venerdì 6 aprile 2012

CURE TERAPEUTICHE

"Buongiorno, sono la SignorinaLaureandaVienDalMar, chiamavo per l'intervista"
"Ah, lei è la ragazza in tesi con Ms. X?"
"Si; mi farebbe piacere incontrarla, perciò mi chiedevo ..."
"Ah si si, certo. Può venire immediatamente? Alle sei devo andarmene e poi non sono disponibile fino a maggio!"
"Nessun problema, dov'è il suo atelier?"
"Le Cure. Ce la fa?"
"Certo"

La distanza, è più o meno pari a quella sulla cartina. 
A rotta di collo, scaravento il pc nella borsa, insalamo i libri nella sacca e, armata di blocco, penna e il migliore dei sorrisi, inizio la traversata transoceanica per raggiungere le Cure. 
Sai che c'è? Prendo un autobus, che anche se non lo faccio mai, serviranno pure a qualcosa 'sti trasporti pubblici.
45 minuti, due autobus, mille stradine e una mela dopo, arrivo a destinazione.
Mi stringe la mano, questa donnina minuta e bella come l'isola da cui viene. Mi fa un caffè, mi presenta i suoi collaboratori, e lascia che mi guardi in giro.
Foto di lei, spille da balia, gessi, ritagli di tessuti, colletti di camicie.
"Visto che sei alta, provati questi pantaloni"
"Non ne metto un paio da quattro anni. Lo segni in agenda che questo è un evento"

Mi porta sul retro, dietro la sartoria. Manichini, abiti in prova, sfilacci di cotone stampato, spilli ovunque.
C'è una porta finestra in legno bianco che si apre su un raviolo di terra tenuto alla bell'e meglio; gira la maniglia cigolante dopo aver pescato una Merit dalla borsa.
"Vuoi una sedia? Io mi siedo per terra"
Non potevo chiedere di meglio, "No, grazie"
Sediamo; sugli scalini lei, sul cordone di cemento io. 
Fumiamo.
Lei parla. Io scrivo. E penso che, da principio, devo incutere un certo timore. L'altezza teutonica, il registro della voce, forse gli occhiali a mo' di segretaria che ha sposato un avvocato.
Racconta di quand'era piccola e suonava il piano.
Non riesco a staccare gli occhi da quel ciuffo di nuvola individualista che le si agita dalla sommità della testa corvina. Siamo in occidente, penso; a cinquant'anni, portare capelli non tinti, con la spontaneità di un caschetto dei vent'anni, non è cosa da tutti i giorni.
Non sa cucire come gli accademici del settore sostengono essere irrinunciabile. Sa cucire come le hanno insegnato le sue mani, i suoi tessuti. Niente cartamodelli. Solo quelli che una volta erano abiti di altre epoche, di altre persone, con altre storie. Riqualifica i vestiti, 'chè lei in fondo è un architetto. Disfare e rifare. Una moderna Penelope che non aspetta Ulisse, ma le sirene dell'ispirazione. E arrivano, puntuali, a dar vita a cose che stanno in piedi da sole, non perché inamidate ma perché quasi vertebrate. Mi piacciono i suoi pezzi. Anche se non sono il mio genere, fa cose che hanno un'anima, e pure un cuore.
Un'ora scivola via in quattro pagine di parole fitte fitte.
Esco di lì e decido di camminare. Si, dalle Cure fino a casa. Il tempo non è buono oggi, almeno non per arrampicare e fare pic-nic. Lo è, però, per camminare all'infinito, carica di libri, tecnologia e pensieri.

Lei non sa esattamente perché fa quello che fa, però fa e sa fare.
Siamo in occidente, penso; a cinquant'anni ammettere di non sapere, con la naturalezza dei vent'anni, non è cosa da tutti i giorni.

6 commenti:

Pier ha detto...

mi fai ricordare quando da piccolo spiavo mia madre mentre lavorava, ritagliando la stoffa nuova sugli abiti usati per ripercorrerne il modello e poi cuci scuci imbastisci attacca bottoni e fai l'orlo .. è come una magia ...
la magia del fare cose 'concrete' tangibili - utili - vere - quella che a volte mi capita di provare, pensare, sognare, che fa un pò parte di tutti noi, avidi, assetati di antichi saperi che si rinnovano e di lavoro genuino che fa parte dell'animo.

Tra cenere e terra ha detto...

E poi fare, fare soprattutto. Perchè pensare, emozionarsi pure ma poi non fare è vivere da poeta un po' sfigatello. Ma fare, fare è vivere d'artista. Fare ciò che piace, con semplicità.

Vado un po' per luoghi comuni, saltello agli antipodi. Mi piace quando ti fermi a riflettere su cosa hai vissuto "esattamente". E mi fai sorridere sempre. Una mela fa ridevo a crepapelle pensando alla cartina che hai pubblicato. Io mi ci rullerei una sigaretta. Un bacio.

carpe diem ha detto...

finalmente hai trovato qualcuno che ti dedicasse un po' del suo tempo per te fango...perchè a te piace ascoltare, annusare, scrivere, chiedere,comporre,fare e disfare...vedrai che la tua tesi sarà perfetta..o almeno per me lo sarà...anche se sarò lontana...come sempre

neb ha detto...

l'insegnamento degli altri.
lo scorrere di loro intere vite in 10 minuti.
ispiranti.
fumanti di gioia, dolore o panico.
o semplicemente pure perle di qualcosa che noi non avremo mai.

raro ma indimenticabile.
ma non vale anche solo per ste cose mettersi a scrivere una tesi?

enzorasi ha detto...

Tu sai fare: pochi tratti e l'aria, il sapore delle cose e delle persone sta lì davanti, vivo e ben definito. Da mangiare. Tu sai proprio fare...sei occidentale?

miwako ha detto...

@ Pier: E' bello quello che dici, è bello che ci sia un sapere che è fattivo più che mentale, depositato nelle nostre dita inconsapevolmente, custodi di memorie che non sapevamo di avere. Un po' di tempo fa ho fatto una crostata; mentre scorrevo i fili di pasta frolla con le mani per farli diventare circolari e metterli sopra la marmellata, le mie dita mi hanno ricordato che l'avevo fatto un milione di volte, da piccola, insieme alla mamma.

@ Ogni tanto mi piace prendermi, perdermi in una giornata da poeta sfigatello, è un punto di vista privilegiato in un certo senso, per tutte quelle cose che, da oziante, si riescono a sviscerare osservandole nei minimi dettagli. Il giorno dopo, però, ho bisogno di tornare ad essere me stessa, tornare a fare, anche senza sapere. Un abbraccio bello

@ Carpe diem: Grazie fanghetto. Lo so che ci sei anche se siamo lontane. Idem con patate, lasagne e colomba pasquale.

@ Neb: certo che vale, vale sempre il triplo di quanto non si riesca a realizzare lì per lì. Bella la mia tesi, a volte me la abbraccerei. Altre volte le darei fuoco, ma credo la passionalità sia una componente necessaria alla gestazione di qualcosa di così personale.

@ Enzo: A quanto ne so si; da generazioni, ci riteniamo biologicamente occidentali. Ma chi lo sa, i miei avi; ho il cervello un po' a mandorla, e pure mia madre. Qualche prodigiosa falla ad oriente deve esserci stata.
Detto da uno che sa fare, il complimento vale doppio. Grazie Enzo.