giovedì 19 aprile 2012

# 9 #

Eravamo in tram, Mr. Gorgeous ed io. Appena superato Hakaniemi. Ero lì da abbastanza tempo perché i pensieri sgorgassero automaticamente in inglese. Mica come all'inizio, quando con accento maccheronico ma nemmeno poi tanto, chiedevo ad Alina se avesse visto quella cosa a forma di U con una gamba nel mezzo che si usa per mangiare, quella viola che mi portavo all'università.

Era di Maggio quando stavamo sul tram, a parlare delle parole. Una lingua che non è quella madre per nessuno degli interlocutori lascia ampio margine a fraintendimenti, generalizzazioni, incomprensioni. O forse lascia che esca solo l'essenziale, non una parola in più.
Love. Ne dici una e hai detto tutto. Amici, partner, familiari, animali. Quant'è riduttiva la lingua inglese, pensavo fino alla quarta fermata.
Le porte del veicolo tintinnavano quasi sopite, nell'aria satura di primavera. Anche nel mio cervello suonò un campanello. Mentre parlavo, mentre sentivo le parole uscirmi con una facilità di cui tuttora mi stupisco, mi si accese la lucina della comprensione.
Capire una lingua non significa solo sapere che forchetta si dice, banalmente, fork. E nemmeno si limita alla sorriso istantaneo che ti si piazza in piena faccia quando qualcuno ti dice "you came totally out of the blue". Capire una lingua è soprattutto capire il valore delle parole.

Come quando il Ragazzo Con Gli Occhiali mi raccontava del suo Portogallo, e del Fado, musica dell'anima che designa un sentimento talmente ampio da non poter essere pienamente comprensibile in nessun'altra lingua, in nessun altro Paese.
Fado è il destino, l'amore, l'ineluttabilità delle cose, ma anche la tristezza, l'amor patrio, lo scrivere la propria storia.

"Maybe there's only one way to say LOVE because it doesn't matter who and how, it's just LOVE. Period.", gli dissio mentre cigolavamo in una larga curva che fa la corte ad un'insenatura di Baltico, cobalto quasi più del cielo.
Magari c'è solo un modo per dire AMORE perché non importa chi e come, è sempre e solo AMORE. Punto.

Qana, si chiama la neve in eschimese. Solo mentre cade, però; altrimenti è Aput quando è al suolo; Piqairpoq quando si accumula. Chissà cosa significa capire realmente il peso di una tale distinzione.

La neve che cade, si stende al suolo, si accumula.
Avrà a che fare col divenire della vita, la neve che cade sotto gli occhi degli eschimesi?

Buonanotte D. 
D come il tuo nome, D come domani, D come divenire. D come i dieci giorni che mancano.
Si chiude una porta e si apre un buco nell'ozono.




3 commenti:

Pier ha detto...

questo conto alla rovescia ... che ansia. Come un tunnel sognato e da sognare

Anonimo ha detto...

Sono in Erasmus in Spagna. Quello che dici mi suona così familiare..all'inizio mi faceva impazzire il fatto di dover parlare dieci minuti per far capire alla mia ex coinquilina tedesca cos'è un sedano. Non è tutto...studio Lingue. Le parole mi affascinano; la linguistica mi sta sempre più simpatica; mi sono innamorata del linguaggio poetico che involontariamente noi stranieri usiamo per mancanza di lessico più "normale"; e descrivere le cose nel modo in cui tu descrivevi una forchetta (e io un sedano) non è in fondo una bellissima partita a Taboo?
Sofia

miwako ha detto...

@ Pier: Ogni conto alla rovescia che si rispetti deve mettere ansia per essere tale. Ansia produttiva, però, adrenalinica. Uscito dal tunnel di sogni?

@ Sofia:E' verissimo e bellissimo ciò che hai scritto. Aggiungo pure che è anche più interessante vedere a quale immagine ci si riferisce per descrivere qualcosa di cui non si conosce il nome; dice molto della persona, dell'atteggiamento, della cultura di provenienza.

Mi raccomando, non fare niente che io non farei. Erasmus docet.