domenica 10 giugno 2012

O CAPITANO, MIO CAPITANO!

C'è un sole incredeibile, mentre faccio ritorno.
Il lungo rettilineo che porta verso casa sembra l'impugnatura di un cucchiaio d'argento appena lucidato.
Il vento danza con i miei capelli; provo a dir loro di fare attenzione, che sto cercando di guidare, ma non ne vogliono sapere. Allora alzo la musica, abbasso anche l'altro finestrino; se devono ballare, che lo facciano senza riserva alcuna.
Arrivo ad un bivio.
Se svoltassi a destra, sarei seduta a tavola nel giro di venti minuti.
Invece svolto a sinistra, così, senza pensarci due volte.
C'è un posto dove voglio andare. "Ora o mai più", penso, "che tra un po' devo partire".
Cinque minuti e sono in una pozza di sole che conosco molto bene. Parcheggiata, a porte aperte, esito un minuto prima di scendere dall'auto. Entro dall'ingresso secondario, speculare a quello principale; dalla porta a vetri la prima cosa che vedo è una ragazza che fuma sotto un albero, nel cortile di fronte. E' giovanissima, i capelli a caschetto, non un velo di trucco e indossa un cardigan molto ampio che immagino essere appartenuto al nonno.
Si, era proprio di mio nonno, ed io avevo 16 anni.

La porta principale si apre, il vetro si inclina leggermente ed io mi ci vedo riflessa, come sono, dodici anni dopo.

Alzo gli occhi e annuso l'aria. Cancelleria, fotocopie, ormoni, cervelli in crescita.
Mi avvicino ai distributori automatici, osservando un cartellone appeso al muro, pieno di fotografie. Due ragazzine chiacchierano sedute su una scrivania, una di loro indica le mie scarpe alla sua amica. Commentano il mio look, immagino.
Una dei custodi mi chiede chi sto cercando.
Io esito, "Chi c'è?". Inizio a rispolverare nomi lasciati tra i banchi.
E' un orario strano e, da quando la scuola si è divisa in due istituti, molti dei professori sono nell'altra sede.
Ma una c'è.
Quell'una che basta a riassumere cinque anni di superiori, quella che se non saliva sui banchi era solo per la sua mole, ma la verità sugli attimi che fuggono ce l'ha insegnata eccome. 

"Cinque minuti e suoniamo la campanella, abbi pazienza".
Salgo le scale, mentre aspetto. A rebours, ad ogni scalino torno indietro di un pezzetto, fino a che non ho di nuovo sedici anni e in quei corridoi mi ci rivedo a saltellare col flauto in mano verso l'aula di musica.
Sbircio nell'ufficio del preside, colta alla sprovvista dal ricordo di me ed A. intente a rubare i post-it con lo stemma della scuola.
I grandi quadrati marmorei del pavimento mi raccontano delle mille scivolate dissennate durante i cambi d'ora.
Cerco di immaginare mia madre in questa corridoi, 26 anni prima di me.
E' sempre stata una cosa strana, pensare di aver frequentato la sua stessa scuola.
Due dei suoi professori erano ancora in cattedra, ai miei tempi.
Uno era il prof. T., che ci parlava indistintamente degli spartiti per suonare la Marsigliese e delle donne che aveva amato.
Imbocco le scale, di nuovo. Ho appena rimesso piede nell'androne, quando suona la campanella.
La Mitica S. esce da un'aula vicina, di nero vestita, come sempre, di nero truccata, come sempre.
"Prof ..."
Si blocca per un attimo, sorpresa, per poi sciogliersi in un sorriso incredibile. Mi viene incontro, mi abbraccia, e iniziamo a parlare.
Le racconto ogni cosa, lei mi incalza con mille domande, felice di sapere, oserei quasi fiera.
Mi chiede di tutte, pur con fatica evidente nel ricordare i nomi; sono passati nove anni, in fondo.
Stiamo lì in piedi per dieci minuti, poi mi prende per un braccio e mi trascina con sè.
"Ho lezione in 4°A, accompagnami"
"Mi dia qualche libro da portare, è sempre stracarica lei"
"No no, non ti preoccupare. Piuttosto, questi ragazzi sono quasi pronti a spiccare il volo. Ma è un momento duro, ed hanno bisogno di coraggio. Vieni con me, parlagli di te, di come hai trovato la tua strada, diglielo che ce la possono fare."
"Io?"
"Si, non ti manca il coraggio e neppure la parlantina"
Sulla parlantina nulla da obiettare; incuriosita e spaventata, cerco di guardarmi con occhi che non sono i miei per capire come si possa pensare a me come ad una in grado di parlare di coraggio a dei diciottenni.
Non ci riesco, non faccio in tempo. Seduta di fianco alla Mitica S. guardo questi germogli di uomini e donne, e loro guardano me. Inizio da non so dove, col cuore in gola. Racconto loro gli ultimi nove anni della mia vita, liofilizzandoli in un andirivieni di errori, tentativi, vittorie, cambiamenti. A parlare non è certo una persona "arrivata"; sono solo io, una in corsa, in transito, che dice loro di non aver paura di provare, di fare i cocciuti e non smettere di cercare sè stessi, 'chè è l'unico modo di costruirsi il proprio cammino. Non ci sono segreti nè scappatoie, ma un unico grande perno che è il cercarsi attraverso il cambiamento. Serve tempo, si scivola, a volte è buio e fa pure male. Però il risultato vale ognuno di quegli sbucci alle ginocchia, ogni singola lacrima. E il "risultato" è facile che sia un qualcosa che non basta a pagare un affitto, per lo meno all'inizio, ma non è quello che conta, non è quello il senso. Il senso è trovare quella cosa che ti tiene sveglio la notte, che ti esprime, ti completa, ti entusiasma come nient'altro a questo mondo. Trovare sè stessi, appunto. Cito Gene Wilder, di nuovo, perché si, "Si può fare".
Una ragazza, in mezzo a tutti, mi colpisce per il suo sorriso. Disteso, luminoso, sembra fatto di un'incrollabile fiducia nel mondo.
Ci salutiamo con un abbraccio, la Mitica S. ed io.
"Prof., verrà a trovarmi a Bruxelles?"
"Non me lo chiedere una seconda volta, o il rischio è che accetti"
"Allora ci vediamo a Bruxelles."

Esco dalla porta sul retro, salgo in macchina e metto in moto.
Accelero, e i miei capelli riprendono a danzare insieme al vento. Non piango solo per rispetto al sole che splende, al respiro che entra e si fa vita, agli attimi che fuggono irrimediabili e fulgidi in questi giorni che mi rimangono qui, a casa, dove i miei piedi si fondono con la terra umida e diventano radici.

It really could happen
When the days they seem to fall through you, well just let them go


6 commenti:

marea ha detto...

Non è la prima volta che ti leggo...lo sai, ma leggerti è sempre come tornare in qualche modo a casa. Perché? Bè, perché sono certa di trovare quello che mi aspetto. Sempre.
E così è.
Sto commentando, ma in realtà non possono esserci commenti a qualcosa che hai tradotto dal tuo vivere in parole.
Non si può. Non si può commentare qualcosa che è dentro di te e quella ragazzina di 16 anni con i capelli a caschetto che eri un tempo. Come si fa?
Non si può.
Posso solo leggerti, e annuire, perché certe sensazioni le capisco tanto da sembrare mie. Posso commuovermi o sorridere...posso fare questo, grazie a te.
Un abbraccio

Pier ha detto...

ha sempre un sapore speciale tornare in certi luoghi, come se dentro di noi avevvimo bisogno di salutarli e saperli custodi dei nostri ricordi
e poi ci sono le persone ... molto tempo fa nel periodo in cui me ne andai di casa, ebbi una lunga iscussione con mia madre, poi un giorno trovai tra i suoi libri un foglio, non so bene dove lo avesse recuperato, era la pagina di una rivista ... su di essa un articolo, sottolineato in vari passaggi, raccontava una favola di Rubem Alves ... questa e all'improvviso capii molte cose :)

carpe diem ha detto...

saremo divise ancora fango...come vorrei che non partissi...rimani con me ora più che mai...ma sarei egoista..o forse no

miwako ha detto...

@ Marea: E' bello scivolare nei panni degli altri, nelle vite degli altri, senza accorgersi della differenza, anche solo per un attimo.
Ti leggo anch'io, sai? E spesso non dico niente perché ho questa stessa sensazione.

Un abbraccio.

@ Pier: Senza parole. E' bellissima. Grazie Pier, grazie davvero.

@ Carpe Diem: siamo tutti egoisti, nessuno escluso. Tutti ci sentiamo coinvolti nelle scelte di chi amiamo, anche quando non ci riguardano direttamente. E non perché li amiamo troppo, ma perché siamo esseri umani, insicuri, bisognosi di qualcuno che ci tenda una mano, perché abbiamo bisogno degli altri.
Ed è la vita che ti mette di fronte alle separazioni, le scelte, le strade diverse. Per come la vedo io, tu potresti venire a trovarmi a Bruxelles, ma se non l'hai fatto in 7 anni, a tre ore di treno, figuriamoci a Bruxelles. Capisci perché ti dico questo? Non per ferirti, ma per mostrarti che tutti, in qualche modo, siamo egoisti; tutti, in qualche modo, sentiamo che gli altri sono stati ingiusti nei nostri confronti, anche quando non è così.
Ed è dura, lo so, ma pensa a quanti anni sono passati da quando è iniziata la nostra amicizia; a questo punto, potremmo considerarla a prova di bomba, tu che ne dici?
Ce la faremo, fanghetto, come è sempre stato.

neb ha detto...

ho visto me, 10 anni dopo, attraversare quei corridoi con una tanica in mano, una scatola di cerini e un sorriso alla bronson.
complimenti per la tua scelta...forse se oltre a t avessi avuto s anziché z durante le ore di filosofia...forse...10 anni dopo tornerei con dei cioccolatini.

Venerabile Vetusto ha detto...

Mi hai molto coinvolto.
Ma non te ne serbo.