martedì 4 giugno 2013

INELUTTABILE

Risalgo la lunga salita che conduce al parco, con il sole addosso nonostante l'inverno senza fine, e la fatica proporzionale al grado del mio ritardo e, dunque, alla velocità del mio passo.
E' sabato, e lo si percepisce in ogni singolo atomo. Niente, nello specifico, ma qualcosa nell'aria, nei visi delle persone che incontro mentre vado al lavoro, giurerei perfino nella percezione stessa di questa strada in salita, denuncia che è il giorno tra il venerdì e la domenica.
Alla sommità della via, quando manca poco e ci si sente più stanchi, rallento leggermente, ansimante, intenta a cercare di mantenere l'equilibrio, l'andatura, le borse sulla spalla e, nel mentre, godermi quel po' di sole giunto senza preavviso.
C'è un signore in attesa davanti ad un portone. Indossa un impermeabile fino al polpaccio, dei pantaloni color corteccia su scarpe di tela scure ed una coppola grigia. Da un citofono, una voce un po'distorta, metallica, si fa strada fino alle mie orecchie. E' una voce di bambina che, in francese, chiede alla persona che sta in attesa di annunciarsi, aggiungendo che ha avuto l'ordine dalla mamma di non aprire agli sconosciuti.
Il signore, leggermente chino, forse per udire con maggior chiarezza cosa la bambina stesse dicendo, la lascia parlare fino alla fine con un sorriso sincero che gli riempie il viso. Sembra un ragazzino. Esita un attimo, si avvicina all'interfono e, in italiano, dice " Sono il nonno".
Sussulto.
Mi si stringe un po' il cuore, anche se il sole splende, gli alberi ondeggiano al vento ed io continuo ad essere in ritardo.

Finalmente sono giunta al parco, la strada si fa piana e posso dirigermi verso l'edicola per comprare Repubblica; il sabato è compito mio. Ripenso a quel nonno, e al mio cuore ritorto come quando devi spremere una maglia bagnata prima di tenderla sul filo. Penso al momento in cui ho avvertito quella piccola crepa sfaldarsi, un bacino di benevolenza che, a tratti, fatica a contenere emozioni in rivolta.
Cammino per qualche metro ancora e vedo una ragazza seduta su una panchina. Di fianco, un passeggino con dentro una bambina che avrà poco più di 2 anni. La mamma ha gli occhi chiusi, il volto rivolto verso l'alto, a baciare il sole; la bambina invece guarda la sua mamma, con un'espressione sul viso che non si ha per nessun altra cosa al mondo, se non per la propria madre.

Mamma, nonno, papà e nonna. Una sillaba che si ripete per due volte, con varianti microscopiche come il raddoppio di una lettera o un accento alla fine. Tanto basta a circoscrivere, in maniera universalmente accettata, i membri di una famiglia. Parole semplici, da ripetere e da ricordare. La tenerezza che mi assale quando penso che probabilmente è stata un scelta inconsapevolmente volta a facilitare l'esplicitazione verbale di questi legami, è indicibile.

E' una giornata bellissima, e penso che sarebbe bello sedersi al sole con un libro e nient'altro. Invece non mi siedo e continuo, giornale in saccoccia, il tragitto verso la libreria. Busso, come al solito mi apre D. e, sorridente, mi abbraccia.
Scendo le scale, poso la borsa e il giubbotto, tiro fuori i computer dalle rispettive tane notturne e nel frattempo mi lavo i denti. Ho quasi finito il dentifricio, e continuo a dimenticarmi di ricomprarlo. Considerando che ne tengo sempre un tubetto in borsa, mi domando come mai io non compri mai i famigerati formati convenienza, con due, tre, cinque dentifrici a pacco.
Rifletto sulla mia mancanza di pragmatismo che investe anche cose come queste, mentre mi guardo allo specchio nel bagno degli uomini.
E' un attimo e mi blocco, con lo spazzolino incastrato in bocca e il sapore di quella schiuma bianca che riesce sempre a farmi lacrimare.
Mi sfiora un pensiero.
Io, i pacchi convenienza, non li compro quasi mai. E non perché tecnicamente vivo sola, lo faccio anche per prodotti la cui edibilità non è a scadenza immediata o breve.
Perché le persone comprano i pacchi convenienza? E perché io no?

Suppongo di sapere di cosa si tratta nel mio caso, ma mi sembra talmente assurdo che ho sempre evitato accuratamente il pensiero.
Si tratta dell'inutilità di avere scorte di dentifricio o scatolami da qui a novembre.
Si tratta di trovare inquietante il pensiero di avere già disponibile ciò che potrebbe servirmi tra qualche mese.
Si tratta, anche, della morte.

Mentre nel caso di chi le scorte le fa eccome credo che, oltre al pragmatismo, ci sia della speranza anche in cose come queste, tacita ma c'è. Nell'avvenire, si, ma più atavicamente e semplicemente, nella certezza che ci serviranno, 6 pacchi da 400gr di fagiolini, che vivremmo abbastanza da consumare quei dentifrici e cambiare lo spazzolino altre 5 volte per dare senso al pacco convenienza.

Invece moriamo tutti.
E i nonni, temo, muoiono anche un po' di più.

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