martedì 26 febbraio 2013

ANALISI S(C)EMISERIA DELLA FINE (E DELL'INIZIO)

N.d.A. Non prendete seriamente nessuna delle parole che danno il titolo a questo post. Non è un'analisi, solo un flusso di pensieri post-elettorali, è più seria che scema e non sono ancora pronta a sapere se questo sia l'inizio, la fine o tutte e due le cose.

Si, devo essere io che non sto capendo qualcosa.
Devo essere io che non ho ben compreso.
Non vorrei nemmeno scriverne così, a caldo. Ma è già il giorno dopo, e la doccia in realtà è stata abbastanza gelata.
Ora, niente di nuovo sul fronte occidentale; la sinistra a parità di (disastrose) condizioni della destra (ovvero se la situazione fosse stata ribaltata) non sarebbe nemmeno stata capace di racimolare un quinto del risultato della destra. In pratica, una sinistra da troppi anni di cagionevole salute, ma comunque data per favorita e con un'opportunità davanti a sè che non si ripresenterà mai più tale, è riuscita a portare a casa una manciata di voti in più rispetto ad una destra in cancrena ma capace di amputare ( o fingere di farlo quando serve).

I nostalgici hanno scelto comunque il PD, con Bersani e la sua cricca che puzzano di naftalina.
Gli inarrestabili hanno fatto il gioco della fiducia, spalle al Berlusca, gli sono caduti in braccio con cieca abnegazione.
Gli idealisti in bocca a Grillo.

Non so se sono più sorpresa dell'accaduto, o sorpresa dal fatto di essere sorpresa.

Grillo mi fa paura. 
Lo dico veramente perché mi sembra folle in certi momenti, lo dico perché mi spaventano le totali fascinazioni di massa, gli estremismi che, anche quando volti al bene, rimangono pur sempre estremismi, lo dico perché questo furor di popolo, come in potenza potrebbe scardinatre una casta corrotta e stantia, potrebbe anche rivelarsi assolutamente incapace di far seguire ai propositi delle azioni mirate che tengano in seria e preferenziale considerazione la condizione attuale, oltre a quella ideale.
Senza con ciò voler implicitamente sposare una delle altre due grosse coalizioni (scelta ardua, per altro; come quando vorresti una fetta di torta al cioccolato e puoi scegliere tra gnocchi al pomodoro, impepata di cozze e una space cake all'hashish), lo dico conscia del fatto che tra le alternative, una non la sceglierei manco con un cannone puntato in pancia, l'altra che pure ha sempre avuto il mio voto, è in coma pure lei, incapace di uscire da quella gabbia pseudodemocristiana svuotata dei suoi valori positivi.
Lo dico perché l'idealista, utiposta, credulona che è in me si ribella. Perfino lei. Perché ha del paradossale che un'idealista come me sembri realista di fronte al M5S.
Non l'avrei mai detto; perché a leggere il programma è bello, pieno di buoni propositi, vicini alle persone invece che alle caste, vicini ad un senso del giusto comune, umano, universale.
Benissimo. 
Peccato che su troppi punti manchi il "come" fattivamente si intende procedere.
Peccato che alla voce "lavoro" ci sia un vuoto che se ci urli dentro rimbomba come in chiesa.
Peccato che siano troppi i momenti in cui, leggendolo, viene da chiedersi se chi l'ha redatto l'abbia fatto pensando realmente, in maniera pratica, alla situazione attuale e non solo a ciò che sarebbe auspicabile.
Il messaggio trasmesso è seriamente positivo, sia chiaro; ma portare l'attenzione su ciò che sarebbe buono e giusto, senza una serie di direttive concrete atte a produrre tale cambiamento, non è una soluzione, non è costruttivo, è solo illusorio e populista.
Ci credo, seriamente, che gli intenti siano buoni, che il voto per il M5S sia stato dato e percepito come "voto per il cambiamento", ma non si può prendere una serie di belle idee su come dovrebbero andare le cose, schiantarla in un PDF e spacciarla per programma elettorale.
Men che meno nel momento storico, economico, politico, umano in cui ci troviamo.
Le persone, l'Italia ha bisogno di una concretezza di azioni tale da garantire manovre efficienti, dettagliate, che mirino ad obiettivi piccoli ma costanti.
Una parola, lo so, mica ho detto che io saprei cosa fare. Dico solamente che il programma del M5S, pur nella sua nobiltà d'intenti, sembra non tener conto della realtà attuale dei fatti.

E' un bel proposito quello di destinare i fondi per la ricerca militare alla ricerca scientifica, prendi uno per la strada e chiedigli se preferisce donare dieci euro per supportare una cosiddetta "missione di pace" o destinarli alla ricerca sul cancro, e la risposta è spesso (e per fortuna) scontata.
A nessuno piace l'idea di mandare militari armati in terre di guerra; si preferisce sorvolare sul fatto che l'unione europea è un'unione prima di tutto politica, un'aggrumaglia di equilibri basati su alleanze e belligeranze da cui non ci tireremo fuori, anche volendolo, in quattro e quattr'otto.
E mi ci metto in prima fila a dire che questa cosa dà il voltastomaco, che c'è di che indignarsi ogni santo giorno, da non dormirci ogni singola notte, in qualunque angolo di mondo. E so anche che, volendo essere realisti, molte di queste spedizioni (statali, private, promosse da enti pubblici o associazioni misericordiose) non sono prive di secondi fini. Perché siamo 7 miliardi, perché il mondo è calibrato su una serie di disuguaglianze che non sono risolvibili fino a quando fa comodo che siano tali, perché lo diventano quando il premio in palio è una particolare alleanza, la stima e il sostegno da parte di Stati che hanno qualcosa che noi vogliamo, quando il bottino è una tribù del sud Africa da ammaestrare al cattolicesimo. 
E non voglio, con questo, mettere in dubbio il duro lavoro di organismi che davvero si occupano di fare da mediatore super partes o da spalla schierata in situazioni ben oltre la soglia ritenuta minima circa i diritti umani. Sono fermamente convinta sia sbagliato finanziare missioni di pace o cosiddette tali, ma ci vuole tempo per poter cambiare gli equilibri, i cardini, i presupposti di un Paese e delle sue alleanze; la mia è una presa di coscienza del fatto che l'unico modo per cambiare una situazione, per produrre un movimento sensato in direzione della costruzione di un nuovo e migliore equilibrio, è guardare alle cose come stanno. E noi, al momento, anche se sarebbe tanto tanto bello svegliarsi domattina e scoprire che non è così, noi non ce lo possiamo permettere di decidere in maniera completamente autoreferenziale come agire in materia di politiche estere. Siamo parte di una coalizione, un'unione che, avrà pur reso esponenzialmente più complessa la nostra organizzazione, la strutturazione delle nostre risorse (quando c'erano), la gestione dei processi decisionali in merito a questioni ultra nazionali, ma questa è la stessa coalizione che ci ha salvato le chiappe impedendoci, o comunque rimandando nella speranza di recuperare in corsa, il momento del tracollo. Non c'è ora una coscienza civile e sociale da parte della classe dirigente, figuriamoci ai tempi in cui si profilava l'ingresso nell'unione monetaria europea. Le mani bucate e poco pulite c'erano allora e ci sono ora, ma se fossimo rimasti con la cara vecchia lira, col cazzo che ne saremmo usciti vivi. Non che con l'euro siamo riusciti ad arginare il debito pubblico, sia chiaro, ma per lo meno non l'abbiamo fatto crescere quanto avremmo continuato a fare con la lira. La classe dirigente di allora (che poi, mica è tanto diversa da quella di oggi, ahinoi) non ha e non aveva la coscienza per autolimitarsi, amministrarsi; le riforme sulle pensioni mica sono venute per immmaccolata germinazione di coscienza, ma solo per riuscire ad incastrarsi nel piano regolatore dell'Euro. Poi, tutta una serie di cose è venuta a mancare successivamente, prove d'immaturità continue in cui abbiamo dimnostrato di non essere capaci di risanare un Paese che si avviava alla metastasi.
Qualcuno (qualcuno tipo super economisti e quella roba lì, non mia zia Pina con la prima elementare e l'alluce valgo)  dice che se non fossimo entrati nell'euro, la bancarotta avrebbe fatto da maestra, con conseguente repulisti della classe dei governanti, che ci saremmo ripresi risalendo la china del gran canyon economico con una moneta autonoma che si sarebbe lentamente ripresa diventando più forte e crescendo in simultanea ad una classe dirigenziale più consapevole, capace e meno corrotta.
Questa teoria mi trova abbastanza d'accordo, in maniera potenziale; c'avrebbe fatto bene una bella stangata, in un momento in cui pur nella tragedia di un tracollo finanziario, non avevamo ancora messo radici solide in patti, alleanze, accordi economici sulla libera circolazione delle merci etc.
Ma è pura fantascienza.

C'è anche qualcuno che ora, nel suo non-programma, propone un referendum per uscire dall'euro. E se quella di cui sopra è fantascienza, questa qui è una puntata di Nightmare in complotto con la bambina dell'esorcista e le due Marchi (Vanna e Stefania).
In un'ipotesi del genere, la svalutazione del nuovo conio è stimata tra 30-50% rispetto all'euro. Senza che nemmeno mi addentri nella questione debito pubblico (BOT, BTP in euro/nuova lira; come fare a pagare un debito che in questo modo risulterebbe, quando va bene, raddoppiato rispetto al potere d'acquisto della nuova moneta, ecc); seriamente? Un ritorno alla lira?  Ma stiamo scherzando? 
Ammesso e non concesso che ciò possa produrre una spinta propulsiva ai mercati interni, facendo da motore ad un'Italia industriale e industriosa, si può non tener conto anche del fatto che le varie agevolazioni per la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone verrebbero meno? Io dico di no.
Quando l'offerta diventa improvvisamente competitiva, in quanto lo Stato in questione può permettersi prezzi sensibilmente più bassi "grazie" alla svalutazione della propria moneta, la conseguenza difensiva più immediata è l'innalzamento di barriere, sottoforma di dazi doganali assai salati, anche da parte di chi fino al giorno prima sembrava tenderci la mano. D'altra parte, perché l'unione europea dovrebbe favorire uno stato secessionista che ha messo a repentaglio (quando non distrutto) l'unione monetaria europea? Agirebbe nel proprio interesse e farebbe bene. E questo no, non è fantascienza. E l'incubo della nostra economia in caduta libera, senza più alcuna mano che si prodighi ad agguantarla. Anzi, al massimo una pedata e via.
A questo punto, è davvero pensabile uscire dall'euro? Uscirne vivi, intendo.
Anche qui, io dico di no.

C'è da dire che il risultato del movimento 5 stelle manda un segnale evidente circa la voglia di cambiare completamente rotta, di riappropriarsi del proprio Paese, della sua economia, della sua classe politica. C'è anche da dire che, citando quel genio dell'analisi e della sintesi che è Curzio Maltese, quella di Grillo è una critica allo stato attuale delle cose, non un programma di risanamento. E la relativa vittoria di questo movimento, come i quasi equivalenti risultati delle altre due coalizioni, denunciano qualcosa di poco piacevole sull'elettorato italiano.
Il 30% o giù di lì (sto percentualmente imprecisa, consentitemi l'approssimazione) di voti ricevuto dal PDL, dice che c'è uno zoccolo duro di elettori che non ha nemmeno bisogno di chiedersi se rinnovare o meno la fiducia ad un imbonitore, arrotino di riforme ad personam, caricatura grottesca  del peggio del peggio di ciò che l'italiano medio è diventato. Un po' per discepolismo e (inspiegabile) amore incondizionato, un po' di più per interessi personali e per quella sana aria di possibilismo corruzionista che si è respirata durante l'interminabile repubblica delle banane.
Il 30% o giù di lì del PD dice, in parte che anche qui, il voto è stato dato - è il caso di dirlo- per partito preso, in quanto sinistra; in parte riconferma l'incapacità di coesione e guida unitaria di cui la sinistra soffre da molto tempo, altrimenti non si spiega come mai in un momento così critico per la destra, pochissimi siano stati i rifugiati politici che hanno chiesto asilo in cambio del voto alla sinistra.
Il 30% o giù di lì del M5S racconta del malcontento montato negli ultimi decenni, di una classe idealista ma depoliticizzata, la cui mancanza di praticità è l'esatto risultato di menti intelligenti che hanno provato a costruirsi un proprio senso critico indipendente, dovendo crescere in seno a quel deserto culturale promosso dal nano in ogni luogo e in ogni lago; quel 30% o giù di lì che sa ancora indignarsi delle ingiustizie, che crede nella possibilità del cambiamento ma non ha capito che gli strumenti per combattere le ingiustizie, nel 2013, in una situazione come la nostra, devono necessariamente passare attraverso un minimo sindacale di strutturazione, di pianificazione, perché non basta manifestare con gli indignados e dirsi a favore dell'eliminazione dei privilegi alla classe politica perché si produca un cambiamento.

Non so come andrà, non so quanto questa mia visione delle cose sia imparziale e lungimirante; magari quel 30% o giù di lì del movimento 5 stelle sarà il perno su cui ruoterà una vera e propria rivoluzione, o magari no. 
Credo che per un po' non mi sarà facile dormire la notte. 
"Un po' " è un concetto di tempo vago e soggetto ad oscillazioni continue, nonché a prassi di rinnovo possibilmente molteplici. Probabilmente fino a data da destinare.

Post Scriptum delle 00.37: avevo scordato l'abolizione dei sindacati come ennesima genialata (anche se è dura competere con l'uscita dell'Italia dall'Euro). E ora, che il cielo si squarci pure. Cavalieri (non tu, nano malato di protagonismo, quelli dell'apocalisse!), fatevi avanti.

venerdì 22 febbraio 2013

PILLOLE PRIMA DI DORMIRE

"La terre est ma patrie. L'humanité est ma famille"

E' Gibran. E' scritto sui muri in questo posto in cui entro per la prima volta. Ho provato a spiegarlo anche al Signor Dude ma, niente da fare, passo sempre per una svampita quando dico queste cose.
Il the alla menta qui è buonissimo. Lo fanno bollente, zeppo di foglie di menta, servito al vetro e con zollette di zucchero bruno. Poi ti ci abitui, e ci rimani male dove te lo servono senza menta.
E' che poi fa sempre piacere quando ti regalano un libro con la dedica. Se poi la dedica è scritta in dialetto perché si dà il caso che tu e lo scrittore abbiate mezza terra d'origine in comune, tutto prende una piega piacevolmente paradossale, in un'ottica europeista come quella beneluxina. Volevo cucinare, invece stavo male, invece mi si è ammuffito il pane libanese e quindi anche la cena è scivolata nella frugalità. Faccio incubi in cui perdo l'agenda e non so più nemmeno come mi chiamo. Mio fratello ha il diabete, ci rimango ancora male quando ci penso. Ma come mai San Sebastiano martire è un'icona gay? Mi sfugge il nesso con la Carrà e la Lear. Dalla regia mi dicono "perché è raffigurato sempre nudo". Io la prendo per buona ma poi penso che anche Gesù è spesso in negligé. Fare la lavatrice, come lavare i piatti e innaffiare le piante, rappresenta un momento estremamente zen delle mie giornate. Ma quand'è che i ragazzini hanno smesso di baciarsi per la strada? Baciarsi, si baciano comunque, facebook è un ricettacolo di ormoni secondo solo alla tiroide, ma sembra lo facciano solo lì. W. mi ha invitato al teatro di Laeken, che a quanto pare è un luogo caldo frequentato dalla cricca fiamminga di Bruxelles. Ci andrò, anche se si prospetta un periodo lavorativamente troppo intenso per dire quando. Voglio rinchiudermi in casa e scrivere. Quand'ero piccola ho rotto l'Olivetti di mio nonno; ancora mi sento in colpa, anche se nonno non se n'è mai curato. Aveva gli occhi come due buchi di cielo, mio nonno. Ho passato una settimana inenarrabile, col fratello in visita, la febbre, il lavoro, le nottate fuori a pensare a come evitare il come del giorno dopo. Sono un po' stanca, ma da sabato mi rinchiudo. E scrivo. Sul serio, senza venir qui a sputare germi di cose come ho fatto ultimamente. Che, per inciso, fa bene comunque, ma questo tipo di scrittura per associazioni è come la grappa, poca è buona, troppa è coma. Ma che bel proverbio inventato e (finora) quasi credibile. Adesso vado a dormire, che se mi si rompono le dighe mi tocca scrivere finché reggeranno le palpebre. L'ultimo pensiero è per quel barbone fuori dal Delhaize che sembra Hemingway; spero davvero dorma al caldo.

martedì 19 febbraio 2013

CRESCERANNO I CAVOLETTI A BRUXELLES

Avere la febbre, fare le pulizie ascoltando buona musica, sbucciarsi un labbro e sentire il sangue in bocca, rimanere senza un soldo, mettere le mani in tasca, a cercar l'accendino, un po' di calore o un po' di fortuna, scrivere una lettera appassionata, i piedi freddi, il mosaico di luce riflessa nell'acqua della piscina in piena estate, correre e perdere l'autobus, correre e prendere l'autobus, dire "grazie", i panni appena lavati, l'acqua bollente sotto la doccia, storcersi una caviglia, ridere di sè stessi, ripensare alla prof di filosofia delle superiori, aggrapparsi al cielo con gli occhi, la notte, svegliarsi tardi, il rumore della pioggia, fare la spesa con calma, il the alla menta, trovare una vecchia valigia per la strada, dare l'acqua alle piante, la tromba che suona, qualche piano più in alto, entrare a casa propria, la lentezza, comprare le arance e annusarle fino a casa, l'ultimo tiro, spegnere la lampada, perdersi nella folla delle sei, un volto amico e inaspettato, le paure, il sole al mattino, insieme al caffè, le banane maculate, andare soli in un museo, pensare a domani, tenere la mano a qualcuno, trovare un sorriso per la strada, meglio di dieci euro per terra, rimanere in silenzio, la terra sotto i piedi, la neve quando cade, i discorsi inutili, leggere fino a tardi, il solletico, ritagliare aerei di carta, chiedere aiuto, sognare di avere la coda, di nuovo, i momenti di lucidità, dire la verità, trovare una buona pescheria e sentirsi felici, le finestre sul giardino, un merlo che ti guarda negli occhi, la cera sulla tovaglia, sapersi difendere da sè stessi, le mani screpolate, sorridere a qualcuno appena svegli, parlare a bassa voce, saltare di gioia, gli occhi chiusi, i cani e i loro padroni, meglio oggi che domani, i tulipani in vaso come pesci, le notti insonni, girini in uno stagno, portare da mangiare a qualcuno, sentirsi bene e sentirsi male, lasciarsi convincere, bocca serrata, una delle tre scimmie, incontrarsi a metà strada,i carciofi di Mimongo, le meningi che fanno ginnastica, l'odore dei quotidiani, una torta al cioccolato, cacciarsi il berretto in testa, il rumore del frigo di notte che è lo stesso della solitudine, la quiete, aspettare l''arrivo di qualcuno, aspettare la primavera, aspettare la fine che è l'inizio che è la fine che è l'inizio.

martedì 12 febbraio 2013

CENTRO DI GRAVITA' PERMANENTE

Infilarsi un costumino in lattex nero. Pochi centimetri di stoffa, pochissimi.
Il tessuto scivola sulle gambe glabre, sulla pancia scolpita, inciampa nei seni troppo grandi, e imbocca due autostrade ossute che si uniscono al collo.
Stendere dell'olio, partendo dalle caviglie, poco e solo sulle parti frontali del corpo, che sennò la pelle non farà presa dove deve.
E poi il trucco, con i capelli raccolti sopra la nuca. Prima il correttore, poi il fondotinta, il fard, infine eyeliner e mascara, rigorosamente neri, rigorosamente waterproof. 
Il rossetto è una tinta per labbra long-lasting, 24h, praticamente indelebile, ma quello va steso dopo; adesso si piluccano un paio di grissini visto che la cena ormai si salta da un pezzo.
Allora, col grissino amputato che rimane incastrato come un sigaro tra le labbra, ci si sistema quell'unghia sbeccata con un po' di smalto, deve reggere fino a domani. Qualcuna canticchia, qualcun'altra imbottisce un reggiseno evidentemente già riempito a sufficienza, qualcun'altra ancora urla dentro un cellulare, riaggancia e si accende una sigaretta.

Manca un'ora all'apertura. I pali sono lindi, al loro posto, fallici ma non troppo, onde evitare di competere con gli astanti, mentre loro, le queen bees di questo improbabile alveare, si oliano le giunture, fanno stretching, fumano, ridono, bevono acqua, si sitemano i capelli, qualcuna forse farà sparire una striscia di bianco nel naso, come gli aerei nel cielo.
Ce n'è una un po' meno truccata delle altre, un po' meno appariscente delle altre.
Tutto in maniera relativa, s'intende, ma c'è qualcosa in lei che la fa sembrare un po' meno regina e un po' più ape. Ha lunghi capelli castani, mossi da onde di mare prima di una tempesta. Poco trucco sugli occhi, labbra rosse, come due tòcchi di sangue aggrumato. Sembra essere pronta molto prima di tutte le altre, forse per la cura meno ossessiva con cui si cala nella parte. Sembra anche meno serena di tutte le altre.
E poco prima di uscire in scena si arrampica su un paio di sandali bianchi e traslucidi, tacco 16, a spillo. Mentre oscilla come un metronomo, con le anche in guerra con la fisica e quelle onde scure che la seguono fedeli, sembra non avere testa, anima, cuore, solo un cumulo di carne e ossa tenute insieme da brandelli di lattex.

Esce da dietro le quinte seguendo un suo copione, balla e sorride, sfiorando il palo solo di sfuggita; poi si inginocchia, viso al rosso del velluto, tergo al pubblico, si piega all'indietro, fino a che il sommo della testa non poggia a terra, scivola a terra, si gira, si rialza dopo aver leccato la base del palo, supina. I riflettori puntati in viso, tutta quella carne, quel sesso alluso e deluso, ed io non riesco a vedere che una cosa: i suoi occhi vuoti.

Probabile valga solo per me, visto che -letteralmente- dubito il resto del pubblico presente si sia recato in quel posto con l'intento di guardarla negli occhi.
Avvolge una gamba contro il palo, mentre i nervi delle braccia si fondono con l'acciaio; l'altra gamba la segue. Sale più in alto, si contorce, gira intorno al suo asse e lascia cadere le braccia, come stesse per cadere.
I polsi tatuati, le mani quasi a terra, quel coso che le spunta dal mezzo delle gambe, si, come fosse impalata. Sbava il tizio in fianco a me, sbavano tutti, famelici, ossessionati e testosteronici come nemmeno un gruppo di sedicenni in gita ad Amsterdam.
Sono giovani, molto più di quanto mi aspettassi. L'età media, almeno, è più bassa del previsto. Qualche cinquantenne, un paio di sessantenni, ma la media è tra i venti e i trenta, drasticamente più vicina ai venti. Provo ad osservarli, a immaginare cosa pensino di lei, di lei come persona, se si rendono conto che lo è, se sospendano il giudizio su di lei per non darle della troia e su loro stessi per non darsi degli squallidi; mi chiedo come ci siano finiti, in quel posto torbido alla periferia di Firenze, tutti questi venti-trentenni che avrebbero tranquillamente potuto andarsene in discoteca a sbavare su due culi per cui non dovessero pagare e con cui, magari, avrebbero pure potuto parlare.
C'è un ragazzo seduto ad un tavolo insieme ad un gruppo di amici che, ad un certo punto, assume un'espressione indicibile, tra l'eccitato e lo sgomento; volto lo sguardo per raggiungere il palco, dove la ragazza è nuda, carponi sul pavimento che si diletta a "giocare" con un cilindro in plexiglass.
Ancora i suoi occhi, rivolti alla platea, gettati in mezzo al trucco come esche vive in mezzo a uno stagno putrefatto. 
E' una scena triste.

Poi mi ricordo di una cosa; poco prima, mentre si avvinghiava al palo, danzando, con i muscoli tesi, i nervi a vista, i capelli in volo, teneva spesso gli occhi chiusi. Li spalancava, ogni tanto, a comando, insieme a quei denti in fila senza sorriso, come se si ricordasse d'improvviso di non essere sola, di essere osservata.
In quel momento, seppur a tratti, sembrava serena.
Allora mi dico che forse le piace quello che fa, forse, addirittura, parte del piacere deriva proprio dal sentirsi così miserabile, vilmente desiderata, mercificata e barattabile.
L'ho già detto, non sembra affatto felice, ma succede più spesso di quanto si pensi che l'equilibrio delle persone dipenda da qualcosa che è ben lungi dal chiamarsi felicità.
Equiilibrio è una parola neutra. Anche questo l'ho già detto, in questo posto.
L'ago della bilancia di alcune persone, può essere qualcosa di talmente contorto e tossico, da essere invisibile e incomprensibile ad occhio esterno. Talvolta anche interno.
Il bisogno di sentirsi apprezzati, desiderati, e al tempo stesso migliori di coloro i quali apprezzano e desiderano, con la certezza di tenerli in palmo di mano; il disgusto che si può provare di sè, che non fa sconti nemmeno a chi, con ostentata noncuranza, si serve delle bassezze umane più torbide per risolvere il cubo Rubikiano che conduce a crearsi un equilibrio; la consapevolezza di aver scelto canali quanto meno discutibili per guadagnarsi pane e (auto)stima, mettendo una taglia sul proprio corpo, in un'asta in cui il miglior offerente si aggiudica il privé e un tassello insostituibile che non verrà restituito.
E i tasselli potrebbero diventare cento, mille, milioni, fino a che il vuoto lasciato da ogni tassello si allargherà, si sgretolerà, originando una voragine incolmabile, senza rimedio. 
Quando ci si svuota di sè di cosa ci si riempie? Ci si può riempire di nuovo?

Ecco, è questo che ho visto, in lei, quel giorno lontano una vita, in quel posto in cui non sto a spiegare come sono andata a finire.
E la cosa più triste, è che dico tutto questo scevra da moralismi di sorta. So che, tra quei sette miliardi di persone di cui è impastato il mondo, ce ne sono di pienamente felici di masturbarsi in pubblico, farsi sbavare addosso da un branco di esseri arrapati, lucrare sul proprio corpo nei modi più disparati, e pur non capendolo, mi sta benissimo, non ho motivo nè bisogno di giudicare.
Ma lei non lo era, felice, e come lei, magari, tante altre.

Sono passati sette anni; mi domando spesso cosa stia facendo ora la ragazza col mare nei capelli.

sabato 2 febbraio 2013

COME UN BACIO IN FRONTE


"Noi siamo qui, appesi come quadri", mi scrive, alla fine di una mail, una persona a cui tengo.
Come una ferita intorno al dito, di quelle esangui ma dolorose.
Sei parole, solo sei parole, che mi hanno lasciato addosso una sensazione inenarrabile.

Non era neppure una mail particolarmente triste, profonda o intima.  E poi quella frase, fuori dal tempo, fuori contesto. Sono due giorni che giace sul fondo del mio stomaco; penso stia per sedimentare.
Si avvinghia a ciò che mi si è depositato addosso negli utlimi tempi, avviluppata come un polpo a tutte le altre cose che hanno fatto rumore dentro di me.

Sono state molte questa settimana.
Mi sento stordita, esausta,dissolta e disciolta.

Il fruttivendolo mi dice che non saprebbe come fare senza sua moglie, che quando lei era in vacanza non riusciva nemmeno a dormire senza lei accanto. Quei suoi occhietti arabi scintillano sotto i neon verdastri del negozio. Ed io ho un tubero incastrato in gola. Non piango. Anche volendo, non farei in tempo, perché un'altra cosa che mi dice poco dopo è "Qual è il GUADAGNO per due persone dello stesso sesso che stanno insieme?". Piangerei anche ora, probabilmente, solo per motivi diversi. So che 'guadagno' non era inteso in senso letterale, come so che è un uomo buono; non è tanto la scelta infelice della parola, quanto la tristezza che mi sale da dentro nel sentire una persona di quarant'anni, nel 2013, sottintendere con un candore e un'inconsapevolezza quasi fastidiosi, la legittimità di un destinatario rispetto ad un'altro, come se l'amore avesse davvero limiti, genere, numero.

In un francese sdentato ma non così approssimativo, sento la mia voce rispondere che l'amore è, e basta. UomoDonna, UomoUomo, DonnaDonna, che importanza ha? Come mai è così difficile recidere il giudizio sociale su una cosa così immensa e universale e giusta e bella? Queste cose hanno il potere di irritarmi normalmente. Oggi, invece, mi feriscono irrimediabili, come lamette a fior di lingua.

Entra una ragazza con i capelli rossi a tamponare la ferita. Chiudendo con un "siamo diversi" ci salutiamo ed io ritorno in strada, controvento fino a casa, andando un po' a caso.

E' uno di quei periodi, io lo so.
Mi sembra di aver subito un'ustione di secondo grado.
Senza pelle, scuoiata e nuda come un tasso per far pellicce, sento ogni cosa in maniera più acuta.
La cattiveria, conscia o meno, la felicità altrui, le storture degli altri e le mie, la leggerezza di chi passa un bel periodo, i giudizi mascherati, le persone che ridono di cuore, come Alina, con gli occhi ingoiati dalla gioia, i limiti umani, spesso invalicabili e inappellabili come i confini tra solido e gassoso, l'egocentrismo, le cose che continuo a non essere, quelle di me che seguitano a tenermi per i polsi, gli occhi della gente, i silenzi che mancano del tutto o sono esasperati, a strapiombo su questo Canyon di cose vomitate solo in parte.

E' uno di quei periodi, io lo so. Dove tutto mi tocca in maniera estrema, vilmente personale, dove guardarmi allo specchio significa trovarci scritte un sacco di cose che non so se ho il coraggio di affrontare.

Mi lasciavo fotografare, l'altra notte. Quasi nuda, di una nudità innocente e terribile come quella interiore, con i capelli sconvolti davanti al viso, le risate ad inondare questo piccolo appartamento, le mani in aria, i piedi pure, a cercare di camminare al rovescio per vedere la strada più da vicino, a cercare di capire cosa può dire di me un occhio che non sia il mio.

Non è un buon momento per farsi questo genere di domande.
Sono instabile, sensibile alle freddure più che al calore, incapace di prenderla, come si suol dire, con filosofia. E dovrei, eccome se dovrei. E' sempre stato nella mia indole. Funziona, quando non mi vedo come un grumo di cose abbozzate e accatastate, come una famiglia di gitani in trasloco perpetuo. 

Forse dovrei fare un inventario, una sorta di Craigslist dei difetti inconfessabili, dividerli in "Work in progress", "It can change" e "Just deal with it", e sperare che il bandolo della matassa mi piombi tra le mani accidentalmente. O forse devo solo lasciar andare questa settimana così densa, attendere che ricresca l'epidermide, e con essa la capacità di trovare germogli dove adesso vedo solo erba secca.