martedì 3 luglio 2012

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Esco dalla doccia, infilo l'accappatoio e accendo una sigaretta.
Le dita appassite come petali di rosa dopo una processione alla Madonna, ancora umide, quasi bagnate, con le gocce che dai capelli scivolano a morte certa verso il cordone di spugna che mi cinge il collo. Eppure non posso aspettare, i tasti sono calamite per i polpastrelli, per i pensieri.
Non so se sia per via di tutta quell'acqua che mi scorre addosso come fanno i giorni, o forse è semplicemente per via di tutti quegli scatoloni in cui ho tentato di stipare la mia vita, ma mi sento come se un sacco di roba volesse uscire fuori, invece di lasciarsi infilare tra vecchi libri e vestiti che non metto da secoli.
Finché c'è scelta, tempo e spazio, le cose sono leggere, fluttuano indisturbate dentro di noi, venendo alla bocca solo se galleggianti, sennò se ne stanno quiete a creare maremoti destinati ad esaurirsi dietro la solita faccia; quando scelta, tempo, spazio non ce n'è, come geyser incontrollabili, scalpitano per trovare una manciata di parole che renda loro giustizia, sgomitano per accaparrarsi una corda vocale e un attimo di poca lucidità per uscire finalmente allo scoperto.

Due pesi e due misure.
Quella del "let's go with the flow" e quella del '"but i don't know if i still feel like swimming".
Allora è così? Le cose non dette non esistono, come le cose mai accadute?
Io non se sono così certa (Pier, mentre scrivo sappi che penso a te, tutte le volte che uso la prima persona singolare).
Le cose non dette sono solo non dette, ma non è detto che non siano.
Anzi.
Bisognerebbe domandarsi perché rimangono mute.
Capita che vada bene così, che sia proprio il posto in cui devono stare, il fondo del cuore.
Ma per tutte le volte in cui non è così? Come si fa quando le parole sembrano non bastare e i silenzi soffocare?
Forse è il modo di comunicare a dover cambiare

Provo a lanciare i miei occhi in quelli di qualcun altro, provo a lasciare che sia il corpo a farsi schiavo di ciò che sento, inventando un alfabeto A-mor(s)e dove la pelle sia il foglio, le dita siano l'inchiostro, nel tentativo di dire ciò che non si può dire, perchè non appartiene alla bocca, non sa che farsene della grammatica e nemmeno del pensiero logico.
Ed io che amo le parole di un amore viscerale, che quando scrivo è come se passassi una mano tra i miei capelli, che cerco di sublimare il limite comunicativo accozzandole insieme in maniera inattesa, mi ritrovo ad allungare un piede fuori dal perimetro alfabetico per scoprire cosa c'è.
Allora chiudo le labbra, apro i silenzi, come squarci in seno al cuore, prendo gli sguardi, i sorrisi, un paio di guanti e qualche ritaglio di giornale, mescolo tutto in uno scatolone senza fondo e senza fine e lo lancio al di là di me, nella speranza che quello che c'è dentro abbia ali invece che voce.
E a volte, sorprendentemente, funziona.


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Volevo avere familiarità con ciò che può lavoratori un'ape nello spirito in movimento del singolo in modo che su di esso non è che non poteva accordare una risposta puntigliosa .

carpe diem ha detto...

non sempre il silenzio soffoca...non sempre le parole non dette restano così...il silenzio a volte vale molto di piu'

miwako ha detto...

Caro Anonimo, ho pensato molto alle tue parole e, onestamente, non c'ho capito una mazza! Wahahaaa! Scherzi a parte, non prenderla dal verso sbagliato, è che davvero mi sfugge il senso, sembra tradotto con google translator, perciò qualora volessi corredare da qualche spiegazione ulteriore, mi faresti cosa gradita!

@ Carpe Diem: E per fortuna, fanghetto! Inventiamoceli 'sti linguaggi quando non sappiamo come fare!