giovedì 23 agosto 2012

LA DANZA DELLE ORE

Mi è sempre piaciuto osservare le persone, immaginare le loro vite, guardare le loro facce da lavoro, sorprendere un sorriso sincero nella calca delle sei, sbirciare cosa legge il tizio seduto accanto a me, con quei buffi sandali di gomma ... ultimamente però, ho ripreso a leggere con una voracità che non avevo da tempo, infilando la testa in un libro non appena salgo in metro, aspetto il mio turno alle poste, o cammino per strade che conosco quanto basta da sapere che non rischio di morire in un dirupo. 
Dev'essere fame, una spasmodica fame di parole che ho bisogno di placare appena il quotidie me lo consente; e loro, le parole, devono essere tutte quelle che mi sono persa mentre leggevo per preparare un esame piuttosto che per diletto, quelle di cui mi sono svuotata per scrivere la tesi.

Il risultato è che sono molto meno attenta nell'osservare le persone intorno a me, la città, i suoi ritmi, i suoi colori.
Gli unici che riescono a cavarmi fuori da un libro sono gli alberi; sento gli occhi che si aggrappano ai rami come pesci agli ami.
E da un lato sono dispiaciuta, è un'emozione tale per me guardare il mondo attraverso le persone, che non vorrei perdermene nemmeno una.
Dall'altro, ha un suo fascino anche starsene dall'altra parte, dalla parte degli ignari che vengono osservati loro malgrado; e proprio quando ti convinci che non c'è assolutamente niente di meglio di un buon libro, ci pensano le persone a ricordarti quanto sappiamo essere straordinari, noi esseri umani.

Sono le otto meno e un quarto, quando arrivo ad Albert.
Testa bassa, impiastricciata della Ginzburg fin sopra i capelli, passo incerto e orecchie sorde.
Continuo a leggere, mentre m'incammino verso le scale mobili che mi riporteranno in superficie.
Alle mie spalle, una bambina ride divertita, spontanea.
Non ci faccio caso fin quando il suo genuino squittio non mi richiama, prepotente, alla realtà.
Sorrido del suo riso di bambina, senza però distogliere lo sguardo da quelle pagine.
Ad un certo punto, qualcosa nell'aria mi blocca, come una sensazione, una presenza.
Volto la testa e lancio gli occhi alla mia destra.
C'è un uomo, credo abbia da poco passato i quaranta. Mi guarda con aria innocente, mentre un sorriso incontenibile gli scioglie gli angoli della bocca.
Le braccia alzate, sopra la testa, il collo allungato come un giunco, le scarpe flesse, sulle punte.
Si, penso, sta decisamente piroettando come un'étoile.
Mi guarda, aspetta un sorriso, un biasimo, una reazione.
Allora, faccio quello che qualunque persona sana di mente avrebbe fatto.
Chiudo il libro, alzo le braccia e inizio a volteggiare insieme a lui.
Ora la bambina ride a crepapelle; guarda il suo papà giocare alle ballerine con una sconosciuta, mentre saltella con quei capelli chiari e trasparenti come i tentacoli di una medusa, e applaude concitata.
Ridiamo tutti e tre, senza dirci una parola, con l'eco infinito di questa gioia insensata che rimane a vibrare tra le mura del sottopassaggio.
Mentre ci salutiamo, imbocco le scale mobili e penso a quanto si sia divertita la piccola medusa, a come debba essere fantastico, nella sua testolina, avere un superpapà che importuna sconosciuti nella metro per imbastire uno spettacolino per la sua bambina.
E penso che sono fortunata, a riuscire a vedere la bellezza disarmante della vita che s'infila nelle pieghe della quotidianità.
Cose del genere accadono tutti i giorni nel mondo, con una semplicità e una ripetitività imbarazzante.
Perché ce le perdiamo?
Dove abbiamo la testa, oltre che sui libri?
Dove abbiamo gli occhi?
Dove abbiamo il cuore?

Mentre salgo in superficie, penso anche che non voglio perdermi niente.
Niente al mondo.



6 commenti:

carpe diem ha detto...

vivi fango mio gustati tutto...Bruxelles,gli alberi, il lavoro...i libri....non perderti come a volte facciamo un po' tutti...fatti sentire

carpe diem ha detto...

ps:fango squillo arrivato...ti scriverò appena ho mezzo minuto qui sempre la solita m.....

marea ha detto...

Io, oggi, avevo bisogno di queste parole. Ne avevo bisogno da tempo, a dire il vero. Perché ci sono momenti in cui te ne dimentichi,e il bello rischi di non vederlo più. L'essenziale è risalire; dopo un po' di buio, tornare alla luce.
Hai dipinto un quadro, con queste parole. Un quadro che ogni tanto riguarderò.

Il Venerabile Vetusto (Ebby) ha detto...

Pensa che ti ho letto tutta dalla prima all'ultima parola! Sto dicendoti che non ne ho saltata una!
Bruxelles rende, a quanto sembra, evviva!
PS È Bruxelles, vero, quel posto dove i bambini (non le bambine) fanno pipì in pubblico, incuranti, dall'alto di una statua?

miwako ha detto...

@ Carpe diem: vale anche per te, ricordati di non perderti niente fanghetto, che la vita è veramente straordinaria.

@ Marea: Sono contenta di averti ricordato qualcosa di banalmente essenziale, così scontato che spesso passa sullo sfondo, sovrastato da tutto quello di cui ci riempiamo le giornate. Per fortuna la vita, le persone, ogni tanto, ti braccano alle spalle, mentre sei in coda al supermercato o in fila alle poste, pretendendo di essere visti, sentiti, vissuti.

@ Venerabile Vetusto: Sono sempre estremamente lusingata le (rare) volte in cui riesco a mantenere viva l'attenzione dell'Esimio per tutta la durata dei miei deliri.

p.s. Si, è proprio Bruxelles. Surreale questo posto il cui simbolo è un bambino che minge, i cui piatti nazionali sono cioccolato, birra e patatine fritte e in cui esistono, per i masculi, gagliardi bagni open air, che se li guardi dall'alto sembrano asterischi, e se lo fai dal basso vedi questi ragazzotti di tutte le età che pisciano allegramente in mezzo alle strade.

Tra cenere e terra ha detto...

Che voglia di vita... Ci ho scritto l'ultimo post...