sabato 21 luglio 2012

NEVER TOO SOON

A casa. O meglio, al sicuro, tra queste mura che mi ospitano fino a che non trovo un posto dove appendere il cappello.
Sono le cinque e sono "a casa".
Giusto in tempo per vedere l'alba dal terrazzo.
Domani non avro' voce. Ho cantato tutta la notte, a squarciagola, instancabilmente. Un carrozzone di italiani e un karaoke belga, sono il lasciapassare per una serata galattica, anche se sono qui da poco, anche se le canzoni strappacuore in francese, ad un certo punto, diventano davvero troppe.
Ci salutiamo dopo ettolitri di birra (e succo di mela per la sottoscritta cui la birra non piace), centinaia di passi in mezzo ai viottoli, a ballare in piazza e poi a cantare.
Domani (quindi adesso) è festa nazionale; che si festeggia? Il Belgio, semplicemente.
Gli altri si infilano in due taxi in men che non si dica, mentre io che vado dalla parte opposta, inizio a camminare completamente a caso, senza avere la minima idea di dove mi trovi.
Tiro fuori la mappa della metro e inizio a spulciare nomi di vie mai sentite prima; è che, appunto, è una mappa della metro, quindi vi si trovano scanditi a chiare lettere solo i punti d'interesse e alcune delle aorte di Bruxelles. Il resto, sono deboli linee curve senza nome.
Dopo aver decretato che consultare quella carta, al momento, è utile come aprire un biscotto della fortuna, riprendo a camminare, fino a che non scorgo un gruppo di ragazzi. Fari nella notte, considerando che, una volta visti sparire les italiens dentro due taxi, non c'è rimasta anima viva in giro.
Sono pure incredibilmente sobri. E cordiali. E simpatici.
C'e' una piccola asiatica, un francesona mora e occhialuta, una bionda senza viso, un ragazzo decisamente poco cordiale e una ragazza con i capelli di un rosso carota chiarissimo.
Mi dicono che Albert è lontano (Albert è una zona, non un tizio a caso), che ci mettero' un'ora e che, per non perdermi, mi conviene seguire i binari del tram, anche se fanno un giro più lungo.
Facciamo un pezzo di strada insieme, cosi', testuali parole, mi mettono sulla retta via.

La ragazza coi capelli d'arancia ed io iniziamo a parlare. Il suo inglese non mi dice di dov'è, ma mi dice che l'ha parlato tanto.
Florence è nata e cresciuta a Bruxelles. Florence, si chiama. Dopo due anni in Spagna, a settembre se ne va in Nuova Zelanda. Cosi', come avrei fatto io se non fossi saltata sul treno per il Benelux.

Parliamo delle città, delle persone, di come si perda un po' di patria quando ci si trasferisce all'estero, di come ci si senta a casa un po' dappertutto e da nessuna parte, di come sia difficile; ogni volta, andarsene, lasciare tutto, ricominciare a fluire.

Nel frattempo arriviamo su un ponte, dove l'asiatica e il ragazzo poco cordiale si separano dal resto del gruppo. Dopo i saluti, la francesona occhialuta e automunita mi offre un passaggio fino ad un quartiere decisamente più vicino a "casa mia" di quello in cui siamo ora. Accetto con la condizionale, ovvero che sia di strada; "Oui oui, ce n'est pas loin avec la voiture". Cosi' saliamo tutte in macchina e, mentre parlo con Florence e la citta' mi scivola accanto veloce, non mi accorgo di dove stiamo andando, fino a che non vedo il bar sotto "casa".
"Ici c'est Albert; ou est-ce que tu habites?"
"Mais ... Ici! J'habite ici!!! Girls, you are amazing, really; thank you so much!"
"Anytime!"

Mentre scendo, profusa in mille ringraziamenti, auguro loro buona fortuna. E non perchè presa dall'euforia di essere arrivata a casa in un battibaleno e al caldo, ma perchè mi sono sembrate delle brave persone, intendendo davvero augurar loro il meglio per le proprie vite.

Infilo gli scalini come bottoni di una camicia, entro in casa, faccio un the bollente e mi siedo sul terrazzo.
Giusto in tempo per vedere l'alba.
E scrivere un post. Sorridendo. Chi se ne frega se devo alzarmi tra tre ore, mica si puo' dormire se c'è da sorridere.


mercoledì 18 luglio 2012

CONTARE GLI ALBERI


Nemmeno una goccia di pioggia, nemmeno per sbaglio.
Dall'alto della mia prima settimana in terra belga, iniziavo a dubitare fosse possibile.
Poi una sfera bianca, luminosissima e prepotente; aspetta un attimo, sarà mica il sole? Pure qui? Ma guarda te. Allora è proprio vero che tutto il mondo è paese.
Quel 19 blu sulla colonnina di mercurio, mi fa riconsiderare il concetto di "caldo" sotto una nuova prospettiva.
Stacco dal lavoro e non ci penso nemmeno ad andare a casa; vago per Ambiorix square per un tempo in(de)finito, osservando gli alberi, le persone, annotando cose che, per qualche motivo, non voglio dimenticare. Seguo la strada, in discesa, e finisco sulla riva di un laghetto, cui si puo' accedere soltanto da due lati opposti; quando arrivo ad uno degli ingressi lo vedo di nuovo; è ovunque, in tutta la città, e il fatto di non sapere cos'è ormai è diventato un supplizio. Prendo coraggio e faccio quello che mi sono proibita di fare fino ad ora:

"Excusez-moi madame; savez vous le nom de cet arbre?"
"Oui, c'est un châtaignier"
"scia-tai-gne'?"
"Oui. Si vous voulez je peu l'ècrire pour vous"
"Maman; elle est la fille qui ecrivait devant les arbre ; nous vous avons vu, mademoiselle"
"Oh ui?"
"Oui; vous etes un etudiante de les plantes?"
"Je les aimes; je veux connaître les noms des arbre ou j'habite"

 Parliamo cosi', sedute su una panchina di legno scuro, all'ombra di un castagno e di un enorme salice piangente, col mio francese stentato e il loro ineccepibile; alzo gli occhi e mi aggrappo ai rami, mentre cerco tra le fronde le parole che non ricordo. E' un castagno, quell'albero disseminato per tutta Bruxelles; il fatto che non lo sapessi, mi fa riflettere su quei pochi che devo aver incontrato prima d'ora per non ricordarmelo.
In realtà, dopo una seconda riflessione corredata da documentazione, decido che è un ippocastano; quelle foglie buffe, che sembrano girate al contrario, il castagno non ce le ha.
E poi aceri, vecchissimi, platani altrettanto anziani, frassini, carpini, un melo di cina, perfino un piccolo liquidambar senza nome, dentro l'area giochi per i bambini. Dico "senza nome" perchè in Ambiorix, su quasi tutte gli alberi c'è una targhetta col loro nome in francese, fiammingo e "gergo botanico". Sul liquidambar no, pero' io lo riconosco subito, anche se è piccolo, anche se è ignorato da tutti.

C'è pure un'altra targhetta, in realtà; quella non discrimina, è su ogni albero, non solo ad Ambiorix ma anche qui in riva al laghetto, in tutta Bruxelles. Sembra ottone, e c'è sopra un numero impresso a caldo; mi domando se esista una sorta di censimento degli alberi, un anagrafe botanico; sarebbe bellissimo.

Osserviamo gli alberi ancora per un po', mentre la madame mi dice che non c'è abbastanza verde in città; le dico che dovrebbe fare un giro nelle nostre, di città, in Italia. Si è fatto tardi, e sento la lavatrice che mi ulula da Saint Gilles; ringrazio la maman avec lunettes, la jeune fille avec la queue de cheval, e decido di tornare a casa.
Mentre mi allontano, la bambina mi urla "Mademoiselle? Vous êtes très jolie", io la guardo, sorrido come se mi avesse appena abbracciato e le dico "Merci beaucoup"; avrei voluto dirle che anche lei era davvero très jolie, ma quel toi aussi mi è rimasto incastrato ad un neurone e non ne sono stata capace. Pero' l'ho pensato; intensamente; magari lei l'ha sentito lo stesso.

venerdì 13 luglio 2012

IL MOMENTO IN CUI TUTTO E' POSSIBILE

Caffè di dimensioni bibliche, sigaretta e vento tra i capelli; cosa si puo' volere di più dalla vita?
Tante cose; tipo uno scirocco invece di una tramontana, un cappotto di zanzare invece che di lana, qualcuno cui raccontare la mia giornata invece di questo silenzio.
Ma sto bene.
Ho messo il caffé in quell'unica tazza che, immediatamente, ho sentito mia ma non avevo mai osato prendere, perchè è di plastica ed è delle bambine. Loro non ci sono, sono in Italia, ma per qualche motivo, non l'avevo mai usata fino ad ora; credo sia perchè il caffè è una cosa "da grandi" e qui, fino ad ora, ci dev'essere entrato solo del latte, camomilla al massimo.
Dal terrazzo c'è un panorama che definirei rasserenante; molti alberi, le case fitte fitte, i tetti scuri e affusolati, con i camini lunghi e stretti, che sembrano mani in saluto o spine infilate nel fianco del cielo, a rubare un po' di corrente alle nuvole.

C'è un terrazzino verde, cui si accede da una parete a vetri in legno color caramello; si vede bene da qui, anche se è abbastanza distante. E' incastrato fra muri, mattoni, vite di cui non sa; un po' come il sole, ancora alto ma impigliato tra rami d'albero e il bianco di un cielo a buccia d'arancia.
Il verde qui, come in tutti i paesi del nord, è diverso da quello cui siamo abituati; molto più freddo e scuro rispetto ai colori mediterranei di casa. Mi piace. E so che è questione di tempo, è solo perchè questa vita non è ancora mia, ma presto mi sentiro' a casa, lo sento gia' in questo cielo coperto che vuole essere scoperto, capito.

Nel frattempo, mi godo il limbo o, come lo chiama Brezsny, il momento in cui tutto è possibile. Perchè è di questo che si tratta, in fondo; tutto è cosi' intenso, bello e doloroso perche' sono in quella terra di mezzo in cui sono equidistante da cio' che ho lasciato e da cio' che ancora non ho creato.
E' abbastanza destabilizzante, devo dire. Cercavo proprio questo, avevo bisogno di lasciare l'appartenenza, l'appartenuto, l'appartamento, infilare due cose in valigia e andare.
Mi domando cosa sia questa voglia di conoscere le terre, i cieli, le cose e le persone di questo mondo; non che ci sia qualcosa di sbagliato, tutt'altro; è solo che se io morissi domani, morirei lontana da tutto quello che ha senso per me; è solo che è strano stare in un posto dove nessuno ti vuole bene. Non ancora, almeno.

Mi dispiace mi manchi il tempo per passare a trovarvi, ora come ora. Ne avro' quando le cose prenderanno una piega, una qualunque. E mi dispiace anche per questa tastiera francese e per tutti gli apostrofi inopportuni che ho finto essere accenti.

Sono le dieci e mezza spaccate e il sole è ancora qui vicino a me.
Mi piace Bruxelles.


giovedì 12 luglio 2012

PUNTO. A CAPO

Oggi mi sono persa. Mi succedeva anche in Finlandia, anche dopo sei mesi; figuriamoci in un posto dove sono arrivata da tre giorni.
Ad essere onesta, non posso nemmeno dire di essermi impegnata affinchè ciò non avvenisse. Uscita dalla libreria ho iniziato a camminare, con la sete negli occhi e la curiosità nei piedi. E questo è tutto. Nessuna cartina, nessuna attenzione alla segnaletica, nessun phone abbastanza smart da avere google maps o qualche altra diavoleria tecnologica. Quando ho sentito il bisogno di tornare verso "casa" ho fatto come facevano le persone un tempo e come ho sempre fatto; ho chiesto a qualcuno.
Ma in quel momento, subito dopo aver deciso di tornare verso Saint Gilles, prima di domandare a qualcuno, mentre ci provavo da sola ad orientarmi ( non si sa bene con quali strumenti visto che non conoscevo la zona, ero senza cartina e non avevo idea nemmeno di quanto potessi essere lontana da luoghi quanto meno già visti di sfuggita), proprio lì, ho visto casa mia, al 113 di Rue Braemt. Due enormi finestre in rilievo, una sopra l'altra (più precisamente bow window, italianizzate bovindo; terribile inglesismo maccheronico che mi rifiuto di usare), intagliate nel legno e incastrate in una costruzione di mattoni chiari, dipinte di un colore che doveva essere oro, tempo addietro. Ecco; questa è La Casa, la casa in cui non abiterò mai, ma che se mi chiedessero "Come te la immagini la tua casa a Bruxelles?", io risponderei "Così, esattamente così".
Mia cugina (che vive qui da 12 anni e che mi sta ospitando con infinita magnanimità, pertanto Santa Subito), mi ha dato ragguagli sulla zona, facendo presente che non è esattamente l'area più tranquilla di Bruxelles; intendiamoci, nessuna sparatoria o altra roba da mafia sudamericana e/o ghetto camorrista, semplicemente inizia ad essere una zona dalla dubbia identità, poco servita dai mezzi e vagamente arabizzata.
Si, dubito ci vivrò, al 113 di Rue Braemt, anche se, vi giuro, io e quella casa, per un attimo, abbiamo parlato la stessa lingua.

Fintanto che scrocco il letto a mia cugina, cerco di fare pratica linguistica, approfittando di suo marito, il quale è dotato di un fantastico accento parigino a me totalmente incomprensibile; è frustrante, ma da un lato devo dire che rispolverare il mio francese acciaccato si sta rivelando meno complicato del previsto. Certo, ha un po' di sciatica, le articolazioni scricchiolano e parte dell'ossatura è completamente da costruire, però direi che me la sto cavando egregiamente per essere qui da così poco. Per ringraziarli, oltre a cercare di ingombrare meno di quanto la mia altezza e i miei bagagli imporrebbero, stendo, cucino e lavo i piatti. La cugina S. mi deride quando trova le stoviglie ad asciugare sul lavello, visto che possiedono una lavastoviglie funzionante e sempre disponibile, giustamente, si chiede come mai io lavi a mano. E' che non ce l'ho, non ci sono abituata, sono tre tazze in tutto e che, le metto in lavastoviglie? No no, il modello "casalinga anni '50" ha ragion d'essere in certi casi!

E le strade, le case, i piatti da lavare, ma perché parlo di queste cose? Non che siano totalmente prive di significato, ma ciò che mi cammina per la testa e sul cuore, ha un peso decisamente molto meno materiale e, paradossalmente, più concreto delle quattro stronzate che ho scritto finora.
Eppure ...

Fa freddo qui, freddo come se l'estate non esistesse; piove e tira vento, vento del nord. Però il sole, quando c'è, tramonta alle undici; e stasera, che non c'era nemmeno una nuvola, ho visto le stelle. Come fosse la prima volta.


giovedì 5 luglio 2012

EMME

Non lo facevamo da tempo, forse più di un anno. 
Era routine, un tempo, almeno in certi periodi dell'anno. 
La lampada a forma di papavero instancabilmente accesa, gli appunti, i libri, le dispense, gli schemi, sparsi ovunque, indistintamente, dal tappeto al letto; i pennelli tra i capelli, tra i suoi fusilli rossi, tra i miei fili di corteccia bruni; l'odore pregnante del caffè delle tre, la cioccolata, la redbull, le milleuna sigarette, col fumo che si mescolava alle parole, alle risate, talvolta alle lacrime.

Prendiamo un gelato alla Gelateria de' Neri, prima di salutarci; "Sali?"; ho già infilato i quattro piani di scale, mentre penso a quanto mi sarà piacevole un'ultima incursione notturna in casa della M., a pochi giorni dalla partenza.
Tutto come sempre. Calamite sul frigo, foglietti pieni di non-sense, il bagno rosa fast-food americano anni 50, la sua stanza, immersa nello stesso indomabile caos di cui sono fatti i suoi capelli; "M., la Callas dov'è?", "La devo restaurare; non ha retto molto bene all'ultimo trasloco". Andiamo in cucina, in cerca di ghiaccio e acqua fresca; ci sediamo nelle due poltroncine affrontate l'una all'altra, sul terrazzino.
"Hai idea di quante volte siamo state sedute così, l'una davanti all'altra, coi libri sulle ginocchia?"
"Già ... L'ultima volta c'era D'annunzio, delirante solo al pari dell'esame di Estetica!"

Sembriamo quasi le stesse, ma questa volta non lo siamo. Niente esami su cui sudare sangue, niente libri e paranoie, questa volta è diverso, ci siamo solo noi e un'ultima, inaspettata, lunghissima notte insieme.
E' sempre affollata, casa della M. Coinquilini, fidanzate ninfomani, ospiti da mezza Europa, gente a caso; quando in casa della M. si smetterà di respirare quest'atmosfera da "Appartamento spagnolo" sarà la fine di un'epoca. Ma non credo avverrà tanto presto; la M. e quel nugolo di fricchettoni di cui si è sempre circondata, credo rimarrà un punto fermo ancora per un po'.
Mi racconta della prima esperienza da aiuto costumista, in una produzione italo-russa sul calcio storico fiorentino (???); mi racconta di M., di come l'ha conosciuto e di come lo zodiaco e il suo spirito indipendente lo rendano simile a me; e poi famiglia, progetti, paure, speranze, idee, cazzate, proprio come un tempo.
Le racconto tutto anch'io. Proprio tutto, anche quelle cose insospettabili che ho avuto il timore di dire, già sapendo che la sua porta, di casa, mente e cuore, per me rimane sempre aperta.
Le scende una lacrima mentre "mi confesso". E' incredibile come il suo rimanga, negli anni, l'animo incorruttibilmente puro di un bambino.

Arrivano le tre, e arriva pure il caffè. Terribile, come sempre, troppo pressato e super amaro, come quando avevamo ancora diverse ore di studio davanti a noi; il cestello della lavatrice gira su di sè, riavvolgendo il nastro del tempo di giorni, mesi, anni. Così apriamo valigie, bauli, cerniere, a tirar fuori le cento cose di questi sette anni, a ricordarci vicendevolmente chi eravamo, solo per vedere meglio chi siamo.
E ridiamo, in mezzo alle storie e alle memorie, mentre tendiamo i panni sul terrazzino, e intanto sono le 4.30 e domattina c'è da partire e dovremmo dormire e non abbiamo mica più vent'anni; ma per stasera - e solo per stasera - è come se li avessimo.
Abbracciate, ammiriamo il primo sussurro di sole contendersi l'est del cielo con la cupola del Duomo, in quella che è l'ultima, l'ennesima, ma forse anche la prima alba insieme. Nasce una promessa in grembo ad un nuovo giorno, senza nemmeno il bisogno di aprir bocca, l'una per l'altra saremo, ci saremo, non importa dove nè quando.
Tre ore dopo, ci salutiamo sull'uscio di casa sua. Frettolosamente, ci sorridiamo con le orecchie tappate, per sentire un po' meno.
Infilo le scale, di nuovo, in discesa per i piedi, in salita per il cuore.
Prima di uscire nel fuoco delle dieci pesco una penna dalla borsa, un foglio dall'agenda e le scrivo due righe. Gliele appiccico al portone, con un cerotto, ci faccio un cuore sopra e me ne vado.
Un cuore grosso così.




martedì 3 luglio 2012

[ ]

Esco dalla doccia, infilo l'accappatoio e accendo una sigaretta.
Le dita appassite come petali di rosa dopo una processione alla Madonna, ancora umide, quasi bagnate, con le gocce che dai capelli scivolano a morte certa verso il cordone di spugna che mi cinge il collo. Eppure non posso aspettare, i tasti sono calamite per i polpastrelli, per i pensieri.
Non so se sia per via di tutta quell'acqua che mi scorre addosso come fanno i giorni, o forse è semplicemente per via di tutti quegli scatoloni in cui ho tentato di stipare la mia vita, ma mi sento come se un sacco di roba volesse uscire fuori, invece di lasciarsi infilare tra vecchi libri e vestiti che non metto da secoli.
Finché c'è scelta, tempo e spazio, le cose sono leggere, fluttuano indisturbate dentro di noi, venendo alla bocca solo se galleggianti, sennò se ne stanno quiete a creare maremoti destinati ad esaurirsi dietro la solita faccia; quando scelta, tempo, spazio non ce n'è, come geyser incontrollabili, scalpitano per trovare una manciata di parole che renda loro giustizia, sgomitano per accaparrarsi una corda vocale e un attimo di poca lucidità per uscire finalmente allo scoperto.

Due pesi e due misure.
Quella del "let's go with the flow" e quella del '"but i don't know if i still feel like swimming".
Allora è così? Le cose non dette non esistono, come le cose mai accadute?
Io non se sono così certa (Pier, mentre scrivo sappi che penso a te, tutte le volte che uso la prima persona singolare).
Le cose non dette sono solo non dette, ma non è detto che non siano.
Anzi.
Bisognerebbe domandarsi perché rimangono mute.
Capita che vada bene così, che sia proprio il posto in cui devono stare, il fondo del cuore.
Ma per tutte le volte in cui non è così? Come si fa quando le parole sembrano non bastare e i silenzi soffocare?
Forse è il modo di comunicare a dover cambiare

Provo a lanciare i miei occhi in quelli di qualcun altro, provo a lasciare che sia il corpo a farsi schiavo di ciò che sento, inventando un alfabeto A-mor(s)e dove la pelle sia il foglio, le dita siano l'inchiostro, nel tentativo di dire ciò che non si può dire, perchè non appartiene alla bocca, non sa che farsene della grammatica e nemmeno del pensiero logico.
Ed io che amo le parole di un amore viscerale, che quando scrivo è come se passassi una mano tra i miei capelli, che cerco di sublimare il limite comunicativo accozzandole insieme in maniera inattesa, mi ritrovo ad allungare un piede fuori dal perimetro alfabetico per scoprire cosa c'è.
Allora chiudo le labbra, apro i silenzi, come squarci in seno al cuore, prendo gli sguardi, i sorrisi, un paio di guanti e qualche ritaglio di giornale, mescolo tutto in uno scatolone senza fondo e senza fine e lo lancio al di là di me, nella speranza che quello che c'è dentro abbia ali invece che voce.
E a volte, sorprendentemente, funziona.


PUNTO

Sono distrutta.
Emotivamente, fisicamente, psicologicamente stremata.
Non pensavo sarebbe stato così difficile.
Vorrei scrivere, lasciar sfogare quel vociare assordante che preme la gola per uscire, ma sono davvero troppo stanca.
Ci tenevo solo a scrivere mentre il mio "oggi" non è ancora franato completamente nel domani, perché oggi, io ed un bagaglio emotivo di proporzioni epiche abbiamo guardato per un attimo il cielo incredibilmente terso, per poi sparire ingoiati da un viaggio per cui non c'è un ritorno previsto. Ed era la prima volta.
Dopo sette, lunghi, densissimi anni.

Riflettevo sul fatto che da quando c'è la fotografia digitale, si fanno meno foto.
Errata corrige; io faccio molte meno foto.
Ed è un peccato.

Fine.
Vado a dormire, con la luna nel letto già da un bel pezzo.
Il resto può mantecare un gionro in più e lasciarmi il tempo di riposare.