martedì 29 gennaio 2013

SAPERE, NON SAPERE, E SAPERE DI NON SAPERE

C'è una storia bellissima che racconta di un uomo dotto, il quale si reca ad incontrare un maestro Zen per discutere i poteri dello Zen. Il maestro gli versa una tazza di the, continuando volontariamente a vesare la bevanda, fino a che il the straborda dalla tazza riversandosi sul tavolo.
L'uomo è sorpreso e chiede al maestro cosa stia facendo.
Egli replica, "Tu sei come questa tazza, troppo pieno delle tue stesse opinioni per ricevere qualunque altra cosa".

Leggo questa cosa, quasi per caso, e non posso fare a meno di chiedermi quanto sia attuale il messaggio, quanto riguardi ogni singolo individuo su questa terra, me in primis.
E se fosse vero?
E se fosse realmente così?
Uno passa una vita ad informarsi, forgiarsi, ferirsi, nutrirsi di conoscenze, allo scopo ultimo di creare una propria verità che si avvicini quanto più possibile all'universale, e poi? Inciampi in una cosa come questa, che appare per una manciata di secondi alla fine di un telefilm, così breve da costringerti a mettere "pausa" per riuscire ad andare oltre la metà della seconda riga, e un dubbio largo come il Mar Rosso sfiorato da Mosè, apre a metà tutte le tue convinzioni.
Una su tutte, quella che le tue idee, i tuoi "credo", le tue paure, speranze, il tuo senso del giusto, le tue inattaccabili certezze su ciò che del mondo sei certo di aver capito, non siano altro che un cumulo di balle autoreferenziali, che ti sei costruito nel corso di una vita in maniera assolutamente egotica e slegata dalla realtà, almeno da quella oggettiva (ammesso e non concesso che ne esista una).

Il pensiero che quando mi indigno, anche per temi omnicomprensivi e tendenzialmente condivisi come la violenza, la negazione dei diritti, lo sfruttamento, le discriminazioni, questa indignazione non sgorghi effettivamente da un senso del giusto assoluto, mi lascia senza parole.
O senza pensieri.

Ora, non sono in un momento di incertezza, non sono in un periodo di dubbi cosmici sull'esistenza (o forse si e non me ne rendo conto perché ci sguazzo da poco meno di una trentina d'anni, ma quella è un'altra storia), quindi non sto mettendo in dubbio che la convinzione di agire nel bene, pensare nel meglio, che è quella che ho scelto a guida della mia vita, anche nelle cose più banali, sia in realtà qualcosa di cui mi sono autoconvinta.
Ma ognuno, per forza di cose, elabora una propria verità, destinata a sgretolarsi e ricompattarsi continuamente, sulla base di nuove esperienze, nuove informazioni, nuovi punti di vista; e non c'è niente che non vada in questo, nulla di anormale.
Fino a che non si arriva a quei temi per cui la posizione assunta ci sembra talmente, scontatamente, giusta, da escludere che ci sia altro da imparare a riguardo, da escludere l'eventualità che, una volta acquisite esperienze o conoscenze nuove, il nostro punto di vista possa ribaltarsi interamente. Questo è il punto di non ritorno, quello in cui l'insieme di nozioni ed esperienze che costituiscono la conoscenza diventano accecanti invece che illuminanti, il punto in cui si smette di crescere, perché qualsiasi nuovo arricchimento circa un determinato tema verrà assorbito solo se in linea con la convinzione radicata, o verrà strumentalizzato, parzializzato, invertito affinché lo diventi qualora non lo sia.

E allora come si fa a capire quando qualcosa sia significativo a tal punto da permettergli di modificare la traiettoria di uno dei nostri credo? Ma soprattutto, come si fa a capire quando siamo plagiati dal livello di conoscenze che deteniamo su una argomento?
Ho sempre pensato che lo spirito critico indipendente fosse la chiave di volta.
Ho sempre pensato, anche, di averne uno, di spirito critico indipendente.

indipendènte agg. [comp. di in-2 e dipendente, part. pres. di dipendere]. – In generale, che non dipende, che non è soggetto o subordinato ad altre persone o ad altre cose.
Questa la definizione di indipendente data dal dizionario Treccani. Quindi, tutto sommato, un termine astratto che, nella realtà del quotidiano, delle persone, ma anche dei Paesi, del mondo, dell'intero universo, non esiste. E se il senso critico non è indipendente è, per forza, il suo contrario. Dipendente. Dalle contingenze, dalla cultura di appartenenza e da quelle con cui si verrà in contatto, dal grado di alfabetizzazione, istruzione, informazione, nutrizione, soddisfazione, approssimazione, attenzione, e una sfilza interminabile di parole che terminano in "zione".
So bene cosa si intende con indipendente in riferimento allo spirito critico; so bene che la massa di cose che si imparano a scuola, sulla strada, nella vita, cose che si assorbono da un contesto per mitosi, o che si insinuano lentamente nel corso di un determinato percorso, dovrebbero essere sempre strumenti asserviti ad una conoscenza maggiore, ad ogni livello possibile; pertanto, in un'ideale perfetto o quasi tale, la varietà degli eventi, la casistica umana e delle situazioni, dovrebbe fornire ampi spunti per trovare il punto mediano, la bussola che indichi il nord no matter what.
Ma in realtà, la nostra unicità, è una lente troppo distorta, un filtro troppo peculiare perché si possa davvero aspirare ad un senso critico indipendente. 

E' un cane che si morde la coda, niente sarà mai abbastanza ampio, né noi saremo mai abbastanza capaci di distacco da ciò che abbiamo imparato fino al giorno prima.

Quindi, caro Zen master, che si fa?
Svuotare la propria tazza affinché si possa riempire di cose che non siano mediate dal nostro intervento è possibile o si tratta dell'ennesima utopia?
Temo si debba optare per la seconda, se non altro per il conto indubbiamente ("INDUBBIAMENTE"; vedete? Avete letto? Aaaaah, accidenti, non ce la posso fare, voglio un cervello non mio in comodato d'uso gratuito!) aperto nei confronti dell'empirismo, dell'imprinting, e delle cellule cerebrali programmate per memorizzare e scremare le cose in modo da estrapolarne mappe atte alla sussistenza e all'evoluzione (e visto che ci siamo, speriamo che il suddetto cervello, oltre al punto di vista di uno sconosciuto, mi regali anche la capacità di diminuire le subordinate).

Ma visto che i nostri confini, se lo vogliamo, possono essere spostati quotidianamente, anche dal più triviale degli accadimenti, vorrà dire che questo sarà uno dei miei propositi per gli anni a venire; lasciarmi influenzare dall'esperienza, concedere il beneficio del dubbio, sempre, ricordarmi che io, in realtà, non so un bel niente, soprattutto quando credo di sapere, tenere aperta la porta per il cambiamento, qualunque cosa accada.
Sarà difficile? Naaaah! Non più di quanto lo sarà trovare un cervello altrui in comodato d'uso gratuito; coi tempi che corrono, è possibile che se spulcio la rete trovi qualcuno che me lo affitta alla modica cifra di 4.600€ l'ora.


2 commenti:

Anonimo ha detto...

Le conoscenze che abbiamo sono il risultato di tutte le nostre esperienze, quando facciamo alcune scelte pensiamo di non essere stati influenzati dagli altri, ma non è esattamente così. Citando Palahniuk (autore consigliatissimo) .
La realtà è la percezione che noi abbiamo di essa, nella nostra vita tutto è funzionale all'uomo.
Verità è una delle tante parole che comunicano un concetto che non possiamo afferrare (pienamente) ed è relativo, altrimenti a tutti gli esseri umani verrebbo impiantate (il termine non è stato scelto a caso) le stesse conoscenze.
Ognuno dovrebbe essere abbastanza aperto mentalmente da essere in grado di cambiare opinione su un dato argomento (il tuo tenere la porta aperta). Esempio: io non credo all'esistenza di un essere metafisico onniscente, onnipotente etc. etc. ma, se dopo la morte Dio mi apparisse davanti (lo immagino con capelli lunghi e fluttuanti, eyeliner, corpo androgino da quindicenne e voce da donna, occhiali da hipster, una marea di documenti sottobraccio -essendo egli un burocrate- felpa dei Dimmu Borgir e, al posto delle gambe, una specie di nebulosa) sarei disposto a cambiare idea (potremmo discutere per ore sul fatto che un morto, tecnicamente parlando, non possa farlo, non essendo più padrone del corpo, ma se Dio ascolta i Dimmu Borgir tutto è possibile e, oserei dire, toccando la vetta della blasfemia, non c'è più religione).
Per quanto riguarda l'utopico svuotamento della tazza ricorda che l'utopia di oggi è il possibile di domani.
Spero di non smettere di crescere mai. Ti auguro lo stesso.
tsniagA.

miwako ha detto...

Quello che mi hai fatto è un augurio bellissimo.
Riesco a risponderti ora che mi si sono disarcionate le dita, in questa notte insonne, sulla coda di una settimana insonne.
Non avevo mai pensato a Dio come ad un accolito del metal scandinavo; però avevo pensato che, per quanto ne sappiamo (e se ti sei sorbito tutti i miei deliri l'avrai letto), il creatore potrebbe essere un minipony gigante che fa i miracoli con la coda e rutta eternità )aggiungiamo blasfemia a blasfemia), quindi direi che la pensiamo allo stesso modo.
Sono cambiata molto, e lo dico con 'soli' 28 anni sul groppone; so che cmabierò ancora ed è una cosa bellissima, voglio solo prestare attenzione a non perdere la duttilità, a non convincermi che il mio punto di vista, figlio dell'età e dell'empirismo, non diventi ai miei occhi più legittimo di quello di un bambino.

Le certezze devono essere di pongo, pronte ad essere rimalleate, riallineate; se sono di granito si crepano e ti frana il cielo addosso. Penso di esserne capace, ma penso anche che a volte, inconsciamente, si crede di aver davvero compreso qualcosa, al punto tale di rifiutarsi di ritornare in argomento e modificare il tiro in corsa.
Io non voglio questo. Voglio arrivare a cinquant'anni e pensare come giuste e sacrosante cose che ora sono assolutamente inconcepibili, voglio ri-conoscermi ogni giorno, diversa e sempre me stessa.

E anch'io auguro lo stesso a te.
Col cuore.

Un abbraccio.