mercoledì 29 agosto 2012

DEUX PÊCHES

Infilo acini d'uva nella bocca, uno dopo l'altro, come automobili che entrano in fila in una galleria.
La luna non mi scolla gli occhi di dosso, fuori da questa finestra.
La notte è un po' meno notte stasera. Forse per via della luce.
Un ritaglio di nuvole quiete se ne sta placido ad un soffio dalla luna. Sembrano ossi di seppia, distesi su una battigia troppo blu.
Ci sono anche le stelle stasera.
Il cielo laccato, crivellato di stelle è il grande assente delle notti Bruxellesi.
Esco, sul solito terrazzino di quella casadolcecasa che ancora, benevolmente, mi ospita.
Vengo a scrivere, a fumare, a bermi un infuso lavico che scaldi fin giù dove c'è freddo.
Lavoro molto. Anche quando non sono al lavoro.
Mi stanco. Dormo il giusto. Sto bene.
Manca il tempo per scrivere e il mio equilibrio ne risente.
Non sto cucinando, suonando, appuntando.
Leggo molto però.
Trovare casa si sta rivelando impresa più ardua del previsto. Credo finirò all'Hilton.
A volte faccio 35, altre volte 28, altre ancora come dice mia madre "manca sempre 30 a far 31".
Je voudrais des pêches, s'il vous plaît. Due me ne ha date. A casa, ho aperto il sacchetto di carta colmo di frutta e verdura e loro erano lì, sperdute, abbracciate in mezzo ai sedani e alle fragole. Des, Deux ,poca differenza.
Si è spenta anche l'ultima luce, nella trincea di case affusolate che sta dirimpetto al terrazzino.
E' molto bello, verso le undici, quando è già buio e tutte quelle luci brillano come fiaccole appese al cielo.

Ricordo poco della guerra in Bosnia, ero veramente piccola. L'orrore te lo servivano in tavola, col tiggì e i bastoncini findus nel piatto. Nessuno mi spiegava niente. Guardavo quelle immagini terribili, di cui solo radi fotogrammi spelacchiati sono sopravvissuti al corrodere del tempo, e non riuscivo a mangiare. M'incupivo, per un po'. Poi mia madre cambiava canale, io scacciavo i pensieri e mangiavo i bastoncini. Con la pancia satolla, piena del mio puerile egoismo, me ne stavo coi piedi sotto al tavolo, i vetri alle finestre e le scarpine ben allacciate, mentre tutte quelle persone morivano nei modi più strazianti.
Adesso, per un attimo, questa incoscienza mi sembra più crudele di qualunque altra cosa, anche della morte stessa.

Non c'è più la luna.
Ingoiata da manciate di bianco, neve di cotone che si è materializzata, letteralmente, in qualche istante.
Guardo gli alberi.
Sembrano incollati, dipinti, appiccicati con lo sputo.
Le foglie immote come mai prima.
Questo angolo di mondo sembra in formalina, non si muove neppure la più piccola delle foglie; da dove se ne sono venute queste nuvole posticce ?

Una falena grande quanto un unghia è venuta a darmi la buonanotte.
Ieri era una coccinella.
Ma le coccinelle, che ci fanno sveglie la notte?


Hey "stranger", where are you? If you're there, knock once. Knock.
 

giovedì 23 agosto 2012

LA DANZA DELLE ORE

Mi è sempre piaciuto osservare le persone, immaginare le loro vite, guardare le loro facce da lavoro, sorprendere un sorriso sincero nella calca delle sei, sbirciare cosa legge il tizio seduto accanto a me, con quei buffi sandali di gomma ... ultimamente però, ho ripreso a leggere con una voracità che non avevo da tempo, infilando la testa in un libro non appena salgo in metro, aspetto il mio turno alle poste, o cammino per strade che conosco quanto basta da sapere che non rischio di morire in un dirupo. 
Dev'essere fame, una spasmodica fame di parole che ho bisogno di placare appena il quotidie me lo consente; e loro, le parole, devono essere tutte quelle che mi sono persa mentre leggevo per preparare un esame piuttosto che per diletto, quelle di cui mi sono svuotata per scrivere la tesi.

Il risultato è che sono molto meno attenta nell'osservare le persone intorno a me, la città, i suoi ritmi, i suoi colori.
Gli unici che riescono a cavarmi fuori da un libro sono gli alberi; sento gli occhi che si aggrappano ai rami come pesci agli ami.
E da un lato sono dispiaciuta, è un'emozione tale per me guardare il mondo attraverso le persone, che non vorrei perdermene nemmeno una.
Dall'altro, ha un suo fascino anche starsene dall'altra parte, dalla parte degli ignari che vengono osservati loro malgrado; e proprio quando ti convinci che non c'è assolutamente niente di meglio di un buon libro, ci pensano le persone a ricordarti quanto sappiamo essere straordinari, noi esseri umani.

Sono le otto meno e un quarto, quando arrivo ad Albert.
Testa bassa, impiastricciata della Ginzburg fin sopra i capelli, passo incerto e orecchie sorde.
Continuo a leggere, mentre m'incammino verso le scale mobili che mi riporteranno in superficie.
Alle mie spalle, una bambina ride divertita, spontanea.
Non ci faccio caso fin quando il suo genuino squittio non mi richiama, prepotente, alla realtà.
Sorrido del suo riso di bambina, senza però distogliere lo sguardo da quelle pagine.
Ad un certo punto, qualcosa nell'aria mi blocca, come una sensazione, una presenza.
Volto la testa e lancio gli occhi alla mia destra.
C'è un uomo, credo abbia da poco passato i quaranta. Mi guarda con aria innocente, mentre un sorriso incontenibile gli scioglie gli angoli della bocca.
Le braccia alzate, sopra la testa, il collo allungato come un giunco, le scarpe flesse, sulle punte.
Si, penso, sta decisamente piroettando come un'étoile.
Mi guarda, aspetta un sorriso, un biasimo, una reazione.
Allora, faccio quello che qualunque persona sana di mente avrebbe fatto.
Chiudo il libro, alzo le braccia e inizio a volteggiare insieme a lui.
Ora la bambina ride a crepapelle; guarda il suo papà giocare alle ballerine con una sconosciuta, mentre saltella con quei capelli chiari e trasparenti come i tentacoli di una medusa, e applaude concitata.
Ridiamo tutti e tre, senza dirci una parola, con l'eco infinito di questa gioia insensata che rimane a vibrare tra le mura del sottopassaggio.
Mentre ci salutiamo, imbocco le scale mobili e penso a quanto si sia divertita la piccola medusa, a come debba essere fantastico, nella sua testolina, avere un superpapà che importuna sconosciuti nella metro per imbastire uno spettacolino per la sua bambina.
E penso che sono fortunata, a riuscire a vedere la bellezza disarmante della vita che s'infila nelle pieghe della quotidianità.
Cose del genere accadono tutti i giorni nel mondo, con una semplicità e una ripetitività imbarazzante.
Perché ce le perdiamo?
Dove abbiamo la testa, oltre che sui libri?
Dove abbiamo gli occhi?
Dove abbiamo il cuore?

Mentre salgo in superficie, penso anche che non voglio perdermi niente.
Niente al mondo.



martedì 14 agosto 2012

FOSSI F(R)IGO

Non ho mai capito perché, fino a qualche anno fa, i frigoriferi di cui la maggior parte delle cucine italiane veniva dotata alla nascita, constasse di minuscoli rettangoli tridimensionali, incastrati nel legno. In un posto che vanta una tra le migliori cucine al mondo, dove l'attenzione per la qualità è altissima, dove il consumo e la varietà di frutta, verdura, latticini freschi è nettamente superiore alla media mondiale, in un posto dove mangiare  sano, mediterraneo è la regola e non l'eccezione, com'era mai possibile che il frigo medio di una cucina media di una famiglia media, avesse le dimensioni di tre scatole da scarpe impilate?

Lo so com'è possibile, lo so che uno dei parametri cui si lega la qualità è la freschezza degli ingredienti, comprati quindi -teoricamente- di giorno in giorno; ma i ritmi crescentemente forsennati, la progressiva riduzione del numero di casalinghe in proporzione all'aumento di madri lavoratrici, la scelta del supermercato perché "anche se era super, ora, chi c'ha più tempo per andare al mercato?", sono cambiamenti sociali che si erano sviluppati da un pezzo quando i superfrigoriferi hanno fatto la loro comparsa.
Quelli "normodotati", che venivano insieme ad una cucina intera, l'hanno fatta da padrone almeno per un ventennio in più del dovuto, mettendo le famiglie nella condizione di comprare con le modalità e le quantità consone ai tempi, dovendo però stipare il tutto in una macchina del tempo congelata nella generazione precedente.
Se pensate alla velocità con cui, che so, i "telefoni" (qualora fosse ancora legittimo chiamarli in questo modo) si superano l'un l'altro, diventano obsoleti nel giro di qualche mese, tendendosi imboscate a suon di App e funzioni assolutamente inutili, è incredibile la tenacia con cui queste scarpiere climatiche ai CFC, progettate e prodotte da persone probabilmente defunte da quarant'anni, siano riuscite ad imporre la loro presenza ben oltre il ragionevolmente funzionale, oltretutto in un ambito ben lontano dall'essere ludico.
Che sia il segno di una tradizionalità dura a morire, per lo meno negli ideali delle famiglie italiane?
Non so, fatto sta che si sono conservati bene.
Wahahahaaa, questa era terribile.

Io non so voi, ma prima dell'avvento di quel baraccone che ora si prende quasi mezza parete, in casa dei miei, era una continua lotta all'incastro, alla ridistribuzione, quasi al limite della blasfemia; petti di pollo che tentavano un triplo carpiato nel barattolone di yogurt, affettati con mire omicido-soffocamentali nei confronti di innocue pesche noci, coalizioni di uova dissidenti, pronte a farsi esplodere nei pressi di inermi panetti di burro; insomma, era sempre un gran casino.
Impensabile sfilare quel cetriolo da là sotto senza creare scompensi nella letterale rappresentazione della piramide alimentare, era come giocare a shangai!
Per non parlare del congelatore, grande quanto il letto di Barbie! Estrarre qualcosa di lì, significava estrarre un cubo informe di roba varia e: A) scongelarla tutta e mangiare scaloppine in salsa di minestrone con crumble di cucciolone motta; B) prendere a martellate il tutto sperando di porre fine al temibile incesto di cibi e sapori stipati come nemmeno le conigliette del vecchio Hugh (Hefner) in "riunione".

Ora, invece, aprire il frigo di questa casa, è come ascoltare un'aria di bach; c'è una pacifica armonia, una bilanciata coesistenza, e, molto semplicemente, ogni cosa ha il suo posto, o lo trova facilmente, senza dover sgomitare o pagare il pizzo cedendo una coscia alla mafia ortofrutticola locale.
Non v'immaginate chissà che, non è un bilocale soppalcato; per capirci, un cadavere ci entrerebbe solamente piegato e dopo aver tolto i ripiani, ecco. 
E' più che sufficiente per una famiglia di 4/5 persone.
E lo sapete qual è la cosa bellissima? Che le calamite, finalmente, possono stare tutte insieme nell'unico posto in cui dovrebbero stare per poterne giustificare la produzione.

Il frigorifero dei miei è enorme, color panna e con due grosse maniglie a forma di arco, ricoperte di quella specie di finta radica così terribilmente anni '90; sembra uscito direttamente da "genitori in blue jeans", un po' per il design, un po' per la grandezza, decisamente da famiglia americana più che italiana. In realtà, ero venuta qui per raccontare di come questo frigorifero sia una legenda familiare, di come rappresenti un punto nevralgico della casa, di come, aprendolo, le abitudini di un'intera famiglia si rivelino chiaramente, di come, chiudendolo, si possa scoprire che facce avevamo mio fratello ed io da bambini, dei proverbi a tema che mia madre non vuole dimenticare, dei posti in cui siamo stati degnamente rappresentati da kitschissime calamite, dei bigliettini illustrati che ci siamo lasciati sul tavolo negli anni; ma questa, è davvero un'altra storia.


domenica 12 agosto 2012

LESSICO FAMILIARE bis

Corro, con un vigore che non sapevo mio.
La schiena sudata, il viso in fiamme, il frinire delle cicale, e quello dei miei passi.
Fa caldo. Mio fratello cammina, qualche decina di metri dietro di me. Le zanzare sono milioni; io provo a schivarle, e intanto penso alla velocità con cui la vita sa diventare ostile, tiranna, avida.
E sembra impossibile, col vento addosso, il grano che imbiondisce le pianure, il cielo scuro, infininito, blu profondo come un buco nelle tasche, il Po che mi segue come un'ombra e il sole che annega nel suo riflesso. Sembra impossibile che la vita possa essere nient'altro che questo.

Mi fa un cert'effetto essere a casa. Mentre preparo l'insalata, mio padre sta già mangiando. Girata di spalle, lo sento posare la forchetta esitante;
"Dov'è la mamma?"
"E' ancora in ospedale; l'intervento è stato più complicato del previsto e M. è ancora sotto morfina"
"Mi dispiace proprio per M. ... C. sarà perso senza di lei. Anch'io sarei perso senza tua madre."
"Pure io, papà."
"Tua mamma è una fuori classe, la numero uno. E non lo dico perché è  mia moglie, lo dico perché ha una forza e un'energia incredibili."
"Lo so. Come lei non ce n'è."

Mio padre è una persona taciturna. Anche se gli piace scherzare, parlare di politica e di storia, confrontarsi con noi circa quello che succede nel mondo, ciò che invece accade dentro di lui, rimane prerogativa esclusiva di probabili soliloqui e pensieri imperscrutabili.
Perciò, sentirlo esprimere un'ammirazione così sincera e disinteressata per mia madre, dopo 35 anni di matrimonio e tutta l'acqua passata sotto i ponti e tra di loro, è qualcosa cui davvero non ero preparata.

Penso che dev'essere una conseguenza di quello che sta succedendo alla cugina M., della violenza con cui ci si ricorda, di fronte a queste cose, quanto le nostre vite siano fragili.
Mezzora dopo, preparo di nuovo l'insalata; la mamma e la cugina C., sedute l'una di fronte all'altra, forzano il proprio stomaco ad aprirsi, nonostante tutto.
Mia madre si alza e va in camera a mettere qualcosa di più comodo. Al desco, rimaniamo io e la cugina C.; le chiedo come vede la situazione.
C. poggia la forchetta sul bordo del piatto trattenendo un impeto. Prepotente, il senso d'ingiustizia non può far altro che impadronirsi di azioni comuni, di strumentalizzare oggetti senza vita per esprimere il dolore; osservo il contrasto tra la sua espressione contratta e i piatti pieni di cibo, il bicchiere velato del suo rossetto, il pane mutilato a fianco delle sue dita eccessivamente magre.
Lei mi guarda negli occhi, con un'espressione che credo di non averle mai visto. Non dice una parola, ma mi ha risposto comunque.
Quando ritorna mia madre, riprendiamo a discutere della situazione, fino a che, con un caffè in una mano e una sigaretta nell'altra, ci spostiamo sul terrazzo. Forse a causa dell'aria finalmente fresca, o forse del cibo nello stomaco che, in qualche modo, mitiga l'umore, qualcosa si è addolcito, l'atmosfera ora è docile come burro ammorbidito. Non abbiamo cambiato argomento, nè finto una tranquillità che non c'è, siamo solo scivolati nelle cose che rendono unica la nostra famiglia, su quelle bizzarrie così peculiari che rendono ogni "tribù" diversissima da un altra.

La cugina C. è minuta, magra come un chiodo, ha i capelli rossicci, riccioli e arruffati, come si fosse sempre appena alzata, e due mani impazienti, come due coaguli di nervi che ne sintetizzano perfettamente l'essenza. E' una di quelle personalità vulcaniche e ciarliere che riuscirebbe a far ridere anche un frigorifero. E' esuberante, di un'esuberanza genuinamente post adolescenziale; il suo senso dell'umorismo, mai carente di allusioni sessuali, è stato spesso uno dei catalizzatori dell'annuale "cena dei cugini" (soppressa un paio d'anni fa, in conseguenza a non meglio identificati dissapori); credo esista una cugina C. in ogni famiglia.
Penso a quanto sono diverse, lei, la cugina M. e mia madre, penso che sono cresciute insieme, eredi di una famiglia e di una familiarità che noi abbiamo perpetrato in maniera molto diversa, ma non del tutto difforme, penso a come facciano a dirsi che si vogliono bene senza farlo effettivamente, penso a ciò che di inconciliabile ognuna porti in grembo, mutuato dalle rispettive famiglie.
Con timore misto a tenerezza, guardo a quello che potrebbe essere il nostro futuro; riuscire a contemplare l'ingiusta normalità insita nella possibilità che uno di noi si ammali, riuscire a vegliare durante le notti, bere caffè e dire banalità durante il giorno, evitare di parlare di ciò che sta accadendo, ridere anche con il cuore pesante quanto un macigno.
Come fanno, queste superdonne? Sono i baluardi di una generazione sacrificale, votata al dovere, ai figli, alla "tribù", al lavoro, colonne portanti di una matriarcalità neppure troppo celata, col peso sulle spalle di intere famiglie, intere case, intere vite; e, in tutto ciò, trovano la forza per ridere, per non piangere facendo da sentinelle ad un capezzale, per tenersi stretto quel contegno che ha impedito loro di dirsi che si amano, ma ha permesso loro di guidare le redini della famiglia, anche in momenti come questi.

E' difficile, per una come me, adattarsi al vecchio e collaudato sistema omertoso che, spesso, le famiglie adottano in situazioni come queste. Il non parlare di ciò che sta accadendo, il glissare, nascondendo ciò che è troppo scomodo sotto il solito tappeto, rende tutto più difficile ed ulteriormente doloroso. Fosse per me, i vasi di Pandora dovrebbero rimanere sempre aperti; uscirebbero i mali, le sofferenze e le paure, ma non ne varrebbe la pena, quando con questo scambio di virtù si potrebbe barattare l'onestà con l'assenza di tabù e omissioni varie? La libertà di parola inizia qui, in grembo alle famiglie, dove si assorbono permessi e divieti, dove si coltiva l'abitudine alla vergogna, al mutismo circostanziale, alle dietrologie falsamente risolutive.
Ciò nonostante mi rimetto, giustamente, al volere delle "anziane" della tribù che detengono tuttora lo scettro decisionale circa le spinose questioni familiari, conscia del fatto che, quando toccherà a me, farò il possibile perché l'unica vera regola sia quella della libertà; di scelta, di parola, di essere nient'altro che sè stessi.


sabato 4 agosto 2012

SE STIAMO INSIEME CI SARA' UN PERCHE'

Cos'è che tiene unite le persone?
L'amore?
La necessità?
L'attaccamento?
I soldi?
La paura?
I contratti?

La chiamano "maturità", quella consapevolezza che, ad un punto imprecisato della tua vita da adulto, dovrebbe colpirti come un cazzotto in viso, svelandoti che l'amore, ad un certo punto, diventa l'ultimo dei motivi per stare con qualcuno, forse, addirittura il meno plausibile.
Le persone si scelgono, si amano, si sposano, fanno i figli e fanno i mutui.
E poi?
Poi niente, cambiano, si allontanano, si odiano, a volte smettono di crederci; ma, come in un patto con qualche entità superiore (o inferi-ore), non possono liberarsi dal ricatto emotivo o economico che insieme hanno stipulato, perchè nel frattempo, nell'orticello degli orrori quotidiani, altre cose sono germogliate, hanno messo radici, diventando le ragioni per cui due persone continuano a stare insieme.
Allora, talvolta, c'è la paura di morire soli, di non saper più fare senza, l'abitudine, il mutuo supporto, l'equilibrio delle cose che puo' persino poggiare sulla rabbia reciproca, sulle litigate del lunedi' sera, sul tacito e vicendevole assenso ad incarnare l'uno il capro espiatorio dell'altro.

Per una come me, che vede l'amore ancora come l'unica cosa degna di far girare il mondo, la cosa è incontrovertibilmente inaccettabile.

Poi, lo so che esistono coppie, persone, famiglie il cui punto cardine è l'amore; ma per quello che vedo, intorno a me, la maggioranza si trova invischiata in qualcosa in cui l'amore è confinato a valore residuale e, per lo più, accantonato, dimenticato, inaridito, asservito a logiche altre, coperto da strati di polvere e quotidianità tanto inafferrabili quanto persistenti. E non ci posso fare niente, la cosa, tuttora, mi rimane indigesta.

Eppure, se ci rifletto, superato il disgusto, c'è qualcosa di poetico, quasi commovente, nell'imperfetto menage tra le persone, nella volontà che sfocia nel sacrificio di restare uniti; qualunque cosa accada. Forse tale volontà è già di per sè una forma d'amore.
Ma allora cos'è questo senso di ingiustizia profonda che avverto nel chiamare "amore" qualcosa che ha a che fare con la disperazione, col disprezzo occasionale, con l'interdipendenza, col bisogno di fare a metà delle angustie della vita e raddoppiare il budget?
Qualcuno sa di cosa sto parlando? Qualcuno mi spiega come tutto questo puo' essere confuso con l'amore?
L'amore ... L'amore, porca miseria, dovrebbe sempre renderci migliori, dovrebbe spingerci a volere niente di meno del meglio per chi amiamo, dovrebbe renderci altruisti all'ennesima potenza, felici di esserlo, ancor più consapevoli di noi stessi e, di conseguenza, degli altri.
Non dico certo che l'amore sia l'unica ragione che debba giustificare lo stare insieme, dico solo che, per lo meno, apprezzerei l'onestà di palesarne le ragioni senza tentare pateticamente di chiamarlo amore. Stare con qualcuno perchè c'è rispetto e volontà di condivisione non è meno  dignitoso di starci perchè c'è l'amore; l'unica cosa che determina la perdita di dignità è la mancanza di integrità rispetto alle proprie scelte, l'ipocrisia travestita da nobile sentimento.

Se io stessi con Hugh Hefner, probabilmente sarebbe per i suoi soldi, per la notorietà, o perchè mi piace l'idea di girare attorno ad un bicentenario costantemente fatto di viagra vestita da coniglietta; e allora? Non si puo' dire? No, certo che no; pero' potrei tranquillamente dire che un amore cosi' mai prima d'ora, che mi fa sentire protetta e che Hugh mi ama per la mia bontà d'animo, casualmente custodita nel corpo di una venticinquenne ossigenata che ha più silicone che pelle.
Ora, io non sono la venticinquenne in questione, non metto in dubbio la possibilità che un amore simile possa nascere; e ammetto pure l'eventualità che tali parole, qualora fossero pronunciate, possano essere vere; ma il punto, qui, è che c'è talmente tanta ipocrisia che se Miss-Silicone-E'-Bello non recitasse la parte di quella il cui amore trascende i 112 anni di differenza, verrebbe socialmente lapidata; non importa se poi, nel momento in cui lei proclama il suo amore ai quattro venti , viene immediatamente criticata, additata come troietta da bordo piscina nonchè falsa, arrivista e arrampicatrice (sociale, oltre che di pali da lap dance), la commedia deve esserci, perchè se non è accettabile che una 25enne fica oltre ogni umana comprensione si possa innamorare di una cariatide bavosa fissata con il sesso, lo è ancor meno l'idea che lei possa affermare il contrario, palesando la reale natura del loro legame.

In pratica, cara venticinquenne, se ti sei innamorata del vecchio Hugh, preparati a non essere creduta e a sentirti dare della poco di buono ben oltre i confini della magione o di qualunque luogo sia deputato all'espressione di tale sentimento; se non lo sei, dovrai fingere di esserlo per poi subire lo stesso trattamento di cui sopra. In ogni caso, rassegnati, se dirai la verità non ti crederanno, se dirai il falso non ti crederanno; se dirai quello che si aspettano tu dica, non ti crederanno ugualmente.
Semmai c'incontreremo e tu mi dirai che Hugh sta con te perchè lo rendi arzillo come nemmeno un flacone di viagra ingollato per intero, e che tu stai con lui perchè sogni una folgorante carriera nel glitterato mondo del pornosoft patinato, io ti stringero' la mano, augurando a te e Hugh che la vostra sia un'unione soddisfacente; e faro' lo stesso se mi dirai che vi siete ritrovati dopo quattro reincarnazioni andate a vuoto.

Non credo che qualcun altro, oltre la sottoscritta, saprebbe aprire un post parlando dei legami che uniscono le persone e chiuderlo con un monologo indirizzato all'ipotetica dolce metà di Hugh Hefner.
Bhe, io si.
Infatti non è esattamente qualcosa di cui andar fieri; percio' lo chiudo qui, questo post.
Punto.

mercoledì 1 agosto 2012

BABY SING WITH ME SOMEHOW

Ed eccoli là.
Stretti stretti, come si fossero appena trovati, incontrati, scelti, amati.
Si passano un braccio attorno alla vita mentre aspettano la metro, e sembrano disinvolti come ragazzini, anche se ragazzini non lo sono più.
Sospetto siano molto felici.
Come se avessi un rospo che cerca di uscirmi dalla gola, sento che potrei ridere e piangere da un momento all'altro, e urlar loro che è bellissimo vederli cosi'.
Non dico niente, ovviamente, ricaccio indietro lacrime e rospi e continuo a guardarli.
Ti si schiaffa in faccia come il sole all'improvviso, la felicità degli altri. E non si puo' fare a meno di guardarla, di guardarli, tanta è la luce che emanano.

Recentemente ho avuto una botta di felicità inaspettata e in controtendenza con questo strano momento di transizione. Il resto, per ora, è serena accettazione di ogni emozione questo periodo porti con sè, dalla frustrazione alla tristezza, dalla gioia alla sorpresa.
Ma, vi assicuro, è stata una botta incredibile. Quando sono cosi' felice mi rendo conto che si tende a dimenticare di quanto possa essere intensa la felicità. Forse è un meccanismo di difesa; visto che non si puo' essere sempre cosi' felici da far schifo, il cervello chiude in un cassetto il ricordo di quella felicità sfacciata, cosi' da non sentire troppo a fondo il dolore per la sua mancanza.
O forse, è cosi' acuta e potente proprio in virtu' della sua durata.

Ieri sera c'era una luna incredibile, di quelle capaci di sgretolare ogni dubbio sul senso dell'esistenza. Se ne stava li', come un buco nel cielo, con le stelle che le si aggrappavano attorno, mentre io e pochi altri insonni l'ammiravamo da quaggiù.

Chissà come facevano i due innamorati della metro a brillare di tutta quella felicità, di tutta quella luce.