sabato 20 aprile 2013

YES WE C-OSA?

Quante persone, a Bruxelles.
Quanto scambio, quanta energia, quante etnie e quanti Paesi.
Bello, si, questo senso d'Europa del mio stivale (all'italiana, insomma), che accorcia le distanze, sfonda le barriere, distrugge i pregiudizi. Puoi viaggiare, prendere e andare, prendere e tornare, basta quel pezzetto di carta che dice che sei un cittadino europeo e, boom, è fatta, le porte del mondo moderno ti si aprono davanti come se tutti stessero aspettando solo te, si proprio te.
E quante feste, per gli Expats, quanti i giornali e i punti di ritrovo, quante community virtuali o reali.
E poi, quanta ignoranza.
Non te l'aspetti, e invece ti aggredisce come un'invasione perpetua di cavallette in 8 bit.
Abissale, strabordante, dilagante, con la prepotenza legittimata dai titoli di studio che i suoi promotori mettono in mostra come i pavoni la coda.
Quando si migra, al giorno d'oggi, non c'è più la valigia di cartone; c'è il trolley ergonomico della Samsonite. Al posto delle cartine un tablet. Invece dei gettoni l'I-phone. Il vestito buono non è più lo stesso del giorno prima e di quello prima ancora, è estratto da un intero armadio di completi Hugo Boss divisi per colore. E nel trolley della samsonite ci sono pure le lauree, certo. Plurime, agghindate di master, summer school, intensive training, belle splendenti e in fila come denti, vergate sul sempiterno CV in allegato.
Bravi eh, bravi tutti. A venir qui, con le lauree in tasca, a fare lavori che nessun altro potrebbe fare, massimi esperti in circolazione di 'sta minchia. Lo stage al Parlamento, lo stage in Commissione, lo stage alla NATO, lo stage al Concilio d'Europa.
Arrivano a schiere, questi giovani imberbi, speranzosi e disillusi al tempo stesso; cambiano ogni 3/6 mesi, seguendo flussi migratori che assicurano ossigeno alla città e alle istituzioni, cervelli nuovi di cui nutrirsi, e a loro una capsula in porcellana pura da aggiungere al CV. Poi ci sono i senior, quelli che sono stati pionieri tra gli stagisti 20 anni fa, e che ora ricoprono incarichi di un certo spessore all'interno delle stesse istituzioni. Loro sono i primi cittadini europei. Si, perché i poveri minatori erano e sono rimasti per molto tempo, immigrati, italiani in terra straniera che si esprimevano a gesti e si spaccavano la schiena sotto terra o, peggio, che ci hanno pure trovato la morte sotto terra, a Marcinelle. Loro non erano cittadini europei. Io si, come gli stagisti e i senior.

Il dopolavoro della manovalanza europea è a Place Lux, proprio in bocca al Parlamento. C'è una rotonda con un fazzoletto d'erba e fiori al centro, costeggiata da bar e locali in cui gli inni sacri sono house music sempre troppo alta, dove la messa inizia alle sei e si chiama spritz. Il giovedì, a Place Lux, sembra non esista nessun altro posto al mondo. La cravatta ancora al collo, solo leggermente allentata, il vestito buono color grigio asfalto (siamo a un giorno dal week-end, e il grigio asfalto è il colore del giovedì, prima dell'azzuro/beige da finesettimanista nelle Ardenne, dopo l'ardesia), e uno spritz tra le mani. Nell'altra, spesso, c'è una cartellina nera, con dentro gli appunti di quell'action plan che dev'essere pronto entro lunedì, i documenti firmati per lo stage, e un biglietto per andare a vedere Anderlecht - Zulte Waregem la domenica dopo. L'altra sera ero proprio lì, a Place Lux, a mio agio come uno Zulù ad un cocktail dai Kennedy.

L'associazione di cui faccio parte, promuove la musica italiana in Belgio. Niente tricolore, da nessuna parte, niente serate "pizza per scugnizzi" con guest star il sosia di Nino D'Angelo, niente Ramazzotti, Nek, Pausini, piuttosto Gazzè, Meganoidi, Battiato, Colapesce, Capossela, Silvestri etc. Insomma, mi trovavo nella tana del leone per distribuire un po' di volantini; siamo a corto di volantinatori e, anche stavolta, è toccata a me. Il concerto in questione era ieri, e si trattava degli Africa Unite. Ad aprire Marcello Coleman degli Almamegretta, poi Ru Catania (Africa Unite) con i Pellicans, gli Africa alle 21:30 e per concludere un dj-set senza fine con Bunna e Tringle Loop Machine; in pratica una serata intensa. Io, che non ho mai ascoltato reggae in tutta la mia vita (e lo dico, inspiegabilmente, con una punta d'orgoglio), anche se temo sia un "problema" mio, l'incapacità di cogliere il senso della fascinazione per il reggae che, quasi chiunque ha subito nella propria vita, ero comunque entusiasta. Per la musica, per le molte persone a cui tengo, con cui collaboro e che sarebbero state presenti, per le moltissime che nemmeno conosco, perché stare insieme in un posto in cui qualcuno suona è sempre un'esperienza bellissima. 

Allora, col migliore dei miei sorrisi, inizio la flagellazione dividendo mentalmente Place Lux in quadrati. Mi sento Super Mario, un livello ad ogni quadrato, una vita in meno ogni volta (e sono tante) in cui uno sguardo fin troppo eloquente mi fa capire che la merce non interessa. Cercando di non notare l'aria di sdegno di alcuni dei presenti, salto a piè pari gli stagiaires svedesi - non mi si additi per discrimazioni razziali, per piacere; la probabilità che ad uno di loro possa interessare il concerto di una band reggae italiana che canta in italiano è pari a quella che a un italiano possa interessare il concerto di una band reggae svedese che canta in svedese -, e mi dirigo verso un gruppetto di maschi latini incravattati con evidenti tratti Baùsciani a vista. Uno di loro prende il volantino, lo esamina con aria di sufficienza, per poi proferire tronfio e soddisfatto "Mah ... A me sembra solo una gran comunistata". Basita, gli chiedo in che anno è nato. '82, risponde. E' dell'82, il ragazzino. Eh si, lui se lo deve ricordare bene di com'erano belli i fasci e di come noi ci mangiavamo i bambini all'uscita dalle scuole. E non è tanto perché, in questo modo, si è appena autodefinito fascista (per la legge degli opposti, se per te io sono una comunista, tu devi essere per forza un fascista), nemmeno il fatto che ridurre tutto, sempre e comunque, a due poli agli antipodi e riassumibili con "comunista" "fascista", è come dire che il mondo si divide in merda e oro (quale sia la prima e quale la seconda, ovviamente, dipende dai punti vista); più che altro, ad infastidirmi, è che io sto semplicemente dando un volantino per un concerto, stiamo parlando di musica, porca miseria, MU-SI-CA.
Glielo dico, di calmarsi che non l'ho invitato al cinquantennale dell'associazione "Amici del Che", semplicemente ad un concerto, e che se io, che sono COMUNISTA, non ascolto reggae, lui che è FASCISTA, magari il reggae lo ascolta eccome; come potrei saperlo io? Dovrei giudicare da quel vestito da agente immobiliare in cui è imbustato? 

So che il reggae - come tanti altri, del resto - non è un genere scevro da pregnanze politiche e sociali e che, quindi, si presuppone che chi lo ascolta sposi anche la causa che esso porta in seno. Ma ad oggi, 2013, è davvero ancora così forte il legame tra i generi musicali e il loro messaggio? O meglio, rettifico, c'è ancora la consapevolezza profonda e sentita di suddetti messaggi? Io non credo. La globalizzazione, anche nella musica, ha diffuso e amalgamato i suoni; e l'arte, che vive e trova il suo senso più pieno nella fruizione, non può che farsi portavoce (o svuotavoce) di nuovi messaggi, diversi a seconda del momento storico in cui viene fruita e da chi ne fruisce. Fosse così, uno stagiaire della commissione cosa dovrebbe ascoltare, nient'altro che lounge music e jazz sperimentale? Ed io, che lavoro in una libreria italiana a Bruxelles? A quale genere dovrei rifarmi visto il mio ruolo e rango nella società? Cantautorato, italiano perché La P. è un posto di italiani e su 45 giri perché vendiamo libri cartacei invece di e-book?

E mentre penso tutto questo, penso anche che questa, avrebbe dovuto essere la generazione del futuro europeo. Futuro? Quale? A cosa cazzo serve l'Europa Unita se stiamo ancora a fare 'sti discorsi? Perché ho l'impressione che pochi abbiano colto l'importanza di ciò che avrebbero potuto fare, che andava ben oltre l'opportunità formativa o lavorativa in sè, ben oltre lo stipendio da commissionabile, il lavoro figo, i meeting aziendali a Mallorca, la stretta di mano ad Angela Merkel, il welcome party per le nuove leve con centinaia di bandiere europee sullo sfondo, la possibilità di viaggiare e avere colleghi nati e cresciuti in posti agli antipodi.
Il senso di tutto questo non doveva essere un manipolo di giovinastri incravattati che si sbronzano davanti al Parlamento, pensando di essere avanti anni luce rispetto a chiunque altro per il solo fatto di starsene sei mesi a Bruxelles a manovalare nelle istituzioni. Stando agli intenti, avremmo dovuto trovarci di fronte ad una generazione β di esseri umani provenienti da ogni dove, che hanno avuto l'opportunità di lavorare fianco a fianco su progetti comuni, avendo come fine la produzione di miglioramenti concreti per l'armonia di una comunità di Paesi. Avremmo dovuto trovarci di fronte al respiro mentale, a persone che finalmente comunicano in quanto tali, abbattendo il pregiudizio e la discriminazione, proprio perché protagonisti di un (supposto) cambiamento epocale che avrebbe stravolto i confini tra i Paesi. E invece, a guardarsi intorno sale l'angoscia alla gola, come un grumo di capelli dal lavandino. Li senti fare discorsi assorbiti nei rispettivi contesti sociali e familiari, allo stesso modo in cui li avrebbero fatti al bar sotto casa quando erano adolescenti, con la differenza che ora li sanno fare in tre lingue e con la cravatta addosso. 

Il senso di tutto questo doveva essere la morte del pregiudizio, o almeno di buona parte di essi; doveva essere il superamento delle etichette, di quella cancrena politica e sociale in cui siamo cresciuti e che è cresciuta con noi; il senso doveva essere capire, aprirsi il cranio in quattro e lasciarci entrare tutte le cose del mondo; il senso doveva essere la trasformazione, la crescita umana, la comprensione, la capacità empatica, la presa di coscienza che noi siamo gli altri e gli altri sono noi.

E' questa, allora, le generazione che cambierà il mondo?
Alla cancrena politica e sociale, si sarà affiancata, inevitabile, quella umana? 
E' questa l'Europa Unita?
Yes we can o yes week-end?

Silenzio.

martedì 9 aprile 2013

ASPETTA PRIMAVERA

E' che poi penso che la primavera, alla fine, arriva. Come la felicità, le gravidanze, la morte, il mare a bagnarti i piedi quando sei a riva.
Proprio lui, il sole, grande assente di queste interminabili settimane invernali, ieri si è steso potente in cielo, bagnando tutte le cose sotto di lui.
Ed io ho pensato fosse un motivo più che valido per venire qui e riprendere a scrivere. Non mi piace stare lontana così tanto, quello che mi piace è avere tempo di sedermi qui, riflettere, spurgare pensieri, battere per ore sulla tastiera incandescente come una tavola di Mosè. Ma di tempo non c'è n'è mai abbastanza.
Sono una persona fatta di frammenti, schegge di cose, umori, idee, sentimenti,  mi muovo insieme ai miei milioni di campanellini, orpelli, asole e brandelli, portandomeli dietro tintitnnanti mentre mangio, parlo, dormo, e quindi, uno pensa, se anche sono un coagulo di frammenti microscopici, me li porto dietro ad ogni passo perchè non potrebbe essere altrimenti, quella sono io. Pensi alla tua determinazione, alla tua buona fede, alla tua curiosità, come pensi ai tuoi mignoli, alla fossetta ai lati della bocca quando ridi, agli occhi gonfi la mattina presto, cose piccole, semplici, che ti sembrano inscindibili da quello che sei, e quindi credi che non ti abbandoneranno mai. Invece qualcosa può perdersi per la strada, e tu non lo sai. Tra tutti quei fili di te, appesi alla schiena, alle braccia, alle ossa, ce ne sono di più deboli che potresti perdere ad una curva senza nemmeno accorgertene.
Se perdi un mignolo per la strada, suppongo sia impossibile non notarlo. Se perdi la curiosità verso le persone, non sei tu che perdi qualcosa, è lei che abbandona te, piano piano, scivolandoti via dalle caviglie. Ho visto persone incapaci di riconoscersi allo specchio dopo aver perso qualcosa di simile. Ho visto persone liquefarsi nell'apatia acritica per cui va bene tutto. Ma se la giri, quella carta sopra il tavolo, magari ti accorgi che i primi nello specchio non ci si riconoscevano più per l'accanimento verso un'idea precostituia di sè stessi, incapaci di accettare il cambiamento come una cosa naturale, mentre ai secondi va bene tutto perché laddove interviene un'evoluzione naturale sospendono il giudizio critico in quanto tale. Che poi, a determinare il cambiamento, sia stata una scelta, una sequela di azioni decisamente più artificiale che naturale, magari non ha importanza nel momento in cui il cambiamento ha preso corpo.

E allora? Si torna indietro a raccattare ogni cosa persa per la strada, come cercatori di pepite, per poi ricucirsela addosso come meglio si può? Alla fine come si chiude la partita, con un mucchio di cose che non ti appartengono più ma che hai voluto tenere a te per una sorta di stipsi emotiva?
Oppure si lascia a terra ciò che si perde, noncuranti delle tortuosità del percorso in cui il brandello è rimasto impigliato? Senza curarsi di come si è perso qualcosa, di cosa fosse, senza riflettere sul suo valore nella nostra esistenza, nella nostra persona, giustificando il tutto come naturale e quindi per forza di cose sempre nel giusto?

So che i dualismi servono solo (o almeno dovrebbero) a porre antipodi entro cui trovare la propria dimensione intermedia, ma qui la questione è delicata. Nel primo caso, anche se nuotare sempre contro la corrente risulta sfiancante a lungo andare, oltre che poco produttivo, ci si chiede se non vi sia qualcosa di ammirevole in questa tenacia a non lasciar cadere le illusioni e le cose, per lo meno prima che questa sfoci nella cecità assoluta. Nel secondo caso, il dubbio che s'insinua è che queste persone abbiano capito qualcosa di fondamentale circa la serenità; forse a discapito della coerenza, talvolta dell'etica (ma attenzione, anche quella è una cosa che si può perdere "naturalmente"), ma se queste persone arrivando alla fine della loro vita, possono dire di aver accettato serenamente ogni cosa che gli sia capitata, non forzando la mano agli eventi o al mondo per attecchire alle loro aspettative, il tutto non sembra -inquietantemente-quasi saggio?

Per me, con tutti i miei brandelli, asole e orpelli, il punto non è nemmeno "da che parte stare". Stare dalla parte di sè stessi, per cominciare, tendere al bene, lasciarsi spingere a largo dall'evolversi delle situazioni, continuare a nuotare se indietro si è lasciata una convinzione, andare a vedere cosa c'è oltre, fermarsi e nuotare contro corrente quando ci s accorge che la bussola è rimasta impigliata ad uno scoglio, tenersi stretta la voglia di conoscere il mondo e le persone, anche a costo di incaponirsi e legarsela al piede con una fune, senza che le esperienze negative intacchino la fame di vita, filtrandole con la lente del particolare e non dell'universale, raccogliere il senso della misura, del pericolo, del cattivo che, potenzialmente, alberga nelle cose, lasciar andare la paura, la facile tentazione a costruirsi un pregiudizio, tanto comodo da usare quanto lontano dalla verità che si sostanzia in ogni singola persona. Ed è difficile, perché questa non è una posizione mediana. Il risultato di queste scelte, proiettato su un grafico a lungo termine metterebbe il tutto al centro di questi due antipodi, ma nel quotidiano, in ogni singola situazione, ciascuna decisione va presa secondo il proprio sentire, valutando di volta in volta, caso per caso, persona per persona. A volte lasciarsi travolgere, lasciar andare qualche stringa che ormai non ci appartiene più si rivelerà la cosa giusta, altre volte bisognerà tener salde le proprie convinzioni a qualunque costo per non perderle nel turbinio di una tempesta.
Quindi vale tutto e non vale niente? In pratica, si.
Mantenere la regola del non crearsi alcuna regola è la cosa più difficile. Il bisogno di ordinare il caos del mondo e la tendenza a categorizzare sono difficili da controllare, sarebbe molto più semplice cedere all'istinto di crearsi regole per le situazioni e le persone che ci facilitino la vita e le scelte. Ma, fatta eccezione per le macrocategorie che includono il buon senso per cui, in macchina con uno sconosciuto alla 4 di mattina è meglio non salirci (o analoghe), io quando ne ho consapevolezza preferisco evitare. E' una gran fatica, a volte si teme di non saper leggere i segnali, a volte si passa troppo tempo a valutare una situazione che sarebbe facilmente bollabile come da evitare, ma la ricompensa, ciò che si ha in cambio dalla vita per questo certosino metodo che di certo non strizza l'occhio alla celerità, è qualcosa di impagabile.
Ricchezza, questa la parola che mi sale alle labbra.
Mi sento una persona ricca.

A volte ho la sensazione di vivere in un mondo a sé stante. Lo so, è una frase fatta, ma guardandomi intorno, ascoltando i discorsi delle persone, osservando i loro comportamenti, anche laddove posso trovare una certa specularità nelle giornate (al lavoro, con i colleghi per esempio), mi accorgo che le motivazioni che trovo per gioire, in fondo ad una giornata, sono tendenzialmente più numerose rispetto alla media. E lo dico non tenendo conto del mio personale livello di soddisfazione, felicità ecc, ma guardando a ciò che non sono la sola a vivere, a ciò che non è cosa mia ma è lì, fruibile da chiunque.
Arrivo spesso a quel punto in cui non riesco più a spiegarmi, in cui sembra che io stia vaneggiando.
Quel punto è ora.
Mi succede quando mi avvicino al nervo delle cose.
Perché se ora io dicessi che vedere i germogli ancora in forse ai rami degli alberi che costeggiano Rue F.,  è una cosa emozionante e che riesce a strapparmi un pezzo di carne per piantarci un attimo di gioia pura e indiscussa, verrei fraintesa. Ed è così, è una cosa che mi tocca, e che mi accorgo lasciare indifferente la maggior parte delle persone.
Non sto dicendo che ci sono io e tutti gli altri, io sola e diversa e il mondo una massa grigia ed omogenea di persone più o meno uguali; so che ognuno vive in un proprio mondo, ha il proprio modo di sentire le cose. Quello che dico è che conosco pochissime persone che sanno essere felici delle cose piccole e che sono lì, a portata d'occhio ogni santo giorno. Perché anche il caffè con chiacchiera annessa rimandato da troppo tempo con un caro amico è una piccola cosa, ma è una cosa scelta, indotta, posticipata per i rispettivi impegni e poi realizzata; è ovvio che sia un'autentica gioia. Parlo di tutto quello che è già lì, degli alberi, del suolo, delle proprie gambe che funzionano, del barbone che ti sorride fuori dal supermercato e che è ancora lì, anche se ieri era un freddo cane.
Tutte quelle cose lì, chi le vede?