mercoledì 28 novembre 2012

HOME-NESS(T)

E' strano trasferirsi.
Cambiare casa, lavoro, strade, odori. Cambiare le chiavi di casa, il miscelatore della doccia, le espressioni che assume il viso intento a parlare una lingua che non è la sua.

Stringo la maniglia tra le dita gelide, cercando di sollevare leggermente la porta, per attutire quel rumore strascicato che si ostina a fare ogni volta che qualcuno la apre. Entro piano, un po' perché i bambini dormono, un po' perché, anche dopo due mesi, continuo a sentirmi in punta di piedi in questa casa.
Appoggio la mia roba sul piano di marmo, che sento quasi caldo per quanto sono fredde le mie mani.
Mi tolgo le scarpe, senza chinarmi, senza slacciarle, oggi non ne ho voglia.
La porta della cucina è socchiusa; sento un saluto provenire dal suo interno, e penso che è impossibile non essere uditi quando la porta sfrega le unghie contro il pavimento.
E poi è inverno, tutti questi vestiti frusciano, scrocchiano, fanno attrito persino con l'aria.
Entro.
F. se ne sta sulla sedia girevole, col gattobuono abbarbicato addosso come non pensavo un gatto potesse fare, a guardare un film sullo schermo di dimensioni epiche del suo Mac.
Ha gli occhi leggermente provati, anche se la pelle del viso è, come sempre, tesa e luminosissima; i capelli ricci, arruffati, attorcigliati, e quei vestiti un po' troppo hippy che le stanno d'incanto pur non donandole minimamente. Non so se capite quello che intendo.
Parliamo.
Le dico che me ne vado.
Non così, a brutto muso; uso il tatto, la diplomazia, che non mi hanno mai fatto difetto.
Dice che le mancherò.
Anche a me mancherà.
E mancheranno pure i bambini, i gatti, i quattro piani di scale, e quell'aria di casa che un tempo deve aver custodito una felicità immensa.
Questo però non glielo dico.

F. piange, ogni tanto.
E' una bellissima persona, nonostante a volte abbia atteggiamenti a me assolutamente incomprensibili, ho una cieca fiducia nella sua buona fede.
Piange senza mai lamentarsi, lasciando sciogliere il dolore in qualche lacrima, ma con una dignità e una forza d'animo che non è conscia di avere.

E' quasi Natale, e lei sarà triste per il quarto anno consecutivo.

I bambini non lo sanno ancora che me ne vado.
Credo che A. sarà sinceramente sollevato dal fatto che io esca dalla sua vita. Ha poco più di una manciata d'anni ma sembra detestarmi dell'antipiatia più ingiustificata che io abbia mai visto. E. no invece, lei sarà dispiaciuta che io me ne vada. E' una di quelle persone con cui ho avvertito subito un feeling innato, anche se lei ha 10 anni ed io, di anni, ne ho quasi 20 in più.
Da poco è passato il suo compleanno.
Si è fatta regalare un ukulele, azzurro come il cielo.
E, con una timidezza che slaccerebbe il cuore di un pluriomicida, mi ha chiesto se le insegno a strimpellare.

La sera successiva al mio annuncio, di rientro dal lavoro, sul tavolo della cucina trovo un libro "apprendre l'italien"; E. l'ha scovato nella biblioteca della mamma ed ha deciso di iniziare a studiare l'italiano. Accanto c'è un foglio a quadretti con su scritto "Bonjour = Buon giorno; Bonsoir = Buonna sera" , e via dicendo.
In quelle rare occasioni in cui i nostri orari sono compatibili, rientro in casa ed E. si avvicina in punta di labbra per salutarmi e darmi un bacio, a volte ceniamo tutti insieme o ci raccontiamo le rispettive giornate.
Un paio di settimane fa, E. è venuta a portarmi un regalo; un suo vecchio quaderno, forse di seconda elementare, con i rudimenti utili per imparare il francese, tutti diligentemente e pazientemente trascritti dalle sue manine.
Chi mi conosce sa che a me, con queste cose, mi si crepa il cuore.

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Credo sarà un sollievo poter fare una lavatrice quando ne ho bisogno, asciugare i capelli la sera, poter ballare, suonare l'ukulele, ospitare qualcuno senza sentirmi io stessa un ospite, prepararmi una cena anche alle dieci e mezza, o spignattare in notturna, senza preoccuparmi dell'incontrovertibile verità per cui cucinare si rivela un'attività tendenzialmente rumorosa.
Sono tutte cose che hanno sempre contribuito al mio benessere, al mio equilibrio, per lo meno negli ultimi anni, cose che mi sono mancate, a volte come terra sotto i piedi, in questi mesi di adattamento, cose che devo ritrovare, ricreare, se voglio che questo smetta di essere il posto in cui dormo e inizi ad essere il posto in cui vivo.

Quindi, a questo punto, direi che è ufficiale; vado a vivere da sola. O quasi.


giovedì 22 novembre 2012

CINQUANTA GIORNI, QUASI CINQUANTUNO

Non crederete mica che sia morta eh?
Non crederete mica che abbia smesso di scrivere eh?
Giammai.
Nessuna delle due cose, intendo, anche se una delle due escluderebbe l'altra automaticamente.

Sono sempre stata  un carboidrato complesso, a rilascio graduale, lenta a carburare, quanto da assimilare. Percio', anche se avrei davvero voluto venire qui e raccontarvi come mi stavano andando le cose, anche se, sinceramente, continuavo a ripetermi quotidianamente "nei prossimi giorni scrivo un post" , alla fine, senza accorgermene, ho lasciato passare i giorni, le settimane, i minuti, che sono infine diventati 50 giorni. 50 giorni, ma soprattutto 50 notti, senza dire una parola. Il che è cosa quanto mai inusuale per una bulimica verbale come la sottoscritta.
Ma, ripeto, sono un carboidrato, un whiskey invecchiato, un prosciutto (di tofu) stagionato; ho bisogno di tempo. Tempo per capire dove sono, chi sono adesso che tutto è cambiato, capire cosa ci faccio qui e dove diavolo sto andando.
In questa lunga, involontaria, autocensura, non ho capito nessuna di queste cose, ovviamente, finendo - come tutti quelli che si fanno questo genere di domande - per approdare ad una quantità tendente a infinito di domande della stessa portata, e col medesimo numero di risposte con cui ero partita (zero).
Pero', pur avendo accumulato una quantità di domande che mi preparo a smaltire nel corso di interminabili sedute di autoterapia, celate sotto la fuorviante etichetta di "post", sono riuscita a scolpire vagamente i giorni, a smussare gli angoli accrocchiati delle strade di Bruxelles e quelli aggrovigliati e appuntiti dei miei pensieri, ritrovandomi alla fine di questi 50 giorni con qualcosa che inizia ad assomigliare ad una vita.

L'impressione, per lungo tempo, è stata quella di aver inavvertitamente preso un gap spazio-temporale mentre tronavo a casa dalla vecchia libreria, a Firenze, ed essere caduta dentro la vita di qualcun altro, prendendone il posto. Che, anche se non sembra, non è ua cosa necessariamente negativa, solo incredibilente strana. La vita, il lavoro, le persone, l'insieme di cose che ammassate l'una sull'altra, costituicono - dettaglio più, dettaglio meno - la banalità del quotidie della maggior parte dei comuni mortali, hanno richiesto una presenza immediata, imperativa, impegnativa; cosi' ho dovuto fare di necessità virtù, affidandomi ad un uso smodato di ciò che costituisce, oltre che risorsa insostituibile, uno dei pochi pregi di cui posso farmi fregio: la flessibilità. Così mi sono lanciata in quest'ammasso di cose nuove,  cercando di andare con la corrente senza arenarmi nè intasare la circolazione, infilandomi nel flusso senza bloccarlo. E ora, nonostante le cose che ancora mancano all'appello siano milleuna, mi scopro presente a me stessa, a questa città,  con le cose che non so ma che trovo il modo di aggirare con le poche che so, con il francese, che scava sottili capillari di conoscenza nel mio cervello, con la dimestichezza di alcuni luoghi, di alcuni movimenti, con la spavalderia di chi impara mentre fa, con l'umiltà necessaria affinchè questa spavalderia serva a qualcosa, e con il parlato e il sentito che finalmente sono tornati completamente in sincrono.
E' una bella sensazione.
Perciò, anche se ultimamente scrivo solo la mattina, in metro verso il lavoro, anche se la mia alimentazione ha subito un crollo della qualità dei pasti, anche se non dormo mai abbastanza e il tempo se lo porta via il vento, so che aggiusterò il tiro in corsa, come è accaduto per le altre cose, anche per queste, troverò un senso di marcia che sia quanto meno affine a quello terrestre. Servirà ancora un po' di tempo, oltre che il costante impegno, ma una cosa per volta, tutto andrà a posto.
Ne sono certa.

Vi abbraccio, come se fossi lì.
E, anche se non so fare promesse, tornerò presto, statene certi.