mercoledì 18 aprile 2012

∞ 10 ∞

Ah, gl'inaspettati baci ... Non fanno alcun rumore, ma sembrano parlare anche se taci.
Pur con le calcagna foderate dal tempo, censore di labbra e cuore, invasore seriale di nottate a capo chino su fogli muti, profanatore di aurore che non si fanno aspettare, costretto a ritrarsi miseramente alla luce folgorante di un piccolissimo scambio di opinioni labiali. 

E indietreggi, tempo, ti accartocci, ti condensi, come muffa in un cantone talmente remoto da non poter essere più lontano di così. 

D'altronde ti prendi ogni mio sole con impietosa lucidità, sai ingoiare la luna di ognuna delle mie notti con ingordigia inesauribile, ti appoggi sul mio viso per ricordarmi che l'eternità sei tu e non io, cos'altro vuoi? Non puoi volere niente che non hai già, visto che le tue terre constano di ogni cosa tangibile di questo mondo.

Ma c'è un posto dove non puoi giungere, per quanto tu stiracchi quegli steli insaziabili con cui fai a tutti uno sgambetto lungo una vita, ci sono infinitesimali cristalli di esistenza che ti restano alieni, inarrivabili, impenetrabili, sospesi in un'apnea magnetica che trova spazio senza chiedere permesso.

E tutto si sostanzia lì, in quella nicchia gravida, embrione del bene assoluto, generato da elementi vuoti di te, pieni dell'universo intero, di respiri che ti tagliano l'aria, le gambe, il tempo, proprio a te che sei Il Tempo.

Sorrido, nell'attimo in cui salto, i piedi in aria, il cuore pure, lo sgambetto qui non me lo puoi fare. Dura poco, mi dici, ma te che ne sai di quanto durano i baci, in questo mondo chiuso ai tuoi artifici?
Ti si può sfuggire, angoli ciechi ne hai pure tu, basta usare il cuore per misurare le cose, e tu non esisti più.

Ogni giorno, ogni giorno che passerà, su cui passerai a renderlo tale di nome e di fatto, io salterò tutte le volte che potrò, soffiando in quel doppio occhiello che ride all'infinito; milioni, le bolle di felicità insaponata che ne usciranno; milioni i sorrisi dell'anima che nemmeno sai immaginare.
Alla fine, vincerai tu, comunque. Ma io sarò stata così felice, avrò dato luce a così tante bolle, che quei 21 grammi di universo che avrò creato, tu non li potrai mai nemmeno avvicinare.
Quella sarà la mia eternità.
Il resto è tutto tuo.
E, chissà come, penso che niente mi è mai parso così giusto.


4 commenti:

Venerabile Vetusto (smorfiato) ha detto...

Sì, è vero. Parli sempre di te ma in realtà non riveli. Hai ragione.
Piuttosto che niente ti nascondi dietro nuvole di fumo e metafore: come scatole cinesi. Una metafora che dentro ne ha un'altra...
Questo numero 10 spero vivamente che non vinca il Nobel.

miwako ha detto...

Nobel per la scatola cinese più cinese della storia?

Rivelo a chi ascolta tappandosi le orecchie, a chi guarda ad occhi chiusi.
Sennò nisba. Fili aggrovigliolati all'infinito, parole senza senso.

Vetusto, vetusto ... Sembri sempre sapere dove sta il giusto. Ma tu, le orecchie, ce le hai?

Vetusto Ebby arrossendo ha detto...

Vero, già: io, le orecchie, ce le ho?

Tra cenere e terra ha detto...

Ehi, ma quanta poesia c'è qui??!!

Brava, ti meriti un bacio