sabato 2 febbraio 2013

COME UN BACIO IN FRONTE


"Noi siamo qui, appesi come quadri", mi scrive, alla fine di una mail, una persona a cui tengo.
Come una ferita intorno al dito, di quelle esangui ma dolorose.
Sei parole, solo sei parole, che mi hanno lasciato addosso una sensazione inenarrabile.

Non era neppure una mail particolarmente triste, profonda o intima.  E poi quella frase, fuori dal tempo, fuori contesto. Sono due giorni che giace sul fondo del mio stomaco; penso stia per sedimentare.
Si avvinghia a ciò che mi si è depositato addosso negli utlimi tempi, avviluppata come un polpo a tutte le altre cose che hanno fatto rumore dentro di me.

Sono state molte questa settimana.
Mi sento stordita, esausta,dissolta e disciolta.

Il fruttivendolo mi dice che non saprebbe come fare senza sua moglie, che quando lei era in vacanza non riusciva nemmeno a dormire senza lei accanto. Quei suoi occhietti arabi scintillano sotto i neon verdastri del negozio. Ed io ho un tubero incastrato in gola. Non piango. Anche volendo, non farei in tempo, perché un'altra cosa che mi dice poco dopo è "Qual è il GUADAGNO per due persone dello stesso sesso che stanno insieme?". Piangerei anche ora, probabilmente, solo per motivi diversi. So che 'guadagno' non era inteso in senso letterale, come so che è un uomo buono; non è tanto la scelta infelice della parola, quanto la tristezza che mi sale da dentro nel sentire una persona di quarant'anni, nel 2013, sottintendere con un candore e un'inconsapevolezza quasi fastidiosi, la legittimità di un destinatario rispetto ad un'altro, come se l'amore avesse davvero limiti, genere, numero.

In un francese sdentato ma non così approssimativo, sento la mia voce rispondere che l'amore è, e basta. UomoDonna, UomoUomo, DonnaDonna, che importanza ha? Come mai è così difficile recidere il giudizio sociale su una cosa così immensa e universale e giusta e bella? Queste cose hanno il potere di irritarmi normalmente. Oggi, invece, mi feriscono irrimediabili, come lamette a fior di lingua.

Entra una ragazza con i capelli rossi a tamponare la ferita. Chiudendo con un "siamo diversi" ci salutiamo ed io ritorno in strada, controvento fino a casa, andando un po' a caso.

E' uno di quei periodi, io lo so.
Mi sembra di aver subito un'ustione di secondo grado.
Senza pelle, scuoiata e nuda come un tasso per far pellicce, sento ogni cosa in maniera più acuta.
La cattiveria, conscia o meno, la felicità altrui, le storture degli altri e le mie, la leggerezza di chi passa un bel periodo, i giudizi mascherati, le persone che ridono di cuore, come Alina, con gli occhi ingoiati dalla gioia, i limiti umani, spesso invalicabili e inappellabili come i confini tra solido e gassoso, l'egocentrismo, le cose che continuo a non essere, quelle di me che seguitano a tenermi per i polsi, gli occhi della gente, i silenzi che mancano del tutto o sono esasperati, a strapiombo su questo Canyon di cose vomitate solo in parte.

E' uno di quei periodi, io lo so. Dove tutto mi tocca in maniera estrema, vilmente personale, dove guardarmi allo specchio significa trovarci scritte un sacco di cose che non so se ho il coraggio di affrontare.

Mi lasciavo fotografare, l'altra notte. Quasi nuda, di una nudità innocente e terribile come quella interiore, con i capelli sconvolti davanti al viso, le risate ad inondare questo piccolo appartamento, le mani in aria, i piedi pure, a cercare di camminare al rovescio per vedere la strada più da vicino, a cercare di capire cosa può dire di me un occhio che non sia il mio.

Non è un buon momento per farsi questo genere di domande.
Sono instabile, sensibile alle freddure più che al calore, incapace di prenderla, come si suol dire, con filosofia. E dovrei, eccome se dovrei. E' sempre stato nella mia indole. Funziona, quando non mi vedo come un grumo di cose abbozzate e accatastate, come una famiglia di gitani in trasloco perpetuo. 

Forse dovrei fare un inventario, una sorta di Craigslist dei difetti inconfessabili, dividerli in "Work in progress", "It can change" e "Just deal with it", e sperare che il bandolo della matassa mi piombi tra le mani accidentalmente. O forse devo solo lasciar andare questa settimana così densa, attendere che ricresca l'epidermide, e con essa la capacità di trovare germogli dove adesso vedo solo erba secca.

1 commento:

Tra cenere e terra ha detto...

Non smettere di scrivere.