui non colgo il nome, divorato dalla trepidazione con cui narra le cose; della madre di suo figlio,che vive a Kallio, dove vive anche uno dei miei amicanti, luogo da me prediletto in assoluto, in tutta la Finlandia esplorata. Descrive i finlandesi, e riconosco in lui il dente avvelenato di chi ci ha messo di mezzo l'amore, le mura, il mare e pure un figlio. 
Penso alla mia, di Finlandia, ai miei finlandesi, che ho scoperto, indagato, intervistato, passandoci sei mesi e tutta questa tesi, a cercare col lanternino ragioni per non ammirarli sinceramente. L'universomondo dietro ogni paio d'occhi è talmente grande che tutto non può che essere legittimamente soggettivo, che sorge qualche ragionevole dubbio sulla concretezza del concetto di "oggettivo".

Mi lascia un paio di indirizzi, prima di andarsene, tra cui quello di una fantomatica Casa degli Artisti finlandesi, di cui non sembra esservi notizia in internet, se non un misero indirizzo fisico.

E' a Grassina. 
Vedere cartina penultimo post.
Probabilmente non farò in tempo; nel caso, si prospetta ennesima traversata transoceanica.

Continua a piovere, là fuori.
Incessantemente.

Mi manca la Finlandia. L'ho già detto?

domenica 8 aprile 2012

PAS-QUAnd je suis seule, PAS-QUAnd je ne suis.

Non mi succedeva da anni.
ANNI.
Di ritrovarmi inginocchiata a terra a piangere dal dolore.
Lancinante, abbacinante, obnubilante.
Un'ora e venti minuti.
Senza sosta, senza respiro, senza coscienza quasi.
Cerco spigoli vivi dove battere la testa, mani sul viso per soffocare i singhiozzi e non svegliare nessuno, un solo pensiero fisso:

 Ma le persone sole, come fanno quando stanno male?

Le medicine, come polvere di gesso nell'acqua, si depositano sul fondo del mio stomaco senza scalfire minimamente il dolore. Una dopo l'altra, in mezzo ai capelli umidi e il sale delle lacrime, come niente fosse. 
Non ce la faccio, sveglio Stè, scendiamo nella pioggerella fredda di una Firenze addormentata, prendiamo la macchina e andiamo a cercare un dottore, uno sciamano, un santone, mi va bene chiunque al momento.
Lo troviamo.
Una donna con i rasta canuti mi apre la porta dell'ambulatorio fasciata in un kimono, con un paio di occhialetti sottili poggiati sulla punta del naso.
Sorride serena.
Noncurante, tranquilla e rilassata, mi prescrive una bombatomica sedativa senza nemmeno visitarmi. - Cosa pensi che sia?- mi chiede. Io lo so cosa penso che sia. Ma, tra le due, quella con le credenziali per affermarlo si suppone sia tu. Ma va bene comunque, "malasanità" si può leggere anche "Ma-La-Sanità?" Che fine ha fatto?
Impugno il foglio, usciamo, farmacia, gocceatomiche, letto. Ore 7.30. Dormo fino alle 16. E finalmente, il dolore non c'è più.
Il pensiero però rimane lì. Polvere di gesso, una volta ancora.

Ma le persone sole, come fanno quando stanno male?
Come farò io quando questo pezzo di vita scadrà ed io sarò sola, in un'altra città, senza il lusso di avere qualcuno da svegliare in piena notte per correre al pronto soccorso?

Oggi, oggi che sto bene, oggi che è Pasqua, ci sono solo io in questa casa, nessuno se non un tarlo a forarmi il cervello. I coinqulini, partiti; rispettivi paesi, pranzi, nuclei familiari; i miei, a 300 km da qui, siedono a tavola in questo momento, a ridere tutti insieme, con la nonna alticcia e lo zio che punzecchia la "piccola" di casa. Io, grande assente, me ne sto qui di fronte a libri, appunti e fogli word, pensando alla solitudine brutta bestia.
D'altronde, Natale in libreria, Pasqua sulla tesi; non fa una piega.
Per fortuna, ho intorno persone che si preoccupano per me. 
Due inviti a pranzo, declinati per rispetto all'imprescindibilità del vincolo sanguigno come cardine di questi ritrovi annuali. Inviti sentiti, lo so, non lanciati a caso. E mi ha fatto un bene immenso, anche solo sapere di essere voluta, voluta bene.

Poi ieri sera è passato qualcuno a fumare una sigaretta tra una bibliografia e una nota a piè pagina. In tesi, tutti. Intesi, noi. Non se n'è andato che un'ora fa. 
Due in tesi, due intesi, a dormire abbracciati, col buio a fare da coperta, l'odore della pelle e dei pensieri a lasciare il cuore nudo.
Non sono sola, anche quando sono sola. Lorenzo non ha detto niente di nuovo. Sono sola anche quando c'è qualcuno. Anch'io non ho detto niente di nuovo.
Pasqua, d'altra parte, significa passare oltre.
Ed io passo oltre il dolore, la solitudine, le prove del fuoco e del nove. E tutto torna. Soli lo siamo tutti. Però se lanci un urlo, forse qualcuno arriva. Chiedi e ti sarà dato.
E' che a volte non so chiedere.
Fortunatamente, chi mi conosce, ascolta anche quello che non dico.
Quindi ora, un grazie, lo dico. Col cuore. Nudo.

Buona Pasqua

venerdì 6 aprile 2012

CURE TERAPEUTICHE

"Buongiorno, sono la SignorinaLaureandaVienDalMar, chiamavo per l'intervista"
"Ah, lei è la ragazza in tesi con Ms. X?"
"Si; mi farebbe piacere incontrarla, perciò mi chiedevo ..."
"Ah si si, certo. Può venire immediatamente? Alle sei devo andarmene e poi non sono disponibile fino a maggio!"
"Nessun problema, dov'è il suo atelier?"
"Le Cure. Ce la fa?"
"Certo"

La distanza, è più o meno pari a quella sulla cartina. 
A rotta di collo, scaravento il pc nella borsa, insalamo i libri nella sacca e, armata di blocco, penna e il migliore dei sorrisi, inizio la traversata transoceanica per raggiungere le Cure. 
Sai che c'è? Prendo un autobus, che anche se non lo faccio mai, serviranno pure a qualcosa 'sti trasporti pubblici.
45 minuti, due autobus, mille stradine e una mela dopo, arrivo a destinazione.
Mi stringe la mano, questa donnina minuta e bella come l'isola da cui viene. Mi fa un caffè, mi presenta i suoi collaboratori, e lascia che mi guardi in giro.
Foto di lei, spille da balia, gessi, ritagli di tessuti, colletti di camicie.
"Visto che sei alta, provati questi pantaloni"
"Non ne metto un paio da quattro anni. Lo segni in agenda che questo è un evento"

Mi porta sul retro, dietro la sartoria. Manichini, abiti in prova, sfilacci di cotone stampato, spilli ovunque.
C'è una porta finestra in legno bianco che si apre su un raviolo di terra tenuto alla bell'e meglio; gira la maniglia cigolante dopo aver pescato una Merit dalla borsa.
"Vuoi una sedia? Io mi siedo per terra"
Non potevo chiedere di meglio, "No, grazie"
Sediamo; sugli scalini lei, sul cordone di cemento io. 
Fumiamo.
Lei parla. Io scrivo. E penso che, da principio, devo incutere un certo timore. L'altezza teutonica, il registro della voce, forse gli occhiali a mo' di segretaria che ha sposato un avvocato.
Racconta di quand'era piccola e suonava il piano.
Non riesco a staccare gli occhi da quel ciuffo di nuvola individualista che le si agita dalla sommità della testa corvina. Siamo in occidente, penso; a cinquant'anni, portare capelli non tinti, con la spontaneità di un caschetto dei vent'anni, non è cosa da tutti i giorni.
Non sa cucire come gli accademici del settore sostengono essere irrinunciabile. Sa cucire come le hanno insegnato le sue mani, i suoi tessuti. Niente cartamodelli. Solo quelli che una volta erano abiti di altre epoche, di altre persone, con altre storie. Riqualifica i vestiti, 'chè lei in fondo è un architetto. Disfare e rifare. Una moderna Penelope che non aspetta Ulisse, ma le sirene dell'ispirazione. E arrivano, puntuali, a dar vita a cose che stanno in piedi da sole, non perché inamidate ma perché quasi vertebrate. Mi piacciono i suoi pezzi. Anche se non sono il mio genere, fa cose che hanno un'anima, e pure un cuore.
Un'ora scivola via in quattro pagine di parole fitte fitte.
Esco di lì e decido di camminare. Si, dalle Cure fino a casa. Il tempo non è buono oggi, almeno non per arrampicare e fare pic-nic. Lo è, però, per camminare all'infinito, carica di libri, tecnologia e pensieri.

Lei non sa esattamente perché fa quello che fa, però fa e sa fare.
Siamo in occidente, penso; a cinquant'anni ammettere di non sapere, con la naturalezza dei vent'anni, non è cosa da tutti i giorni.

mercoledì 4 aprile 2012

STALKER TEXAS RANGER


 Ecco, questa è una di quelle cose che ho sempre voluto fare. Trovarmi casualmente ad inciampare in una connessione, munita di portatile, nel bel mezzo di un aneddoto succoso. Certo, non mi sarei esattamente auspicata questa particolare circostanza, ma mica si può sempre scegliere, no?
Facciamo che ve la racconto e basta, così, in estemporanea. 

C’è la fila davanti al bancomat. E c’è pure una bella panchina che sembra aspettare me. Mi siedo e, mentre mangio un panino, risistemo l’introduzione e ciarlo al telefono (si, tutto insieme; di questi tempi mica ci si può andare tanto per il sottile), mi accorgo che c’è un losco figuro, in coda, che mi osserva. Continuo a farmi i fattacci miei, come sempre. Poi inizia a piovere, io invoco divinità afferenti ad ogni religione conosciuta mentre cerco di trasportare tutto allo scalino riparato più prossimo a me; il tutto, ovviamente, al telefono. Ad un certo punto realizzo che la fila per la cassa continua si è esaurita, ma il tizio , nel frattempo, si è seduto ad aspettare non-si-sa-cosa proprio di fronte a me. Non pago, dopo essersi alzato incerto, si blocca al passaggio di una signora, ed io realizzo che lui spera ardentemente che lei debba prelevare, così da farla passare avanti e poter rimanere a fare il suo dovere di pedinatore seriale. Finta nonchalance come il caso richiede, continuo a parlare, raccolgo la mia roba e me ne vado. Mi eclisso sotto un arco di pietra sotto cui si trova un pub che frequento spesso, fumo una sigaretta, vicino all’ingresso e, tempo cinque minuti, eccolo là, in un angolo, vicino ad un vinaino, intento a ”leggere un giornale”. Riattacco, finisco la sigaretta e, mentre sono coperta da uno stuolo di turisti di passaggio, entro nel pub, ordino un caffè americano e mi siedo nella saletta interna. Riavvio il portatile, riapro i (milioni di) file della tesi, e mi rimetto a lavorare. Il caffè è incandescente. Certo, avrei evitato di ustionarmi se, alzando lo sguardo davanti a me mentre cercavo di indovinare la temperatura del suddetto, non avessi visto lo stalker con l’aria innocente e un caffè in mano far capolino dalla stanza principale. 

Ora se n’è andato, mi dice la barista. Tra 5 minuti devo uscire, ho un appuntamento. Nel caso mi trovino a brandelli in un vicoletto, sappiate che era un incrocio tra Lorenzo Lamas e Magalli; aveva una coda brizzolata, basso, corporatura medio-robusta. E, sempre nel caso, è stato un piacere conoscervi.

martedì 3 aprile 2012

DIARIO DI UNA SQUINTERNATA


Ho scritto, intervistato e redatto. Bella quella di oggi, inaspettatamente bella.
Ho mandato un CV importante. Ci ho messo pure la foto. Chissà se un CV è davvero un parametro attendibile per valutare una persona.
Ho peregrinato. Non so cosa sia, ma ormai, dopo 4 minuti di camminata a passo spedito con il pc e i libri, i polpacci sembrano prendere fuoco e mi fanno un male cane. Cammino 5 km al giorno di media da sei anni, che è 'sta storia?
Ho riarrangiato, steso paragrafi, cercato sinonimi come si faceva con le pepite d'oro. Struttura, Ambito, Dominio, Problematica, Determinante. Dubito la licenza poetica sia un concetto ammesso nella stesura di una tesi, ma sono certa che dovrebbero esistere molti più sinonimi delle sovracitate parole.
Ho fatto amicizia con la ragazza giapponese che lavora al Lion's. Fa un caffè gigante buonissimo, ride tanto e dice che siamo belli, noi italiani, mentre i giapponesi hanno le gambe corte, storte e la testa grande.
Ho fatto una scaletta scritta per la giornata. CV, Bibliografia, Helsinki District Design, Interviste.
Ho fatto anche altro e la scaletta è solo parzialemente mutilata. La mancanza di ubiquità o, comunque, di capacità di spostamento celere al punto tale da potersi definire teletrasporto, non aiuta a rispettare le scalette.
Ho constatato che la modalità tesi affligge ogni ambito della mia vita. Nel parlato informale, non riesco a conversare senza metterci un "omnicomprensivo" o un "tendenzialmente trascurabile" butatto lì, alla fruttivendola ottantenne che si lamenta della Firenze divenuta incivile e pericolosa.
Ho pensato che non lo so mica se riesco a reimparare il francese. Non so neanche se mi piace, il francese.
Ho cenato di fronte al computer. Il tg2 in streaming, con le cuffie e altri quattro cazzoni come me lì a studiare, ha un sapore indescrivibile, tra la tristezza e il sollievo. 
Ho mangiato un MegaPaninoArabo TonnoPomodoriRucolaSalsaAiFunghi. Era buonissimo. E il mio amore per la salsa ai funghi rasenta pericolosamente l'idolatria.
Ho finito le arance. 3 mele rimaste. Senza non ci posso stare. Sono poche, ovvero tabacco, caffè, mele e miele. Sono poche ma imprescindibili, DEVO tassativamente averne in quotidiane dosi massicce.
Ho una playlist da scrittura che mi fa sentire un leone. Se non vedo il riflesso di gazzella in una finestra (di word) ci credo pure parecchio.
Ho pensato a tutte le cose bellissime che vorrei fare per la mia festa di laurea. E dopo. E dopo ancora. Poi basta perché, in realtà, la mia inibitissima capacità programmatica, nonché di chiaroveggenza, vede al massimo fino a dopodomani. Astigmatica, pure lei.
Ho sentito le gocce sulla pelle, sui capelli e sui vestiti. Non succedeva da tanto. Stavamo zitti, sotto la pioggia. Stavamo zitti perché avevamo detto tanto. Perché altro aveva senso.
Ho ascoltato un proverbio koreano che voglio ricordare. Lo spazio vuoto è importante tanto quanto quello pieno. Banale? Forse. Ma sfido qualunque occidentale ad elencarmi un ambito della propria vita in cui questo principio venga applicato.
Ho fantasticato sulle possibilità di esperienze extra-corporali. Vorrei un pisello per l'occasione. Freud aveva ragione. In parte. Perché, fondamentalmente, la cosa che mi preme, è solo sapere cosa si prova a poter fare la pipì stando in piedi.
Questo blog ha raggiunto livelli da "mio caro diario".
Vabbè, passerà. Non me ne vogliate.

lunedì 2 aprile 2012

QUESTIONI PROSPETTICHE, VITRUVIANE E ASTIGMATICHE: quando un righello non basta a misurare le intercapedini cerebrali

E' risaputo, o almeno, io lo so, che la meticolosità non abita certo questo corpo; tanto meno questa mente. Non posso dire di averci fatto pace, ma è un'odiosa componente con cui, a tratti, credo di saper convivere. A tratti, appunto. 
Giorni alterni, fasi lunari, mestruali, circadiane.

Ora io mi chiedo, perchè devo essere una persona così distruttivamente anarchica?
Il senso della misura mi si inceppa di continuo. E lo fa solo lì, in quei due o tre ambiti tanto stupidi quanto cruciali. Lo fa un po' in tutto, in realtà, è che in alcuni non subisce la mediazione di altri fattori.
Forse qualcosa è venuto meno nel kit di di base in (presunta) dotazione.
Io, davvero, non capisco. Non mi capisco. E mi sta sul cazzo, perché è una delle poche cose che so fare. Capirmi, analizzarmi, spaccare il capello in quattro e a sua volta in sei, slittare i punti di vista, collezionare cavilli per avvalorare tesi opposte, indagare anche dove è buio e si procede a tentoni, scarpe chiodate e torcia alla mano.
Nonostante questo, il senso mi sfugge di continuo. 
Proprio non capisco, porcaputtana.
Perdo obiettività, capacità di giudizio critico, perdo gli obiettivi e divento orba. Cosa sia ad orbarmi è mutevole. Degno di interesse, probabilmente di menzione, ma ho la bocca cucita e non posso vomitarlo qui.

E' che poi, sto uno schifo. Stessi bene, me ne strafottesse il cazzo (e scusate i reiterati francesismi), ci andrei a braccetto con questa capacità di sabotaggio, di noncuranza ignorante che mi plagia fin nelle viscere. E prendo i pali in piena faccia, quando la segnaletica l'avevo pure vista bene. Eccheccazzo. No. Io non voglio essere così. Voglio capire cosa ci sta dietro e cambiarlo come si fa col mobilio, passato lo svarione della pop-art assurta a decorazione di ogni singola cazzata d'uso quotidiano.

Oh la belle vie. Sans amour. Sans soucis. Sans problème., recita una canzone che amo tanto.
E' questo che voglio, che sono? 
No. 
E allora?
Allora niente, sono punto e a capo.
A capo.


domenica 1 aprile 2012

STAKANOVATTELAPPESCA


Oggi sono spensierata. 
Saltello, rido, guardo negli occhi, parlo e rido ancora.
Ho bevuto solo 3 caffè, ed ho dormito 7 ore. No, dico, 3 CAFFE' e 7 ORE DI SONNO. Non succedeva da mesi. 
Per pranzo mi sono fatta un supercrepe con un superipieno; mi sono concessa una doccia lunga un giorno invece dei soliti cinque minuti d'orologio; ho dato una parvenza di decenza al bagno; ho lavorato per l'ultima volta in libreria, salutando chi c'era, promettendo di tornare per chi non c'era; ho camminato di notte, con un megacaffèamericano da passeggio; ho parlato d'amore in un parco, tra gli alberi che fingevano di dormire e invece ci ascoltavano; ho ringraziato sinceramente con le parole, ho detto tanto altro senza usarne nemmeno una.

E' stata una giornata bellissima. Picco umorale +2.480. Che si sa, manco il Nasdaq riesce ad essere volatile quanto il mio umore di questi tempi. Perciò direi che è un gran bel risultato.

La tesi, oggi, non l'ho manco toccata. Anche se avrei dovuto. Ma non importa. Camminare senza dover correre perché, per un ritardo del prof, rischi di trovare un ufficio chiuso; bere un caffè assaporandolo e perché ti va, non in maniera funzionale all'efficienza di palpebre e cervello; ridere perché qualcuno ti ha detto qualcosa di divertente e non da sola, davanti ad un monitor, quando realizzi che lo strafalcione che hai appena scritto è molto più freudiano che grammaticale. Se Parigi val bene una messa, una giornata inaspettatamente buona, val bene un monte ore sottratte al dovere. Tanto poi, per osmosi, impollinazione, decompressione, il bene che mi sono fatta tornerà indietro moltiplicato sotto forma di pagine word (vedere alla voce "autoconvincimento").

Carica.
Ri-carica.
Di nuovo, pronta a nottate in bianco e tour de force.
No rush, diceva sempre la guida con cui andai in Russia.
C'ha ragione.