martedì 29 maggio 2012

IO BALLO DA SOLA

L'ho sempre fatto.
Anche quando non sembrava, anche quando sola non lo ero.
I piedi nudi, i capelli sciolti.
Una mano a raccogliere la gonna, per non inciampare; l'altra a raccogliere le stelle, per non perderle di vista.
Tante luci, tante persone.
Io ballo con tutti, ma ballo comunque sola.
E sembra non finire mai.
E invece la musica rallenta, si fa tenue e leggera, come il vento in questa stagione. Qualcuno mi guarda le mani, mi prende per gli occhi. Mi innamoro; balliamo insieme, mi lascio trasportare, perché non lo so come si balla in due. La verità è che penso che non siam fatti per ballare in due, ma ci provo lo stesso. Poi, lentamente, il mutamento s'infila tra di noi, ci allontana quella musica che sembra venirmi da dentro in totale asincronia con quella che viene da fuori, fino a non distinguere che una debole sagoma l'uno dell'altra. La stoffa tra le caviglie, mi muovo lenta, innaturale, mi sento persa senza le stelle, con quel paio di mani tra le mie che non riconosco più.
Le lascio andare, un giovedì qualunque; mi riprendo le mie stelle, la mia pelle.
E mi sento bene.
Mia, solo mia, finalmente, senza muovermi di un millesimo da quella che sono, autarchica e anarchica,  lontana anni luce da chi si voleva che fossi.

Danzo per un po', sempre sola, spensierata, col cuore leggero come una cesta di nuvole, ho un sorriso che sembra giorno anche di notte, anche se lì per lì non me ne accorgo.
C'è qualcuno in fianco a me. Balla, pure lui. Quando ci scorgiamo tra tutto quel fracasso sembra che non esista più nient'altro. Ci fermiamo, ci guardiamo, per lungo tempo, vicini fino a contarsi le ciglia. E ridiamo, mentre balliamo tenendoci una mano, balliamo, in mezzo al buio denso di cui intessono le notti quelli che si amano, ridiamo come matti, piangiamo come bambini, e imparo che si può ballare con qualcuno senza lasciar andare le stelle, senza desiderarsi altrimenti da quelli che si è.
Col tempo, imparo anche che, se non ti tieni saldo per quell'unica mano, può succedere che non ti trovi più, che i rispettivi ritmi circadiani inizino a pulsare a battiti crescentemente diversi, fino a divenire inconciliabili.
E non c'è niente di sbagliato in tutto ciò, c'è solo tutta la naturalezza, l'inevitabile tristezza con cui l'amore nasce, vive, si trasforma.

Così riprendo a ballare, sola, come intimamente ho sempre saputo di dover fare. Senza un grammo di stoffa addosso, danzo alla luna, alla meraviglia dell'esistenza, dell'amore che se lo lasci andare prima che si spenga sa rigenerarsi, rinascere, diventare altro e rimanere sé stesso.
I piedi conoscono i passi, le mani non sono avide di stelle, il corpo è nudo, senza vergogna, senza nascondersi, così com'è e così come sono.
Sembra non debba finire mai, anche stavolta.
Ma mentre mi muovo senza sosta, libera come una falena notturna, inciampo nel sorriso di qualcuno, o forse è lui ad inciampare nel mio; fatto sta che siamo fatti di carne, di cuore, di casualità, e proprio quando penso che ballare da sola non è mai stato così bello, appagante, equilibrato, mi ritrovo accidentalmente a ballare con qualcuno. Stessi passi, sinfonia diversa.
E parliamo, di qualsiasi cosa, parliamo la stessa lingua, ridiamo, ci scopriamo, ci arrampichiamo, la notte, sulla cima di questa città che sembra nuova, per vedere cose mai viste prima, per lasciarci spogliare dall'alba che incalza. Ma stavolta è diverso, stavolta io continuo a ballare da sola, al pulsare del mio sangue, lui balla da solo, al ritmo dei suoi respiri. Le mani si cercano, le giungiamo quando vogliamo, le disgiungiamo con la stessa facilità, quando ognuno ha la sua musica a domandare attenzione.
Così siamo al sicuro, mi dico, così ballare da soli rimarrà il punto cardinale di un tango della vicina lontananza, o della lontana vicinanza; come volersi, allontanarsi, aversi, proteggersi, l'un l'altro, l'uno dall'altra, ognuno per sé.
Tanto basta a non imbastire qualcosa, a non urlare "Nessuno" e dare un nome a quel che altrimenti si ribellerebbe, a convincersi che sia sufficiente a non sentire i cuori allacciarsi come stringhe.

Non ne sono più tanto convinta, ora che manca un mese alla mia partenza.
Un mese e sarò via di qui, a 1200 km, o giù di lì.
Migriamo in Belgio, io e i miei piedi gitani.
Non so come si balla nei Paesi francofoni.
Non so nemmeno se mi va più di ballare, ora come ora.
Vorrei solo avere il tempo per.
E vorrei capire se siamo condannati a ballare soli e accompagnati, in una perenne intermittenza, senza mai trovare la giusta distanza.


venerdì 25 maggio 2012

IL GIORNO DEL CACTUS

Bevo un caffè caldo alla finestra, sempre col consueto pizzico di cannella nella miscela, mentre fumo la sigaretta migliore della giornata.
Molte le zanzare, troppi i pensieri che mi fanno compagnia.
Maggio è un mese bellissimo.
Il sole tramonta tardi, pur senza essere ancora troppo invadente.
L'aria profuma di fiori, di nettare, di aspettativa, di sabbia non troppo lontana e interminabili notti impunturate di stelle e parole.
Oggi mi hanno regalato un cactus.
La cassiera di un supermercato che non frequento abitualmente, dopo averle sussurrato "coraggio, è quasi finita" vista l'ora e la fila di ultiminutisti, mi ha sorriso, ha preso una piantina dal banchetto vicino alla cassa e mi ha detto "Tieni, questa te la regalo".
Ho guardato quei cactus per cinque minuti, pensando a quanto è bello decidere di comprare una pianta e tornarsene a casa sorridendo con la spesa sotto braccio e una pianta fra le mani; poi ho avuto compassione di loro, sapendo che la sopravvivenza dei cactus, nonostante mi fregi di un pollice quanto meno verdolino, è un territorio che mi è sempre rimasto oscuro.
Ma si vede che era destino, per il cactus ed il mio pollice verdolino, d'inconrtrarsi da vicino.

La radio è accesa, mentre inforno il dolce a tema di questa giornata, ci ho messo cacao, yogurt e una cucchiaiata di nutella; il tutto, una volta raffreddato, verrà farcito con crema di latte e panna.
Entra un vento lieve dalla finestra spalancata sulla città che dorme, si mescola alle note di Jingle Bells che escono da Radio Tacoma Oldies e al profumo di vaniglia e cioccolato che si propaga nella cucina. Per un attimo, complici i pensieri che si sono infilati dove ancora non osano le aquile e tanto meno le parole, non mi sembra neppure di essere dove sono.
Irreale questa casa deserta, il profumo di cacao e fiori, la musica natalizia, le braccia nude per l'estate che ormai scalpita, i cerchi concentrici della mia mente che orbitano attorno alla mia testa come gli anelli che abbracciano saturno.

I pensieri sono in vena di free climbing stasera, le emozioni pure. Si aggrappano al cuore, alle vene, alle pareti, e mi lasciano inebetita. Come con la salsa di soya, sento la dolcezza, l'agro, l'amarognolo, tutto in maniera indistinta.
Felicità e tristezza finiscono a far l'amore, di quando in quando.
Le ultime giornate sono state dense di cose che non so dire. Probabilmente perché quando son cose che non succedono ma sono, invisibili e palpabili, è molto più complicato metterle in tavola come si farebbe con un poker d'assi.
Nemmeno mi preme, a dirla tutta. Voglio solo tataure questa carta posticcia con quello che sento in questo esatto momento.
La pioggia cadeva al contrario solo due giorni fa, proprio come le mie lacrime, che scendono verso l'interno per paura di essere scoperte. Acuta, sfacciata, quasi imbarazzante questa felicità che coincide con una fine annunciata. Le labbra piene di risate, le mani intrecciate, le parole mozzate.
Sarà che più si sente, meno si è in grado di esprimerlo.
Sarà anche che al mio corpo sembra di essere in carne viva, ricoperto da un miliardo di cuori, tutti vivi, attivi, ricettivi.

Il cuore è uno zingaro e va, cantavano Nada e Nicola di Bari oltre 40 anni fa. Ma per andare serve una bussola. E se la bussola è il cuore, chi fa da bussola al cuore?
Che ne sa lui, avrà mica sempre ragione?
Non me la dite la risposta, per carità.

La torta è pronta da un po', fa caldo, Eartha Kitt cinguetta Santa Baby dalle casse del computer, ed io preparo quella crema di latte e panna che mi piace tanto. Beppino il Cactus, osserva il tutto interdetto, non lo sa ancora che è finito con un aspirapolveredistelle un po' particolare.
Magari è il NataleBis a farmi quest'effetto.
Si, dev'essere così, è pure il 25 oggi.

venerdì 18 maggio 2012

PERDERSI L'ALBA SOLO PER DORMIRE

Dita attorcigliate, pensieri che s'incastrano a metà strada tra il cervello e il cuore, piedi freddi, notti mai troppo lunghe, mai troppo deserte, sempre un caffè in più del dovuto, gli alberi del giardino di casa che ascoltano in silenzio confessioni che non faccio, il sole di maggio, il vento di maggio, i miei capelli lunghi che ho sognato mutilati, il divano verde, l'infimo politicame e l'indignazione che sale da dentro, mia nonna che vuole venire via con me, mio nonno che non c'è più da un bel pezzo ma ancora mi manca, i regali orribili, la mappa del mondo e quella del cuore, guardare le stelle, pestare una cacca perché gli occhi stanno sempre appesi al cielo, i miei piedi in suolo straniero, le persone che non conosco, non leggo da troppo tempo, mi sento inaridita, la schiena delle foglie, degli esseri umani, delle cose, mi manca il mare, pesa anche la leggerezza a lungo andare, voglia di conoscere, tempo di differenziare, rifiuti, persone, pensieri, io finisco nel secco mentre vorrei stare nell'umido, come si fa a perdersi l'alba solo per dormire?, ho i piedi troppo piccoli, a volte credo di cadere, "fai prima se fai così", "prima è sempre meglio?", dalla vita in giù il mio corpo funziona al contrario, al mondo serve una terapia comportamentale, vorrei fare la tappezziera, credo che le orchidee siano bellissime, chissà se le mie braccia sono così lunghe perché io riesca a fare una carezza mantenendo le distanze, mi serve spazio, tra un po' sarà pure troppo, "Serenata al Mondo" di Romano Battaglia mi ha aperto uno squarcio in mezzo al cuore, darei un braccio per fare due chiacchiere con la me stessa bambina, il reparto "tostapane" è l'unica cosa che dà senso al mio ingresso da MediaWorld e affini, progressi in ambito diabetico-pasticcero, è una vita che non ho un tappeto, mi piace nuotare, meno tuffarmi, ma se urlassi tutto quello che sento cosa succederebbe?, essere additata come un genitale ambulante attentatrice a coppie collaudate da chi non ho mai nemmeno conosciuto mi fa una tristezza inenarrabile, stando al mio armadio il nero è il colore della primavera, devo ancora capire coma funziona la fisica quantistica, pregare non fa di qualcuno un santo, indossare una corazza non fa di me una persona immune, ma si smette mai di amare qualcuno? io dico di no, non credo ai segni del destino ma se ci credessi sarebbe come un campo di fiori in questa stagione, "pretendere" dovrebbe essere una parola illegale, forse qualcosa che non tornava è andato a posto, "volontà" invece è una parola bellissima, non sono pronta ma magari mi sbaglio e pronti non lo si è mai.

martedì 15 maggio 2012

GLI STUDI SOCIOLOGICI DEI FRATELLI S.

C'è che a noi fratelli S. piace elaborare teorie a caso. Cioè, non proprio a caso, ma su temi per cui a nessuno verrebbe in mente di perder tempo ad elucubrare. Ne enunciamo continuamente, non senza aver considerato la casistica e riflettuto sugli estremi che differenziano i malati dai sani. Così, oggi, 15 maggio 2012, vi delizierò con la crème de la crème delle bizzarre teorie dei fratelli S.

SINDROME DA PANDA: Abbiamo una Panda a casa. Bianca, del '97, era di mio nonno. A. dice che, in viaggio su una strada, urbana, extraurbana, non importa, qualora si trovi qualcuno uscente da una perpendicolare o da un cancello, questo farà il possibile per immettersi prima dell'arrivo del baluardo delle Fiat anni '90, indipendentemenete dalla velocità che intende mantenere, da quella della Panda e dalla distanza che intercorre tra le due. Questo per il pregiudizio che vede la Panda piccola e lenta. In realtà, nel 90% dei casi, ci si ritrova davanti un bidone che fa i 25 in centro abitato. E non importa se è un Cayenne, una Punto GT, una vecchia Y10, questo succede puntualmente.

SINDROME DELLA PELLICOLA TRASPARENTE: Mi capita di dormire vestita in divano, in nome della pigrizia. Non disdegno calzini spaiati. Capita anche di cenare seduti per terra, alle tre del mattino con nutella e grissini, quando il tavolo straborda di stoffe e disegni. Questo per dare l'idea di quanto poco mi formalizzi e di quanto scarso sia il mio bisogno di ordine. Poi però, mentre ricopro la ciotola della macedonia con la pellicola, mi trasformo nella regina incontrastata del perfezionismo. La pellicola dev'essere tesa in maniera esemplare, senza una grinza. L'impressione dev'essere che sopra non ci sia niente. La soddisfazione che ne deriva è inquietantemente alta. Sospetto di non essere l'unica.

SINDROME DEL VICINO ROMPICOGLIONI: Non si spiega come mai, anche la persona più affabile, rilassata e disponibile, si trasforma immancabilmente in uno scassapalle di proporzioni inaudite quando diventa un vicino di casa. La coppietta di anziani il cui giardino confina con quello dei miei non fa eccezione, simile a tante altre: letto presto, sveglia pure, ridono, profetizzano circa il meteo dei giorni a venire, curano i roseti e sparlano ingenuamente (forse nemmeno poi tanto) del vicinato. Ma se le foglie della nostra magnolia osano, spinte dal vento, valicare il confine che separa i due giardini, i due affabili vecchietti si trasformano in un misto tra Freddy Kruger ed Edward mani di forbice. E se ne lamentano, come se la giurisdizione eolica del paese fosse nelle mani della famiglia S. che, tiranna e sadica, si diverte a spingere le foglie morte dei propri alberi negli altrui giardini. Si, certo, noi ci divertiamo così; azionando mega ventilatori notturni che concretizzino le nostre mire espansionistiche servendosi di fogliame morto. L'epilogo è stato, tutto sommato, felice. Casa nostra è rimasta chiusa e deserta per un paio di giorni; al ritorno i miei hanno trovato una fantastica rete, scura e fittissima, che funge pure da paravento. La cosa positiva è che, si spera, non avranno più modo di demonizzare le nostre foglie secche; quella negativa è che, quando il sole sta tramontando, se si guarda in direzione del paravento, si vede la sagoma scura della vecchia spazzare il vialetto, e la cosa in qualche modo che ancora mi sfugge, ricorda la scena madre di 9 settimane e 1/2. Raccapricciante. Soprattutto perché suddetta signora sembra molto più simile al Caro Leader con una parrucca da It, piuttosto che all'avvenente Kim Basinger.

SINDROME DI FURIO: Simile, per certi versi, a quella da pellicola trasparente, questa sindrome affligge per lo più gli uomini; l'età non è una caratteristica discriminante. Anche il cazzone più fatalista di questo mondo, almeno una volta nella vita, ne ha sofferto. Ore 4.45, partenza per la traversata automobilistica, direzione irrilevante (spesso, comunque, è l'oktoberfest). Tutti più o meno assonnati, spesso dimentichi di qualcosa di non troppo rilevante, come le ciabatte o lo spazzolino da denti, tranne lui, il guidatore, nonchè viaggiatore irreprensibile. Mentre gli altri faticano e tenere gli occhi aperti, lui sposta, incastra, organizza. E lo fa con tutto; dai bagagli, alle persone, passando per le bottiglie d'acqua e la moneta per l'autostrada, al fine di trasformare l'Opel Corsa in un equilibrato ed efficiente mostro da strada. La volontà di creare le perfette condizioni di viaggio sfocia nel disturbo mentale. Il viaggiatore irreprensibile ha consultato il meteo almeno 227 volte prima di sedersi al volante; ha calcolato la quantità massima di acqua bevibile da ognuno per non doversi fermare prima del duecentoquindicesimo chilometro; ha salvato nelle chiamate rapide i numeri di anas, viabilità, polizia stradale, madre e moglie; inoltre, anche quando il viaggio è particolarmente lungo, spesso vuole essere il solo a guidare, uno e trino con la sua automobile e il suo ego. Può succedere che a tale sindrome si associ anche la famigerata Sindrome da Panda, visto che la Pandina è considerata un deterrente per il corretto sviluppo della tabella di marcia. Due dei maschi della mia famiglia ne soffrono. Io non posso fare altro che esprimere la mia solidarietà per le Magda di tutto il mondo.


giovedì 10 maggio 2012

BASTA UN POCO DI ZUCCHERO ... MA ANCHE NO.

Non si muove una foglia, fuori di qui.
La notte è più scura del solito, forse anche più silenziosa.
E' tutta questione di equilibrio.
Se manca lo zucchero, il lievito non ha di che nutrirsi; di conseguenza l'impasto non potrà gonfiare più di tanto.
E' tutta questione di equilibrio, non solo per le torte.
Penso questo mentre sbatto le uova insieme al burro.
Scoprire che mio fratello ha una malattia incurabile, condizionante ma non gravissima, ha prodotto una serie di cambiamenti inevitabili; nella sua vita, nella nostra, nelle dinamiche del quotidiano.
Alcuni non propriamente felici; altri decisamente negativi; qualcuno, dai risvolti imprevedibilmente positivi.
Dove prima c'era la distrazione involontaria di chi si siede a tavola dopo che la mamma, solista suo malgrado, si è occupata praticamente di ogni cosa, ora c'è una piccola orchestra sinfonica che cucina insieme con un'armonia che non finisce ancora di stupirmi.
Sera dopo sera, la cena è diventata quasi un rituale.
Anche se non si può certo dire che in questa casa sia mai mancata la verdura e, con essa, l'attenzione per la qualità dei pasti, le contingenze hanno portato ad un esponenziale aumento della cura per il cibo. Non in maniera maniacale, tristemente subordinata ai dettami di una malattia che mutila consistentemente il sacrosanto libero arbitrio culinario, ma in modo stravagante, fantasioso, oserei dire piacevole.
Mio fratello prepara le mega-porzioni di insalata personalizzata; chi con poca rucola, chi senza radicchio, chi con doppia dose di cetrioli. Io mescolo yogurt (home made, certificato da mammà in persona e dalla sua yogurtiera) con senape, limone, un filo d'olio e due ciuffi di erba cipollina appena colta. La mamma prepara il salmone in court bouillon. Mio padre non si smentisce, stappando il vino e tenendosi alla larga dai fornelli.
E intanto consacriamo abitudini nuove, (s)parliamo dei vicini che sparlano di noi, ridiamo delle inezie quotidiane, discutiamo di come questa crisi che non si vuole ammettere per incrollabile ottimismo, si sia infilata anche in questa casa.

"Non tutto il male vien per nuocere", recita il detto. 'Sti cazzi. E probabile che chi l'ha inventato abbia pronunciato queste parole dopo che gli si è rotto il tosaerba, obbligandolo a riscoprire il piacere di curare il giardino alla maniera d'un tempo, ma dubito avesse il diabete.
Ciò non toglie che il cucinare tutti insieme come non abbiamo mai fatto, è un risvolto estremamente positivo e inatteso di tutta questa storiaccia.
Serve tempo, si finisce per cenare spesso ad orari spagnoleggianti e l'ammontare della spesa mensile in frutta, verdura, pesce e ingredienti di prima scelta è vicina al debito pubblico; però ne vale la pena.
Curioso che da quando manca lo zucchero in questa famiglia, si respiri una dolcezza che non avevo mai sentito prima.

martedì 8 maggio 2012

SALE D'ATTESA

Aspetto.
Cose piccole, microscopiche, in questo post-cogitum in cui la pace dei sensi riesce ad occupare quasi tutto lo spazio che c'è.
Quasi.
E ancora rimango affascinata dalla millimetrica, silenziosa precisione con cui l'attesa smaglia i fili delle cose quando sono ancora nuove.
Come con le calze.
Il ginocchio si flette, la fibra si slabbra, il foro si allarga.
Le notti si inseguono, il tempo si crepa, l'attesa si gonfia.
L'hic et nunc ha la stessa pindarica consistenza del futuro.
Non ce la si può fare, noi che funzioniamo a pile per un'ottantina d'anni, quando va bene.
Si mangia la torta e si aspetta il caffè, la tazzina alla bocca e la sigaretta già scalpita, nicotina nei tubi e lo stomaco sogna di avere i piedi per potersi alleggerire.
E la fascinosa prepotenza con cui l'attesa dà senso a quel che verrà, a volte, può respirare autonomamente, egocentricamente, nella masturbatoria e narcisistica soddisfazione di sé stessa.
Può essere così dolorosamente piacevole qualcosa che ha a che fare con l'insicurezza, la mancanza, l'insoddisfazione, il bisogno?
Avrei detto di no.
Ma dove c'è una trama c'è un ordito, intessuto, questa volta, di possibilismo, speranza, sogni e preghiere.
Il sottile logorio, l'insistenza piacevole di una carezza, l'elettricità, i nervi tesi un attimo prima di baciare qualcuno, l'apnea dei respiri e dei pensieri.
Sa di tutte queste cose, l'aspettare.
Credo sia la prima volta che realizzo la portata di questa parola.
Improvvisamente, le sale d'attesa mi sembrano luoghi straordinari. 


sabato 5 maggio 2012

VULCANO

Il profumo del caffè nero esce dalla tazza sbeccata con i fiori.
Quando ho il tempo necessario ad apprezzarlo, penso sempre che il caffè rappresenta un piccolo momento di perferzione.
L'attimo prima di sorseggiarlo, quando il naso è quasi dentro la tazza, l'odore scivola tra le narici e diventa un tutt'uno col sapore che seguirà. E poi la sigaretta, connubio sublime tra il dolce del trinciato e l'amaro del caffè.
Anche nelle lunghe giornate di stesura, anche con il sottoprodotto finto e polveroso delle macchinette automatiche dell'università, riuscivo in qualche modo a staccare il cervello per cinque minuti e a riprendere fiato.

Ora, qui su questo divano, nel pigiama a quadri (ebbene si, tra le mie balorde e casuali mises notturne, ieri notte sono inciampata in un pigiama), cerco di godermi il tutto in religioso silenzio.
E ci riesco.
Dopo il culmine della laurea, il mio corpo ha presentato il conto.
E vorrei anche vedere; mi ha seguito mansueto per mesi e mesi, senza colpo ferire, era scontato che avrebbe preteso una congrua ricompensa.
Io stento a concedergliela. O meglio, lo faccio, ma sono irrequieta.
Perché c'ho provato, a riposarmi, ad abbassare i livelli d'allerta cerebrali, ed effettivamente, devo dire che sto finalmente dormendo di più. Ma quando sono sveglia, apriti cielo, sembro un puledro recalcitrante; mica faccio niente poi, visto che mi sto imponendo il riposo; ma dopo due giorni di nullafacenza assoluta mi sembra di impazzire.

La verità è che io non voglio riposarmi. Non voglio svegliarmi all'una e non voglio avere il tempo per pensare che sarebbe ora di sistemare il guardaroba.
Prima di tutto io non sistemo il guardaroba, non faccio i cambi stagionali e vado fiera del mio DIVordine.
In secondo luogo, non s'è mai visto che una come me usi il tempo per sistemare gli armadi.
"Scrivi, cucina, suona", direte voi. Mi piacerebbe. Ma per la prima servono forze mentali che per ora languono (anche se aprire il file word dove giace un racconto incompleto è stata la prima cosa che ho avuto il coraggio di fare, praticamente due giorni dopo la laurea); per la seconda mi ritrovo a non sapere come visto che, in casa con un diabetico, non voglio sfornare i miei soliti pastrocchi iperglicemici; la terza è l'unica che ho ripreso e che mi fa stare bene.
Se vado avanti così mi ritroverò (orrore-orrore) a fare quella benedetta cernita di abiti e cianfrusaglie che rimando dalla terza media (data dell'ultimo censimento dei miei averi). E non è che non ne abbia voglia, figuriamoci, so che è probabilmente giunto il momento e finalmente ho l'occasione di dare un senso a quel magma iniziale che è la mia stanza; è solo che farlo significa che niente di più importante/soddisfacente deve essere fatto. Ragazzi miei, non so a voi, ma a me sembra che qui stiamo alla frutta.

Oltretutto, io proprio non capisco.
Un tempo ero la regina delle dormite atomiche fino a pomeriggio inoltrato, la paladina indiscussa del cazzeggio fine a sè stesso, l'imperatrice del dolce far niente; e ora? Odio dormire più di sei ore, stare su questo divano mi fa sentire convalescente e se mi prendo mezza giornata di relax, alla sera, mi sento come se mi avessero incatenata ad un letto di chiodi obbligandomi a guardare una maratona di "Porta a porta".
Non sono più quella di una volta.
Ed è un bene. Io che professo tanto la positività del cambiamento, sono felice che una nuova me si sia fatta strada tra la fatica di questi mesi. Ora, io e lei, dobbiamo "solo" imparare a convivere, devo solo capire che lei ed io siamo la stessa cosa, sempre uguale, sempre diversa.

C'è una luna grandissima, là fuori. E' vicinissima alla terra, così luminosa che nel giardino dei miei sembra giorno pieno. Sarà enorme anche domani. Non dimenticatevi di guardarla.

giovedì 3 maggio 2012

L'AUREATA

Ore 4.50.
Le dita grinzose, a forza di stare nell'acqua.
La cucina è uno specchio (di stagnola, s'intende; è evidente che non ho il gene della colf filippina).
I fiori sul tavolo, insieme a 8 quintali di muffin vari ed eventuali ed una micro-torta di mele e cannella.
La lavatrice ragliante.

Io qui, con una lettera fra le mani e un anello al dito che prima non c'era.
Erano sotto il cuscino, da tre giorni, ed io non me n'ero accorta. Provengono da C., è la prima volta che vedo la sua calligrafia, nonostante la conosca da diversi anni. Vuoti del 2.0.

Sono passati 5 giorni, 6 ormai.
Difficile lasciar uscire le sensazioni, si aggirano magmatiche, fluide e ancora arteriose dentro di me; è presto per riuscire a fotografarle.
Sono stati giorni intensi, accecanti da un certo punto di vista.
Tante le persone, i sorrisi, le grida di gioia, le risate; tanto l'affetto che ho sentito.
Non me l'aspettavo; tutta quella partecipazione, presenza, sostegno. Non perché non sapessi di avere intorno persone che mi amano, che si preoccupano per me, che gioiscono con me; semplicemente è stato sorprendente sentire quell'onda calda e sinergica di affetto, contentezza, supporto, fierezza, tutta insieme, da tante persone diverse.

Una sorta di baccanale, innaffiato da ingenti quantità di caffeina, vino, buon cibo, abbracci, festeggiamenti degni della delegazione veneta, con tanto di papiro e costume da mini pony fluorescente.
I toscanacci, poco avvezzi a certe pratiche strabuzzavano gli occhi alla vista della mia sgargiante tenuta da Malgioglio, mentre leggevo l'interminabile pergamena, costretta a bere ad ogni errore da un catetere a forma di Babbo Natale ubriacone.
Avrei pagato per potermi osservare dall'esterno, in giro per Firenze a braccetto con la nonna, lei in tailleur ed io con tutina fucsia, coda, parrucca e corno frontale!
Ma l'acme della promenade, la cosa che mi ha dato una gioia impagabile, superiore persino alla laurea stessa (esagero eh!), è stato vedermi sfilare davanti una scolaresca di nanetti di 7 anni o giù di lì; in fila per due, si tenevano la mano e mi fissavano increduli, qualcuno di loro rideva eccitato, qualcun altro se ne stava a bocca spalancata, molti di loro salutavano stupefatti; di una tenerezza infinita.

I giorni successivi non sono stati meno intensi, tra notti bianche, danzanti o semplicemente passate a chiacchierare e ricordare; così, nel trambusto celebrativo più assoluto, i giorni si sono susseguiti, senza che io fossi capace di rendermi conto di niente.
Un week end a Roma (finalmente ^_^), un altro a Bruxelles, un voucher Ryanair, una collana che indosserò tutte le volte che potrò, l'anello di C., un letto a baldacchino (sogno di bambina che si realizza), soldi liquidi per usarli come meglio credo, ma soprattutto parole, lettere, biglietti, telefonate, sguardi in cui c'era dentro un mondo, sorrisi a pieno viso, lacrime distillate direttamente dal cuore.

Il primo Maggio, dopo aver accompagnato alla stazione l'ultimo elemento della delegazione Veneto, ho preso un caffè al bar di fronte al primo binario; uscita in strada ho acceso una sigaretta, coi denti ancora tostati come i chicchi, ho aperto l'ombrello ed ho iniziato a camminare.
Sotto una pioggia continua ma serena, al bivio tra la solita strada che porta verso casa, e quell'altra, che è sempre stata lì ma non ho mai imboccato, ho preso la seconda.
Sola, dove non ero mai stata prima, gli occhi curiosi, i piedi pure.
Sola, con la pioggia, i pensieri e una laurea in tasca, vergata da tutte le persone che, in qualche modo, sono state con me fino a qui.
Sola e pronta ad andare.

E poi dicono che "il pezzo di carta" ha perso di valore.