martedì 29 maggio 2012

IO BALLO DA SOLA

L'ho sempre fatto.
Anche quando non sembrava, anche quando sola non lo ero.
I piedi nudi, i capelli sciolti.
Una mano a raccogliere la gonna, per non inciampare; l'altra a raccogliere le stelle, per non perderle di vista.
Tante luci, tante persone.
Io ballo con tutti, ma ballo comunque sola.
E sembra non finire mai.
E invece la musica rallenta, si fa tenue e leggera, come il vento in questa stagione. Qualcuno mi guarda le mani, mi prende per gli occhi. Mi innamoro; balliamo insieme, mi lascio trasportare, perché non lo so come si balla in due. La verità è che penso che non siam fatti per ballare in due, ma ci provo lo stesso. Poi, lentamente, il mutamento s'infila tra di noi, ci allontana quella musica che sembra venirmi da dentro in totale asincronia con quella che viene da fuori, fino a non distinguere che una debole sagoma l'uno dell'altra. La stoffa tra le caviglie, mi muovo lenta, innaturale, mi sento persa senza le stelle, con quel paio di mani tra le mie che non riconosco più.
Le lascio andare, un giovedì qualunque; mi riprendo le mie stelle, la mia pelle.
E mi sento bene.
Mia, solo mia, finalmente, senza muovermi di un millesimo da quella che sono, autarchica e anarchica,  lontana anni luce da chi si voleva che fossi.

Danzo per un po', sempre sola, spensierata, col cuore leggero come una cesta di nuvole, ho un sorriso che sembra giorno anche di notte, anche se lì per lì non me ne accorgo.
C'è qualcuno in fianco a me. Balla, pure lui. Quando ci scorgiamo tra tutto quel fracasso sembra che non esista più nient'altro. Ci fermiamo, ci guardiamo, per lungo tempo, vicini fino a contarsi le ciglia. E ridiamo, mentre balliamo tenendoci una mano, balliamo, in mezzo al buio denso di cui intessono le notti quelli che si amano, ridiamo come matti, piangiamo come bambini, e imparo che si può ballare con qualcuno senza lasciar andare le stelle, senza desiderarsi altrimenti da quelli che si è.
Col tempo, imparo anche che, se non ti tieni saldo per quell'unica mano, può succedere che non ti trovi più, che i rispettivi ritmi circadiani inizino a pulsare a battiti crescentemente diversi, fino a divenire inconciliabili.
E non c'è niente di sbagliato in tutto ciò, c'è solo tutta la naturalezza, l'inevitabile tristezza con cui l'amore nasce, vive, si trasforma.

Così riprendo a ballare, sola, come intimamente ho sempre saputo di dover fare. Senza un grammo di stoffa addosso, danzo alla luna, alla meraviglia dell'esistenza, dell'amore che se lo lasci andare prima che si spenga sa rigenerarsi, rinascere, diventare altro e rimanere sé stesso.
I piedi conoscono i passi, le mani non sono avide di stelle, il corpo è nudo, senza vergogna, senza nascondersi, così com'è e così come sono.
Sembra non debba finire mai, anche stavolta.
Ma mentre mi muovo senza sosta, libera come una falena notturna, inciampo nel sorriso di qualcuno, o forse è lui ad inciampare nel mio; fatto sta che siamo fatti di carne, di cuore, di casualità, e proprio quando penso che ballare da sola non è mai stato così bello, appagante, equilibrato, mi ritrovo accidentalmente a ballare con qualcuno. Stessi passi, sinfonia diversa.
E parliamo, di qualsiasi cosa, parliamo la stessa lingua, ridiamo, ci scopriamo, ci arrampichiamo, la notte, sulla cima di questa città che sembra nuova, per vedere cose mai viste prima, per lasciarci spogliare dall'alba che incalza. Ma stavolta è diverso, stavolta io continuo a ballare da sola, al pulsare del mio sangue, lui balla da solo, al ritmo dei suoi respiri. Le mani si cercano, le giungiamo quando vogliamo, le disgiungiamo con la stessa facilità, quando ognuno ha la sua musica a domandare attenzione.
Così siamo al sicuro, mi dico, così ballare da soli rimarrà il punto cardinale di un tango della vicina lontananza, o della lontana vicinanza; come volersi, allontanarsi, aversi, proteggersi, l'un l'altro, l'uno dall'altra, ognuno per sé.
Tanto basta a non imbastire qualcosa, a non urlare "Nessuno" e dare un nome a quel che altrimenti si ribellerebbe, a convincersi che sia sufficiente a non sentire i cuori allacciarsi come stringhe.

Non ne sono più tanto convinta, ora che manca un mese alla mia partenza.
Un mese e sarò via di qui, a 1200 km, o giù di lì.
Migriamo in Belgio, io e i miei piedi gitani.
Non so come si balla nei Paesi francofoni.
Non so nemmeno se mi va più di ballare, ora come ora.
Vorrei solo avere il tempo per.
E vorrei capire se siamo condannati a ballare soli e accompagnati, in una perenne intermittenza, senza mai trovare la giusta distanza.


5 commenti:

Venerabile Vetusto ha detto...

Il Venerabile scuote la testa accompagnandone il moto con un sorriso di sufficienza - davanti alle effusioni tra realtà e metafora di tanta ruspante gioventù.

carpe diem ha detto...

allaccia il tuo cuore...non avere paura fango...di quello che senti...

Pier ha detto...

inizio a pensare che per ballare accompagnati occorra prima saper ballare soli...

Marzia ha detto...

ora capisco.

cmq... ci sono donne che non possono ballare accompagnate, e che devono solo incontrare qualcuno altrettanto randagio da saper ballare da solo. per poi ballare assieme.

buon belgio.

miwako ha detto...

@ Adorabilmente Venerabile Vetusto: "Ruspante", hai detto bene ...

@ Carpe diem: Dici eh? Magari io ho un cuore a strappo invece che a lacci.

@ Pier: Poco ma sicuro. Il problema è che quando balli da solo per troppo tempo diventa difficile ballare in due.

@ Marzia: La randagitudine viene spesso scambiata per menefreghismo. Ma so per certo che i randagi esistono. Siamo pochi e a volte non ci si incontra nemmeno, però ci siamo.