venerdì 21 giugno 2013

LIKE ALL DREAMERS CAN'T FIND ANOTHER WAY

Sul computer ho un album di cover, registrato da mio fratello insieme al suo vecchio gruppo.
All'epoca - si parla di più di dieci anni fa -, la formazione era di tre elementi in acustico. Tre amici, tuttora tali, che avevano messo in piedi questo Ménage à trois, così si chiamavano, e suonavano tutto in acustico. Direi che quella, su tutte, è stata in assoluto la mia band preferita tra quelle in cui mio fratello ha militato.

Ho ascoltato mio fratello suonare da che ho memoria. Letteralmente. Credo avesse otto anni quando ha iniziato con il piano. Poi c'è stato il  basso, poi la chitarra, oltre a decine di altri strumenti occasionali. Credo sia un dono, quello di riuscire a cavare qualcosa di sensato da un qualsiasi strumento o supporto che produca musica dopo un paio d'ore passate ad aggeggiarci.

Facevo ancora le elementari quando, seguendo le note di Smoke on the water, mi avventuravo nel garage di casa dei miei e gironzolavo tra i cavi mentre i "Chamberpots and the intestinal problems" davano il meglio di sè provando e riprovando le stesse canzoni. Ed è assurdo, perché dire che tutto ciò ha fatto parte del mio imprinting credo sia ancora riduttivo; tuttora, quando sento l'intro di Smoke on the water, io lo sento fatto da  loro, mica dai Deep Purple.
Noc-noc-nochin on di hevens dor, canticchiavo senza nemmeno sapere cosa significasse e inventando di sana pianta ogni parola. Pensavo che Axel Rose fosse davvero un gran figo, oso dire che è stato il Simon Le Bon alternativo della mia generazione. O almeno, di quello stuolo di sorelle minori cresciute con fratelli aspiranti musicisti. Ma segretamente, io sognavo di essere Slash. Voglio dire, una massa di riccioli neri impazziti, un cilindro in testa e una chitarra elettrica, come si può non voler essere Slash?

Ricordo anche che avevo una cotta per C., il batterista dei Chamberpots. Nonostante fosse un ragazzo pure lui, aveva già l'aria di qualcuno che ne aveva viste di cotte e di crude nella vita, galera compresa. Ovviamente C. non c'era mai stato in galera, e nemmeno ne aveva viste di cotte e di crude, ma io avevo dieci, forse undici anni, e l'aria da bad boy era più che sufficiente per provocare nella sottoscritta una cotta in piena regola. Il clichè assoluto insito nell'avere un debole per l'amico di tuo fratello maggiore, mi fa sorridere di tenerezza.

Quand'ero un po' più cresciutella, c'è stato un periodo in cui mio fratello suonava anche con mio cugino, A. Più giovane di me di un anno, è senza dubbio un altro membro della famiglia toccato dal fulgore divino della musica. A. ed io abbiamo un feeling innato dalla notte dei tempi, quel tipo di alchimia che, in epoche passate ma nemmeno tanto remote, avrebbe fatto di noi una felice coppia di cugini sposati. Per fortuna i cosiddetti tempi moderni, l'assenza di perversioni da ambo i lati e il fidanzato palestrato di A., hanno sancito la linea di confine nel punto esatto in cui è giusto che stia, facendo di noi due adorabili cugini uniti da un fil rouge inossidabile.
Capitava spesso durante l'estate, che A. rimanesse a casa mia per il week end, week end in cui badavamo bene a coltivare quel germe di vita dissoluta e vagamente bohemienne che sembra essere un'altra tara nel dna della mia famiglia. Stavamo svegli fino a mattina, in giardino a guardare le stelle e parlare del futuro, fumavamo tutte le sue sigarette, tutte le mie, per poi rubarle a mio padre dalla scorta di emergenza; mangiavamo schifezze fino a sentirci male, bevevamo qualche birra, ridevamo con le mani alla bocca perchè era tardi e in paese la notte non muove un muscolo, andavamo a fare lunghe passeggiate calpestando il buio di cui il mondo non avrebbe dovuto sapere, cose così.
Quella notte, io avevo 15 anni, A. ne aveva 14. Il cielo era un fondale scuro crivellato di lentiggini di porcellana, i grilli frinivano tutt'intorno e noi fumavamo seduti su sedie di plastica bianche. Erano le tre quando un furgone scuro si fermò davanti al cancello di casa. Era mio fratello, di ritorno dalla sala prove con il gruppo.
Lo guardai scendere dal retro, aprendo il portellone posteriore sotto la luce immobile del lampione. Magro, alto e bello, con i riccioli scuri di Giannini quando esce dall'acqua in "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto". Guardò nella nostra direzione, sul terrazzo, a una decina di metri da sè. Per via del buio, lui non poteva vederci, sapeva solo che eravamo lì, forse per via delle stelle cadenti accese alla fine delle nostre sigarette.
Fece un cenno con la mano, mentre un sibilo usciva acuto dalle sue labbra, "Pssss... Venite!". In un attimo eravamo nel furgone, con gli altri musicisti, gli strumenti, una bicicletta e una cassa di birre. Sballottati a destra e a sinistra, senza poter vedere la strada, con l'odore di alcool, sigarette e notte d'estate che si era infilato nell'abitacolo, sembrava davvero di essere in viaggio con Sal Paradise. A. ed io ci guardavamo, complici, col latte bevuto poco prima che ballava nello stomaco e il riso di due adolescenti stampato in faccia. Avremmo ricordato quella notte come uno dei momenti topici delle nostre vite.

Tornando all'album di cui parlavo in apertura, lo trovai un giorno per caso dove era rimasto per anni, impigliato tra vecchi libri in nuove edizioni economiche, cataste di fumetti e polvere vecchia almeno di un lustro.
Non so neppure cosa stessi cercando, ma ricordo perfettamente che accesi lo stereo, inserii il cd, e da allora non ho più smesso di ascoltarlo, tramandandolo di cd in computer, di computer in chiavetta, fino ad arrivare all'attuale pc.
Le armonie, le sonorità, i tempi sono più che buoni, l'alchimia tra gli elementi è palpabile ad ogni brano, la scelta delle canzoni è un mix perfetto tra classici e contemporanei, riarrangiati in chiave acustica ma decisamente non scontata. Ma a parte questo, rimane il demo di un gruppo non professionista, con i pregi e i difetti che questo comporta. Perciò, cosa ci sia di speciale in quel disco fatto in casa, non lo so; so solo che non posso fare a meno di ascoltarlo, anche ad oggi, con tutti gli anni che si porta in groppa e le plurime band cui mio fratello ha preso parte nel frattempo.

Una cosa di cui sarò eternamente grata a mio fratello, è che anche nei periodi peggiori del nostro rapporto, ovvero il decennio tra i 6 e i 16 anni, quello in cui ti strapperesti vicendevolmente i capelli dalla testa se solo potessi, anche quando la parola "odio" rivolta verso un tuo familiare non sembrava ancora abbastanza, mi ha sempre lasciato gironzolare in mezzo ai cavi quando lui suonava. Sempre.
 Ora che siamo cresciuti, e la parola "odio" sembra solo un tenero abominio dell'infanzia, suoniamo spesso insieme. Quando sono a casa, uno dei due prende uno strumento, inizia a suonare e l'altro lo segue; uno intona un paio di note e l'altro nel frattempo ha tirato fuori un'armonica da non so dove; uno attacca con una "Baby one more time" buttata lì in acustico e all'altro scappa immediata una doppia voce.
Ci divertiamo un sacco, io e lui.
Non so come farei, senza quello lì che suona da una vita.

2 commenti:

Venerabile Vetusto ha detto...

Ci si ritrova ogni tanto, il tempo vola... accontentati di un ciao, ma denso, molto, di implicazioni e cose non dette, melanconiche e belle nella loro malinconia... Kisses from Milan...

miwako ha detto...

Carissimo e Venerabilissmo Vetusto,
ma che piacere averti qui. Il tuo abbraccio scalda più di una coperta in questo Paese dal freddo clima artico nonostante il calendario.

Ricambio con un baciamano sotto l'aria condizionata, per non appesantire la già afosa (o forse no?) temperatura milanese.