giovedì 27 giugno 2013

MANGIARE BERE UOMO DONNA

Piove.
Chissà i miei amici Barboni dove dormono.
Barboni, con la B maiuscola. Ad essere sinceri, ognuna delle lettere di questa parola meriterebbe la maiuscola. Cubitale e al neon, chissà che le persone per la strada riescano a vederli.
Vederli come esseri umani, intendo. Ostacoli alla viabilità, rompicoglioni, accattoni, barboni, appunto; in questo senso le persone li vedono eccome.
Come?
Come feccia, individui di serie C, ubriaconi, ladri talvolta, finiti per la strada perché incapaci di tenere insieme la propria vita.
Ci sono strade qui a Bruxelles in cui ce ne sono diversi. Stanno fuori dagli edifici delle istituzioni europee, dai supermercati, dalla società. Come fiori, crescono agli angoli di strada, cocciuti e incuranti delle intemperie, metereologiche ed emotive, che devono attraversare senza posa.
Spesso sono sporchi, non tutti però, alcuni di loro devono avere almeno un posto in cui lavarsi e dormire. Molte volte non chiedono niente, proprio niente, se ne stanno immobili con lo sguardo impagliato e un bicchierino da caffè in mano, impolverati come soprammobili dimenticati su una mensola nascosta.
C'è stato un tempo in cui, in qualche modo, riuscivo a dormire comunque. Forse perché dove abitavo prima si trattava nella stragrande maggioranza dei casi di zingare, ragazze molto giovani, piene di vita, di energie, con stuoli di bambini a presso, oltre a strascichi ben visibili della loro cultura. Quello, mi dicevo (e tuttora fatico a non pensare che sia così), è uno stile di vita; chiedere l'elemosina strumentalizzando i bambini, le emozioni umane, per andare a toccare laggiù, dove un adulto non può arrivare. Suppongo ci sia molto altro dietro, so di non capire, sono troppo ignorante a riguardo per pronunciarmi, non posso dire di conoscere la loro cultura. Ma li ho sempre visti girare in comitive, ritornare al proprio branco dopo una giornata di "lavoro", e tanto bastava a darmi pace.
I miei amici invece, i miei amici Barboni, non sempre hanno un branco, non sempre hanno qualcuno da cui tornare.
Ad esempio quel signore, quello magro magro, senza denti, che si mette spesso fuori dal Delhaize, lui secondo me qualcuno da cui tornare non ce l'ha. Lui è uno di quelli che non chiede mai niente. L'altro giorno è entrato al supermercato mentre facevo la spesa; si è messo a guardare il piccolo frigo all'ingresso e i tramezzini esposti. Immobile, con gli occhi sbranati dalla fame, umidi per la luce artificiale, si è messo una mano in tasca, ne ha estratto degli spicci ed ha iniziato a contare. Io credo mi si spezzi qualcosa dentro in certi momenti, proprio fisicamente, sento uno "STOCK", una falda che si apre.
Mi avvicino, gli chiedo cosa vuole mangiare, se gli andrebbe del latte, lui annuisce, mi ringrazia ed esce fuori ad aspettarmi.
Mentre mi aggiro per le corsie, in mezzo a tutto quel cibo, quelle persone cariche di cose da fare, da comprare, di pensieri, mi viene la nausea, come se avessi ingoiato una manciata di sabbia.
Ci sono anch'io tra quelle persone.
Un misto tra orrore e amarezza. Lo schifo, mio e di tutta questa società malata, il disgusto nel sapere di vivere in un mondo che ti insegna a provare due e solo due tipologie di emozioni per i senzatetto, una è la compassione, l'altra è la paura. O li eviti o dai loro dei soldi. Come se si morisse solo di fame, e non di tristezza, solitudine, vuoto emotivo, aridità umana, come se a quelle persone mancasse solo il cibo o due euro in tasca.
Quando esco gli porgo una busta con un po' di cose, vorrei chiedergli come sta, dove sta, ma non ci riesco, aprire bocca in questo momento significherebbe piangere. Farfuglio qualcosa che vuol essere una preghiera più che un saluto e corro a casa.

C'è anche Hemingway all'uscita del Delhaize. Lui è un insospettabile. Cappotto blu come la notte, barba bianca, relativamente curata, in carne e ben nutrito. Lui ha gli occhi di un bambino. Non riesco mai a ricordarmi di che colore sono, credo chiari, ogni volta rimango rapita dalla meraviglia che c'è nei suoi e i colori diventano dettagli inutili. Ha lo sguardo vivace, felice oserei dire. Qualche volta ho provato a scambiare qualche parola, ma lui conosce solo merci beaucoup madame, bonne chance, bonne soirée. E' rumeno, quello riesce a dirmi. Il suo nome invece no, non ha capito la domanda ed io non ho più lingue da usare.

Anche oggi ho rivisto il signor Grissino, quello magro magro. Stavo andando a comprare la frutta nel mio quartiere, quando l'ho visto camminare a testa bassa dall'altro lato della strada. Andava in direzione opposta alla mia. Poco vicino c'era un piccolo locale affollato, gente che mangiava il kebab in piedi, ciarlando del più e del meno probabilmente. Avrei voluto fermarlo, portarlo a mangiare e ascoltarlo parlare. Invece me ne sono rimasta immobile, piena di buste, dall'altra parte della strada ad intralciare il passaggio, a guardarlo passare insieme alla sua desolazione intessuta di compostezza.
Lui è entrato in un bar, io sono andata a prendere le mele.

Non riesco più a dormire.


2 commenti:

Unknown ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
David Drills ha detto...

Avrei voluto fermarlo, portarlo a mangiare e ascoltarlo parlare. Invece me ne sono rimasta immobile, piena di buste, dall'altra parte della strada ad intralciare il passaggio, a guardarlo passare insieme alla sua desolazione intessuta di compostezza.
Lui è entrato in un bar, io sono andata a prendere le mele.

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