lunedì 25 giugno 2012

SEVEN POUNDS

Non sarei io se facessi tutto in tempi utili.
Sia mai. Qualcosa deve andare di traverso, intanto. Sempre. E non mi riferisco a quel trancio di salmone che ho mangiato sei ore fa e che ancora non è sceso più giù dell'esofago. Ma alle coincidenze, alle cose bloccate in gola, ai voli, fisici e pindarici. Ancora non ero nata ed ero già capace di creare equivoci. Mi giravo di schiena, immancabilmente, poco prima dell'ecografia. "Che guardi, voyeur?" devo aver pensato. "E' un altro maschio, signora", hanno pensato loro. La forma della testa, della schiena; si, è un maschio.
Mario.
No, dico, MARIO, mi avrebbero chiamata.
Mario per una femmina ci può anche stare, me lo vedrei bene addosso, ma per un maschio no, non dopo il 1975.

Ho l'impressione che questi scatoloni vuoti non si riempiranno da soli, e quelli del trasloco dovrebbero venire martedì. "Quelli del trasloco" sono mio fratello, MisterB. e il suo utilissimo camion.

Mentre rincasavo, qualche ora fa, ho incontrato la M. Se ne stava seduta sulle scale di Sant'Ambrogio, come fa spesso. Passare di lì, gettare uno sguardo cercando quella nuvola di riccioli rossi tra la folla è qualcosa che faccio da tempo immemore. Era felice. Non ci vedevamo dalla mia laurea, ma tengo molto a lei. Abbiamo fissato per mercoledì a pranzo, ma bisognerà posticipare, che l'ubiquità ce l'avevo in versione demo e mi è scaduta dopo la laurea.

Ho pranzato con I. e H. Mi è sembrato tutto così naturale, che non ho pensato che sarebbe stata l'ultima volta. Meglio non averlo pensato, ma che brutta cosa però, le ultime volte. I. è stata una fetta importante della mia vita qui, soprattutto in quest'ultimo, densissimo, anno. Se rifletto su come ci siamo ri-trovate, su quanto abbiamo condiviso, su come siamo cambiate, mi viene da dire che siamo proprio belle, le migliori. anzi. E penso che staremo bene.

Un the freddo con V. e poi una passeggiata nel parco in cui ci siamo conosciuti, a parlare di massimi sistemi, come al solito. Ci siamo abbracciati, prima di salutarci; "E' stato un amore platonico, ma è stato bello". E' la prima volta che intuisco quanto sia stata diversa la percezione della nostra amicizia dal suo punto di vista. So che non lo sentirò nè lo vedrò più; è probabile che se ne torni in Russia nei prossimi due anni. Vorrei tanto che imparasse a volersi bene.



E' tardi, e questa strada immobile non muove neppure un muscolo.
Uno dei miei dirimpettai pizzica la chitarra da ore. E' piacevole.
Un altro russa, e si sente fino a qui. Un po' meno piacevole.
Sento le serrande de "I dolci di Marco" che si alzano stanche. Mi affaccio, non penso e parlo sottovoce: "Marco ... Marco", Marco si volta, confuso, "Quassù!", alza la testa senza riuscire a scorgermi per via del lampione, esattamente sotto la mia finestra "Lo sa che i suoi dolci sono i più buoni del mondo? Dico davvero, del mondo intero.". Marco ride, con quel suo viso impastato di sonno e bonarietà "Grazie", gira la chiave nella serratura e sparisce inghiottito dal suo laboratorio mentre il suo sorriso rimane impalpabile a riempire la notte.
Anche se lui non mi conosce glielo dovevo dire, prima di andarmene.

Sette i nani, i re di Roma, le meraviglie del mondo. Sette notti ancora. Vorrei non dormire più.



mercoledì 20 giugno 2012

POLAROID

Cieche queste dita sulla tastiera; si muovono a tentoni, ingolfate da troppe parole che non vogliono saperne di uscir fuori. Il vociare perenne dal bar all'angolo si lega perfettamente a questa canicola infuocata e il cielo è così terso da sembrare finto.
Io, invece, mi sento sfocata come appena uscita da una polaroid.
L'altro giorno ho incontrato Piergiorgio; il giorno dopo, al supermercato, sono incappata nel SignorInsistente con cui ho scambiato le ultime quattro chiacchiere e in Y., immancablmente pronto a rifilarmi una fetta di torta consolatoria a qualunque ora del giorno e della notte. Così, incidentalmente, vicino casa.
Segno dei cerchi che si chiudono affinchè io possa partire senza lasciare troppi conti aperti, forse.
Ho riso tanto, negli ultimi giorni; sono stata spensierata come una bambina, felice dagli alluci alla punta dei capelli. Poi, qualche sera fa, ho pianto, ma solo un po'. E' che questa felicità se ne va a braccetto con una tristezza inderogabile che, a quanto pare, ha fame di spazio, di ore, di me.
Non ti preoccupare, qualche giorno ancora e sarò tutta tua, potrai prenderti anche gli anfratti più remoti, non avrai nemmeno bisogno di cogliermi alle spalle, aspettando che calino la notte e la stanchezza per potermi braccare. Ora però lasciami stare, che sto così bene a non pensare.

I nodi si accumulano. Non ci avevo mai pensato finora, ma non potrebbe essere altrimenti. Nodi di cose da fare, cose da dire, persone da abbracciare, questioni da sistemare. Per uno risolto ce ne sono altri dieci che compaiono dal nulla.
Sembra debba non finire mai.
E quando non ce la faccio a mantenermi in equilibrio scivolo sulla parola "fine", e allora inizio l'autopsia dei sentimenti per capire quante cose ci sono in questo epilogo.
Le porte io non le so chiudere. Quando ci provo, sento le maniglie sfaldarsi come fossero di sabbia. Va bene, let's go with the flow, lasciamole aperte le porte, e pure le finestre, così ogni tanto, da lontano, magari ci si lancia un urlo.
E c'è un'altra cosa che non so fare: svegliarmi una mattina in un altro Paese, con una nuova vita da iniziare da zero, zerotondo come il mondo, come le cose che conosco di questo posto.
Sola andata.
Come si fa ad aprire gli occhi su un soffitto che non è più il tuo ma che lo dovrà diventare? Dare il buongiorno in inglese, ordinare un caffè in francese, salire sulla metro e sorridere a chi non si conosce.
La mia area di comfort si ingrandirà ancora una volta. E il cuore? Si farà piccolo piccolo per non sentire più niente? 
Come si fa a lasciare tutto, qualcuno me lo dica. 
Sembra debba non finire mai, e invece manca tanto così.

venerdì 15 giugno 2012

ALL THIS WEIRD BEAUTY

L'autobus svolta in via Pelagio Palagi.
Betulle rosse, in fila, ai lati della strada.

Due piangono davanti al "Bar Salvatore al Tramezzino". Si stringono e si distinguono, a quest'ora in cui le persone non trovano nemmeno il tempo per sorridere, salutare, ringraziare.
L'autobus svolta di nuovo. Manco l'insegna identificativa della strada, infrascata com'è in mezzo al verde.

Platani in questa via senza nome.
Vecchi di almeno trent'anni, tra poco forniranno riparo dalla luce, refrigerio dal calore.

Non pensavo di essere immune. Questo no.
Sono affezionata alla mia umanità come Linus alla sua coperta.
Però pensavo di essere in grado di controllarlo, questo sentimento.
Pensavo che la separazione dei beni, dei giorni, delle vite, fosse sufficiente a misurare la giusta distanza.
Ne ero certa.
Anzi, ero pure convinta che le cose, gli impegni, le ore e le persone che si ergevano (o ergevamo?) come dighe tra di noi ci avrebbero posto un limite massimo ed insuperabile di attaccamento.

Mano sul fuoco che ero io a possedere lui. "E se il guinzaglio è corto, fin là, tu non ci arrivi". E invece scopro che lui possiede me, che quello che credevo essere un guinzaglio, è invece una ciocca di capelli che appartiene a qualcun altro.

Tentacolare, sa correre mille volte più svelto di tutti i piedi messi insieme, trova strade che con gli occhi non si vedono, brucia gli oceani di ciarpame e chilometri che le persone mettono fra di loro come il fuoco fa con la carta.

Che strana cosa il cuore.
Lo teniamo tutti lì, nel taschino della giacca, fiore all'occhiello di miliardi di esistenze, fazzoletto imbevuto delle nostre vite e di quelle degli altri.
E ci tiene in pugno, sbriciolando il tempo, polverizzando le distanze.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?
Sarà.
Io ho l'impressione che ci siano persone capaci di farsi indelebili, anche quando il tempo in cui potevi sentire il loro respiro accanto al tuo si quantifica in briciole, se paragonato agli anni che si addossano in una vita.
E allora che si fa?
Niente, si dà quel che si può, cercando di togliere i piedi dal freno, prima che sia troppo tardi.



Dev'essere bello essere giovani, innamorati ed avere l'incoscienza per sposarsi.

mercoledì 13 giugno 2012

UNA COSA PICCOLA COSI': racconti brevi di felicità prolungata

Ho aspettato a dirlo a voce alta.
Ho aspettato a scriverlo.
Come sempre quando una cosa mi spaventa a morte o sembra troppo bella per essere vera.
Non c'è ancora una data ufficiale; neppure ufficiosa, se è per questo. Ma, si, è reale, e lo scrivo qui, marrone su rosa (per l'amor del cielo come suona male "marrone su rosa").
Pubblicano un mio racconto.
Breve, brevissimo, ma mi pubblicano un racconto.
Sarà in un albo per ragazzi edito da Baldini&Castoldi, a cura di Moony Witcher, colei che mi ha iniziato "accademicamente" a gioie e dolori della scrittura creativa.

Alla domanda "Ti va di provare a scrivere un racconto breve per bambini?", la mia risposta non poteva essere che "si". Con la riserva che, passato il suo vaglio, c'era poi quello dell'editore che avrebbe potuto tranquillamente dire "no".
Invece, l'uomo del monte ha detto si.
Il mio racconto è piaciuto.
E' piaciuto anche il mio modo di scrivere al signor Baldini&Castoldi, o a chi per esso. Tanto che mi hanno ricontattata per chiedermi di scrivere il secondo capitolo di una micro-saga per ragazzi, da pubblicare sempre all'interno di uno degli albi.

Il giorno in cui lessi la mail, andai in piscina per una nuotata. Bene; dalla felicità non riuscivo a smettere di sorridere e ingurgitai una quantità d'acqua improponibile.

Non so se qualcuno di voi si rende conto della portata della cosa nella mia vita.
E' come se Gualtiero Marchesi volesse la torta di mele che fai per tua suocera, LA TUA torta di mele; è come se Dario Argento ti scegliesse come comparsa parlante (e poi morente) in un suo film, come se Renzo Piano volesse te, proprio te, per progettare le mensole di un'abitazione tipo da 1300 mq.
Ho reso l'idea?
Mi sento come l'arancia di quella pubblicità che viene scelta per essere spremuta, degna di diventare  pregiatissimo succo BEEP! Censura, che qui non si fa pubblicità occulta quando non necessaria.

Cioè, a me non sembra vero che a un editore, ovvero qualcuno che:
A) di mestiere, legge, giudica e decide chi o cosa merita
B) non è un mio amico
C) non è un mio consanguineo
sia piaciuto il mio racconto!

Sono felice. Così felice che, se fossi in acqua, rischierei di annegare.
E lo so che è una cosa piccola piccola, che ora sembrerò patetica, ma sono emozionata come una bambina, e non ho intenzione di farci proprio un bel niente. A parte sorridere fino a che non mi verrà una paralisi.
Perciò lo dedico alla mia famiglia; perché è il primo (si spera di una lunga serie ^_^), e perché mi hanno lasciata libera di credere che io, nella vita, avrei potuto fare qualunque cosa purché mi rendesse felice.
Lo dedico a Gab e al Venerabile Vetusto, che si sono presi la briga di bacchettarmi le mani quando ce n'è stato bisogno.
E, ovviamente, lo dedico alla SuperMoony, che non smette mai di stupirmi per quanto sa essere una persona fuori dall'ordinario, sotto infiniti punti di vista.

Ora la smetto eh, che nemmeno Nelson Mandela quando prese il Nobel per la pace si profuse in siffatti ringraziamenti.

Però grazie, davvero.

Vi terrò aggiornati sulla pubblicazione.
Voi ci andrete in libreria, vero? ^____^



domenica 10 giugno 2012

O CAPITANO, MIO CAPITANO!

C'è un sole incredeibile, mentre faccio ritorno.
Il lungo rettilineo che porta verso casa sembra l'impugnatura di un cucchiaio d'argento appena lucidato.
Il vento danza con i miei capelli; provo a dir loro di fare attenzione, che sto cercando di guidare, ma non ne vogliono sapere. Allora alzo la musica, abbasso anche l'altro finestrino; se devono ballare, che lo facciano senza riserva alcuna.
Arrivo ad un bivio.
Se svoltassi a destra, sarei seduta a tavola nel giro di venti minuti.
Invece svolto a sinistra, così, senza pensarci due volte.
C'è un posto dove voglio andare. "Ora o mai più", penso, "che tra un po' devo partire".
Cinque minuti e sono in una pozza di sole che conosco molto bene. Parcheggiata, a porte aperte, esito un minuto prima di scendere dall'auto. Entro dall'ingresso secondario, speculare a quello principale; dalla porta a vetri la prima cosa che vedo è una ragazza che fuma sotto un albero, nel cortile di fronte. E' giovanissima, i capelli a caschetto, non un velo di trucco e indossa un cardigan molto ampio che immagino essere appartenuto al nonno.
Si, era proprio di mio nonno, ed io avevo 16 anni.

La porta principale si apre, il vetro si inclina leggermente ed io mi ci vedo riflessa, come sono, dodici anni dopo.

Alzo gli occhi e annuso l'aria. Cancelleria, fotocopie, ormoni, cervelli in crescita.
Mi avvicino ai distributori automatici, osservando un cartellone appeso al muro, pieno di fotografie. Due ragazzine chiacchierano sedute su una scrivania, una di loro indica le mie scarpe alla sua amica. Commentano il mio look, immagino.
Una dei custodi mi chiede chi sto cercando.
Io esito, "Chi c'è?". Inizio a rispolverare nomi lasciati tra i banchi.
E' un orario strano e, da quando la scuola si è divisa in due istituti, molti dei professori sono nell'altra sede.
Ma una c'è.
Quell'una che basta a riassumere cinque anni di superiori, quella che se non saliva sui banchi era solo per la sua mole, ma la verità sugli attimi che fuggono ce l'ha insegnata eccome. 

"Cinque minuti e suoniamo la campanella, abbi pazienza".
Salgo le scale, mentre aspetto. A rebours, ad ogni scalino torno indietro di un pezzetto, fino a che non ho di nuovo sedici anni e in quei corridoi mi ci rivedo a saltellare col flauto in mano verso l'aula di musica.
Sbircio nell'ufficio del preside, colta alla sprovvista dal ricordo di me ed A. intente a rubare i post-it con lo stemma della scuola.
I grandi quadrati marmorei del pavimento mi raccontano delle mille scivolate dissennate durante i cambi d'ora.
Cerco di immaginare mia madre in questa corridoi, 26 anni prima di me.
E' sempre stata una cosa strana, pensare di aver frequentato la sua stessa scuola.
Due dei suoi professori erano ancora in cattedra, ai miei tempi.
Uno era il prof. T., che ci parlava indistintamente degli spartiti per suonare la Marsigliese e delle donne che aveva amato.
Imbocco le scale, di nuovo. Ho appena rimesso piede nell'androne, quando suona la campanella.
La Mitica S. esce da un'aula vicina, di nero vestita, come sempre, di nero truccata, come sempre.
"Prof ..."
Si blocca per un attimo, sorpresa, per poi sciogliersi in un sorriso incredibile. Mi viene incontro, mi abbraccia, e iniziamo a parlare.
Le racconto ogni cosa, lei mi incalza con mille domande, felice di sapere, oserei quasi fiera.
Mi chiede di tutte, pur con fatica evidente nel ricordare i nomi; sono passati nove anni, in fondo.
Stiamo lì in piedi per dieci minuti, poi mi prende per un braccio e mi trascina con sè.
"Ho lezione in 4°A, accompagnami"
"Mi dia qualche libro da portare, è sempre stracarica lei"
"No no, non ti preoccupare. Piuttosto, questi ragazzi sono quasi pronti a spiccare il volo. Ma è un momento duro, ed hanno bisogno di coraggio. Vieni con me, parlagli di te, di come hai trovato la tua strada, diglielo che ce la possono fare."
"Io?"
"Si, non ti manca il coraggio e neppure la parlantina"
Sulla parlantina nulla da obiettare; incuriosita e spaventata, cerco di guardarmi con occhi che non sono i miei per capire come si possa pensare a me come ad una in grado di parlare di coraggio a dei diciottenni.
Non ci riesco, non faccio in tempo. Seduta di fianco alla Mitica S. guardo questi germogli di uomini e donne, e loro guardano me. Inizio da non so dove, col cuore in gola. Racconto loro gli ultimi nove anni della mia vita, liofilizzandoli in un andirivieni di errori, tentativi, vittorie, cambiamenti. A parlare non è certo una persona "arrivata"; sono solo io, una in corsa, in transito, che dice loro di non aver paura di provare, di fare i cocciuti e non smettere di cercare sè stessi, 'chè è l'unico modo di costruirsi il proprio cammino. Non ci sono segreti nè scappatoie, ma un unico grande perno che è il cercarsi attraverso il cambiamento. Serve tempo, si scivola, a volte è buio e fa pure male. Però il risultato vale ognuno di quegli sbucci alle ginocchia, ogni singola lacrima. E il "risultato" è facile che sia un qualcosa che non basta a pagare un affitto, per lo meno all'inizio, ma non è quello che conta, non è quello il senso. Il senso è trovare quella cosa che ti tiene sveglio la notte, che ti esprime, ti completa, ti entusiasma come nient'altro a questo mondo. Trovare sè stessi, appunto. Cito Gene Wilder, di nuovo, perché si, "Si può fare".
Una ragazza, in mezzo a tutti, mi colpisce per il suo sorriso. Disteso, luminoso, sembra fatto di un'incrollabile fiducia nel mondo.
Ci salutiamo con un abbraccio, la Mitica S. ed io.
"Prof., verrà a trovarmi a Bruxelles?"
"Non me lo chiedere una seconda volta, o il rischio è che accetti"
"Allora ci vediamo a Bruxelles."

Esco dalla porta sul retro, salgo in macchina e metto in moto.
Accelero, e i miei capelli riprendono a danzare insieme al vento. Non piango solo per rispetto al sole che splende, al respiro che entra e si fa vita, agli attimi che fuggono irrimediabili e fulgidi in questi giorni che mi rimangono qui, a casa, dove i miei piedi si fondono con la terra umida e diventano radici.

It really could happen
When the days they seem to fall through you, well just let them go


venerdì 8 giugno 2012

LA CAVALIERA DELLO ZOBIA-CO


Allora. Ingiustizie e pregiudizi.
Non sono una persona paranoica o egocentrica. Non penso che le cose mi riguardino sempre e non penso che la gente perda tempo ed energie a crticarmi.
Però me ne accorgo, quando sono oggetto di sguardi poco piacevoli.
Ultimamente mi succede spesso. Sarà che, da più di dieci giorni, sono in pausa-ristoro nel paesino natale e a certe occhiatacce non sono più tanto abituata, come il paesino non lo è ai miei look talvolta poco ortodossi.
L'altra sera, ad esempio, durante una passeggiata con questa signorina qui, incappiamo in una delle mie vicine di casa che, salutandomi, non riesce nemmeno a guardarmi negli occhi. Puntati come radar, sgranati come quando ci si spaventa, è incapace di levarmeli dalle gambe.
Ok, ammetto che indossare un paio di autoreggenti e dei pantaloncini in cotone nero possa essere una scelta azzardata per un buco di 15mila anime nella meccanica provincia rodigina, soprattutto se a farlo è una che, stesa a braccia all'insù, misura quanto la carreggiata di un'autostrada. Macchèccavolo, un po' di ironia! E poi, io dico, fino a una settimana fa, se ti affacciavi al tuo bel balconcino fiorito non avresti potuto non notare fiocchi rossi e papiri di laurea, abitiamo gli uni di fronte agli altri da prima che io nascessi e non ti sei nemmeno degnata di farmi un augurio di qualsivoglia natura, neanche per sbaglio. Però trovi il tempo per lanciarmi un'occhiataccia, quello si. E pure per sparlare con quell'altra pseudovicina che non ha mancato di strabuzzare quegli occhietti da gufo impagliato che si ritrova.
Meno di un quarto d'ora dopo, da una punto bianca che ci passa di fianco, esce una soave esclamazione di giubilo indirizzata alla sottoscritta. Evito di usare le principesche parole pronunciate da Lord Tamarro, ma il senso era che se lui fosse stato un impasto io sarei stata il suo lievito. Rido, tra l'incredulo e l'offeso, rido di lui, e pure un po' di me.
Oggi sono stata a trovare mia nonna; indossavo un innocuo (lo giuro) vestitino nero a metà coscia.
"Ma ci andrai così al lavoro a Bruxelles?".
"Si nonna, come a fare la spesa, dal dottore, a pagare le bollette e al cinema."
E ora mi sono rotta. BASTA, mi rifiuto di sentire un'altra insinuazione relativa alle mie mises. Ma, porca miseria, siamo davvero tutti così maliziosi da pensare sempre tutto in funzione di quanto sia sessualmente attraente una persona? E voi che me lo chiedete, voi che mi conoscete e sapete che A) non metto un paio di pantaloni da 4 anni, B) sono la persona meno aggraziata e sensuale del creato, C) la gattamortaggine non è cosa che mi appartiene, ancora non l'avete capito che io sono così?
Non porto tacchi, scollature, reggiseni a vista o corpetti di swarovski da spogliarellista, possibile che qualcuno riesca a guardarmi come se non avessi altro addosso se non un paio di copricapezzoli? E mi fa incazzare che, parlandone con chi conosco, mi sento dire che devo cercare di capire, che ho le gambe lunghe e non passo inosservata, che molti non ci sono abituati, che forse a volte ho un look un tantino inappropriato e altre boiate simili. Cazzate. Il problema è nella loro testa, non in come io mi vesto. Non è che ci vado a far colloqui in banca e a pregare inginocchiata con le autoreggenti, cazzo volete? Oltretutto, se penso al look della maggior parte di quei trogloditi che osano anche solo appoggiare i loro sguardi da caviette su di me, mi viene quasi da ridere. Gente che esce con bigodini, ciabatte da doccia, magliette con scritto "SEXY" a cubitali, fastidiosissime lettere glitterate, pantaloni militari su polo corallo, abberranti tute da jogging e Vuitton vere quanto i capelli del Berlusca.
In sintesi: COME DIAVOLO OSATE?

Ma veniamo ai messaggi del subconscio.
Se ti confondono, dovresti risolvere le tue contraddizioni interiori.
Grazie Rob; chiaro come il sole.
Pure facile.
Pensavo che potrei girare su me stessa mentre indosso un costume da bue muschiato e recito "Il 5 maggio" al contrario per risolvere le mie contraddizioni interiori, tu che ne dici? Sai com'è, detta così sembra di una semplicità imbarazzante e pensavo che il genere 'esorcismo mantrico con macumba annessa', potesse funzionare.
Sogno che mi sanguina il naso. Sangue arterioso, scuro, denso. Sogno che mi tagliano i capelli solo da un lato, mentre dormo, e al risveglio mi dispero. Sogno di ridere insieme a qualcuno, sdraiata su una distesa di lenzuola nivee, mentre dalla finestra entra un luce bianchissima, quasi ultraterrena. Spesso non sogno niente e mi sveglio con l'orribile sensazione di essere stata in una specie di coma.
Sono satura di pensieri che mi tirano in direzioni opposte, inconciliabili; sto per trasferirmi in un paese a maggioranza francese, lingua che ho dimenticato sul banco della 5°A, dove uno degli cibi più diffusi e prelibati è il cioccolato, cosa che mi condurrà a morte quasi certa. Lascio una vita costruita in 7 anni, un'altra che non ho avuto nemmeno tempo di riscoprire, troppe persone che vorrei tenere per mano ancora per un po' . Il tutto nè per andare al patibolo, nè in guerra, ma a rimettermi in gioco, ad imparare tutto quello che non so, a cercare pezzi di quella che ancora non sono.
Sono felice. Sono triste. Sono confusa. Sono eccitata. Sono impaurita.
Potrebbero essere queste le cause delle mie contraddizioni interiori, tu che dici Rob? Nel caso, che si fa? 
Si accettano suggerimenti che rientrino nella categoria "risolvere contraddizioni interiori".

Le promesse hanno un che di romantico e decadente al tempo stesso. Lo sanno pure i sassi che io non le so mantenere, ma una me la faccio. Una sola.
Prometto che continuerò a non fare promesse.
Forse dovrei essere più onesta circa il perché so già che non le manterrei?
Va bene.
Apriamo la cerniera e scendiamo agli inferi.
Credo che non ci sia niente che non cambi. La promessa mi puzza di aspettativa. Credo non ce ne sia bisogno. Credo di preferire il non sapere come andrà. La promessa vorrebbe cristallizzare persone, situazioni e sentimenti in un momento preciso e ipoteticamente perfetto. Penso sia una necessità dettata dall'insicurezza. Mi spaventa. E, a meno che tu non sia, che so, il sole e il ripetersi ciclico della tua rotazione avvenga a prescindere dalla tua volontà, credo che nessuno dovrebbe farne. Anzi, parlo per me, che sono certa di non essere il sole come lo sono di non poter fare promesse.

Ecco.
Non ci credo all'oroscopo.
Però quello di Brezsny è diventato il mio rito del giovedì.
E visto che ci sono faccio pure i compiti, che qui è gia domani.
Una canzone che ti riempia di speranza.


martedì 5 giugno 2012

OGGI SONO IO, DOMANI SI VEDRA'


Stavo pensando che potrei far partire un altro conto alla rovescia in vista del salto successivo ... Ha ha ha ha, scherzo! Cioè, ci ho pensato seriamente, ma non lo farò.
Però voglio scrivere il più possibile.
La me stessa del futuro mi sarà grata per aver fissato da qualche parte il trascorrere di questi giorni.

Non ho ancora fatto niente di quanto avrei dovuto in vista della partenza. Assolutamente niente.

In compenso ieri, dopo aver dormito tre ore (rigorosamente vestita e rigorosamente sul divano), ho preso la mia bella macchinina (ovvero quella dei miei), ho guidato per sessanta chilometri per farmi perforare una gengiva e, conseguentemente, il portafoglio, ho trotterellato allegramente sotto il diluvio universale per fare qualche acquisto funzionale a questa estate che avanza nonostante la mia contrarietà, mi sono tagliata chiudendo quel rottame di ombrello pieghevole (io ODIO gli ombrelli pieghevoli, l'ho mai detto?), sono entrata in un negozio a caso a chiedere asilo e una forbice per tagliare una strisciolina ragionevole dal rotolo di cerotto che avevo, Dio solo sa come, nella tasca della borsa, ho ri-guidato per sessanta chilometri sotto una specie di apocalisse acquatica, ho ciarlato amabilmente davanti ad un caffè triplo e un paio di amiche, ho nuotato per 40 minuti di cui 20 senza sosta alcuna, ho fatto un po' di spesa funzionale alla nutrizione serale, sono uscita per un caffè e una ciarla dall'amica di cui prima, sono rientrata per un appuntamento con mammà e quel nuovo programma su quelli come noi che accumulano roba fino a rimanerne sepolti, ho ricevuto A. per un orzo e due risate e, non paga, sono rimasta sveglia a scribacchiare fino alle 4,incapace di andare a dormire nonostante il sonno incalzante.

Il plenilunio là fuori, ha risvegliato quel granello di licantropia che devo avere incastrato nel DNA; ed io avrei solo voluto uscire, togliermi i vestiti di dosso e far l'amore sull'erba fresca, aspettando l'alba per vedere Venere che ruba la scena al sole per la prima e unica volta in questo secolo.
Invece, la mia vile esistenza mi ha vista sola, davanti ad uno schermo, con gli occhi a bancomat e una sigaretta tra le labbra. Ho ceduto al sonno prima dell'alba, e non ce l'ho fatta a vedere Venere davanti al sole. Peccato. Sarà per la prossima volta; in fondo, per allora, avrò "solo" 128 anni.

Mi piace dormire con la persiana alzata, così da farmi svegliare dalla luce del giorno; un tempo non l'avrei tollerato. Anche portare le mie chiappe a nuotare è una cosa che non mi sarei sognata di fare senza coercizione. Il fatto che io non rischi di non alzarmi quando ho solo poche ore di sonno, è un'altra cosa che pensavo non avrei visto in questa vita. Di miele, fino a qualche mese fa, credo di averne consumato meno di mezzo barattolo in 28 anni. E chi l'avrebbe detto che sarei arrivata ad odiare dormire più di sei ore? Tanti quanti quelli che avrebbero detto che un giorno l'ozio mi sarebbe pesato.

Sono cambiata. Non me n'ero accorta, lì per lì.

lunedì 4 giugno 2012

...



"Sei felice di andartene a Bruxelles?"
"..."
"Lo sai che se non ti troverai bene potrai sempre tornare, vero?"
" Si, mamma, lo so"

Ma mica lo metto in conto. Di tornare, intendo; che non mi trovi bene può succedere. Ma non ho più 18 anni (e mai come in questi giorni corpo&mente si sono coalizzati per ricordarmelo), ed è venuto il tempo in cui io decido quali sono le alternative, non il contesto. Voglio farmi le ossa, imparare il francese, un lavoro che ancora non so fare, mille altre cose. E prima di aver fatto questo io, di lì, non mi muovo. Non mi sto chiudendo, credo solo sia venuto il momennto di dare una certa solidità a quello che voglio fare. Non mi sento di metterci alcun rafforzativo assolutizzante in questa decisione, si sa mai davanti a quali bizzarrie uno si può ritrovare; però posso dire che, in ogni caso, anche il più nefasto, cercherò di far fruttare al meglio e al massimo questa situazione.
Ovviamente, un'inguaribile ottimista come me non può che pensare che tutto andrà bene, che quelli che potrebbero essere problemi e ostacoli, potrebbero pure essere sfruttati come stimoli per crescere, come con il parkour.
E lo penso sul serio. Non ho paura di quello che troverò, ho una buona capacità di adattamento, non mi spaventa quello che non conosco e vivo il cambiamento come un crescita, sempre e comunque. Ho paura di quello che sto per lasciarmi alle spalle. Paura di chiudere una parentesi lunga sette anni che mi ha vista esplodere di luce come un prisma che trova sè stesso in milioni di facce. Il tutto senza andare in Tibet, non ce n'è stato bisogno.
Temo per quelli che amo, per le curve a gomito che, d'ora in poi, potremmo perderci nelle rispettive vite; temo non ci sarà un altro M. che mi porterà in pronto soccorso alle 4 di notte, qualora ne avessi bisogno; temo mi mancherà l'entusiasmo con cui Stè mi tiene sveglia certe notti per parlarmi dei suoi progetti, come mi mancherà uscire di casa e pensare "Ho fretta e sono le sei, il che implica che inciamperò in tutti quelli che conosco", ho paura che una vicina di casa come V. con cui passeggiare insieme al cane di turno parlando d'amore e di stronzate non la troverò nemmeno in capo al mondo; ho paura che mi mancherà perfino l'infimo intecity delle 13.40 che prendo per tornare a casa dei miei, il sapere che l'altra parte della mia vita, quella che mi tiene legata indissolubilmente a queste pianure nebbiose non sarà più a tre orette di treno, prendere atto del fatto che non sarà più così facile vedere le mie amiche (cosa che non è stata poi così semplice).
Tutte queste cose, prese singolarmente costituiscono i dettagli di una vita, piccolezze di una quotidianità toscana che mi si è insinuata nelle viscere, di una giovinezza lasciata al nord e che ritrovo puntualmente ogni volta che rimetto piede nel paesino natale; prese in toto, sospetto che siano le granitiche colonne di quella che finora è stata la mia vita. Spesso alcune ne escludevano altre temporaneamente, per ovvi motivi legati alla geografia e all'ubiquità, ma dovunque fossi, ho sempre avuto le mie certezze.
Che ne sarà di tutto questo?
Si può essere felici quando il bagaglio emotivo che ci si porta appresso non passa nemmeno attraverso lo sportello della stiva dell'aereo?
Si. Forse, si può essere felici. Forse posso. Per tutto quello di imperscrutabile che mi aspetta alla fine di questo mese troppo breve.
Per tutto quello che c'è prima, che fino a prova contraria è ciò di cui è fatta la mia vita, credo di no. 
E lo stesso vale per tutte quelle cose in sospeso, tese come panni ancora umidi in una giornata di sole.

"Sei felice di andartene a Bruxelles?" 
"..."

Sta tutto lì, rinchiuso in tre puntini di sospensione.

sabato 2 giugno 2012

TUTTI NUDI, GRAZIE

La testa sotto il pelo dell'acqua, osservavo le mie braccia vogare, qualche secondo dopo i piedi; i rumori ovattati e quel bell'uomo in direzione opposta, che mi guardava dietro un paio di occhialini chiari.
Uscii dall'acqua dopo 40 minuti.
Il dorso a bracciata doppia è il mio stile preferito, anche se mi rendo conto che fumo troppo e nuoto troppo poco per sostenerlo a lungo.
Feci una doccia breve, c'erano le mamme e i bambini e tutti aspettavano di fare la doccia.
Avvolta nell'asciugamano, legai i capelli sorpa la nuca per impedir loro di gocciolare troppo copiosamente.
Una bambina mi osservava mentre ci vestivamo.
"Anch'io voglio vestirmi da sola quando sarò grande"
"Si, quando sarai grande. Ora smettila di fissare la signorina, curiosona!"
Mentre lo disse, la nonna le afferrò il volto per distogliere i suoi occhi dal mio corpo.

C'era pure un bimbo, avrà avuto poco meno di sei anni. Ad aiutarlo, una ragazza molto giovane, sorella, cugina, baby sitter, o giù di lì. Anche lui sbirciava incuriosito. La ragazza gli sorrise e gli disse di non guardarmi così insistentemente, che era tutto normale.

Mi guardai intorno, notai che molte delle presenti si vestivano con complicate acrobazie, per evitare di mostrarsi nude; rivolte verso gli armadietti, sembravano voler scomparire in accappatoi che puzzavano di vergogna e moralismo. E anche un po' di giornaletto scandalistico.

Pur non essendone particolarmente dotata, ho rispetto del senso del pudore altrui. Ma quando ci sono di mezzo i bambini, non riesco a non crucciarmi della malizia sesso-centrica (e spesso inconsapevole) con cui le persone si approcciano alla nudità.
Quei due bambini, dal basso dei loro cinque anni, erano naturalmente curiosi di capire come funziona, in cosa siamo diversi, perché, com'è fatto un corpo adulto rispetto al loro. E in un'età come quella, in cui, più che mai, l'unico strumento d'indagine del mondo è il paragone con sè stessi, trovo estremamente vile instillare prematuramente in loro il senso della vergogna.
Perché il pudore è un'altra cosa; va bene cercare di trasmettere il valore del proprio corpo, il significato culturale dello scoprirsi e del coprirsi, ma di lì a suggerire che, pure in luoghi deputati come gli spogliatoi, ci si debba vergognare della propria nudità e abbassare gli occhi per evitare che uno sguardo risulti indiscreto, ce ne passa di acqua sotto i ponti.
Acqua inquinata, inquinata di moralismo cristiano, di sesso, di estetica imperante, di rapporti malsani con il proprio corpo.

Gli occhi bassi e l'imbarazzo di alcune delle presenti nel prendere atto della mia mancanza di imbarazzo hanno, per un attimo, intaccato le mie certezze, fino a farmi sentire a disagio, quasi in colpa per la mia carenza di senso del pudore. Poi sono rinsavita; eccheccavolo, eravamo in uno spogliatoio, innanzi tutto, non in coda alla posta; in secondo luogo mi stavo asciugando per poi rivestirmi, mica mi stavo esibendo in uno streap tease avvinghiata allo stipite di un armadietto; terzo, è mai possibile che persino in un luogo come quello le persone siano incapaci di un atteggiamento rilassato nei confronti della nudità?
Quando ero in Finlandia (lo so, il 45% dei miei post contiene questa frase, ma che ci posso fare? Tra un po' leggerete "Ora che sono a Bruxelles", ma per ora questo è quanto passa al convento!), nelle piscine, nelle palestre, nel palazzo in cui vivevo, mi è successo spesso di trovarmi a fare la sauna con altre ragazze della mia età, ma anche nonne, mamme e, talvolta, i loro bambini. Non ho mai avvertito niente di simile a questa specie di ammonimento per la mia mancata vergogna, tanto meno mi sono trovata in situazioni di disagio o imbarazzo. E non perché io e tutti le finlandesi siamo fiere e sicure del nostro corpo, ma perché eravamo solo persone che facevano una sauna nude. Punto. Nessuna malizia, nessuna vergogna, solo un'assoluta naturalezza.
E' paradossale, eppure la maggior parte delle persone non riesce ad essere nuda nemmeno senza i vestiti addosso.
Semmai avrò figli, giuro che istituirò la giornata settimanale del "TUTTI NUDI"; così, per non dimenticarcelo che siamo semplicemente buffi animaletti, talmente abituati a coprirsi di stracci e orpelli che finiamo per gridare allo scandalo alla vista di un capezzolo.