lunedì 30 settembre 2013

T'IRACONDO UNA STORIA

Oggi ho avuto una giornata orribile.
E' un aggettivo che non uso mai, nemmeno nella vita reale, specialmente in riferimento alle mie giornate.
Tranne oggi.
E come si racconta una giornata orribile se nulla di evidente è successo?
Niente.
Piccoli slittamenti di percezione, consapevolezze che ti si svelano e ti si aggrappano alle caviglie; non ai neuroni, alle caviglie, così anche quando non ci stai pensando loro riescono comunque a far sentire il loro peso.
Bisogna essere preparati, bisogna sempre essere preparati. Che non vuol dire starsene perennemente sul "chi va là?", in un'apnea continua, con la paura di sbattere le palpebre ed essere aggrediti nell'attimo esatto in cui si decide di farlo.
Significa solo ricordarsi che le persone sono sempre diverse da come le crediamo.
Significa che fare della chiarezza la tua bandiera, non implicherà sempre il trovarla negli altri.

E' che non è tanto cosa è successo.
Non è successo niente infatti.
Sono più che altro le dinamiche dell'accaduto che mi hanno disturbata.
Delusa e ferita, anche; diciamole tutte visto che ci siamo.
Non mi piacciono le orecchie da mercante.
Non mi piace che non mi si parli chiaramente.
Non mi piace l'evasività, soprattutto se non necessaria, soprattutto se viene da una persona con cui c'è e dev'esserci un rapporto di fiducia.
E non mi piace essere presa in giro.

Sono una persona disponibile, non stupida.

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C'era anche rabbia, in quell'implosione di disagio momentaneo.
Rabbia.
Era tanto che non mi succedeva, non è un sentimento comune per me, non di quel calibro per lo meno. Ed è un'altra cosa che non mi piace, provare rabbia. Suppongo (e voglio sperare) che non piaccia a nessuno, ma nel mio caso si tratta di un tipo di emozione con cui sono poco familiare.
Emozione, non sentimento.
In un libro di Gramellini lessi una frase che non sono più riuscita a scollarmi di dosso: "Gli avevo mostrato come distinguere il brusio mutevole delle emozioni dal linguaggio eterno dei sentimenti".

Com'è stupido che a scuola insistano tanto (inutilmente, per altro) nel ripeterti che, da grande, ti servirà ricordarti quali sono le stalattiti e quali le stalagmiti, cos'è la tettonica a zolle, il Pi Greco e la datazione al carbonio 14, e si dimentichino di insegnarti una cosa basilare come questa.
Questa "sottile" differenza potrebbe cambiare le giornate di molte persone, la loro attitudine verso le cose, le loro stesse vite forse.


Se avessi una scatola di latta, ora prenderei quella rabbia, ce la chiuderei dentro e la seppellirei in giardino. Ma, come non esistono armadi abbastanza capienti per i rispettivi bagagli emotivi, non ci sono scatole nè metri di terra che tengano di fronte a qualunque cosa vada affrontata.
Essere una persona che non coglie le occasioni, è un'altra cosa che non voglio essere.
Non comprerò mai una batteria di pentole per ricevere in regalo una cyclette, un tv color e un elettrostimolatore, ma posso cogliere l'occasione per far fruttare questa rabbia.
Imparare a chiedere la stessa chiarezza che do.
Imparare che se qualcosa ti fa arrabbiare sul serio, hai il dovere morale di chiederti "come mai?", più in relazione a te stesso che a chi o cosa abbia scatenato questa rabbia. Ci sono situazioni in cui è facile trovare il bandolo della matassa, quelle in cui sia coinvolta la violenza o una palese discriminazione ai danni di una parte più debole.
Ma per tutte quelle cose quotidiane che finiscono per dare sui nervi, comportamenti, frasi, atteggiamenti, risulta tutt'altro che facile.
Ogni cosa andrebbe presa e guardata anche al rovescio, sempre, anche quando si crede di essere nel giusto.

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Nel caso specifico credo di essere nel giusto. Eppure so che le cose che ci accadono, i comportamenti che gli altri tengono con noi, il modo in cui decidono di agire nei nostri confronti, dicono qualcosa anche su di noi. Come so che molte delle cose che intepretiamo come un chiaro affronto nei nostri confronti, spesso non sono altro che la risultante di scelte personali di altre persone da cui siamo (o pensiamo di essere) toccati accidentalmente.
Quanto egocentrismo c'è nell'arrabbiarsi pensando che qualcuno abbia fatto una determinata cosa con la deliberata intenzione di arrecarci un danno?
Certo è che siamo tutti così vicini e interdipendenti, noi esseri umani. Come bastonici Shangai, ne tocchi uno, li tocchi tutti. E' inevitabile che qualunque cosa faccia o dica qualcuno a noi vicino vada ad impattare, da qualche parte, sulle nostre vite. Per questo è indispensabile non prenderla sul personale, e slegarsi dalla concezione che ognuno ha del mondo e delle cose che accadono in funzione del proprio essere. 
Cosa assolutamente non impossibile di per sè; a me riesce benissimo (modesta). A complicare il tutto però, ci si mette il fatto che siamo esseri pensanti, dotati di etica, coscienza e quant'altro renda un essere umano responsabile per le proprie scelte. Spesso le persone non prendono decisioni allo scopo di infliggerci un dispiacere, è vero; è vero anche che se tali decisioni riguardanti la propria vita inserita in un contesto di socialità (famiglia, lavoro, amici), non vengono prese tenendo in considerazione di avere un "debito" di onestà nei confronti di coloro i quali sarebbero toccati dalle nostre decisioni, a causare il danno non è tanto la scelta in sè, quanto la mancata considerazione dell'altro.
Basterebbe essere chiari, perché la chiarezza è rispetto, onestà, e l'onestà in questa forma è la più alta prova di altruismo ideale, nonostante necessiti dell'egoismo per esprimersi.

Non credo di essermi spiegata; sembra che io suggerisca una sorta di rendicontazione necessaria verso gli altri prima di prendere alcuna decisione. Non sarebbe sensata, né percorribile come via. Intendo solo dire che se il 15 ottobre si sposa tuo cugino Mario, in fretta e furia perché ha ingravidato una ventenne al paesello, e tu sai che quel giorno hai una riunione a cui la tua presenza sarebbe ben più che gradita, invece di metterti in mutua per un paio di giorni il 14 ottobre e volare in terra natìa, perché non prendere due giorni di ferie, anche se il tuo capo non ne sarà felice? Il risultato sarebbe lo stesso, non andrai al lavoro, ti vestirai col vestito che hai messo al matrimonio di Claudio due anni prima, e il 15 ottobre sarai in chiesa, quarta fila sulla destra, tra zio Erminio e la sua gamba di legno e zia Lugia perennemente preceduta dal suo nausenate profumo di almeno un minuto e mezzo. Solo che nel primo caso avresti "barato" usando l'inflazionato colpo della strega, servendoti della cara vecchia previdenza sociale; nel secondo caso avresti espresso un bisogno in quel momento prioritario, assumendoti la responsabilità della tua assenza che, in ognuno dei due casi, sarà comunque reale.
L'integrità è specchio dell'onestà, verso sè stessi prima che verso gli altri.



Sono passati due giorni dal non-accaduto. I tre paragrafi separati dagli asterischi sono stati scritti rispettivamente il giorno stesso, quello dopo e quello dopo ancora. E oggi la rabbia non c'è più. C'è qualche domanda appesa al filo a prendere aria insieme ai calzini spaiati, c'è un po' di amarezza e delusione. Ma c'è anche la volontà di non permettere agli accadimenti di contorno di spostarmi da dove voglio essere, da quella che sono. Prendo atto, prendo nota, aggiusto la strategia, e provo a cambiare atteggiamento. In fondo, non è così che dovremmo vivere le cose che succedono (il riflessivo "ci succedono" in questo momento mi sembra pure lui troppo egocentrico) come stimoli a cambiare, ad allargare le vedute; non sono spesso opportunità per scoprirci altri da quelli che già siamo?

venerdì 6 settembre 2013

COSE CHE NON HO


A volte vorrei non avere gli occhi.

Essere un albero, percepire ciò che sta intorno, prendere le carezze di chi si accoccola ai miei piedi, sentire il solletico dei bambini che ridono giocando tutt'intorno, mangiare e bere dal fondo più scuro e vivo della terra, dare fiori, frutti, foglie, riparo, indistintamente, indiscriminatamente.

Oppure un cane.
Mi piacciono i cani, mi sono sempre piaciuti.
Loro, gli occhi, ce li hanno. Quello che non hanno è la capacità di giudizio, di discernimento.
E a volte farebbe comodo trincerarsi dietro una "cecità" innata, invece che dover fronteggiare la propria inadeguatezza a ciò che non è conforme agli standard.

Oggi ho visto un ragazzo.
Tornando dal lavoro, ho attraversato il parco insieme ad E. e l'ho visto.
I vialetti erano affollati; fa inspiegabilmente caldo per Bruxelles, caldo come nelle notti lunghe a casa dei miei, fuori, a boccheggiare come pesci mentre il cielo si riempie di lentiggini.
Famiglie, bambini, anziani, ragazzini a sciami, come api.
C'era un gruppetto di adolescenti abbastanza nutrito, in piedi attorno ad una panchina.
Ridevano, scherzavano, si mostravano i rispettivi telefoni e si davano buffetti sulle spalle.
Lui era con loro, anche se non stava parlando con nessuno ed era fuori di qualche decina di centimetri dal semicerchio che i suoi amici avevano imbastito.

La metà sinistra del suo viso era regolare; un occhio, mezzo naso, due mezze labbra. L'altra metà era una massa enorme, rotonda ma al tempo stesso senza forma, con escrescenze che, probabilmente erano l'altra metà sensoriale del suo cielo.
Credo di aver sgranato gli occhi. Credo anche sia stato davvero un attimo, fulmineo, in mezzo al buio ancora umido del giorno.
Sono certa, di una certezza granitica, scientifica, quantificabile, che lui abbia visto l'espressione sul mio viso alterarsi.
Anche se era buio, anche se, magari, quella di sgranare gli occhi è stata solo un'impressione, anche se è durato meno di un istante.

Chissà come deve stare quel ragazzino dentro quell'involucro così insolito. Come si sta con il volto deturpato nell'epoca in cui l'agonismo per la perfezione ha surclassato la ragione? Come si sta quando un altro stupido essere umano, uno qualsiasi, non riesce a contenere lo stupore nel vederti, così diverso, inaudito, mai accaduto prima?

Sono io lo stupido essere umano qualunque.
Sono io inadatta ad accogliere la luce abbacinante del mondo nel suo sostanziarsi tanto nella media quanto nell'estremo.
Sono io immeritevole di occhi, impreparata a tutto ciò che non sono io.

Se adesso avessi un desiderio da esprimere, uno solo per il resto della mia vita, io vorrei parlare con lui. E non per pulirmi la coscienza su uno zerbino di forzata "normalità", solamente per dirgli che è la mia ignoranza a sgranare gli occhi, che è l'ignoranza della maggioranza a non saper contemplare l'eccezionalità, ma che in realtà, il mio sentire l'umanità, l'uomo universale che sta sul fondo di ogni persona, è cieco come un albero, cieco come un cane, cieco come uno cui non servono gli occhi per vedere le cose.

Ma un desiderio in tasca non ce l'ho.
Ho addosso una stanzhezza che sento di dovermi levare come fosse un cappotto troppo pesante.
Sono le due e mezza; vado a dormire con la speranza di incontrarlo ancora.

lunedì 2 settembre 2013

LONG TIME COMIN'


Credi in Dio?

Fracassarsi un mignolo contro uno spigolo inciampando sui vestiti lasciati a terra la notte prima fa così domenica mattina.
E pensare a quanto mi manca il mare, ai 38° che c'erano a casa mia, alle zanzare grandi come giaguari, ai pranzi in giardino, all'ombra di quella magnolia che mi ricorda mia nonna.
Guidare lungo, guidare veloce, rompendo la notte con quella scatoletta rossa con le ruote.

Non ti sembra di non essere ancora nato mentre stai con la testa sott'acqua?

I capelli bagnati, neri, al centro della schiena come un tronco al centro della terra, mentre il sole annega alla fine del mare e le barche si avvicinano alla scogliera, cercando un attracco vicino a riva dove cenare in santa pace. Nuotare verso l'orizzonte poco prima che il giorno si sciolga, sola col rumore delle onde e il respiro che si fa denso. I vestiti stropicciati intrisi di salsedine, e la luna appena sveglia, eppure già bellissima.

Hai mai pensato a quanto tempo passiamo a fare e pensare a cose che, alla fine, non hanno poi molta importanza alla fine di una giornata?

Il pesce appena pescato, fritto e poi mangiato con le mani, con una boccia di bianco a fare da mediatore tra il pensiero e le emozioni. La musica in sottofondo, e tutta questa gente che balla insieme, in mezzo ad una piazza, senza vergogna alcuna. Saltare, bere, cantare e cercare di mantenere l'equilibrio, ebbra di mare, di sole, di cose belle che non hanno nome ma stanno lì in fondo alla pancia, in mezzo al vino e al pesce fritto.
Sono così diversa da chi sono stata, e tu sei così diverso da chiunque abbia mai conosciuto.

I bambini sono creature straordinarie, a qualsiasi latitudine. Senza parlare, senza conoscersi, con le bolle di sapone spinte dal vento, e questa piccola ninfa dei Balcani che prova a prenderle mentre ride con il vento addosso e il mare nel sangue. E tutte quelle stelle, Cristo.

Hai visto quante sono le stelle in cielo?

Non mi manca niente. Gli alberi intorno, il cielo sopra e la terra sotto. Cosa può mancare, ad un uomo, quando tutto ciò di cui è fatto è tutt'intorno, di una bellezza così semplice, violenta, intensa?
Vorrei dire niente, vita natural durante, niente.
E invece quando l'uomo si è alzato su due zampe, spinto dalla tensione al miglioramento, al superamento, è stato il momento in cui ha iniziato a porre intermediari tra sè e la natura, a costruire, insieme agli utensili dei primordi, piccoli compromessi, surrogati, artifici, che hanno finito per diventare nuove mani, nuovi piedi, nuovi corpi.
Eppure, sotto la crosta di quei duemila anni di abitudini mutuate, evolute, contaminate dalle circostanze, si sente ancora l'animale che respira insieme all'universo. I piedi scalzi, i corpi nudi, neanche l'ombra di un tetto sopra la testa, ed è fatta, la sensazione migliore possibilmente sperimentabile da un uomo è a un paio di scarpe di distanza, due stracci e qualche metro quadrato di cemento.

Mi piacciono le parole, i libri, tutte le cose che possono contenere; mi piace avvolgere una sciarpa attorno al collo quando fa freddo, cucinare mentre la notte si mangia tutto là fuori, mettere un velo di rossetto rosso prima di uscire di casa. Mi piace parlare delle dinamiche sociali di cui siamo schiavi e fautori, di quello che vorrei fare con questa testa e queste mani, dei posti in cui vorrei andare con questi piedi vestiti di scarpe e calzini; mi piace pensare a quanto sia incredibile che l'uomo sia riuscito ad inventarsi dei grugniti, poi delle parole, poi delle frasi, e infine una lingua che avesse un senso universalmente riconosciuto da parte di un congruo numero di persone; mi piace camminare su due zampe e averne due libere per fare altre cose; mi piace studiare, conoscere, sapere che qualcuno un giorno, si è svegliato ed ha sentito l'esigenza di inventare il cricket, l'orologio e lo spremiagrumi.


Lo sapevi che passiamo l'80% della nostra vita al chiuso?

Andare al mare, in un bosco, ovunque non ci sia nulla di costruito; spogliarsi di ogni cosa e stare in silenzio.
Questo mi voglio ricordare.

giovedì 27 giugno 2013

MANGIARE BERE UOMO DONNA

Piove.
Chissà i miei amici Barboni dove dormono.
Barboni, con la B maiuscola. Ad essere sinceri, ognuna delle lettere di questa parola meriterebbe la maiuscola. Cubitale e al neon, chissà che le persone per la strada riescano a vederli.
Vederli come esseri umani, intendo. Ostacoli alla viabilità, rompicoglioni, accattoni, barboni, appunto; in questo senso le persone li vedono eccome.
Come?
Come feccia, individui di serie C, ubriaconi, ladri talvolta, finiti per la strada perché incapaci di tenere insieme la propria vita.
Ci sono strade qui a Bruxelles in cui ce ne sono diversi. Stanno fuori dagli edifici delle istituzioni europee, dai supermercati, dalla società. Come fiori, crescono agli angoli di strada, cocciuti e incuranti delle intemperie, metereologiche ed emotive, che devono attraversare senza posa.
Spesso sono sporchi, non tutti però, alcuni di loro devono avere almeno un posto in cui lavarsi e dormire. Molte volte non chiedono niente, proprio niente, se ne stanno immobili con lo sguardo impagliato e un bicchierino da caffè in mano, impolverati come soprammobili dimenticati su una mensola nascosta.
C'è stato un tempo in cui, in qualche modo, riuscivo a dormire comunque. Forse perché dove abitavo prima si trattava nella stragrande maggioranza dei casi di zingare, ragazze molto giovani, piene di vita, di energie, con stuoli di bambini a presso, oltre a strascichi ben visibili della loro cultura. Quello, mi dicevo (e tuttora fatico a non pensare che sia così), è uno stile di vita; chiedere l'elemosina strumentalizzando i bambini, le emozioni umane, per andare a toccare laggiù, dove un adulto non può arrivare. Suppongo ci sia molto altro dietro, so di non capire, sono troppo ignorante a riguardo per pronunciarmi, non posso dire di conoscere la loro cultura. Ma li ho sempre visti girare in comitive, ritornare al proprio branco dopo una giornata di "lavoro", e tanto bastava a darmi pace.
I miei amici invece, i miei amici Barboni, non sempre hanno un branco, non sempre hanno qualcuno da cui tornare.
Ad esempio quel signore, quello magro magro, senza denti, che si mette spesso fuori dal Delhaize, lui secondo me qualcuno da cui tornare non ce l'ha. Lui è uno di quelli che non chiede mai niente. L'altro giorno è entrato al supermercato mentre facevo la spesa; si è messo a guardare il piccolo frigo all'ingresso e i tramezzini esposti. Immobile, con gli occhi sbranati dalla fame, umidi per la luce artificiale, si è messo una mano in tasca, ne ha estratto degli spicci ed ha iniziato a contare. Io credo mi si spezzi qualcosa dentro in certi momenti, proprio fisicamente, sento uno "STOCK", una falda che si apre.
Mi avvicino, gli chiedo cosa vuole mangiare, se gli andrebbe del latte, lui annuisce, mi ringrazia ed esce fuori ad aspettarmi.
Mentre mi aggiro per le corsie, in mezzo a tutto quel cibo, quelle persone cariche di cose da fare, da comprare, di pensieri, mi viene la nausea, come se avessi ingoiato una manciata di sabbia.
Ci sono anch'io tra quelle persone.
Un misto tra orrore e amarezza. Lo schifo, mio e di tutta questa società malata, il disgusto nel sapere di vivere in un mondo che ti insegna a provare due e solo due tipologie di emozioni per i senzatetto, una è la compassione, l'altra è la paura. O li eviti o dai loro dei soldi. Come se si morisse solo di fame, e non di tristezza, solitudine, vuoto emotivo, aridità umana, come se a quelle persone mancasse solo il cibo o due euro in tasca.
Quando esco gli porgo una busta con un po' di cose, vorrei chiedergli come sta, dove sta, ma non ci riesco, aprire bocca in questo momento significherebbe piangere. Farfuglio qualcosa che vuol essere una preghiera più che un saluto e corro a casa.

C'è anche Hemingway all'uscita del Delhaize. Lui è un insospettabile. Cappotto blu come la notte, barba bianca, relativamente curata, in carne e ben nutrito. Lui ha gli occhi di un bambino. Non riesco mai a ricordarmi di che colore sono, credo chiari, ogni volta rimango rapita dalla meraviglia che c'è nei suoi e i colori diventano dettagli inutili. Ha lo sguardo vivace, felice oserei dire. Qualche volta ho provato a scambiare qualche parola, ma lui conosce solo merci beaucoup madame, bonne chance, bonne soirée. E' rumeno, quello riesce a dirmi. Il suo nome invece no, non ha capito la domanda ed io non ho più lingue da usare.

Anche oggi ho rivisto il signor Grissino, quello magro magro. Stavo andando a comprare la frutta nel mio quartiere, quando l'ho visto camminare a testa bassa dall'altro lato della strada. Andava in direzione opposta alla mia. Poco vicino c'era un piccolo locale affollato, gente che mangiava il kebab in piedi, ciarlando del più e del meno probabilmente. Avrei voluto fermarlo, portarlo a mangiare e ascoltarlo parlare. Invece me ne sono rimasta immobile, piena di buste, dall'altra parte della strada ad intralciare il passaggio, a guardarlo passare insieme alla sua desolazione intessuta di compostezza.
Lui è entrato in un bar, io sono andata a prendere le mele.

Non riesco più a dormire.


venerdì 21 giugno 2013

LIKE ALL DREAMERS CAN'T FIND ANOTHER WAY

Sul computer ho un album di cover, registrato da mio fratello insieme al suo vecchio gruppo.
All'epoca - si parla di più di dieci anni fa -, la formazione era di tre elementi in acustico. Tre amici, tuttora tali, che avevano messo in piedi questo Ménage à trois, così si chiamavano, e suonavano tutto in acustico. Direi che quella, su tutte, è stata in assoluto la mia band preferita tra quelle in cui mio fratello ha militato.

Ho ascoltato mio fratello suonare da che ho memoria. Letteralmente. Credo avesse otto anni quando ha iniziato con il piano. Poi c'è stato il  basso, poi la chitarra, oltre a decine di altri strumenti occasionali. Credo sia un dono, quello di riuscire a cavare qualcosa di sensato da un qualsiasi strumento o supporto che produca musica dopo un paio d'ore passate ad aggeggiarci.

Facevo ancora le elementari quando, seguendo le note di Smoke on the water, mi avventuravo nel garage di casa dei miei e gironzolavo tra i cavi mentre i "Chamberpots and the intestinal problems" davano il meglio di sè provando e riprovando le stesse canzoni. Ed è assurdo, perché dire che tutto ciò ha fatto parte del mio imprinting credo sia ancora riduttivo; tuttora, quando sento l'intro di Smoke on the water, io lo sento fatto da  loro, mica dai Deep Purple.
Noc-noc-nochin on di hevens dor, canticchiavo senza nemmeno sapere cosa significasse e inventando di sana pianta ogni parola. Pensavo che Axel Rose fosse davvero un gran figo, oso dire che è stato il Simon Le Bon alternativo della mia generazione. O almeno, di quello stuolo di sorelle minori cresciute con fratelli aspiranti musicisti. Ma segretamente, io sognavo di essere Slash. Voglio dire, una massa di riccioli neri impazziti, un cilindro in testa e una chitarra elettrica, come si può non voler essere Slash?

Ricordo anche che avevo una cotta per C., il batterista dei Chamberpots. Nonostante fosse un ragazzo pure lui, aveva già l'aria di qualcuno che ne aveva viste di cotte e di crude nella vita, galera compresa. Ovviamente C. non c'era mai stato in galera, e nemmeno ne aveva viste di cotte e di crude, ma io avevo dieci, forse undici anni, e l'aria da bad boy era più che sufficiente per provocare nella sottoscritta una cotta in piena regola. Il clichè assoluto insito nell'avere un debole per l'amico di tuo fratello maggiore, mi fa sorridere di tenerezza.

Quand'ero un po' più cresciutella, c'è stato un periodo in cui mio fratello suonava anche con mio cugino, A. Più giovane di me di un anno, è senza dubbio un altro membro della famiglia toccato dal fulgore divino della musica. A. ed io abbiamo un feeling innato dalla notte dei tempi, quel tipo di alchimia che, in epoche passate ma nemmeno tanto remote, avrebbe fatto di noi una felice coppia di cugini sposati. Per fortuna i cosiddetti tempi moderni, l'assenza di perversioni da ambo i lati e il fidanzato palestrato di A., hanno sancito la linea di confine nel punto esatto in cui è giusto che stia, facendo di noi due adorabili cugini uniti da un fil rouge inossidabile.
Capitava spesso durante l'estate, che A. rimanesse a casa mia per il week end, week end in cui badavamo bene a coltivare quel germe di vita dissoluta e vagamente bohemienne che sembra essere un'altra tara nel dna della mia famiglia. Stavamo svegli fino a mattina, in giardino a guardare le stelle e parlare del futuro, fumavamo tutte le sue sigarette, tutte le mie, per poi rubarle a mio padre dalla scorta di emergenza; mangiavamo schifezze fino a sentirci male, bevevamo qualche birra, ridevamo con le mani alla bocca perchè era tardi e in paese la notte non muove un muscolo, andavamo a fare lunghe passeggiate calpestando il buio di cui il mondo non avrebbe dovuto sapere, cose così.
Quella notte, io avevo 15 anni, A. ne aveva 14. Il cielo era un fondale scuro crivellato di lentiggini di porcellana, i grilli frinivano tutt'intorno e noi fumavamo seduti su sedie di plastica bianche. Erano le tre quando un furgone scuro si fermò davanti al cancello di casa. Era mio fratello, di ritorno dalla sala prove con il gruppo.
Lo guardai scendere dal retro, aprendo il portellone posteriore sotto la luce immobile del lampione. Magro, alto e bello, con i riccioli scuri di Giannini quando esce dall'acqua in "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto". Guardò nella nostra direzione, sul terrazzo, a una decina di metri da sè. Per via del buio, lui non poteva vederci, sapeva solo che eravamo lì, forse per via delle stelle cadenti accese alla fine delle nostre sigarette.
Fece un cenno con la mano, mentre un sibilo usciva acuto dalle sue labbra, "Pssss... Venite!". In un attimo eravamo nel furgone, con gli altri musicisti, gli strumenti, una bicicletta e una cassa di birre. Sballottati a destra e a sinistra, senza poter vedere la strada, con l'odore di alcool, sigarette e notte d'estate che si era infilato nell'abitacolo, sembrava davvero di essere in viaggio con Sal Paradise. A. ed io ci guardavamo, complici, col latte bevuto poco prima che ballava nello stomaco e il riso di due adolescenti stampato in faccia. Avremmo ricordato quella notte come uno dei momenti topici delle nostre vite.

Tornando all'album di cui parlavo in apertura, lo trovai un giorno per caso dove era rimasto per anni, impigliato tra vecchi libri in nuove edizioni economiche, cataste di fumetti e polvere vecchia almeno di un lustro.
Non so neppure cosa stessi cercando, ma ricordo perfettamente che accesi lo stereo, inserii il cd, e da allora non ho più smesso di ascoltarlo, tramandandolo di cd in computer, di computer in chiavetta, fino ad arrivare all'attuale pc.
Le armonie, le sonorità, i tempi sono più che buoni, l'alchimia tra gli elementi è palpabile ad ogni brano, la scelta delle canzoni è un mix perfetto tra classici e contemporanei, riarrangiati in chiave acustica ma decisamente non scontata. Ma a parte questo, rimane il demo di un gruppo non professionista, con i pregi e i difetti che questo comporta. Perciò, cosa ci sia di speciale in quel disco fatto in casa, non lo so; so solo che non posso fare a meno di ascoltarlo, anche ad oggi, con tutti gli anni che si porta in groppa e le plurime band cui mio fratello ha preso parte nel frattempo.

Una cosa di cui sarò eternamente grata a mio fratello, è che anche nei periodi peggiori del nostro rapporto, ovvero il decennio tra i 6 e i 16 anni, quello in cui ti strapperesti vicendevolmente i capelli dalla testa se solo potessi, anche quando la parola "odio" rivolta verso un tuo familiare non sembrava ancora abbastanza, mi ha sempre lasciato gironzolare in mezzo ai cavi quando lui suonava. Sempre.
 Ora che siamo cresciuti, e la parola "odio" sembra solo un tenero abominio dell'infanzia, suoniamo spesso insieme. Quando sono a casa, uno dei due prende uno strumento, inizia a suonare e l'altro lo segue; uno intona un paio di note e l'altro nel frattempo ha tirato fuori un'armonica da non so dove; uno attacca con una "Baby one more time" buttata lì in acustico e all'altro scappa immediata una doppia voce.
Ci divertiamo un sacco, io e lui.
Non so come farei, senza quello lì che suona da una vita.

martedì 4 giugno 2013

INELUTTABILE

Risalgo la lunga salita che conduce al parco, con il sole addosso nonostante l'inverno senza fine, e la fatica proporzionale al grado del mio ritardo e, dunque, alla velocità del mio passo.
E' sabato, e lo si percepisce in ogni singolo atomo. Niente, nello specifico, ma qualcosa nell'aria, nei visi delle persone che incontro mentre vado al lavoro, giurerei perfino nella percezione stessa di questa strada in salita, denuncia che è il giorno tra il venerdì e la domenica.
Alla sommità della via, quando manca poco e ci si sente più stanchi, rallento leggermente, ansimante, intenta a cercare di mantenere l'equilibrio, l'andatura, le borse sulla spalla e, nel mentre, godermi quel po' di sole giunto senza preavviso.
C'è un signore in attesa davanti ad un portone. Indossa un impermeabile fino al polpaccio, dei pantaloni color corteccia su scarpe di tela scure ed una coppola grigia. Da un citofono, una voce un po'distorta, metallica, si fa strada fino alle mie orecchie. E' una voce di bambina che, in francese, chiede alla persona che sta in attesa di annunciarsi, aggiungendo che ha avuto l'ordine dalla mamma di non aprire agli sconosciuti.
Il signore, leggermente chino, forse per udire con maggior chiarezza cosa la bambina stesse dicendo, la lascia parlare fino alla fine con un sorriso sincero che gli riempie il viso. Sembra un ragazzino. Esita un attimo, si avvicina all'interfono e, in italiano, dice " Sono il nonno".
Sussulto.
Mi si stringe un po' il cuore, anche se il sole splende, gli alberi ondeggiano al vento ed io continuo ad essere in ritardo.

Finalmente sono giunta al parco, la strada si fa piana e posso dirigermi verso l'edicola per comprare Repubblica; il sabato è compito mio. Ripenso a quel nonno, e al mio cuore ritorto come quando devi spremere una maglia bagnata prima di tenderla sul filo. Penso al momento in cui ho avvertito quella piccola crepa sfaldarsi, un bacino di benevolenza che, a tratti, fatica a contenere emozioni in rivolta.
Cammino per qualche metro ancora e vedo una ragazza seduta su una panchina. Di fianco, un passeggino con dentro una bambina che avrà poco più di 2 anni. La mamma ha gli occhi chiusi, il volto rivolto verso l'alto, a baciare il sole; la bambina invece guarda la sua mamma, con un'espressione sul viso che non si ha per nessun altra cosa al mondo, se non per la propria madre.

Mamma, nonno, papà e nonna. Una sillaba che si ripete per due volte, con varianti microscopiche come il raddoppio di una lettera o un accento alla fine. Tanto basta a circoscrivere, in maniera universalmente accettata, i membri di una famiglia. Parole semplici, da ripetere e da ricordare. La tenerezza che mi assale quando penso che probabilmente è stata un scelta inconsapevolmente volta a facilitare l'esplicitazione verbale di questi legami, è indicibile.

E' una giornata bellissima, e penso che sarebbe bello sedersi al sole con un libro e nient'altro. Invece non mi siedo e continuo, giornale in saccoccia, il tragitto verso la libreria. Busso, come al solito mi apre D. e, sorridente, mi abbraccia.
Scendo le scale, poso la borsa e il giubbotto, tiro fuori i computer dalle rispettive tane notturne e nel frattempo mi lavo i denti. Ho quasi finito il dentifricio, e continuo a dimenticarmi di ricomprarlo. Considerando che ne tengo sempre un tubetto in borsa, mi domando come mai io non compri mai i famigerati formati convenienza, con due, tre, cinque dentifrici a pacco.
Rifletto sulla mia mancanza di pragmatismo che investe anche cose come queste, mentre mi guardo allo specchio nel bagno degli uomini.
E' un attimo e mi blocco, con lo spazzolino incastrato in bocca e il sapore di quella schiuma bianca che riesce sempre a farmi lacrimare.
Mi sfiora un pensiero.
Io, i pacchi convenienza, non li compro quasi mai. E non perché tecnicamente vivo sola, lo faccio anche per prodotti la cui edibilità non è a scadenza immediata o breve.
Perché le persone comprano i pacchi convenienza? E perché io no?

Suppongo di sapere di cosa si tratta nel mio caso, ma mi sembra talmente assurdo che ho sempre evitato accuratamente il pensiero.
Si tratta dell'inutilità di avere scorte di dentifricio o scatolami da qui a novembre.
Si tratta di trovare inquietante il pensiero di avere già disponibile ciò che potrebbe servirmi tra qualche mese.
Si tratta, anche, della morte.

Mentre nel caso di chi le scorte le fa eccome credo che, oltre al pragmatismo, ci sia della speranza anche in cose come queste, tacita ma c'è. Nell'avvenire, si, ma più atavicamente e semplicemente, nella certezza che ci serviranno, 6 pacchi da 400gr di fagiolini, che vivremmo abbastanza da consumare quei dentifrici e cambiare lo spazzolino altre 5 volte per dare senso al pacco convenienza.

Invece moriamo tutti.
E i nonni, temo, muoiono anche un po' di più.

lunedì 27 maggio 2013

TUTTI GIU' PER TERRA

L'altra notte ho fatto tardi.
Tardissimo, per la verità.
Albeggiava al mio rientro.
Stando al momento in cui le danze sono finite e i saluti da film in bianco e nero sono stati eseguiti (ovvero frettolosi, sotto la pioggia e davanti ad un taxi), avrei potuto essere a casa per le 3.

E' che poi io mi conosco, lo so come divento in quelle notti in cui mi prude il cuore.
Non dormirei mai.
Leggerei fino a che non mi si annebbia la vista.
Parlerei con le persone fino a che non mi finisce la voce.
Camminerei fino a sentire i tendini che s'infiammano e i piedi che dolgono.
E poi c'è questa pioggia, sant'iddio, questa pioggia perfetta nonostante questo maggio ingiusto che sembra non voler svernare.
E' una pioggia bella, di quelle che ti tengono sveglio, con le orecchie in tiro ad ascoltare ogni goccia che cade, di quelle che rendono le strade languide e nere come capelli orientali, di quelle che andarsene a casa, andarsene a dormire, sembra un sacrilegio.
Allora mi siedo, sopra uno scalino, sotto una tenda, per non bagnarmi e sentire ancora più freddo. Mi siedo e inizio a leggere, con le ginocchia raccolte, il cappotto umido e il berretto cacciato in testa. Leggo per quasi un'ora, fino a che mi si avvicina un ragazzo chiedendomi una sigaretta.
Si siede di fianco a me, e osserviamo lo strascico di questo sabato notte passarci davanti con un drink in mano, con le risate abbracciate di quelli alticci, con un paio di tacchi troppo rumorosi, o con le urla di quelli che corrono per raggiungere un taxi senza bagnarsi troppo.
Passa un po' di tempo prima che iniziamo a parlarci.
Io guardo le persone, i gesti, i visi deturpati di chi ha bevuto troppo, quei due che si baciano all'angolo della strada, quei quattro che camminano incuranti della pioggia, ridendo sguaiatamente nei loro impermeabili aperti.
E penso che vorrei non sentire il freddo, togliermi tutto e camminare sotto la pioggia; penso che mi sento come se potessi parare i fulmini con le mani, infilare un dito nell'asfalto lucido come lo infilerei nell'acqua, correre scalza e sentire quel poco di dolore che rimane piacere fino a che non incontri un sasso,accarezzare il viso delle persone senza essere percepita, passare come il vento, le stagioni, le cose belle e quelle brutte.

Il ragazzo mi parla, inizia a farmi domande, a raccontarmi della sua vita, di come ha trovato sè stesso in mezzo ad un groviglio di cavi elettrici, troppi computer e le note di un pianoforte.
Ha 31 anni, gli occhi come due scintille di mare, azzurri e luminosissimi. La barba incolta, bionda, e un sorriso che parla da solo. Fa il musicoterapeuta. Anzi, è un musicoterapeuta. Lavora con gli anziani malati di alzheimer, i bambini affetti da autismo e/o ritardi mentali. A volte è la musica a funzionare; a volte i movimenti di un corpo in relazione ad un oggetto e ad uno spazio; a volte i rumori; altre volte i silenzi.
Gli chiedo se non gli si spacca il cuore un po' ogni giorno con il lavoro che fa.
Lui risponde che è dura, ma il momento in cui si stabilisce una qualunque connessione con uno dei pazienti è unn momento magico, irripetibile, che vale tutto il dolore che c'è stato prima e ci sarà dopo.
Io sorrido, annuisco, gli occhi lucidi come la strada.

Poi arriva un altro ragazzo; i suoi, di occhi, sono due crateri scuri colmi di preoccupazione. E' intatta la sua crisalide, il suo corpo, ma si vede che da qualche parte è rotto come un calzino consunto. Da un anno è senza lavoro, vive alla giornata. Per fortuna con la disoccupazizone che percepisce riesce a pagarsi un affitto, ma non è molto e a fine mese ci arriva a stento. Ci racconta che la sua vita è un disastro, al momento. Il lavoro, l'amore, le amicizie, niente che vada per il verso giusto. Si sente abbandonato, tradito, e forse lo è.

Parliamo fino alle sei del mattino, su quello scalino scomodo, con la pioggia che scende e noi, tre sconosciuti, seduti l'uno di fianco all'altro.
Ci salutiamo, pronti a prendere tre direzioni diverse, con un abbraccio sincero, che per un attimo non si sente più il freddo nè la pioggia.

Prendo un taxi e scivolo verso casa, fendendo le gocce in caduta libera fuori dall'abitacolo, osservando i cartelloni pubblicitari con ragazze in costume, famiglie sorridenti che parlano al telefono, sacchetti strabordanti di verdura fatta al computer.

Penso a quanto siamo brevi.

Metto una coperta in più per cercare di scacciare quel gelo che si è infiltrato fin nelle ossa.

Penso a quanto siamo brevi.
Fino a che non mi addormento esausta.

sabato 20 aprile 2013

YES WE C-OSA?

Quante persone, a Bruxelles.
Quanto scambio, quanta energia, quante etnie e quanti Paesi.
Bello, si, questo senso d'Europa del mio stivale (all'italiana, insomma), che accorcia le distanze, sfonda le barriere, distrugge i pregiudizi. Puoi viaggiare, prendere e andare, prendere e tornare, basta quel pezzetto di carta che dice che sei un cittadino europeo e, boom, è fatta, le porte del mondo moderno ti si aprono davanti come se tutti stessero aspettando solo te, si proprio te.
E quante feste, per gli Expats, quanti i giornali e i punti di ritrovo, quante community virtuali o reali.
E poi, quanta ignoranza.
Non te l'aspetti, e invece ti aggredisce come un'invasione perpetua di cavallette in 8 bit.
Abissale, strabordante, dilagante, con la prepotenza legittimata dai titoli di studio che i suoi promotori mettono in mostra come i pavoni la coda.
Quando si migra, al giorno d'oggi, non c'è più la valigia di cartone; c'è il trolley ergonomico della Samsonite. Al posto delle cartine un tablet. Invece dei gettoni l'I-phone. Il vestito buono non è più lo stesso del giorno prima e di quello prima ancora, è estratto da un intero armadio di completi Hugo Boss divisi per colore. E nel trolley della samsonite ci sono pure le lauree, certo. Plurime, agghindate di master, summer school, intensive training, belle splendenti e in fila come denti, vergate sul sempiterno CV in allegato.
Bravi eh, bravi tutti. A venir qui, con le lauree in tasca, a fare lavori che nessun altro potrebbe fare, massimi esperti in circolazione di 'sta minchia. Lo stage al Parlamento, lo stage in Commissione, lo stage alla NATO, lo stage al Concilio d'Europa.
Arrivano a schiere, questi giovani imberbi, speranzosi e disillusi al tempo stesso; cambiano ogni 3/6 mesi, seguendo flussi migratori che assicurano ossigeno alla città e alle istituzioni, cervelli nuovi di cui nutrirsi, e a loro una capsula in porcellana pura da aggiungere al CV. Poi ci sono i senior, quelli che sono stati pionieri tra gli stagisti 20 anni fa, e che ora ricoprono incarichi di un certo spessore all'interno delle stesse istituzioni. Loro sono i primi cittadini europei. Si, perché i poveri minatori erano e sono rimasti per molto tempo, immigrati, italiani in terra straniera che si esprimevano a gesti e si spaccavano la schiena sotto terra o, peggio, che ci hanno pure trovato la morte sotto terra, a Marcinelle. Loro non erano cittadini europei. Io si, come gli stagisti e i senior.

Il dopolavoro della manovalanza europea è a Place Lux, proprio in bocca al Parlamento. C'è una rotonda con un fazzoletto d'erba e fiori al centro, costeggiata da bar e locali in cui gli inni sacri sono house music sempre troppo alta, dove la messa inizia alle sei e si chiama spritz. Il giovedì, a Place Lux, sembra non esista nessun altro posto al mondo. La cravatta ancora al collo, solo leggermente allentata, il vestito buono color grigio asfalto (siamo a un giorno dal week-end, e il grigio asfalto è il colore del giovedì, prima dell'azzuro/beige da finesettimanista nelle Ardenne, dopo l'ardesia), e uno spritz tra le mani. Nell'altra, spesso, c'è una cartellina nera, con dentro gli appunti di quell'action plan che dev'essere pronto entro lunedì, i documenti firmati per lo stage, e un biglietto per andare a vedere Anderlecht - Zulte Waregem la domenica dopo. L'altra sera ero proprio lì, a Place Lux, a mio agio come uno Zulù ad un cocktail dai Kennedy.

L'associazione di cui faccio parte, promuove la musica italiana in Belgio. Niente tricolore, da nessuna parte, niente serate "pizza per scugnizzi" con guest star il sosia di Nino D'Angelo, niente Ramazzotti, Nek, Pausini, piuttosto Gazzè, Meganoidi, Battiato, Colapesce, Capossela, Silvestri etc. Insomma, mi trovavo nella tana del leone per distribuire un po' di volantini; siamo a corto di volantinatori e, anche stavolta, è toccata a me. Il concerto in questione era ieri, e si trattava degli Africa Unite. Ad aprire Marcello Coleman degli Almamegretta, poi Ru Catania (Africa Unite) con i Pellicans, gli Africa alle 21:30 e per concludere un dj-set senza fine con Bunna e Tringle Loop Machine; in pratica una serata intensa. Io, che non ho mai ascoltato reggae in tutta la mia vita (e lo dico, inspiegabilmente, con una punta d'orgoglio), anche se temo sia un "problema" mio, l'incapacità di cogliere il senso della fascinazione per il reggae che, quasi chiunque ha subito nella propria vita, ero comunque entusiasta. Per la musica, per le molte persone a cui tengo, con cui collaboro e che sarebbero state presenti, per le moltissime che nemmeno conosco, perché stare insieme in un posto in cui qualcuno suona è sempre un'esperienza bellissima. 

Allora, col migliore dei miei sorrisi, inizio la flagellazione dividendo mentalmente Place Lux in quadrati. Mi sento Super Mario, un livello ad ogni quadrato, una vita in meno ogni volta (e sono tante) in cui uno sguardo fin troppo eloquente mi fa capire che la merce non interessa. Cercando di non notare l'aria di sdegno di alcuni dei presenti, salto a piè pari gli stagiaires svedesi - non mi si additi per discrimazioni razziali, per piacere; la probabilità che ad uno di loro possa interessare il concerto di una band reggae italiana che canta in italiano è pari a quella che a un italiano possa interessare il concerto di una band reggae svedese che canta in svedese -, e mi dirigo verso un gruppetto di maschi latini incravattati con evidenti tratti Baùsciani a vista. Uno di loro prende il volantino, lo esamina con aria di sufficienza, per poi proferire tronfio e soddisfatto "Mah ... A me sembra solo una gran comunistata". Basita, gli chiedo in che anno è nato. '82, risponde. E' dell'82, il ragazzino. Eh si, lui se lo deve ricordare bene di com'erano belli i fasci e di come noi ci mangiavamo i bambini all'uscita dalle scuole. E non è tanto perché, in questo modo, si è appena autodefinito fascista (per la legge degli opposti, se per te io sono una comunista, tu devi essere per forza un fascista), nemmeno il fatto che ridurre tutto, sempre e comunque, a due poli agli antipodi e riassumibili con "comunista" "fascista", è come dire che il mondo si divide in merda e oro (quale sia la prima e quale la seconda, ovviamente, dipende dai punti vista); più che altro, ad infastidirmi, è che io sto semplicemente dando un volantino per un concerto, stiamo parlando di musica, porca miseria, MU-SI-CA.
Glielo dico, di calmarsi che non l'ho invitato al cinquantennale dell'associazione "Amici del Che", semplicemente ad un concerto, e che se io, che sono COMUNISTA, non ascolto reggae, lui che è FASCISTA, magari il reggae lo ascolta eccome; come potrei saperlo io? Dovrei giudicare da quel vestito da agente immobiliare in cui è imbustato? 

So che il reggae - come tanti altri, del resto - non è un genere scevro da pregnanze politiche e sociali e che, quindi, si presuppone che chi lo ascolta sposi anche la causa che esso porta in seno. Ma ad oggi, 2013, è davvero ancora così forte il legame tra i generi musicali e il loro messaggio? O meglio, rettifico, c'è ancora la consapevolezza profonda e sentita di suddetti messaggi? Io non credo. La globalizzazione, anche nella musica, ha diffuso e amalgamato i suoni; e l'arte, che vive e trova il suo senso più pieno nella fruizione, non può che farsi portavoce (o svuotavoce) di nuovi messaggi, diversi a seconda del momento storico in cui viene fruita e da chi ne fruisce. Fosse così, uno stagiaire della commissione cosa dovrebbe ascoltare, nient'altro che lounge music e jazz sperimentale? Ed io, che lavoro in una libreria italiana a Bruxelles? A quale genere dovrei rifarmi visto il mio ruolo e rango nella società? Cantautorato, italiano perché La P. è un posto di italiani e su 45 giri perché vendiamo libri cartacei invece di e-book?

E mentre penso tutto questo, penso anche che questa, avrebbe dovuto essere la generazione del futuro europeo. Futuro? Quale? A cosa cazzo serve l'Europa Unita se stiamo ancora a fare 'sti discorsi? Perché ho l'impressione che pochi abbiano colto l'importanza di ciò che avrebbero potuto fare, che andava ben oltre l'opportunità formativa o lavorativa in sè, ben oltre lo stipendio da commissionabile, il lavoro figo, i meeting aziendali a Mallorca, la stretta di mano ad Angela Merkel, il welcome party per le nuove leve con centinaia di bandiere europee sullo sfondo, la possibilità di viaggiare e avere colleghi nati e cresciuti in posti agli antipodi.
Il senso di tutto questo non doveva essere un manipolo di giovinastri incravattati che si sbronzano davanti al Parlamento, pensando di essere avanti anni luce rispetto a chiunque altro per il solo fatto di starsene sei mesi a Bruxelles a manovalare nelle istituzioni. Stando agli intenti, avremmo dovuto trovarci di fronte ad una generazione β di esseri umani provenienti da ogni dove, che hanno avuto l'opportunità di lavorare fianco a fianco su progetti comuni, avendo come fine la produzione di miglioramenti concreti per l'armonia di una comunità di Paesi. Avremmo dovuto trovarci di fronte al respiro mentale, a persone che finalmente comunicano in quanto tali, abbattendo il pregiudizio e la discriminazione, proprio perché protagonisti di un (supposto) cambiamento epocale che avrebbe stravolto i confini tra i Paesi. E invece, a guardarsi intorno sale l'angoscia alla gola, come un grumo di capelli dal lavandino. Li senti fare discorsi assorbiti nei rispettivi contesti sociali e familiari, allo stesso modo in cui li avrebbero fatti al bar sotto casa quando erano adolescenti, con la differenza che ora li sanno fare in tre lingue e con la cravatta addosso. 

Il senso di tutto questo doveva essere la morte del pregiudizio, o almeno di buona parte di essi; doveva essere il superamento delle etichette, di quella cancrena politica e sociale in cui siamo cresciuti e che è cresciuta con noi; il senso doveva essere capire, aprirsi il cranio in quattro e lasciarci entrare tutte le cose del mondo; il senso doveva essere la trasformazione, la crescita umana, la comprensione, la capacità empatica, la presa di coscienza che noi siamo gli altri e gli altri sono noi.

E' questa, allora, le generazione che cambierà il mondo?
Alla cancrena politica e sociale, si sarà affiancata, inevitabile, quella umana? 
E' questa l'Europa Unita?
Yes we can o yes week-end?

Silenzio.

martedì 9 aprile 2013

ASPETTA PRIMAVERA

E' che poi penso che la primavera, alla fine, arriva. Come la felicità, le gravidanze, la morte, il mare a bagnarti i piedi quando sei a riva.
Proprio lui, il sole, grande assente di queste interminabili settimane invernali, ieri si è steso potente in cielo, bagnando tutte le cose sotto di lui.
Ed io ho pensato fosse un motivo più che valido per venire qui e riprendere a scrivere. Non mi piace stare lontana così tanto, quello che mi piace è avere tempo di sedermi qui, riflettere, spurgare pensieri, battere per ore sulla tastiera incandescente come una tavola di Mosè. Ma di tempo non c'è n'è mai abbastanza.
Sono una persona fatta di frammenti, schegge di cose, umori, idee, sentimenti,  mi muovo insieme ai miei milioni di campanellini, orpelli, asole e brandelli, portandomeli dietro tintitnnanti mentre mangio, parlo, dormo, e quindi, uno pensa, se anche sono un coagulo di frammenti microscopici, me li porto dietro ad ogni passo perchè non potrebbe essere altrimenti, quella sono io. Pensi alla tua determinazione, alla tua buona fede, alla tua curiosità, come pensi ai tuoi mignoli, alla fossetta ai lati della bocca quando ridi, agli occhi gonfi la mattina presto, cose piccole, semplici, che ti sembrano inscindibili da quello che sei, e quindi credi che non ti abbandoneranno mai. Invece qualcosa può perdersi per la strada, e tu non lo sai. Tra tutti quei fili di te, appesi alla schiena, alle braccia, alle ossa, ce ne sono di più deboli che potresti perdere ad una curva senza nemmeno accorgertene.
Se perdi un mignolo per la strada, suppongo sia impossibile non notarlo. Se perdi la curiosità verso le persone, non sei tu che perdi qualcosa, è lei che abbandona te, piano piano, scivolandoti via dalle caviglie. Ho visto persone incapaci di riconoscersi allo specchio dopo aver perso qualcosa di simile. Ho visto persone liquefarsi nell'apatia acritica per cui va bene tutto. Ma se la giri, quella carta sopra il tavolo, magari ti accorgi che i primi nello specchio non ci si riconoscevano più per l'accanimento verso un'idea precostituia di sè stessi, incapaci di accettare il cambiamento come una cosa naturale, mentre ai secondi va bene tutto perché laddove interviene un'evoluzione naturale sospendono il giudizio critico in quanto tale. Che poi, a determinare il cambiamento, sia stata una scelta, una sequela di azioni decisamente più artificiale che naturale, magari non ha importanza nel momento in cui il cambiamento ha preso corpo.

E allora? Si torna indietro a raccattare ogni cosa persa per la strada, come cercatori di pepite, per poi ricucirsela addosso come meglio si può? Alla fine come si chiude la partita, con un mucchio di cose che non ti appartengono più ma che hai voluto tenere a te per una sorta di stipsi emotiva?
Oppure si lascia a terra ciò che si perde, noncuranti delle tortuosità del percorso in cui il brandello è rimasto impigliato? Senza curarsi di come si è perso qualcosa, di cosa fosse, senza riflettere sul suo valore nella nostra esistenza, nella nostra persona, giustificando il tutto come naturale e quindi per forza di cose sempre nel giusto?

So che i dualismi servono solo (o almeno dovrebbero) a porre antipodi entro cui trovare la propria dimensione intermedia, ma qui la questione è delicata. Nel primo caso, anche se nuotare sempre contro la corrente risulta sfiancante a lungo andare, oltre che poco produttivo, ci si chiede se non vi sia qualcosa di ammirevole in questa tenacia a non lasciar cadere le illusioni e le cose, per lo meno prima che questa sfoci nella cecità assoluta. Nel secondo caso, il dubbio che s'insinua è che queste persone abbiano capito qualcosa di fondamentale circa la serenità; forse a discapito della coerenza, talvolta dell'etica (ma attenzione, anche quella è una cosa che si può perdere "naturalmente"), ma se queste persone arrivando alla fine della loro vita, possono dire di aver accettato serenamente ogni cosa che gli sia capitata, non forzando la mano agli eventi o al mondo per attecchire alle loro aspettative, il tutto non sembra -inquietantemente-quasi saggio?

Per me, con tutti i miei brandelli, asole e orpelli, il punto non è nemmeno "da che parte stare". Stare dalla parte di sè stessi, per cominciare, tendere al bene, lasciarsi spingere a largo dall'evolversi delle situazioni, continuare a nuotare se indietro si è lasciata una convinzione, andare a vedere cosa c'è oltre, fermarsi e nuotare contro corrente quando ci s accorge che la bussola è rimasta impigliata ad uno scoglio, tenersi stretta la voglia di conoscere il mondo e le persone, anche a costo di incaponirsi e legarsela al piede con una fune, senza che le esperienze negative intacchino la fame di vita, filtrandole con la lente del particolare e non dell'universale, raccogliere il senso della misura, del pericolo, del cattivo che, potenzialmente, alberga nelle cose, lasciar andare la paura, la facile tentazione a costruirsi un pregiudizio, tanto comodo da usare quanto lontano dalla verità che si sostanzia in ogni singola persona. Ed è difficile, perché questa non è una posizione mediana. Il risultato di queste scelte, proiettato su un grafico a lungo termine metterebbe il tutto al centro di questi due antipodi, ma nel quotidiano, in ogni singola situazione, ciascuna decisione va presa secondo il proprio sentire, valutando di volta in volta, caso per caso, persona per persona. A volte lasciarsi travolgere, lasciar andare qualche stringa che ormai non ci appartiene più si rivelerà la cosa giusta, altre volte bisognerà tener salde le proprie convinzioni a qualunque costo per non perderle nel turbinio di una tempesta.
Quindi vale tutto e non vale niente? In pratica, si.
Mantenere la regola del non crearsi alcuna regola è la cosa più difficile. Il bisogno di ordinare il caos del mondo e la tendenza a categorizzare sono difficili da controllare, sarebbe molto più semplice cedere all'istinto di crearsi regole per le situazioni e le persone che ci facilitino la vita e le scelte. Ma, fatta eccezione per le macrocategorie che includono il buon senso per cui, in macchina con uno sconosciuto alla 4 di mattina è meglio non salirci (o analoghe), io quando ne ho consapevolezza preferisco evitare. E' una gran fatica, a volte si teme di non saper leggere i segnali, a volte si passa troppo tempo a valutare una situazione che sarebbe facilmente bollabile come da evitare, ma la ricompensa, ciò che si ha in cambio dalla vita per questo certosino metodo che di certo non strizza l'occhio alla celerità, è qualcosa di impagabile.
Ricchezza, questa la parola che mi sale alle labbra.
Mi sento una persona ricca.

A volte ho la sensazione di vivere in un mondo a sé stante. Lo so, è una frase fatta, ma guardandomi intorno, ascoltando i discorsi delle persone, osservando i loro comportamenti, anche laddove posso trovare una certa specularità nelle giornate (al lavoro, con i colleghi per esempio), mi accorgo che le motivazioni che trovo per gioire, in fondo ad una giornata, sono tendenzialmente più numerose rispetto alla media. E lo dico non tenendo conto del mio personale livello di soddisfazione, felicità ecc, ma guardando a ciò che non sono la sola a vivere, a ciò che non è cosa mia ma è lì, fruibile da chiunque.
Arrivo spesso a quel punto in cui non riesco più a spiegarmi, in cui sembra che io stia vaneggiando.
Quel punto è ora.
Mi succede quando mi avvicino al nervo delle cose.
Perché se ora io dicessi che vedere i germogli ancora in forse ai rami degli alberi che costeggiano Rue F.,  è una cosa emozionante e che riesce a strapparmi un pezzo di carne per piantarci un attimo di gioia pura e indiscussa, verrei fraintesa. Ed è così, è una cosa che mi tocca, e che mi accorgo lasciare indifferente la maggior parte delle persone.
Non sto dicendo che ci sono io e tutti gli altri, io sola e diversa e il mondo una massa grigia ed omogenea di persone più o meno uguali; so che ognuno vive in un proprio mondo, ha il proprio modo di sentire le cose. Quello che dico è che conosco pochissime persone che sanno essere felici delle cose piccole e che sono lì, a portata d'occhio ogni santo giorno. Perché anche il caffè con chiacchiera annessa rimandato da troppo tempo con un caro amico è una piccola cosa, ma è una cosa scelta, indotta, posticipata per i rispettivi impegni e poi realizzata; è ovvio che sia un'autentica gioia. Parlo di tutto quello che è già lì, degli alberi, del suolo, delle proprie gambe che funzionano, del barbone che ti sorride fuori dal supermercato e che è ancora lì, anche se ieri era un freddo cane.
Tutte quelle cose lì, chi le vede?


sabato 9 marzo 2013

PRIMA CHE IL GALLO CANTI

Non avevo mai riflettuto sul fatto che il brusio degli uffici pubblici avesse carattere universale.
La pioggia, quando cade, fa lo stesso rumore qui, in Norvegia come in Messico.
Allo stesso modo, il colorito vociare, i telefoni che squillano, i piedi che si rincorrono lungo i corridoi marmati, il tonfo sordo dei timbri su carta monogrammata, sono gli stessi. Qui, in Norvegia come in Messico.
Tocca a me; lo dice quel cartoncino con su scritto Mlle. S., h 8:30.
Un ragazzo gentile, con la faccia da tecnino informatico di una scuola superiore prettamente femminile mi fa accomodare e mi spiega, passo passo, quello che devo fare. Io compilo, lui fotocopia. Tre volte. La famigerata documentazione in triplice copia.
Finisce il toner sul più bello. Allora, mentre lui è intento a cambiarlo, mi distraggo e inizio a guardarmi intonro.
Il calendario è rimasto fermo a Febbraio.
I muri sono ingialliti.
Le tazze vicino alla macchina del caffè, rigorosamente sbeccate, raccontano di una quotidianità più umana e meno burocratica. La stampa di un dipinto alle pareti, probabilmente famoso ma che non riesco a riconoscere. Armadietti di metallo semiaperti se ne stanno in fila contro la parete alla mia destra, con pile di documenti acchiocciati l'uno accanto all'altro, sopra l'altro, addosso all'altro.
Tre colpi, tre timbri sulla santissima trinità delle scartoffie per aspiranti residenti.
Firmo tre volte (ovviamente prima che il gallo canti), e penso che mi fa un po' effetto. Prendere la residenza in un altro Paese.
Prima il lavoro, poi la casa, le abitudini che si consolidano, la strade, i volti, le cose che sedimentano nella memoria e in fondo alla pancia. E poi la residenza.
All'estero.
Il prossimo passo sarà aprire un conto e farmi l'assicurazione sanitaria.
Probabile mi ritroverò di nuovo a firmare, nello sconfinato e inchiostrato universo delle triplici copie. Ma non mi farà lo stesso effetto.

Faccio notare al tecnico informatico di una scuola superiore prettamente femminile che siamo già a Marzo; lui mi risponde che loro sono nostalgici. Rido per il suo acume e perché, mentre lo dice, non fa nemmeno un sorriso. Rompiamo la triplice alleanze, due copie a lui e una a me.
Saluto, ringrazio ed esco in strada
Imbocco la via gialla e scendo in direzione della chiesa, con la mia singola copia tra le mani e lame di sole che s'infilano sbieche tra gli edifici.
Decido di fermarmi al cafè du peuple. Il proprietario mi riconosce, mi chiede che ci faccio da quelle parti di mattina, io rispondo dicendo che sono ufficialmente un'abitante di S.J.; "Sentito cara? Abbiamo una nuova cittadina!" sposta gli occhi da quelli della moglie dietro il bancone e mi guarda: "Con cosa festeggiamo, un caffé?"
Annuisco e sorrido.
Mi siedo.
Il caffè caldo tra le mani, la luce incredibile di questo primo giorno di quasi primavera, le vetrate al posto delle pareti, gravide del giorno più pieno, e fuori gli abitanti di questa piccola commune, la più piccola di Bruxelles, che vanno e vengono.
Io resto.
Per un po'.

martedì 26 febbraio 2013

ANALISI S(C)EMISERIA DELLA FINE (E DELL'INIZIO)

N.d.A. Non prendete seriamente nessuna delle parole che danno il titolo a questo post. Non è un'analisi, solo un flusso di pensieri post-elettorali, è più seria che scema e non sono ancora pronta a sapere se questo sia l'inizio, la fine o tutte e due le cose.

Si, devo essere io che non sto capendo qualcosa.
Devo essere io che non ho ben compreso.
Non vorrei nemmeno scriverne così, a caldo. Ma è già il giorno dopo, e la doccia in realtà è stata abbastanza gelata.
Ora, niente di nuovo sul fronte occidentale; la sinistra a parità di (disastrose) condizioni della destra (ovvero se la situazione fosse stata ribaltata) non sarebbe nemmeno stata capace di racimolare un quinto del risultato della destra. In pratica, una sinistra da troppi anni di cagionevole salute, ma comunque data per favorita e con un'opportunità davanti a sè che non si ripresenterà mai più tale, è riuscita a portare a casa una manciata di voti in più rispetto ad una destra in cancrena ma capace di amputare ( o fingere di farlo quando serve).

I nostalgici hanno scelto comunque il PD, con Bersani e la sua cricca che puzzano di naftalina.
Gli inarrestabili hanno fatto il gioco della fiducia, spalle al Berlusca, gli sono caduti in braccio con cieca abnegazione.
Gli idealisti in bocca a Grillo.

Non so se sono più sorpresa dell'accaduto, o sorpresa dal fatto di essere sorpresa.

Grillo mi fa paura. 
Lo dico veramente perché mi sembra folle in certi momenti, lo dico perché mi spaventano le totali fascinazioni di massa, gli estremismi che, anche quando volti al bene, rimangono pur sempre estremismi, lo dico perché questo furor di popolo, come in potenza potrebbe scardinatre una casta corrotta e stantia, potrebbe anche rivelarsi assolutamente incapace di far seguire ai propositi delle azioni mirate che tengano in seria e preferenziale considerazione la condizione attuale, oltre a quella ideale.
Senza con ciò voler implicitamente sposare una delle altre due grosse coalizioni (scelta ardua, per altro; come quando vorresti una fetta di torta al cioccolato e puoi scegliere tra gnocchi al pomodoro, impepata di cozze e una space cake all'hashish), lo dico conscia del fatto che tra le alternative, una non la sceglierei manco con un cannone puntato in pancia, l'altra che pure ha sempre avuto il mio voto, è in coma pure lei, incapace di uscire da quella gabbia pseudodemocristiana svuotata dei suoi valori positivi.
Lo dico perché l'idealista, utiposta, credulona che è in me si ribella. Perfino lei. Perché ha del paradossale che un'idealista come me sembri realista di fronte al M5S.
Non l'avrei mai detto; perché a leggere il programma è bello, pieno di buoni propositi, vicini alle persone invece che alle caste, vicini ad un senso del giusto comune, umano, universale.
Benissimo. 
Peccato che su troppi punti manchi il "come" fattivamente si intende procedere.
Peccato che alla voce "lavoro" ci sia un vuoto che se ci urli dentro rimbomba come in chiesa.
Peccato che siano troppi i momenti in cui, leggendolo, viene da chiedersi se chi l'ha redatto l'abbia fatto pensando realmente, in maniera pratica, alla situazione attuale e non solo a ciò che sarebbe auspicabile.
Il messaggio trasmesso è seriamente positivo, sia chiaro; ma portare l'attenzione su ciò che sarebbe buono e giusto, senza una serie di direttive concrete atte a produrre tale cambiamento, non è una soluzione, non è costruttivo, è solo illusorio e populista.
Ci credo, seriamente, che gli intenti siano buoni, che il voto per il M5S sia stato dato e percepito come "voto per il cambiamento", ma non si può prendere una serie di belle idee su come dovrebbero andare le cose, schiantarla in un PDF e spacciarla per programma elettorale.
Men che meno nel momento storico, economico, politico, umano in cui ci troviamo.
Le persone, l'Italia ha bisogno di una concretezza di azioni tale da garantire manovre efficienti, dettagliate, che mirino ad obiettivi piccoli ma costanti.
Una parola, lo so, mica ho detto che io saprei cosa fare. Dico solamente che il programma del M5S, pur nella sua nobiltà d'intenti, sembra non tener conto della realtà attuale dei fatti.

E' un bel proposito quello di destinare i fondi per la ricerca militare alla ricerca scientifica, prendi uno per la strada e chiedigli se preferisce donare dieci euro per supportare una cosiddetta "missione di pace" o destinarli alla ricerca sul cancro, e la risposta è spesso (e per fortuna) scontata.
A nessuno piace l'idea di mandare militari armati in terre di guerra; si preferisce sorvolare sul fatto che l'unione europea è un'unione prima di tutto politica, un'aggrumaglia di equilibri basati su alleanze e belligeranze da cui non ci tireremo fuori, anche volendolo, in quattro e quattr'otto.
E mi ci metto in prima fila a dire che questa cosa dà il voltastomaco, che c'è di che indignarsi ogni santo giorno, da non dormirci ogni singola notte, in qualunque angolo di mondo. E so anche che, volendo essere realisti, molte di queste spedizioni (statali, private, promosse da enti pubblici o associazioni misericordiose) non sono prive di secondi fini. Perché siamo 7 miliardi, perché il mondo è calibrato su una serie di disuguaglianze che non sono risolvibili fino a quando fa comodo che siano tali, perché lo diventano quando il premio in palio è una particolare alleanza, la stima e il sostegno da parte di Stati che hanno qualcosa che noi vogliamo, quando il bottino è una tribù del sud Africa da ammaestrare al cattolicesimo. 
E non voglio, con questo, mettere in dubbio il duro lavoro di organismi che davvero si occupano di fare da mediatore super partes o da spalla schierata in situazioni ben oltre la soglia ritenuta minima circa i diritti umani. Sono fermamente convinta sia sbagliato finanziare missioni di pace o cosiddette tali, ma ci vuole tempo per poter cambiare gli equilibri, i cardini, i presupposti di un Paese e delle sue alleanze; la mia è una presa di coscienza del fatto che l'unico modo per cambiare una situazione, per produrre un movimento sensato in direzione della costruzione di un nuovo e migliore equilibrio, è guardare alle cose come stanno. E noi, al momento, anche se sarebbe tanto tanto bello svegliarsi domattina e scoprire che non è così, noi non ce lo possiamo permettere di decidere in maniera completamente autoreferenziale come agire in materia di politiche estere. Siamo parte di una coalizione, un'unione che, avrà pur reso esponenzialmente più complessa la nostra organizzazione, la strutturazione delle nostre risorse (quando c'erano), la gestione dei processi decisionali in merito a questioni ultra nazionali, ma questa è la stessa coalizione che ci ha salvato le chiappe impedendoci, o comunque rimandando nella speranza di recuperare in corsa, il momento del tracollo. Non c'è ora una coscienza civile e sociale da parte della classe dirigente, figuriamoci ai tempi in cui si profilava l'ingresso nell'unione monetaria europea. Le mani bucate e poco pulite c'erano allora e ci sono ora, ma se fossimo rimasti con la cara vecchia lira, col cazzo che ne saremmo usciti vivi. Non che con l'euro siamo riusciti ad arginare il debito pubblico, sia chiaro, ma per lo meno non l'abbiamo fatto crescere quanto avremmo continuato a fare con la lira. La classe dirigente di allora (che poi, mica è tanto diversa da quella di oggi, ahinoi) non ha e non aveva la coscienza per autolimitarsi, amministrarsi; le riforme sulle pensioni mica sono venute per immmaccolata germinazione di coscienza, ma solo per riuscire ad incastrarsi nel piano regolatore dell'Euro. Poi, tutta una serie di cose è venuta a mancare successivamente, prove d'immaturità continue in cui abbiamo dimnostrato di non essere capaci di risanare un Paese che si avviava alla metastasi.
Qualcuno (qualcuno tipo super economisti e quella roba lì, non mia zia Pina con la prima elementare e l'alluce valgo)  dice che se non fossimo entrati nell'euro, la bancarotta avrebbe fatto da maestra, con conseguente repulisti della classe dei governanti, che ci saremmo ripresi risalendo la china del gran canyon economico con una moneta autonoma che si sarebbe lentamente ripresa diventando più forte e crescendo in simultanea ad una classe dirigenziale più consapevole, capace e meno corrotta.
Questa teoria mi trova abbastanza d'accordo, in maniera potenziale; c'avrebbe fatto bene una bella stangata, in un momento in cui pur nella tragedia di un tracollo finanziario, non avevamo ancora messo radici solide in patti, alleanze, accordi economici sulla libera circolazione delle merci etc.
Ma è pura fantascienza.

C'è anche qualcuno che ora, nel suo non-programma, propone un referendum per uscire dall'euro. E se quella di cui sopra è fantascienza, questa qui è una puntata di Nightmare in complotto con la bambina dell'esorcista e le due Marchi (Vanna e Stefania).
In un'ipotesi del genere, la svalutazione del nuovo conio è stimata tra 30-50% rispetto all'euro. Senza che nemmeno mi addentri nella questione debito pubblico (BOT, BTP in euro/nuova lira; come fare a pagare un debito che in questo modo risulterebbe, quando va bene, raddoppiato rispetto al potere d'acquisto della nuova moneta, ecc); seriamente? Un ritorno alla lira?  Ma stiamo scherzando? 
Ammesso e non concesso che ciò possa produrre una spinta propulsiva ai mercati interni, facendo da motore ad un'Italia industriale e industriosa, si può non tener conto anche del fatto che le varie agevolazioni per la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone verrebbero meno? Io dico di no.
Quando l'offerta diventa improvvisamente competitiva, in quanto lo Stato in questione può permettersi prezzi sensibilmente più bassi "grazie" alla svalutazione della propria moneta, la conseguenza difensiva più immediata è l'innalzamento di barriere, sottoforma di dazi doganali assai salati, anche da parte di chi fino al giorno prima sembrava tenderci la mano. D'altra parte, perché l'unione europea dovrebbe favorire uno stato secessionista che ha messo a repentaglio (quando non distrutto) l'unione monetaria europea? Agirebbe nel proprio interesse e farebbe bene. E questo no, non è fantascienza. E l'incubo della nostra economia in caduta libera, senza più alcuna mano che si prodighi ad agguantarla. Anzi, al massimo una pedata e via.
A questo punto, è davvero pensabile uscire dall'euro? Uscirne vivi, intendo.
Anche qui, io dico di no.

C'è da dire che il risultato del movimento 5 stelle manda un segnale evidente circa la voglia di cambiare completamente rotta, di riappropriarsi del proprio Paese, della sua economia, della sua classe politica. C'è anche da dire che, citando quel genio dell'analisi e della sintesi che è Curzio Maltese, quella di Grillo è una critica allo stato attuale delle cose, non un programma di risanamento. E la relativa vittoria di questo movimento, come i quasi equivalenti risultati delle altre due coalizioni, denunciano qualcosa di poco piacevole sull'elettorato italiano.
Il 30% o giù di lì (sto percentualmente imprecisa, consentitemi l'approssimazione) di voti ricevuto dal PDL, dice che c'è uno zoccolo duro di elettori che non ha nemmeno bisogno di chiedersi se rinnovare o meno la fiducia ad un imbonitore, arrotino di riforme ad personam, caricatura grottesca  del peggio del peggio di ciò che l'italiano medio è diventato. Un po' per discepolismo e (inspiegabile) amore incondizionato, un po' di più per interessi personali e per quella sana aria di possibilismo corruzionista che si è respirata durante l'interminabile repubblica delle banane.
Il 30% o giù di lì del PD dice, in parte che anche qui, il voto è stato dato - è il caso di dirlo- per partito preso, in quanto sinistra; in parte riconferma l'incapacità di coesione e guida unitaria di cui la sinistra soffre da molto tempo, altrimenti non si spiega come mai in un momento così critico per la destra, pochissimi siano stati i rifugiati politici che hanno chiesto asilo in cambio del voto alla sinistra.
Il 30% o giù di lì del M5S racconta del malcontento montato negli ultimi decenni, di una classe idealista ma depoliticizzata, la cui mancanza di praticità è l'esatto risultato di menti intelligenti che hanno provato a costruirsi un proprio senso critico indipendente, dovendo crescere in seno a quel deserto culturale promosso dal nano in ogni luogo e in ogni lago; quel 30% o giù di lì che sa ancora indignarsi delle ingiustizie, che crede nella possibilità del cambiamento ma non ha capito che gli strumenti per combattere le ingiustizie, nel 2013, in una situazione come la nostra, devono necessariamente passare attraverso un minimo sindacale di strutturazione, di pianificazione, perché non basta manifestare con gli indignados e dirsi a favore dell'eliminazione dei privilegi alla classe politica perché si produca un cambiamento.

Non so come andrà, non so quanto questa mia visione delle cose sia imparziale e lungimirante; magari quel 30% o giù di lì del movimento 5 stelle sarà il perno su cui ruoterà una vera e propria rivoluzione, o magari no. 
Credo che per un po' non mi sarà facile dormire la notte. 
"Un po' " è un concetto di tempo vago e soggetto ad oscillazioni continue, nonché a prassi di rinnovo possibilmente molteplici. Probabilmente fino a data da destinare.

Post Scriptum delle 00.37: avevo scordato l'abolizione dei sindacati come ennesima genialata (anche se è dura competere con l'uscita dell'Italia dall'Euro). E ora, che il cielo si squarci pure. Cavalieri (non tu, nano malato di protagonismo, quelli dell'apocalisse!), fatevi avanti.

venerdì 22 febbraio 2013

PILLOLE PRIMA DI DORMIRE

"La terre est ma patrie. L'humanité est ma famille"

E' Gibran. E' scritto sui muri in questo posto in cui entro per la prima volta. Ho provato a spiegarlo anche al Signor Dude ma, niente da fare, passo sempre per una svampita quando dico queste cose.
Il the alla menta qui è buonissimo. Lo fanno bollente, zeppo di foglie di menta, servito al vetro e con zollette di zucchero bruno. Poi ti ci abitui, e ci rimani male dove te lo servono senza menta.
E' che poi fa sempre piacere quando ti regalano un libro con la dedica. Se poi la dedica è scritta in dialetto perché si dà il caso che tu e lo scrittore abbiate mezza terra d'origine in comune, tutto prende una piega piacevolmente paradossale, in un'ottica europeista come quella beneluxina. Volevo cucinare, invece stavo male, invece mi si è ammuffito il pane libanese e quindi anche la cena è scivolata nella frugalità. Faccio incubi in cui perdo l'agenda e non so più nemmeno come mi chiamo. Mio fratello ha il diabete, ci rimango ancora male quando ci penso. Ma come mai San Sebastiano martire è un'icona gay? Mi sfugge il nesso con la Carrà e la Lear. Dalla regia mi dicono "perché è raffigurato sempre nudo". Io la prendo per buona ma poi penso che anche Gesù è spesso in negligé. Fare la lavatrice, come lavare i piatti e innaffiare le piante, rappresenta un momento estremamente zen delle mie giornate. Ma quand'è che i ragazzini hanno smesso di baciarsi per la strada? Baciarsi, si baciano comunque, facebook è un ricettacolo di ormoni secondo solo alla tiroide, ma sembra lo facciano solo lì. W. mi ha invitato al teatro di Laeken, che a quanto pare è un luogo caldo frequentato dalla cricca fiamminga di Bruxelles. Ci andrò, anche se si prospetta un periodo lavorativamente troppo intenso per dire quando. Voglio rinchiudermi in casa e scrivere. Quand'ero piccola ho rotto l'Olivetti di mio nonno; ancora mi sento in colpa, anche se nonno non se n'è mai curato. Aveva gli occhi come due buchi di cielo, mio nonno. Ho passato una settimana inenarrabile, col fratello in visita, la febbre, il lavoro, le nottate fuori a pensare a come evitare il come del giorno dopo. Sono un po' stanca, ma da sabato mi rinchiudo. E scrivo. Sul serio, senza venir qui a sputare germi di cose come ho fatto ultimamente. Che, per inciso, fa bene comunque, ma questo tipo di scrittura per associazioni è come la grappa, poca è buona, troppa è coma. Ma che bel proverbio inventato e (finora) quasi credibile. Adesso vado a dormire, che se mi si rompono le dighe mi tocca scrivere finché reggeranno le palpebre. L'ultimo pensiero è per quel barbone fuori dal Delhaize che sembra Hemingway; spero davvero dorma al caldo.

martedì 19 febbraio 2013

CRESCERANNO I CAVOLETTI A BRUXELLES

Avere la febbre, fare le pulizie ascoltando buona musica, sbucciarsi un labbro e sentire il sangue in bocca, rimanere senza un soldo, mettere le mani in tasca, a cercar l'accendino, un po' di calore o un po' di fortuna, scrivere una lettera appassionata, i piedi freddi, il mosaico di luce riflessa nell'acqua della piscina in piena estate, correre e perdere l'autobus, correre e prendere l'autobus, dire "grazie", i panni appena lavati, l'acqua bollente sotto la doccia, storcersi una caviglia, ridere di sè stessi, ripensare alla prof di filosofia delle superiori, aggrapparsi al cielo con gli occhi, la notte, svegliarsi tardi, il rumore della pioggia, fare la spesa con calma, il the alla menta, trovare una vecchia valigia per la strada, dare l'acqua alle piante, la tromba che suona, qualche piano più in alto, entrare a casa propria, la lentezza, comprare le arance e annusarle fino a casa, l'ultimo tiro, spegnere la lampada, perdersi nella folla delle sei, un volto amico e inaspettato, le paure, il sole al mattino, insieme al caffè, le banane maculate, andare soli in un museo, pensare a domani, tenere la mano a qualcuno, trovare un sorriso per la strada, meglio di dieci euro per terra, rimanere in silenzio, la terra sotto i piedi, la neve quando cade, i discorsi inutili, leggere fino a tardi, il solletico, ritagliare aerei di carta, chiedere aiuto, sognare di avere la coda, di nuovo, i momenti di lucidità, dire la verità, trovare una buona pescheria e sentirsi felici, le finestre sul giardino, un merlo che ti guarda negli occhi, la cera sulla tovaglia, sapersi difendere da sè stessi, le mani screpolate, sorridere a qualcuno appena svegli, parlare a bassa voce, saltare di gioia, gli occhi chiusi, i cani e i loro padroni, meglio oggi che domani, i tulipani in vaso come pesci, le notti insonni, girini in uno stagno, portare da mangiare a qualcuno, sentirsi bene e sentirsi male, lasciarsi convincere, bocca serrata, una delle tre scimmie, incontrarsi a metà strada,i carciofi di Mimongo, le meningi che fanno ginnastica, l'odore dei quotidiani, una torta al cioccolato, cacciarsi il berretto in testa, il rumore del frigo di notte che è lo stesso della solitudine, la quiete, aspettare l''arrivo di qualcuno, aspettare la primavera, aspettare la fine che è l'inizio che è la fine che è l'inizio.

martedì 12 febbraio 2013

CENTRO DI GRAVITA' PERMANENTE

Infilarsi un costumino in lattex nero. Pochi centimetri di stoffa, pochissimi.
Il tessuto scivola sulle gambe glabre, sulla pancia scolpita, inciampa nei seni troppo grandi, e imbocca due autostrade ossute che si uniscono al collo.
Stendere dell'olio, partendo dalle caviglie, poco e solo sulle parti frontali del corpo, che sennò la pelle non farà presa dove deve.
E poi il trucco, con i capelli raccolti sopra la nuca. Prima il correttore, poi il fondotinta, il fard, infine eyeliner e mascara, rigorosamente neri, rigorosamente waterproof. 
Il rossetto è una tinta per labbra long-lasting, 24h, praticamente indelebile, ma quello va steso dopo; adesso si piluccano un paio di grissini visto che la cena ormai si salta da un pezzo.
Allora, col grissino amputato che rimane incastrato come un sigaro tra le labbra, ci si sistema quell'unghia sbeccata con un po' di smalto, deve reggere fino a domani. Qualcuna canticchia, qualcun'altra imbottisce un reggiseno evidentemente già riempito a sufficienza, qualcun'altra ancora urla dentro un cellulare, riaggancia e si accende una sigaretta.

Manca un'ora all'apertura. I pali sono lindi, al loro posto, fallici ma non troppo, onde evitare di competere con gli astanti, mentre loro, le queen bees di questo improbabile alveare, si oliano le giunture, fanno stretching, fumano, ridono, bevono acqua, si sitemano i capelli, qualcuna forse farà sparire una striscia di bianco nel naso, come gli aerei nel cielo.
Ce n'è una un po' meno truccata delle altre, un po' meno appariscente delle altre.
Tutto in maniera relativa, s'intende, ma c'è qualcosa in lei che la fa sembrare un po' meno regina e un po' più ape. Ha lunghi capelli castani, mossi da onde di mare prima di una tempesta. Poco trucco sugli occhi, labbra rosse, come due tòcchi di sangue aggrumato. Sembra essere pronta molto prima di tutte le altre, forse per la cura meno ossessiva con cui si cala nella parte. Sembra anche meno serena di tutte le altre.
E poco prima di uscire in scena si arrampica su un paio di sandali bianchi e traslucidi, tacco 16, a spillo. Mentre oscilla come un metronomo, con le anche in guerra con la fisica e quelle onde scure che la seguono fedeli, sembra non avere testa, anima, cuore, solo un cumulo di carne e ossa tenute insieme da brandelli di lattex.

Esce da dietro le quinte seguendo un suo copione, balla e sorride, sfiorando il palo solo di sfuggita; poi si inginocchia, viso al rosso del velluto, tergo al pubblico, si piega all'indietro, fino a che il sommo della testa non poggia a terra, scivola a terra, si gira, si rialza dopo aver leccato la base del palo, supina. I riflettori puntati in viso, tutta quella carne, quel sesso alluso e deluso, ed io non riesco a vedere che una cosa: i suoi occhi vuoti.

Probabile valga solo per me, visto che -letteralmente- dubito il resto del pubblico presente si sia recato in quel posto con l'intento di guardarla negli occhi.
Avvolge una gamba contro il palo, mentre i nervi delle braccia si fondono con l'acciaio; l'altra gamba la segue. Sale più in alto, si contorce, gira intorno al suo asse e lascia cadere le braccia, come stesse per cadere.
I polsi tatuati, le mani quasi a terra, quel coso che le spunta dal mezzo delle gambe, si, come fosse impalata. Sbava il tizio in fianco a me, sbavano tutti, famelici, ossessionati e testosteronici come nemmeno un gruppo di sedicenni in gita ad Amsterdam.
Sono giovani, molto più di quanto mi aspettassi. L'età media, almeno, è più bassa del previsto. Qualche cinquantenne, un paio di sessantenni, ma la media è tra i venti e i trenta, drasticamente più vicina ai venti. Provo ad osservarli, a immaginare cosa pensino di lei, di lei come persona, se si rendono conto che lo è, se sospendano il giudizio su di lei per non darle della troia e su loro stessi per non darsi degli squallidi; mi chiedo come ci siano finiti, in quel posto torbido alla periferia di Firenze, tutti questi venti-trentenni che avrebbero tranquillamente potuto andarsene in discoteca a sbavare su due culi per cui non dovessero pagare e con cui, magari, avrebbero pure potuto parlare.
C'è un ragazzo seduto ad un tavolo insieme ad un gruppo di amici che, ad un certo punto, assume un'espressione indicibile, tra l'eccitato e lo sgomento; volto lo sguardo per raggiungere il palco, dove la ragazza è nuda, carponi sul pavimento che si diletta a "giocare" con un cilindro in plexiglass.
Ancora i suoi occhi, rivolti alla platea, gettati in mezzo al trucco come esche vive in mezzo a uno stagno putrefatto. 
E' una scena triste.

Poi mi ricordo di una cosa; poco prima, mentre si avvinghiava al palo, danzando, con i muscoli tesi, i nervi a vista, i capelli in volo, teneva spesso gli occhi chiusi. Li spalancava, ogni tanto, a comando, insieme a quei denti in fila senza sorriso, come se si ricordasse d'improvviso di non essere sola, di essere osservata.
In quel momento, seppur a tratti, sembrava serena.
Allora mi dico che forse le piace quello che fa, forse, addirittura, parte del piacere deriva proprio dal sentirsi così miserabile, vilmente desiderata, mercificata e barattabile.
L'ho già detto, non sembra affatto felice, ma succede più spesso di quanto si pensi che l'equilibrio delle persone dipenda da qualcosa che è ben lungi dal chiamarsi felicità.
Equiilibrio è una parola neutra. Anche questo l'ho già detto, in questo posto.
L'ago della bilancia di alcune persone, può essere qualcosa di talmente contorto e tossico, da essere invisibile e incomprensibile ad occhio esterno. Talvolta anche interno.
Il bisogno di sentirsi apprezzati, desiderati, e al tempo stesso migliori di coloro i quali apprezzano e desiderano, con la certezza di tenerli in palmo di mano; il disgusto che si può provare di sè, che non fa sconti nemmeno a chi, con ostentata noncuranza, si serve delle bassezze umane più torbide per risolvere il cubo Rubikiano che conduce a crearsi un equilibrio; la consapevolezza di aver scelto canali quanto meno discutibili per guadagnarsi pane e (auto)stima, mettendo una taglia sul proprio corpo, in un'asta in cui il miglior offerente si aggiudica il privé e un tassello insostituibile che non verrà restituito.
E i tasselli potrebbero diventare cento, mille, milioni, fino a che il vuoto lasciato da ogni tassello si allargherà, si sgretolerà, originando una voragine incolmabile, senza rimedio. 
Quando ci si svuota di sè di cosa ci si riempie? Ci si può riempire di nuovo?

Ecco, è questo che ho visto, in lei, quel giorno lontano una vita, in quel posto in cui non sto a spiegare come sono andata a finire.
E la cosa più triste, è che dico tutto questo scevra da moralismi di sorta. So che, tra quei sette miliardi di persone di cui è impastato il mondo, ce ne sono di pienamente felici di masturbarsi in pubblico, farsi sbavare addosso da un branco di esseri arrapati, lucrare sul proprio corpo nei modi più disparati, e pur non capendolo, mi sta benissimo, non ho motivo nè bisogno di giudicare.
Ma lei non lo era, felice, e come lei, magari, tante altre.

Sono passati sette anni; mi domando spesso cosa stia facendo ora la ragazza col mare nei capelli.