domenica 12 agosto 2012

LESSICO FAMILIARE bis

Corro, con un vigore che non sapevo mio.
La schiena sudata, il viso in fiamme, il frinire delle cicale, e quello dei miei passi.
Fa caldo. Mio fratello cammina, qualche decina di metri dietro di me. Le zanzare sono milioni; io provo a schivarle, e intanto penso alla velocità con cui la vita sa diventare ostile, tiranna, avida.
E sembra impossibile, col vento addosso, il grano che imbiondisce le pianure, il cielo scuro, infininito, blu profondo come un buco nelle tasche, il Po che mi segue come un'ombra e il sole che annega nel suo riflesso. Sembra impossibile che la vita possa essere nient'altro che questo.

Mi fa un cert'effetto essere a casa. Mentre preparo l'insalata, mio padre sta già mangiando. Girata di spalle, lo sento posare la forchetta esitante;
"Dov'è la mamma?"
"E' ancora in ospedale; l'intervento è stato più complicato del previsto e M. è ancora sotto morfina"
"Mi dispiace proprio per M. ... C. sarà perso senza di lei. Anch'io sarei perso senza tua madre."
"Pure io, papà."
"Tua mamma è una fuori classe, la numero uno. E non lo dico perché è  mia moglie, lo dico perché ha una forza e un'energia incredibili."
"Lo so. Come lei non ce n'è."

Mio padre è una persona taciturna. Anche se gli piace scherzare, parlare di politica e di storia, confrontarsi con noi circa quello che succede nel mondo, ciò che invece accade dentro di lui, rimane prerogativa esclusiva di probabili soliloqui e pensieri imperscrutabili.
Perciò, sentirlo esprimere un'ammirazione così sincera e disinteressata per mia madre, dopo 35 anni di matrimonio e tutta l'acqua passata sotto i ponti e tra di loro, è qualcosa cui davvero non ero preparata.

Penso che dev'essere una conseguenza di quello che sta succedendo alla cugina M., della violenza con cui ci si ricorda, di fronte a queste cose, quanto le nostre vite siano fragili.
Mezzora dopo, preparo di nuovo l'insalata; la mamma e la cugina C., sedute l'una di fronte all'altra, forzano il proprio stomaco ad aprirsi, nonostante tutto.
Mia madre si alza e va in camera a mettere qualcosa di più comodo. Al desco, rimaniamo io e la cugina C.; le chiedo come vede la situazione.
C. poggia la forchetta sul bordo del piatto trattenendo un impeto. Prepotente, il senso d'ingiustizia non può far altro che impadronirsi di azioni comuni, di strumentalizzare oggetti senza vita per esprimere il dolore; osservo il contrasto tra la sua espressione contratta e i piatti pieni di cibo, il bicchiere velato del suo rossetto, il pane mutilato a fianco delle sue dita eccessivamente magre.
Lei mi guarda negli occhi, con un'espressione che credo di non averle mai visto. Non dice una parola, ma mi ha risposto comunque.
Quando ritorna mia madre, riprendiamo a discutere della situazione, fino a che, con un caffè in una mano e una sigaretta nell'altra, ci spostiamo sul terrazzo. Forse a causa dell'aria finalmente fresca, o forse del cibo nello stomaco che, in qualche modo, mitiga l'umore, qualcosa si è addolcito, l'atmosfera ora è docile come burro ammorbidito. Non abbiamo cambiato argomento, nè finto una tranquillità che non c'è, siamo solo scivolati nelle cose che rendono unica la nostra famiglia, su quelle bizzarrie così peculiari che rendono ogni "tribù" diversissima da un altra.

La cugina C. è minuta, magra come un chiodo, ha i capelli rossicci, riccioli e arruffati, come si fosse sempre appena alzata, e due mani impazienti, come due coaguli di nervi che ne sintetizzano perfettamente l'essenza. E' una di quelle personalità vulcaniche e ciarliere che riuscirebbe a far ridere anche un frigorifero. E' esuberante, di un'esuberanza genuinamente post adolescenziale; il suo senso dell'umorismo, mai carente di allusioni sessuali, è stato spesso uno dei catalizzatori dell'annuale "cena dei cugini" (soppressa un paio d'anni fa, in conseguenza a non meglio identificati dissapori); credo esista una cugina C. in ogni famiglia.
Penso a quanto sono diverse, lei, la cugina M. e mia madre, penso che sono cresciute insieme, eredi di una famiglia e di una familiarità che noi abbiamo perpetrato in maniera molto diversa, ma non del tutto difforme, penso a come facciano a dirsi che si vogliono bene senza farlo effettivamente, penso a ciò che di inconciliabile ognuna porti in grembo, mutuato dalle rispettive famiglie.
Con timore misto a tenerezza, guardo a quello che potrebbe essere il nostro futuro; riuscire a contemplare l'ingiusta normalità insita nella possibilità che uno di noi si ammali, riuscire a vegliare durante le notti, bere caffè e dire banalità durante il giorno, evitare di parlare di ciò che sta accadendo, ridere anche con il cuore pesante quanto un macigno.
Come fanno, queste superdonne? Sono i baluardi di una generazione sacrificale, votata al dovere, ai figli, alla "tribù", al lavoro, colonne portanti di una matriarcalità neppure troppo celata, col peso sulle spalle di intere famiglie, intere case, intere vite; e, in tutto ciò, trovano la forza per ridere, per non piangere facendo da sentinelle ad un capezzale, per tenersi stretto quel contegno che ha impedito loro di dirsi che si amano, ma ha permesso loro di guidare le redini della famiglia, anche in momenti come questi.

E' difficile, per una come me, adattarsi al vecchio e collaudato sistema omertoso che, spesso, le famiglie adottano in situazioni come queste. Il non parlare di ciò che sta accadendo, il glissare, nascondendo ciò che è troppo scomodo sotto il solito tappeto, rende tutto più difficile ed ulteriormente doloroso. Fosse per me, i vasi di Pandora dovrebbero rimanere sempre aperti; uscirebbero i mali, le sofferenze e le paure, ma non ne varrebbe la pena, quando con questo scambio di virtù si potrebbe barattare l'onestà con l'assenza di tabù e omissioni varie? La libertà di parola inizia qui, in grembo alle famiglie, dove si assorbono permessi e divieti, dove si coltiva l'abitudine alla vergogna, al mutismo circostanziale, alle dietrologie falsamente risolutive.
Ciò nonostante mi rimetto, giustamente, al volere delle "anziane" della tribù che detengono tuttora lo scettro decisionale circa le spinose questioni familiari, conscia del fatto che, quando toccherà a me, farò il possibile perché l'unica vera regola sia quella della libertà; di scelta, di parola, di essere nient'altro che sè stessi.


2 commenti:

Venerabile Vestusto ha detto...

La coincidenza: le parole di tuo padre sembrano dare una risposta, o quantomeno contribuire all'argomento trattato nel tuo precedente post.
Ciao. Brava.

miwako ha detto...

Perbacco! Vetusto, non ci avevo nemmeno pensato. I tuoi interventi hanno lo stesso, fondamentale, valore della "e" in un discorso: congiungono, dove io avevo messo un punto.

Grazie.